SOMMARIO n. 45

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Orgosolo (ph. Luca Bertinotti)

EDITORIALE; Clarissa Arvizzigno*, Astrarre il paesaggio: vuoti ed estasi ne “L’eclisse” e ne “Il deserto rosso” di Antonioni; Rosario M. Atria, Il mercante e la Natura. Raccontare il cambiamento climatico; Paola Barbuzzi, Literature review on corruption and human rights; Sebastiano Burgaretta, Aspra. Il mio incontro con Ignazio; Rosy Candiani*, Del suicidio di Didone: dalla follia d’amore alle ragionevoli convenienze; Augusto Cavadi, La storia siamo noi. Anche Popper è d’accordo; Continua a leggere

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EDITORIALE

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Vico Equense (ph. Giuseppe Carotenuto)

Mentre scriviamo i dati sul contagio tornano lentamente a salire, nell’opinione pubblica crescono paure e rimozioni, nel dibattito politico si agitano speculazioni e retoriche. Nulla sembra essere cambiato alla fine di un’estate anomala e all’incedere di un autunno assai incerto. Il virus invisibile e mobile scavalca trincee e confini ma, a guardar bene, circola dentro di noi, non fuori. È il virus dei nostri ragionevoli sospetti, delle nostre ansie e delle nostre insicurezze. Ma è anche il virus delle fobie primitive e dei rancori lungamente incubati, delle pulsioni individuali incontrollate e degli odi sociali scientificamente alimentati. Continua a leggere

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Astrarre il paesaggio: vuoti ed estasi ne “L’eclisse” e ne “Il deserto rosso” di Antonioni

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da Il deserto rosso di Antonioni

di Clarissa Arvizzigno

Ripensare lo spazio, svuotarlo di presenze, saturarlo di cose scandite da silenzi: questo, forse, potrebbe essere uno dei possibili modi di sintetizzare l’estetica di Antonioni, definito da molti critici il maestro dell’incomunicabilità. Ed è questa forse la cifra che più caratterizza L’eclisse e Il deserto rosso, gli ultimi lungometraggi che chiudono quella che è stata definita la sua tetralogia esistenziale. Rispetto ai due film che la aprono, L’avventura (1960) e La notte (1961)[1] assistiamo qui a un progressivo svuotarsi della scena di presenze umane, come se queste si compaginassero alle atmosfere in cui sono immerse e con cui collidono, come se si procedesse a una graduale astrazione del paesaggio, nella misura in cui da questo si tragga via, si estragga ciò che consente al regista di ri-creare nuovi spazi percettivi ed atmosferici da cui far muovere la narrazione. Continua a leggere

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Il mercante e la Natura. Raccontare il cambiamento climatico

ghosh-lisola-dei-fucili-copertinadi Rosario M. Atria

Ogni parola rivela un mondo, nasconde un’avventura, dischiude un altrove da raccontare. Con L’isola dei fucili [1], sua ultima prova narrativa, Amitav Ghosh [2] ci invita a compiere un viaggio di scoperta e, per certi versi, riscoperta e riappropriazione di un legame necessario alla nostra stessa sopravvivenza, ma – ahinoi – impietosamente violato: quello con la Natura di cui siamo parte, con la Madre Terra che ci ha generato [3].

Conducendoci in giro per il globo terracqueo, tra città di ieri e di oggi, attraverso le maglie di un presente incerto e precario che si riannoda al passato, Ghosh ci porta a sperimentare quella che lui stesso ha definito, alcuni anni addietro, la grande cecità [4]: Continua a leggere

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Literature review on corruption and human rights

copertinadi Paola Barbuzzi [*]

Since human rights are indivisible and interdependent, their relationship with corruption leads inevitably to negative consequences. Whenever corruption violates a human right, it simultaneously produces a domino effect among other rights.

 The question that arises from this relationship is when and how acts of corruption are linked to the violations of human rights. Gebeye argues that the literature in this respect is scant[1]; debates on corruption have mainly been centred on economic issues. Continua a leggere

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Aspra. Il mio incontro con Ignazio

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Ignazio Buttitta, 1981 (ph. Nino Privitera)

di Sebastiano Burgaretta                                    

Batteva lentamente, coniugando dito indice e medio, aveva ripreso e ribatteva a macchina una lunga poesia dedicata a Eduardo De Filippo. Fu l’ultima volta che andai a trovare il poeta di Bagheria, che, quando non era in giro per il mondo a declamare versi, viveva nella sua bella casa di Aspra, sospesa sul mare a lui caro, una casa ch’era un’infiorescenza di libri e di cultura abbarbicata e incastonata nella natura del costone alto e roccioso, ai piedi dell’antica Solunto, che il poeta aveva trasformato in giardino rigoglioso, una casa dal cui terrazzo, che nell’immaginario del poeta assumeva connotati e funzione d’una prua di nave, egli, aprendo le braccia come fossero ali possenti e volitive, a guisa di maschia polena, ogni mattina si levava ad abbracciare il mare azzurro che aveva di fronte e il suo corredo vivente di Palermo e del Monte Pellegrino. Continua a leggere

