EDITORIALE

foto Grippi

foto Grippi

 Possiamo ancora chiamare migrazione ciò che somiglia sempre di più ad una deportazione, essendo organizzata, pianificata e irreggimentata da un potere criminale che ha trasformato i migranti in ostaggi schiavi dei mercanti di morte? E non è forse corretto parlare di genocidio quando c’è una fossa comune che inghiotte migliaia di uomini, donne e bambini sigillati a chiave dentro la stiva di un barcone affondato, unitamente alla scientifica responsabilità di quanti preparano e gestiscono la tratta e di quanti nulla fanno per contrastare lo sterminio di massa? E non sono forse i nuovi desaparecidos i tanti senza nome prepitati nei fondali, i sommersi che non abbiamo salvato?

A fronte della inadeguatezza delle parole e della vergognosa e persistente ignavia delle istituzioni europee, valgono i fatti, contano i gesti: gli unici europei che agiscono da europei senza essere rappresentanti di alcuna istituzione sono i pescatori di Mazara del Vallo, gli unici che, lanciandosi spontaneamente e generosamente in soccorso dei naufraghi, interpretano quella vocazione mediterranea che l’Europa dovrebbe avere e non ha; gli unici che, avendo a bordo italiani e tunisini, navigano su quel mare non per presidiare confini ma se mai per rimescolarli, per  contribuire concretamente a realizzare una Europa meno indifferente, più umana e più aperta all’inclusione delle differenze. In fondo, di loro parla Erri De Luca nella sua Preghiera laica dedicata ai naufraghi del 19 aprile: «Mare nostro che non sei nei cieli/ e abbracci i confini dell’isola/ e del mondo, sia benedetto il tuo sale,/ sia benedetto il tuo fondale,/accogli le gremite imbarcazioni/ senza una strada sopra le tue onde/ i pescatori usciti nella notte,/ le loro reti tra le tue creature,/che tornano al mattino con la pesca/ dei naufraghi salvati [...]». A guardar bene, i Siciliani, impegnati in prima fila e senza tregua nell’opera di compassionevole asilo dei migranti sopravvissuti, surrogano le incolmabili e imperdonabili assenze, sembrano voler tesaurizzare l’antica lezione ereditata dai codici umanitari di una storia plurisecolare di tolleranza e ospitalità. E paradossalmente la Sicilia che è tra le regioni più povere del Paese appare per una volta terra di speranze e di amicizia, un avamposto della ricca e felice Europa. E fra tutte le province d’Italia quella di Trapani risulta essere, secondo i dati del Viminale, di gran lunga la prima per presenze di profughi nelle strutture di accoglienza.

Nel blob di frammenti affastellati dal disordine mondiale che implode nella cronaca quotidiana stentiamo a dipanare i fili aggrovigliati delle relazioni e delle alleanze internazionali, in conseguenza delle permanenti convulsioni di uno scenario geopolitico senza più equilibri interni né governi sovranazionali. Schegge impazzite sembrano investire e travolgere quel poco che resta dell’unità dell’area mediterranea e, in particolare, di quella mediorientale, a tal punto che il popolo palestinese, a difesa del quale si sono storicamente e unanimamente richiamate le comunità arabe di tutti i Paesi, è oggi martoriato da quegli stessi musulmani che, in nome di un’apocalittica islamizzazione globale, vogliono assoggettare tutti i territori nel delirante e imperialistico disegno di un sedicente califfato.

Forse, mai come oggi, il Mediterraneo appare dilaniato da una frammentazione molecolare di tutte le sovranità, da una violenta destrutturazione e ridefinizione di confini e fili spinati, dalla infinita ed epocale diaspora di una umanità in drammatica e disperata fuga dai focolai di guerra, dal Sahel al Corno d’Africa, dal Medioriente al Golfo Persico. Cosa ne è della Siria, dell’Iraq, della Libia, dell’Eritrea, della Somalia o dello Yemen? Tra decapitazioni, esecuzioni di massa e riduzioni in schiavitù per opera dei jihadisti, barbarie ed eccidi tra le diverse forze in conflitto, quali esiti avrà il gioco al massacro per la supremazia territoriale, la lotta per il potere tra sunniti e sciiti, tra sunniti e sunniti, la folle rincorsa alla ripulsa e all’orrore? Nella galassia islamica quali e quanti califfi sono legittimati? E, soprattutto, nel piano bellico contro i “crociati” e l’Impero del Male che ruolo occupa ancora la questione palestinese? E infine quante potenze – arabe e non arabe, occidentali e non – sono in competizione per il predominio e il controllo sull’insoluto e insolubile puzzle mesopotamico? Non sappiamo dare una risposta persuasiva a nessuno di questi interrogativi. Sappiamo che va combattuta la terribile potenziale alleanza tra i trafficanti che hanno il monopolio dei viaggi per mare e i jihadisti impegnati a conquistare sempre più ampi territori. Sappiamo che le guerre producono esodi e campi profughi, che le persecuzioni generano sembramenti familiari e migrazioni. Sappiamo che questo Islam fatto a pezzi e fondato su frammenti di sure e versetti stralciati dai contesti e invocati per legittimare l’indicibile, per giustificare l’incomprensibile, sembra essere rappresentazione esemplare della polverizzazione di tutta una regione, perfino di una religione, anzi di un mondo. Così che paradossalmente è destinata a frantumarsi in mille pezzi quella Umma coranica che il presunto califfato enfaticamente proclamato vorrebbe con il terrore e la ferocia delle armi riunire sotto le bandiere nere dell’Isis.

