Il corpo, la modificazione e la relazione. Un’analisi antropologica in contesto scolastico

COPERTINA CILLO di Filomena Cillo

Nel maggio del 2014 sono stata contattata dall’associazione Next Generation Italy [1] nell’ambito di un programma regionale per la prevenzione e il contrasto alle Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) sostenuto dall’intesa tra il Dipartimento Pari Opportunità e la Regione Emilia Romagna. Per conto di Nex Generation Italy, in collaborazione con Arci Mondo, all’interno della rete TogethER mi sono occupata della realizzazione di percorsi laboratoriali, che hanno coinvolto un centinaio circa di ragazzi di entrambi i sessi, di età compresa tra i 16 e 20 anni,  presso l’Istituto superiore Aldini Valeriani Sirani di Bologna.

Il primo step è stata una formazione che ha impegnato gli educatori delle diverse realtà associative della Regione con lo scopo di strutturare un’unità didattica uniforme che permettesse di raccogliere dei dati qualitativi e quantitativi nei diversi istituti coinvolti. Propedeutica alla costruzione dello strumento d’indagine è stata l’analisi endogena del gruppo: cosa sapevamo noi delle MGF? Quali pensieri, giudizi avevamo? Quali le principali fonti di informazione? È stato subito chiaro che era necessario focalizzare l’obiettivo dell’azione all’interno del contesto scolastico ponendo al centro il corpo come soggetto significante. Dal punto di vista metodologico, ciascun formatore ha sperimentato su di sé le attività che sarebbero state poi proposte in classe, ha lavorato in gruppo con le altre realtà, ha espresso dubbi ed incertezze, ha mediato il proprio personale punto di vista con quello degli altri. Tutti, alla fine, abbiamo concordato nel considerare, come cornice teorica di riferimento, la definizione ufficiale delle MGF, data dall’OMS [2] ovvero «tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni agli organi genitali effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non mediche». Rientrano in questa esplicitazione sia le MGF tradizionali quali la clitoridectomia, l’escissione e l’infibulazione ma anche gli interventi di quarto tipo: alcuni tipi di piercing e tatuaggi, raschiature, interventi di chirurgia intima genitale, che non hanno ragioni terapeutiche.

immagine mgf2La mutilazione genitale femminile è una pratica diffusa in tutto il mondo e se ai più può sembrare aliena, è proprio l’indicazione dell’OMS a sottolineare quanto invece sia una realtà vicina, sotto due punti di vista: da un lato molte famiglie migranti continuano ad effettuare l’intervento tradizionale sul corpo delle figlie, vedendo in esso un legame transgenerazionale e transcontinentale, dall’altro la legittimazione di una chirurgia intima genitale senza scopo terapeutico impone una riflessione endogena sui limiti delle modificazioni corporee. È sorta in noi, quindi, la necessità di pensare un laboratorio che coinvolgesse i ragazzi e li portasse ad interrogarsi su come vivono il loro corpo e su come lo modificano. Tutto il percorso laboratoriale è stato pensato su un doppio binario, MFG tradizionali e non, il cui comune denominatore è l’intervento sul corpo della donna.

La prima azione è stata quella di decostruire la contrapposizione Noi-Loro. Mediante un questionario di cultura generale, sono stati affrontati i temi legati alla leadership femminile nella politica mondiale, nell’ambito di riconoscimenti importanti come il Nobel, etc… È emerso con chiarezza quanto poco le giovani conoscessero realtà differenti dalla propria e soprattutto quanto superficiali fossero le loro consapevolezze rispetto al ruolo effettivo della donna in Occidente. Nell’ultima parte del questionario veniva chiesto loro il significato della sigla MGF: tutti hanno individuato la risposta corretta e sulla base di questo è stata stimolata la discussione per giungere ad una definizione. Le MFG venivano collocate in aree geografiche connotate come “sottosviluppate”, erano riti tradizionali legate alla religione islamica in un contesto più ampio di repressione della donna.