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Del suicidio di Didone: dalla follia d’amore alle ragionevoli convenienze

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Didone abbandonata, di Andrea Sacchi, 1630-1635

di Rosy Candiani [*]

Il mito di Didone è stato raccontato per più di duemila anni con trasmigrazioni geografiche e culturali, e con trasformazioni più o meno significative: ogni forma di ri-narrazione del resto è segno di vitalità della storia ma anche una forma di interpretazione e di iscrizione della storia stessa nelle coordinate di gusto e ideologiche del momento in cui viene ripresa (Bono-Tessitore 1998). Continua a leggere

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La storia siamo noi. Anche Popper è d’accordo

 

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Karl Popper

di Augusto Cavadi

Il regime politico attuale in Italia è democratico? Siamo davvero a rischio di totalitarismo? Risposte minimamente sensate presuppongono che ci si intenda, preliminarmente, sulle nozioni di “democrazia” e di “totalitarismo”. Dal punto di vista giuridico-istituzionale si sono proposte varie definizioni.

Per Norberto Bobbio, ad esempio, una definizione minimale di democrazia implica tre condizioni: «l’attribuzione del diritto di partecipare direttamente o indirettamente alla presa di decisioni collettive a un numero molto alto di cittadini»;  «l’esistenza di regole di procedura come quella di maggioranza (o al limite di unanimità)»;  Continua a leggere

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La riscrittura nella letteratura araba: il caso di “Ahl al-kahf” di Tawfīq al-Ḥakīm

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La riscrittura letteraria presuppone, in tutta evidenza, l’esistenza di un testo di partenza che, lavorato e rimaneggiato, permette di creare un testo nuovo. Tale processo, tuttavia, non è per niente semplice e l’autore rischia di ottenere una copia del testo di partenza o, perfino, di essere accusato di plagio. Il concetto di intertestualità trova la sua prima teorizzazione ad opera di Julia Kristeva ma il problema della riscrittura letteraria diventa centrale nella riflessione di Gérard Genette nel suo Palimpsestes. La littérature au second degré (1982). Secondo Genette sono cinque le modalità di rapporti transtestuali: Continua a leggere

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La persona come prospettiva. Dialogo con Pietro Piro

copertinadi Vincenzo Maria Corseri

Ricorderemo l’anno che volge al termine come l’annus horribilis del Covid-19, ovvero un anno capace di porci al cospetto di una fragilità – umana troppo umana – di cui quasi nessuno aveva, almeno sul piano esperienziale, più consapevolezza. Un anno che, attraverso la potenza rivelativa di una malattia invisibile e onnipervasiva, ha messo a dura prova la stabilità di un Occidente (esiste ancora un’alternativa orientale cui appellarsi?) arrogante e sfrontatamente individualista, in cui il processo di desacralizzazione del mondo ha raggiunto in maniera incontrovertibile un punto di estrema tensione. Continua a leggere

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Si scrive “Arabpop”, si legge avanguardie

costanzadi Federico Costanza

Da qualche mese è in vendita nelle librerie un volume importante, assolutamente da leggere. Arabpop. Arte e letteratura in rivolta dai paesi arabi (a cura di Chiara Comito e Silvia Moresi, edito da Mimesis) è il libro che mancava per una comprensione finalmente attuale del mondo arabo. I fermenti culturali che hanno contraddistinto l’ultimo decennio in molti Paesi arabi rappresentano un fenomeno che ha e avrà un impatto importante nell’evoluzione di queste società. Continua a leggere

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Venti baltici. Uno sguardo nell’Europa deportata

copertinadi Laura D’Alessandro

Il 23 agosto 1989 due milioni di persone in Estonia, Lettonia e Lituania si presero per mano formando una catena umana di seicento chilometri, da Tallin a Vilnius, lungo tutta la Via Baltica. Celebravano il cinquantenario del Patto di Stalin e Hitler che aveva posto fine all’autonomia degli Stati Baltici. Con quella pacifica manifestazione di massa costrinsero il Cremlino a concedere l’indipendenza. La domanda da rivolgere a qualsiasi estone, lettone e lituano è: dov’era il 23 agosto del 1989, perché per tutti loro quella data segna un passaggio importante. La portata di quella data e di ciò che ne seguì è scritto nella storia, una storia non così lontana. Continua a leggere

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Antropologia dello sviluppo e sviluppo dell’Antropologia