Attorno a questo Mediterraneo travolto e stravolto da strategie politiche e militari estranee alla volontà delle popolazioni civili, ancora una volta vittime di una Storia di crimini e di soprusi, nella totale assenza dell’Europa e delle sue istituzioni, il contesto  globale offre l’immagine screziata di un patchwork, di un mondo balcanizzato, senza centro e senza radicamento, che nell’immaginario mitico delle religioni ritrovate, rinsanguate o asservite sembra voler ricercare un orizzonte di senso alla logica totalizzante dell’economicismo e alla crisi occidentale di identità e di autorità. La teologia al posto della secolarizzazione, il fondamentalismo come argine alla globalizzazione, l’etnicismo come antidoto alla omologazione, l’endogamia come estremo riparo. Il ritorno violento di un Dio guerriero, vestito e travestito in mille fogge, invocato e inneggiato dentro tensioni e conflitti in cui è perfino difficile distinguere i contrapposti schieramenti, ispira ed orienta per tanti versi non solo le politiche ma anche le polemiche, i sentimenti e i risentimenti, le pulsioni più represse, i discorsi del senso comune, le permanenti campagne elettorali. Non c’è nulla di religioso in questo sedicente conflitto di religione, che diventa feroce pretesto perfino a bordo dei barconi dei migranti, se è vero che le tensioni durante le traversate dentro uno spazio stipato all’inverosimile possono degenerare in crudeli e odiose discriminazioni. La stessa questione armena, sollevata recentemente da papa Francesco, è stata trasformata in strumentale fattore di contrapposizione religiosa.

La complessità dei fenomeni che interessano le società contemporanee è dato strutturale del nostro tempo e impone una sfida culturale di grande impegno. A questa sfida riviste come la nostra concorrono proponendo ragionamenti e letture analitiche nella sintesi e sintetiche nella analisi, riflessioni volte soprattutto a decostruire le retoriche che alimentano il fanatismo, le imposture implicite nella teoria dello scontro di civiltà, le amnesie storiche, il relativismo dei punti di vista, gli etnocentrismi  vecchi e nuovi.

Dialoghi Mediterranei ospita in questo numero un illuminante contributo dell’antropologo olandese, Jeremy Boissevain, che indaga sulle radici storiche delle “cicatrici” ancora in larga parte non rimarginate che segnano in profondità i Paesi mediterranei. Sulle questioni connesse all’uso politico delle religioni interviene con puntuali argomentazioni Marcello Vigli, mentre per capire il fenomeno endemico delle migrazioni ci soccorre il contributo dello storico Salvatore Costanza che ricorda l’esperienza italiana negli Stati Uniti: allora come oggi «l’emigrante era merce povera», stretto nella trama di sfruttamento ordita da agenti, boss e banchieri, «figure ambigue, tra finta solidarietà e assistenza». Nello stesso orizzonte si colloca l’excursus di Franco Pittau volto a documentare la presenza italiana in Tunisia, prima, durante e dopo il protettorato francese fino ai nostri giorni. Se Gaetano Nicastro si mette sulle tracce di un frate siciliano del Cinquecento facendoci scoprire l’Egitto inedito dei monasteri copti, Rosario Lentini, nel ripercorrere le diverse Esposizioni internazionali da quella di Londra del 1851 a quella che si inaugura oggi a Milano, coglie di questa evoluzione le costanti: la traiettoria tematica e la dimensione simbolica che tracima quella meramente economica. Della comunità formatasi attorno a Dialoghi fa parte Stefano Montes che continua il suo originale percorso di interrogazione meta-antropologica ovvero di esplorazione su quanto è riconducibile alla dimensione del quotidiano, e analogamente Tommaso India torna ad elaborare e sviluppare la sua ricognizione sull’antropologia del lavoro operaio. Altri autori si occupano di urbanistica e di alimentazione, di filologia e di studi umanistici, di musica e di beni culturali. Il lettore troverà inoltre interessanti note di lettura e di letteratura, gli esiti di ricerche etnografiche e  i ragionamenti e divagazioni intorno a fatti di cronaca o di attualità politica e di costume.