Per allargare lo spazio di azione, si è lavorato innanzi tutto sulle parole utilizzate dai giovani: rito, tradizione. Le MFG sono un rito. Una delle prime teorie sul rito, elaborata in epoca coloniale, lo definiva come il tentativo di alcune società orali di spiegarsi l’inspiegabile. Successivamente, l’analisi storica della sopravvivenza di forme rituali in tutto il mondo e in ogni ambito della vita non solo quello religioso, ha interpretato il rito come la risposta antropologica al bisogno umano di ordinare, di avere dei punti di riferimento. In questo senso è da intendersi come un contenitore che porta in scena i valori, i drammi, i conflitti presenti all’interno di una comunità. La struttura rituale ha varie funzioni: a) riconoscimento sociale di un’azione che nel suo ripetersi secondo un preciso programma diventa autorevole; b) coesione tra i partecipanti al rito in prima persona (gli officiati) così come i membri di una comunità che assistono al rito; c) mantenimento dell’ordirne sociale, sia nel caso in cui essi portino al raggiungimento di uno status (mgf, matrimonio), sia nel caso in cui essi provochino l’esternarsi di sentimenti fuori dalla norma sociale (carnevale, riti di inversione della genitorialità, il pianto e i lamenti funebri). Tutte queste caratteristiche strutturali sono ben definite ed individuabili nelle MGF tradizionali che si inscrivono come esplicito momento rituale all’interno del contesto tradizionale. Diversamente queste caratteristiche sembrano inapplicabili agli interventi di quarto tipo, ritenuti al più scelte estreme ma sempre libere ed individuali. È davvero così?

Members of African Gay and Lesbian commuUsando come bussola il corpo femminile e le sue modificazioni, i giovani sono stati stimolati con giochi e lezioni interattive a riflettere sul corpo della donna in Occidente, sia rispetto ai canali informativi più utilizzati (tv, mass media, internet) che nelle realtà loro più prossime (scuola, famiglia, luoghi di ritrovo). Questo esercizio di meta-riflessione ha fatto emergere con chiarezza che il corpo femminile esibisce sempre un’avvenenza fisica avulsa dall’età e dalla storia individuale e si caratterizza unicamente come oggetto sessuale. Lo stereotipo, rafforzato dalla crossmedialità, finisce per essere la normalità e quindi diventa modello a cui tendere. La capillarità della diffusione virale fa sì che esso influenzi le scelte quotidiane. La scuola e i luoghi di ritrovo sono stati indicati dai ragazzi come gli ambienti maggiormente influenzati. Uniformarsi al modello, intervenendo sul proprio corpo, modificandolo, può significare entrare a far parte di un gruppo, non essere esclusi. Ogni giorno l’influenza del modello incide sulle azioni in modo più o meno consapevole.

Nel corso del laboratorio i giovani sono stati coinvolti in un’attività nella quale si chiedeva loro di rispondere a determinate affermazioni spostandosi ai due lati di una linea tracciata in classe. Le affermazioni proposte sono state pensate secondo un climax crescente: dalla cosa che faccio più spesso e automaticamente (prima di uscire metto il deodorante) a quella che ho pensato di fare (farmi un piercing o un tatuaggio o rifarmi una parte del corpo). Questo ci ha permesso di riflettere sui processi di ritualizzazione quotidiana e di cogliere l’essenza rituale andando al di là del senso comune: la caratteristica intima di un rito non è, infatti, la sua forma ma la natura prescrittiva e il riconoscimento sociale dell’azione.

Le mutilazioni di quarto tipo rientrano nelle azioni più estreme di messa a norma del corpo femminile: esse costruiscono corpi che sfidano il limite fisico del corpo stesso, aumentando i volumi, perforando la cute, raschiandola, togliendo delle parti, combattendo i segni dell’invecchiamento, con l’unico scopo di essere sempre eternamente uguali e votati al perseguimento di un edonismo assoluto che si esprime nella possibilità di realizzare prestazioni impeccabili. Le aree di diffusione degli interventi sono soprattutto America del Nord [3] ed Europa, realtà caratterizzate da un processo storico-culturale di affermazione dell’Io-individuo rispetto all’Io-membro in cui la diffusione del virtuale ha introdotto nuove chiavi di lettura dell’individuo e della collettività. Sempre più, oggi, l’idea di comunità si è trasferita nelle forme online: la community. La caratteristica di questo tipo di relazione virale è la sua potenziale esclusività, la community diventando, spesso, l’unica forma di comunità e quindi di rete sociale. Essa è ontologicamente esclusiva poiché comporta l’assenza di una componente di linguaggio corporeo che sempre, nella relazione off-line, permette di arricchire lo scambio comunicativo.

foto3Il corpo diventa sempre più un marcatore identitario: il mio corpo risponde all’immagine, all’idea e all’interesse che mi lega agli altri membri della community. La modificazione assume il significato di veicolare un’appartenenza che non può essere costruita se non tramite il canale visivo e virale. Le prassi di inclusione nella realtà virtuale possono essere lette come ritualizzazioni ovvero processi attraverso i quali determinate azioni o sequenze di azioni diventano fisse, distintive e riconoscibili, assumendo il carattere di atti rituali. Il numero crescente di operazioni al seno cui molte sedicenni si sottopongono o che ricevono come regalo per il raggiungimento di un traguardo scolastico, la modifica di una parte del corpo come premio [4], la frenesia di ringiovanire e/o rimodellare il proprio sesso [5], la diretta connessione tra un certo tipo di bellezza e le offerte nel mercato del lavoro e non ultimo l’accessibilità economica della chirurgia estetica [6] dicono qualcosa di quanto l’intervento sul corpo sia ben oltre la scelta individuale ma venga ritualizzato ovvero socialmente riconosciuto. La beautification è diventata una tautologia: basta cambiare il corpo per cambiare la vita di una persona [7].