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@Ton Koenepicture Alliance

di Francesco David

Cos’è lo sviluppo? Cosa possiamo intendere con tale termine, in particolare dal punto di vista dell’antropologia? Una riflessione sull’argomento al giorno d’oggi sembra più che legittima. Anzi, se pensiamo a questioni come le conseguenze derivanti dai cambiamenti climatici o il sempre crescente divario tra ricchi e poveri, che mettono a nudo tutte le storture e i fallimenti della modernità e del capitalismo globalizzato, la discussione sembra addirittura urgente. Continua a leggere

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Dalle violenze del razzismo alla lotta ai simboli della supremazia: uno sguardo sulla cronaca

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La statua di Cristoforo Colombo abbattuta in Minnesota (Evan Frost/Minnesota Public Radio via AP)

di Valeria Dell’Orzo

La capacità di riconoscere nel riflesso degli occhi dell’altro l’ombra della nostra stessa figura è la più forte leva per un vigoroso sviluppo della conoscenza, di quel processi di evoluzione culturale che si allarga, si estende, si dirama, senza mai staccarsi dalle proprie radici, tessendo attraverso gli scambi e i contatti una rete fitta e viva di rami annodati tra loro, di germogli che più vivi si svelano nel trovarsi vicini. Continua a leggere

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Riscoperte, contaminazioni, riappropriazioni contemporanee: oralità, scrittura e danza nei canti di Pomigliano d’Arco

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Gruppo musicale ZeZi (dall’Archivio ZeZi)

di Annalisa Di Nuzzo 

Premessa

Questo lavoro nasce da una ricerca svolta negli ultimi anni nell’area metropolitana di Napoli, in particolare nella zona vesuviana e del comune di Pomigliano d’Arco. Nelle pagine che seguono si definiscono e ricostruiscono i caratteri specifici dei testi di alcuni gruppi di “cantori” di Pomigliano d’Arco che agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso ripresero ad eseguire canti popolari di tradizione orale. Continua a leggere

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Hagia Sophia. Estetica di un pellegrinaggio spirituale

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Hagia Sophia, interno

di Leo Di Simone

Nonostante più d’una punta di disappunto non mi ha sorpreso poi tanto la manovra più che scontata e per molti versi annunciata del sultano turco di trasformare, per la seconda volta nella storia, la basilica cristiana di Santa Sofia in moschea, quasi ce ne fossero pochi a Istanbul luoghi di culto islamici. Ma la storia, si sa, è fatta di atti di forza, di azioni simboliche tese a sottolineare supremazia e potenza e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Continua a leggere

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La modernità secondo Palumbo. Santi che si inchinano e sguardi che si interrogano

ME_Palumbo_Piegare_DEF.indddi Mariano Fresta

Il libro di Berardino Palumbo, Piegare i santi (Marietti, Bologna 2020), oltre ad analizzare un fenomeno che quando accade provoca in molti qualche sconcerto, controbatte tutte le spiegazioni che di esso si danno e che agli occhi di un antropologo appaiono (o dovrebbero apparire) insufficienti e dettate da pregiudizi o da considerazioni superficiali e boriose. Il fenomeno è quello degli “inchini” che i partecipanti di una processione religiosa fanno fare alla statua del santo, inclinando il fercolo verso un balcone in cui sta un rappresentante della malavita locale con tutta la sua famiglia.

Secondo Palumbo, tutte le interpretazioni, che laici e cattolici, giornalisti e scrittori hanno dato a questo fenomeno, sono viziate da un difetto di fondo; esse, infatti, nascono come risposte a domande del tipo: ha esso a che fare con la religione? Continua a leggere

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Cosmologie vegetali e rituali di nascita

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Matteo Plateario, Circa instans seu de medicamentis simplicibus, Scuola di Salerno

di Sonia Giusti

I rimedi empirici a difesa della salute che si basano sulle proprietà benefiche delle erbe e che si praticano nell’ambito della cultura folklorica, sono accompagnati, generalmente, da rituali di protezione magico-religiosa che, anche se ormai in declino e limitati alle aree rurali e montane, resistono ancora specialmente nel sapere delle donne anziane depositarie di un patrimonio di conoscenze, di esperienze e di credenze assai antiche. Continua a leggere

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Fotografare per incontrare gli altri, viaggiare per scrivere una ballata

copertinadi Virginia Lima

Passeggiare, camminare, vagabondare: azioni semplici, quotidiane, naturali che spesso diamo per scontate. Azioni vitali ed essenziali per alcuni, da scoprire o riscoprire per altri in un momento nel quale un semplice contatto sfiorato è sinonimo di potenziale pericolo, rischio, contagio. In un certo senso, dunque, in questi ultimi tre mesi anche noi come Julius, protagonista di Teju Cole in Città aperta, abbiamo attribuito o riassegnato nuovamente alle camminate il valore di essenzialità: «le camminate rispondevano ad un bisogno: erano una liberazione dalla severa disciplina mentale del lavoro e quando scoprii il loro effetto terapeutico diventarono la norma, e dimenticai come era stata la vita prima di quei vagabondaggi» (Cole 2013: 9). Continua a leggere