In questo numero, grande spazio è riservato alla fotografia, sia essa oggetto di studio o concreta produzione di singoli autori come Silvana Grippi, le cui immagini gettano luce su una realtà geografica e antropica, ai margini del Mediterraneo, ancora poco conosciuta e documentata. I volti degli uomini e delle donne del deserto che si muovono nei campi profughi sahrawi posseggono una fascinazione che non appartiene alla seduzione esotica né alla sottigliezza etnologica ma semplicemente alla grazia poetica. La luce dei loro ritratti ci dice quanta bellezza sia ancora nascosta al nostro sguardo, quanta umanità sia ancora in attesa di giustizia.

Buon Primo Maggio a tutti. Ai lavoratori, ma anche a quelli che attendono faticosamente di diventarlo e infine a quelli che hanno cessato non meno faticosamente di esserlo.

 Dialoghi Mediterranei, n.13, maggio 2015
SOMMARIO
Marcello Balbi
La meraviglia dell’ordinario. Un viaggio per immagini a Milano
Jeremy Boissevain
Cicatrici non rimarginate: note sulla diversità etnica e religiosa del Mediterraneo
Filomena Cillo
Il corpo, la modificazione e la relazione. Un’analisi antropologica in contesto scolastico
Annamaria Clemente
Ubah Cristina Alì Farah tra Calvino e Pavese
Pietro Lucio Cosentino
L’impronta sonica
Salvatore Costanza
Il “banchiere” italiano tra gli emigrati nel Nord America
Antonino Cusumano
Se le cose non sono soltanto cose
Chiara Dallavalle
Il Kanun. L’Albania tra futuro e passato
Valeria Dell’Orzo
“Vienimi a prendere”. Dai manicomi alle REMS, percorso nell’alienazione
Piero Di Giorgi
Dramma senza fine nel continente mediterraneo
La realtà non è come ci appare
Nino Giaramidaro
Pensieri al bar. Intorno al merito
Eugenio Giorgianni
La resistenza alla emigrazione. Appunti di una ricerca a Goma, in nome della musica
Giulia Grechi
Immaginari (post)coloniali. Memorie pubbliche e private del colonialismo italiano
Silvana Grippi
Il Mediterraneo. Il popolo del deserto nei campi profughi sahrawi
Tommaso India
Il fantoccio smembrato. Crisi della presenza e affermazione del sé nell’era post-industriale
Rosario Lentini
L’ideologia del progresso illimitato. Le Esposizioni internazionali da ieri a oggi
Virginia Lima
Saperi umanistici, inutili e perciò necessari
Gloria Lupo
Farm Cultural Park a Favara: a place that makes you happy!
Matteo Meschiari
Before they get pissed off
Stefano Montes
Per una etnografia dialogica e improvvisata
Francesca Morando
Sulla cultura araba delle origini. Percorsi linguistici
Gaetano Nicastro
Un siciliano nel Wadi el-Natrun (Egitto) alla fine del Cinquecento
Franco Pittau
La presenza italiana in Tunisia: spunti storici e prospettive
Luca Pollicino
Cibo di strada. Quando le mani sono troppo unte per fotografare
Valentina Richichi
Per un atlante degli strumenti della cultura musicale siciliana
Maria Soresina
Nel laboratorio della traduzione. A proposito di Rainer Maria Rilke
Marcello Vigli
Ancora guerre di religione
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2 risposte a EDITORIALE

  1. fernando scrive:

    Ho letto con interesse l’articolo. Vi chiedo se posso diffonderlo, e nel caso anche altri , attraverso il mio blog amatoriale (http://hrpereubu.blogspot.it/) , naturalmente citando autore e fonte.
    In ogni caso, cordiali saluti. Fernando Cellini.

    • Comitato di Redazione scrive:

      @ fernando cellini
      la ringraziamo per l’interesse manifestato per il nostro periodico e soprattutto per la sua intenzione di volerlo ulteriormente diffondere.
      La invitiamo, ogni volta che riterrà di pubblicare sul suo blog qualche nostro articolo, a citare, così come lei già premette nella richiesta, autore e fonte.
      cordialmente

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