Ritornando alla pratica tradizionale è stato importante andare al di là della forma strutturante per cogliere il significato che la manipolazione del corpo assume. In altre parole quale donna si vuole costruire e perché? La modifica sul corpo è un dispositivo antropopoietico: la donna “chiusa” è fedele e sarà una buona madre, caratteristiche che le permettono di accedere ad uno status e di entrare nella rete delle relazioni sociali, banalmente di vivere. Ma altresì esiste una visione legata alla desiderabilità per cui il sesso solo se modificato diviene pienamente femminile, poiché privato di un “eccesso” che ricorda quello maschile o purificato dai liquidi che ne inficiano la natura. In altre parole, la mutilazione costruisce una donna che è sposa perfetta e sessualmente più bella e desiderabile. Il processo antropopoietico è intimamente connesso alla gerarchia di potere che si vuole mantenere e giustificare e non ha connessioni con la religione. In questo caso, l’autorità maschile ha creato un dispositivo di controllo di genere: sono le grandes mères, anziane della comunità, deputate all’educazione e formazione delle giovani a perpetrare l’azione sul corpo come intervento necessario, per accedere al matrimonio e, con esso, alle reti sociali.

foto n.4L’inclusione, il fare parte di, ha il valore della sopravvivenza: le reti sociali sono capitale sociale nel senso in cui possono costituire un aiuto concreto per la vita. Da qui se ne deduce che, nella catena di potere, le giovani ragazze, avendo come milieu sociale, spesso, solo la famiglia d’origine, sono l’anello più fragile. Il dispositivo di manipolazione del corpo, quindi, segna indelebilmente la loro appartenenza al gruppo, l’essere al di qua della barricata.

Individuare gli attori sociali coinvolti e riflettere sulla catena significante sottesa all’azione sul corpo, ha permesso, nell’ambito del laboratorio, di realizzare un gioco di ruolo sulla traccia della pièce teatrale “Chi è l’ultima”[8]. I giovani, suddivisi in gruppo, hanno sostenuto le argomentazioni a favore e contro la pratica, mettendosi nei panni della ragazza, del padre e della grande mère. Lo scopo di questo esercizio di decentramento dello sguardo non è stato la condivisione delle posizioni del ruolo ricoperto ma la ricerca di strumenti critici di lettura dell’alterità.

Ognuno ha messo in discussione l’universalità della propria cultura, sperimentando la precarietà dei significati ma anche scoprendo la ricchezza dell’agire sui percorsi di senso. È stato importante sottolineare che il mondo tradizionale non è una realtà immobile e, per quanto, l’attenzione internazionale alle MGF sia oggi molto viva, non bisogna dimenticare che le prime lotte per l’abolizione della pratica sono nate proprio dalle donne che le hanno vissute, nei Paesi d’origine [9].

Lo scopo del laboratorio come azione di sensibilizzazione non vuole in alcun modo caratterizzarsi come intervento salvifico verso realtà meno “evolute”. Rimarcare il posizionamento ha dato al lavoro svolto con i giovani un’impostazione più analitica e meno giudicante. L’obiettivo, oltre che informare sull’Alterità, è stato quello di fornire degli strumenti di lettura critica della propria realtà. Una riflessione sul corpo come soggetto significante era, dunque, inevitabile.

foto 5

“Chi guarda i miei tatuaggi pensa che siano fatti per ragioni estetiche” (testo e foto di un allievo del laboratorio)