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U Mastru Vilanzaru

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Marzamemi, venditore di calia (ph. Nino Privitera)

di Luigi Lombardo

Un mestiere che è ormai scomparso è quello del vilanzaru, cioè l’artigiano che fabbricava e riparava le bilance meccaniche, come la bilancia a due piatti, u vilanzuni, ma, soprattutto, le stadere (statii) a piatto o ad anelli. Il mestiere è antichissimo, così come lo strumento di pesa: la statia appunto. Il mestiere era tutelato dalle leggi e dalle consuetudini: ad esempio, nell’antica Contea di Modica il «mastro di fari statie», cioè (pars pro toto) il bilanciaio, godeva di speciali franchigie, a sottolineare l’im­portanza del suo mestiere. Nel documento, riportato dal Ra­niolo [1], si fa menzione di un Michele Fidone al quale il secreto concesse la franchigia il 9 maggio del 1623 poiché era «mastro di fari statíe». Nei comuni feudali esisteva fra le altre gabelle quel­la “della statia”, per cui tutte le stadere erano sottoposte al controllo del gabelloto. Continua a leggere

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Quando cadono le statue. Memorie contestate e counter-heritage nelle proteste di Black Lives Matter

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Proteste presso la statua del generale Lee, Richmond (fonte: www.nytimes.com)

di Nicola Martellozzo

Nella pietra e nella memoria

La statua del Gattamelata rappresenta un riferimento immediato, per chi come me vive a Padova. La Repubblica di Venezia volle celebrare il suo generale commissionando a Donatello la famosa scultura in bronzo che oggi campeggia in piazza del Santo, uno dei luoghi simbolo della città. Anche non sapendo nulla di questo condottiero, uno storico dell’arte attento potrà illustrarvi le circostanze della morte osservandone la statua: nei monumenti equestri, infatti, una sola zampa sollevata sta a significare che il cavaliere morì per le ferite riportate in battaglia. Continua a leggere

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Ragazze invisibili: identità di genere e bacha-posh in Afghanistan

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da The Guardian

di Marianna Mazzetto

L’Afghanistan è stato definito da molti un Paese difficile, soprattutto per le donne. Nonostante gli  accordi di pace firmati a Doha, Qatar, tra Stati Uniti e Talebani nel febbraio 2020 (primo passo verso una possibile attenuazione di un conflitto che ha visto l’Afghanistan come protagonista), il Paese rimane tra gli ultimi al mondo per la condizione femminile. Continua a leggere

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Più di un manuale, uno splendido itinerario nelle rotte mediterranee della poesia araba

copertinadi Francesco Medici [*]

La bibliografia in italiano relativa alla manualistica riguardante la storia della letteratura araba risulta ad oggi, a conti fatti, alquanto esigua e in certi casi anche piuttosto datata. Si pensi ad esempio a titoli quali La letteratura araba di Francesco Gabrieli (Sansoni-Accademia) e Storia della letteratura araba di Paolo Minganti e Giovanna Ventrone Vassallo (Fabbri), risalenti rispettivamente al 1967 e al 1971, ormai sostituiti nei programmi universitari dal molto più recente La letteratura araba dello statunitense Roger Allen nella traduzione dall’inglese di Bruna Soravia (Il Mulino, 2006). Beninteso, si tratta di strumenti di consultazione imprescindibili, ma che peccano tuttavia della medesima ambizione di voler ripercorrere in qualche centinaio di pagine nientemeno che quindici secoli di una vicenda letteraria estremamente complessa e mutevole al variare di contesti, fermenti, forme, temi e toni. Continua a leggere

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Attraverso specchi, autoritratti e rappresentazioni

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Caravaggio, Narciso, 1597-1599, Galleria Nazionale d’Arte Antica – Palazzo Barberini, Roma

di Mariachiara Modica

Ovidio nel libro terzo delle Metamorfosi, ci narra l’infausta vicenda di Narciso. Il bel giovane figlio di Cefiso e di Liriope, aveva rifiutato l’amore della ninfa Eco, causandone il suo dissolversi in suono di ritorno, e continuava a disprezzare altre ninfe e molti altri giovani, finché un giorno, uno di questi, chiede a Nemesi che gli sia fatta vendetta. Narciso, attratto da una fonte in un bel posto in mezzo ai boschi, si avvicina per bere in quelle acque limpidissime dove la sua immagine si riflette nitida come fosse in uno specchio. Il bel giovane vanitoso non si riconosce e innamorandosi di sé precipita «nel delirio dell’indistinto, tra il riflesso e la sua corporeità […] vuole afferrare ciò che vede, entra in un’inquietudine autodivoratrice inconsapevole» (Demetrio 2003a: 59-60). Continua a leggere

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Flessibilità, riflessività

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Panchina come contesto riflessivo (ph. Stefano Montes)

di Stefano Montes

La panchina (e la foto) come contesto di riflessività

Ho bisogno di un contesto per le mie riflessioni, ne ho bisogno per non perdermi nelle – sempre – incombenti e spesso nefaste generalizzazioni. Una panchina (e una foto) può essere un contesto adeguato: non una panchina qualsiasi, ma una panchina che mi è cara, una panchina che si trova nei dintorni di un giardino di Palermo dove vado, di tanto in tanto, a correre e riposare le membra stanche. E, da questa panchina, passerei – passerò – a un’altra panchina in un’altra città: di contesto in contesto, di riflessione in riflessione. D’altronde, l’idea è semplice ma allettante: ancorare le riflessioni sulla flessibilità a partire da quel contesto, preciso e delimitato, che è la panchina (e la foto che la ritrae o la suggerisce). Ci si potrebbe chiedere: perché la panchina più particolarmente e non qualsiasi altro oggetto del mondo? Perché la panchina mi rilassa, mi consente di riposare, mi aiuta a meglio osservare ciò che ho intorno e al mio interno: uno stato d’animo interiore e il mondo circostante, me stesso e gli altri. Continua a leggere

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Da Pitagora alla Società 5.0. Verso un processo di valorizzazione del Patrimonio Umano

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Siena. Palazzo Comunale, Allegoria del Buon Governo (1338) di Ambrogio Lorenzetti

di Olimpia Niglio

Il contributo prende spunto da una serie di Lectures che l’autrice in questi mesi sta svolgendo in diverse istituzioni accademiche internazionali tra Asia ed America sul ruolo delle istituzioni e della comunità per lo sviluppo delle politiche culturali e la tutela del patrimonio del mondo.

Mai come oggi l’antica filosofia greca ci fornisce delle chiavi di lettura molto interessanti alla luce delle novità e delle opportunità che si prospettano osservando con attenzione il presente proiettato verso il futuro. E mai come oggi l’antica filosofia greca ci guida verso un nuovo ed interessante cammino umanistico in grado di mettere al centro il valore delle comunità e pertanto delle persone. Continua a leggere

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«Andreotti siamo noi, le nostre famiglie, lo Stato, il clientelismo». L’eterno odore di mafia. Dialogo con Attilio Bolzoni

 

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Attilio Bolzoni

di Antonio Ortoleva

A Palermo e in Sicilia, ai tempi della guerra di mafia, e ancora prima della notte dei lunghi kalashnikov, da una parte c’erano i giornalisti che davano le notizie cercando riscontro ai fatti. Non erano giornalisti antimafia, solo giornalisti in formato integrale, svolgevano il loro lavoro con scrupolo e senso di indipendenza. Accanto a loro, ce n’erano degli altri che intorpidivano o intorbidavano i fatti, che rivelavano verità parziali, che tendevano a camuffare o a negare qualsiasi rapporto tra i poteri criminali e il potere politico e della finanza. I primi, tranne eccezioni, non hanno fatto carriera, alcuni sono diventati celebri per via della bravura e del coraggio. Hanno rischiato la pelle, alcuni sono morti – otto i caduti siciliani nell’esercizio del dovere di informare l’opinione pubblica. Continua a leggere

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Manganelli non esiste (e se esiste è irreperibile)

 

panedi Antonio Pane

Il nome di Giorgio Manganelli ha un che di allarmante. Associando un santo guerriero, dunque piamente efferato, alle empie efferatezze del manesco utensile che soleva un tempo associarsi all’olio di ricino, ci mette sulla difensiva, ci fa rizzare il pelo, ci prepara al peggio. E il peggio puntualmente arriva: in forma di scritture altamente achtung, di congegni verbali da maneggiare con cautela, pronti a esploderci in faccia, a farci saltare in aria, a silenziarci per sempre. Continua a leggere

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Rais, padroni e faratici nelle tonnare di Tripolitania

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Tonnara, Marsa Zuaga (coll. famiglia Di Vita)

di Ninni Ravazza

Fin dalla seconda metà del XIX secolo Trapani è stato il porto di armamento delle tonnare mediterranee più importante del Paese. Avviati al tramonto, o già “spenti”, gli impianti “di corsa” palermitani (Solanto, S. Elia, Mondello, Trabia), e in grande sofferenza quelli della costa messinese (Oliveri, Milazzo), resistevano ancora le grandi tonnare “di ritorno” siracusane (Marzamemi, Santa Panagia, Pachino) ma anch’esse erano ormai avviate alla conclusione di una storia pluricentenaria. Continua a leggere