I giovani hanno espresso le riflessioni mediante due elaborati: un testo su traccia e una raccolta di immagini. Ogni azione sul corpo, a prescindere dal grado di intervento, è uno strumento per entrare in relazione. In “Il mio corpo è un diario” si sono cimentati in un esercizio di scrittura creativa su canovaccio ispirato dalla pièce teatrale “Chi è l’ultima”; nel secondo elaborato, è stato chiesto loro di lavorare con le immagini fotografando le modifiche del proprio corpo e mettendole in relazione al significato che esse assumono all’interno del gruppo dei pari e della propria vita. Dai loro scritti è emerso quanto consegniamo ogni giorno il nostro corpo alla società per piacere e piacersi di più, perché tutti vogliono fare parte di un gruppo e nessuno vuole rimanere solo [10]. Tatuaggi, piercing, un nuovo taglio di capelli sono azioni che raccontano di noi, strumenti per segnare l’appartenenza alla rete sociale come la famiglia o  il gruppo di pari. Ma sono anche segni di esperienze trascorse, memorie. Le scritture del corpo possono essere anche risemantizzate. Le tecniche del corpo possono essere lette come azioni di produzioni dell’umano per entrare in ciò che è umano. In questa logica le manipolazioni corporee sono scritture che raccontano di noi agli altri e, a tempo stesso, codici significanti con i quali noi leggiamo l’altro.

Lo scopo ultimo di questo percorso costruito con i giovani partecipanti del laboratorio era quello di fornire loro gli strumenti critici per capire che la cultura produce differenti modi per entrare in relazione, e tra essi la manipolazione del corpo è una delle più significative. Tuttavia, non va dimenticato che la cultura non è solo qualcosa che pensiamo ma anche qualcosa che facciamo ogni giorno, che creiamo, confermiamo o ricreiamo con le nostre scelte. Se la modificazione del corpo come tecnica di produzione e definizione di ciò che è umano è strettamente connessa alla relazione, all’esigenza di essere parte di un gruppo, allora bisogna interrogarsi sui limiti, sul fatto che, per restare umani, non si deve oltrepassare la “misura” naturale del corpo sia con mezzi artigianali che surtecnologici.

Dialoghi Mediterranei, n.13, maggio 2015
Note
[1] http://nextgenerationitaly.com/about/
[2] World Health Organization (WHO), Female genital mutilation, Fact sheet, n. 241, giugno 2000.
[3] Negli USA esiste un’anagrafe dell’American Society of Plastic Surgeons
Cfr. http://www.plasticu
[4] Nel 2010 nel solo centro di Milano sono state effettuate oltre 200 prestazioni di restyling intimo e nel 2011 si è svolto il primo congresso internazionale dell’Associazione Europea di Ringiovanimento e Chirurgia Plastica ed Estetica Genitale.
Cfr. http://www.gditalia.biz/calendario-congressuale/details/156.html
[5] Il Laser Vaginal Rejuvenation Istitute ha praticato più di 10.000 ore di chirurgia intima su oltre 7.000 pazienti. Per info si veda http://www.drmatlock.com
[6] L’Italia è al settimo posto mondiale per numero di interventi. Cfr.http://www.aicpe.org/Articolo/I/rif000061/911/chirurgia-plastica-italia-settima-al-mondo-per-numero-di-in
[7] B. Casalini, Le Rappresentazioni della Femminilità, postfemminismo e sessismo, in “Iride”, n.1, aprile 2011: 43-60.
[8] È una rappresentazione della Compagnia Teatrale Alma Teatro di Torino. Lo spettacolo, nel 2008, è stato presentato a livello nazionale, nel progetto Aurora “Azioni di contrasto e di prevenzione delle mutilazioni genitali femminili”.
[9] La sociologa senegalese Awa Tiwan fonda nel 1982 la CAMS, la prima organizzazione al mondo specificamente dedicata all’abolizione delle MGF.
[10] Dall’elaborato di un ragazzo delle Aldini.
Riferimenti bibliografici
Fusaschi M., Corporalmente corretto, Note di antropologia, Meltemi,Roma, 2008.
Fusaschi M., Corpo non si nasce si diventa, Antropologiche di genere nella globalizzazione, Cisu, Roma, 2013
Simonelli I. & Caccialupi M.G., Le mutilazioni genitali femminili in “Prospettive sociali e sanitarie”, i Quid n.11, Istituto per la ricerca sociali, Milano, 2014
Sitografia
http://www.uefgm.org/
http://www.gditalia.biz/calendario-congressuale/details/156.html
http://www.drmatlock.com
http://www.aicpe.org/Articolo/I/rif000061/911/chirurgia-plastica-italia-settima-al-mondo-per-numero-di-in
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 Filomena Cillo, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia con un lavoro di ricerca dal titolo: Regole infantili per un’assistenza matura. Un’analisi antropologica in contesto pediatrico, ha conseguito una successiva specializzazione in Cure Palliative Pediatriche presso l’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa di Bologna. Ha approfondito ambiti di ricerca legati alla salute del migrante con particolare attenzione all’assistenza sanitaria pediatrica e delle donne. Collabora con la rete TogethER in un progetto di sensibilizzazione sul tema delle mutilazioni genitali femminili.
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