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Resilienza: l’azione umanitaria tra deresponsabilizzazione internazionale e ritorno al locale

copertinadi Lisa Riccio

Si può affermare che, durante quasi tutto il ’900, l’aiuto umanitario è stato dominato da un paradigma fondato su una lettura estremamente eccezionale delle crisi e della risposta che ne deriva[1]. Sin dalla sua prima codificazione, infatti, l’azione umanitaria ha costruito il proprio discorso attorno ad un nocciolo duro di princìpi etici ed operativi il cui uso strumentale era volto alla creazione di una spazio protetto, isolato e libero dalle influenze della politica, il cosiddetto spazio umanitario, in cui gli operatori potevano fornire un aiuto d’emergenza esclusivamente orientato alla soddisfazione dei bisogni creati ad hoc da una situazione eccezionale. Continua a leggere

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Maruzza e le altre. Le donne forti della Grande Emigrazione

copertina solodi Valentina Richichi

Taliàtilu, taliàtilu stu paisi, taliàtilu pi l’urtima vuota, picchì ccà nun ci turnamu cchiù [1]. Sono le parole di una madre ai propri figli all’alba della partenza per la Merica, parole gonfie di rassegnazione, rabbia e timorosa speranza per il futuro in terra sconosciuta. A pronunciarle è Maruzza, protagonista dell’omonimo romanzo di Vincenzo Muscarella (Edizioni Arianna, Geraci Siculo 2020), alla sua seconda impresa editoriale dopo Damiana, pubblicato nel 2017 [2].

Maruzza è il primo romanzo della trilogia “Tri Matri” che comprende Antunina e Marietta, di prossima pubblicazione. Continua a leggere

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“Le mani sulla città” di Rosi. Comunità, politica urbana, speculazione edilizia in Italia

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Abitazione INA-casa, quartiere Tiburtino, Roma

di Flavia Schiavo [*]

Il progetto INA–Casa nel dopoguerra italiano

La vicenda raccontata da Rosi ne Le mani sulla città, un film in bianco e nero del 1963 ambientato a Napoli, va esplorata considerando il complesso periodo italiano, contraddistinto in fase post bellica dalla Ricostruzione nazionale; dalle politiche di recupero e rilancio economico e dell’occupazione (che puntarono molto sull’edilizia); dal desiderio di superamento dell’esperienza della guerra e dal profondo senso di sconfitta e “perdita” insito in quella fase. Tra i vari interventi che puntarono alla risoluzione della crisi strutturale, il Piano INA-Casa. Continua a leggere

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State of Play. Uno sguardo possibile sul “mercato dell’immaginario”

copertinadi Giuseppe Sorce

Assistere allo State of Play significa andare a vedere a che punto siamo con l’immaginario. La lascio così questa frase. Sbilenca e dalla derivazione spiccatamente orale. Ci ho pensato a lungo, perché volevo il miglior incipit possibile per quella che deve essere una riflessione necessariamente breve, puntuale e con meno fronzoli possibile. Il punto è proprio questo: sviluppare uno strumento analitico (un linguaggio, in questo caso) adeguato al fenomeno preso in considerazione. Se vogliamo ragionare sul videogioco come medium siamo costretti a confrontarci in maniera preliminare con l’ardua missione di coniugare linguaggi di mondi all’apparenza distanti: il gioco virtuale, con tutta la trattazione psicoanalitica del caso [1]; Continua a leggere

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Subalternità sessuale, corpo femminile e controllo della natura: connessioni

 

efk_books_photodi Laura Sugamele

Il movimento delle donne tra ecologia e ambientalismo

Dalla seconda metà degli anni Ottanta, l’incrocio tra pensiero femminista e attivismo in ambito ecologico, condusse a focalizzare il dibattito del periodo attorno alla questione di una espansione dello sfruttamento tecno-economico sullo ambiente. A quel tempo, il disastro nucleare di Černobyl avvenuto il 26 aprile del 1986, venne ridotto dall’opinione pubblica e dai mass media in generale come un incidente. Continua a leggere

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Cronache di agosto in Vaticano

sirspa_20200810110827668-755x491di Marcello Vigli

Una sentenza, che ripristinasse l’equilibrio raggiunto con la legge 194 sull’aborto, era attesa da molti. Della sua approvazione dà notizia, con evidente soddisfazione, il ministro Speranza. Tale ripristino, duramente contestato dagli antiabortisti, rappresenta una vittoria per la legalità repubblicana e non, come sostiene Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la vita italiano, per «la logica individualista, che trionfa nel falso mito abortista dell’autodeterminazione della donna, si estende a tutte le relazioni umane fino a recidere le più elementari forme di solidarietà – di cui l’accoglienza del figlio nel grembo della mamma è primordiale modello – e finisce per ritorcersi contro la donna stessa vittima anche lei quanto suo figlio». Continua a leggere

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Per uscire migliori dalla pandemia. Prove di resistenza

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Cabras, Festa di S. Salvatore, Corsa degli scalzi (ph. Massimo Serra)

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di Pietro Clemente

Orti e creatività

Una estate pesante. Caldissima. Intrecciata con nuove stime di contagio e di crescita di esso. Con nuovi negazionismi e vecchie e proterve pretese che dopo il virus, per rilanciare l’economia, si debba costruire sulle coste, si debbano inquinare i fiumi, insomma qualcosa tipo Trump o il Bolsonaro. Naturalmente la colpa di tutto è degli sbarchi. Tanto che ha circolato una vignetta in cui in piazza Duomo a Milano c’è il mare e ci sono le navi. Tanto per dire che il contagio in Italia viene dalla Lombardia non dall’Africa. Continua a leggere

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“Ci hanno salvato le api”. Rinascita, resistenza e giri di boa tra Niguarda e i quartieri del Nord Milano

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Milano, Ortocomune, il Mandala di insalate

il centro in periferia

di Alessandra Micoli

In un momento in cui, usciti timidamente di casa dopo uno stretto e pesante lockdown, si prova a descrivere che cosa ne sia dei territori del Nord Milano, torna utile tenere a mente alcuni loro elementi distintivi, storici e culturali, nei quali ci si è spesso imbattuti, nel lavoro di Ecomuseo, a Niguarda ma anche in altri quartieri dal passato in parte analogo, come Bovisa, Dergano, Affori. Continua a leggere

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Un’estate nel Fortore molisano al tempo del covid-19. Note antropologiche

cpeertinail centro in periferia

di Antonio Fanelli

King Kong a Jelsi: la festa del grano in onore di S. Anna al tempo del covid-19

Nella settimana di ferragosto, da buon emigrante, sono tornato in Molise per trascorrere le ferie estive al mio paese (Riccia, in provincia di Campobasso) e ho toccato con mano quanto le restrizioni sociali dovute alla diffusione del covid-19 abbiano minato l’energia creativa dei borghi molisani che resistono ormai da alcuni decenni alla crisi demografica. Lo spopolamento non aveva finora intaccato il reticolo di feste locali che ha fatto da collante fra “chi parte” e “chi resta”; anzi, la persistenza e il pullulare delle feste è un dato decisamente incoraggiante nella zona del Fortore, dove invece altri indicatori sono gravemente negativi, vista la capacità di gruppi di giovani di crearne delle nuove e soprattutto di prendere le redini dei comitati religiosi includendo nel programma laico eventi di natura diversa in grado di coniugare le aspettative della comunità residente, degli emigrati di ritorno e di persone e amici dei paesi limitrofi. Continua a leggere

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I piccoli paesi e il (non) senso della statistica

 

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Francesca col cane (ph. B. Adriani)

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di Settimio Adriani

Da molto tempo seguo con regolarità e vivo interesse una rivista online che si occupa dei paesi di montagna. Di quegli ambienti e delle sue comunità esamina autorevolmente i problemi e le prospettive, racconta le reti di ricerca e monitoraggio attive, espone i bisogni e le dinamiche in atto, le politiche di sostegno e rilancio, le aspettative delle popolazioni, gli obiettivi e i trend, le esperienze di ritorno e restanza, i progetti nazionali e transnazionali in corso e auspicati. Continua a leggere

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Terre sane. Il distanziamento da problema a opportunità per le aree interne

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Pietrabbondante, prov. Isernia (ph. Pazzagli)

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di Rossano Pazzagli

Nel corso del Novecento, con l’affermarsi del modello industriale e della società urbanocentrica basata sui consumi, gli italiani sono scesi a valle, discesi inesorabilmente verso le pianure e il mare. Soprattutto dopo la metà del secolo il grande esodo, descritto magistralmente da Nuto Revelli ne Il mondo dei vinti, ha visto il massiccio trasferimento di persone dalle pendici e dalle vallate verso le aree urbane, dove la fabbrica fordista e l’organizzazione taylorista del lavoro rendevano indispensabile la manodopera per l’Italia del boom. Continua a leggere

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Per un Atlante delle esperienze territoriali più innovative

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di Silvano Sabbatini

Agile ma denso, il testo di Luca Martinelli, L’Italia è bella dentro. Storie di resilienza, innovazione e ritorno nelle aree interne (Altreconomia 2020), ci introduce alla conoscenza di alcuni casi di intervento da parte di enti pubblici o privati, a sostegno delle “terre fragili”, quelle nel nostro Paese più lontane dai centri urbanizzati; zone collinari o montane ad economia silvo-pastorale, vittime ormai da decenni di uno spopolamento talvolta al limite dell’abbandono. Tra questi interventi spicca soprattutto la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), una “intuizione” di Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale nel governo guidato da Mario Monti (2014), con la quale si è voluto mettere «a disposizione dei territori marginali risorse dello Stato italiano e comunitarie, nell’ambito dei fondi strutturali per le politiche di coesione territoriale». Continua a leggere

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Sui musei etnografici piemontesi in area alpina al tempo del Covid-19

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Elva (Cn), Museo di Pels (dei caviè, dei capelli) (ph. Mondo)

il centro in periferia

di Diego Mondo

La presente riflessione prende spunto dall’attuale emergenza sanitaria e intende porre l’attenzione su alcune questioni riguardanti i musei etnografici e le infrastrutture rurali per lo più uscite dal circuito produttivo e d’uso sociale ed oggi enucleate nel perimetro delle politiche di recupero e di valorizzazione. Continua a leggere

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Un sillabario per una Nuova Italia

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di Antonino Cusumano

Leggere e scrivere dopo l’esperienza pandemica sembrano essere diventate posture e pratiche in qualche modo mutate di segno e di senso. È come se l’attraversamento di questa totalizzante e drammatica prova di forte impatto fisico e psicologico abbia provocato l’implosione delle parole, la loro rovinosa destrutturazione. Di “crisi della parola” aveva già scritto in Vere presenze nel 1998 il grande critico George Steiner che aveva definito “il tempo dell’epilogo” (una parola che ospita il Logos) il nostro vivere immersi nel collasso dei significati, nella loro torsione ideologica, negli astratti giochi della decostruzione che hanno spezzato i legami tra parola e mondo. Non può che cominciare dunque dal linguaggio qualsiasi moto di riflessione critica e di rigenerazione culturale, dalla radice filogenetica del nostro essere nel mondo, dalla lingua cioè che unica ermeneutica della realtà «non conosce finitudine concettuale o proiettiva». Continua a leggere

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Il paese secondo Gesualdo Bufalino

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di Nicola Grato

Nel guscio dei tuoi occhi/ sverna una stella dura, una gemma eterna./ Ma la tua voce è un mare che si calma/ a una foce di antiche conchiglie,/ dove s’infiorano mani, e la palma nel cielo si meraviglia./ Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola…/ T’amo come un paese. Gesualdo Bufalino, L’amaro miele

 «Ma se nei lunghi anni che ho vissuti finora, ho fatto così brevi viaggi e soggiorni; se ho dormito non molto più di mille notti fuori dal medesimo letto; non mi sento perciò di lodare nessuna ostrica malavogliesca: a star fermi o a camminare ciascuno avrà avuto le sue ragioni. Continua a leggere

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Storia di una foto

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La foto restaurata da mia madre

il centro in periferia

di Linetta Serri

Se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo Thomas Mann

Sono giornate strane, tutti chiusi a casa. Un pericolo invisibile incombe su di noi. La TV ci inonda di notizie micidiali sulla terribile espansione del virus. Un crescendo di contagiati, gli ospedali si riempiono all’inverosimile di malati. E i morti sono così tanti, in brevissimo tempo, che i cimiteri non sono più in grado di ospitarli tutti. I camion militari che trasportano altrove la bare rimarrà in tutti noi come una delle immagini più spaventose. Continua a leggere

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Emigrazione e fobie italiane in epoca di Covid 19

Milano, controlli ai passeggeri

Milano, fuga dal nord, 7 marzo 2020

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di Aldo Aledda [*]

Il fenomeno pandemico che ha investito nei mesi scorsi l’Italia ha finito, com’è noto, per incidere maggiormente sui segmenti più fragili della realtà nazionale, nel nostro caso i flussi migratori, e ciò è avvenuto in almeno due direzioni. La prima riguarda gli stranieri immigrati nel nostro Paese; la seconda i nuovi expat, ossia gli italiani emigrati più di recente all’estero o dal sud della Penisola verso le regioni del Nord Italia. Continua a leggere

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Il flit di Bosa e le “code” pandemiche

 

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Oggetti trovati in casa abbandonata nel bellissimo paese fantasma di Costa di Soglio (GE). In alto a sinistra si può notare un polverizzatore di DDT (ph Luca Bertinotti, novembre 2016)

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di Luca Bertinotti

Recita un vecchio ritornello inauditamente feroce [1]: «Ammazza la vecchia col flit», cui i più spietati “compositori”, spesso e volentieri, aggiungono: «E se non muore… col gas!». Il motivetto si è diffuso in Italia nel Dopoguerra, giungendo fino ai giorni nostri, rinverdito da una celebre scena di un film di animazione [2] degli anni Ottanta, che viene ancora oggi trasmesso con una certa frequenza sui canali televisivi. Continua a leggere

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La funzione curativa della letteratura al tempo delle pandemie. Boccaccio, l’onesta brigata e un mazzetto di basilico

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Maestro dello Scambinato di Rouen (1460 c.), La compagnia dei giovani siede nel giardino mentre a Firenze infuria la peste, Parigi, Bibliothèque Nationale de France, Ms. Fr. 129, c. 1r

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di Valerio Cappozzo

Con l’avvento della pandemia è ritornato in auge uno dei classici più noti della letteratura italiana scritto in occasione della peste del 1348. Negli ultimi mesi sul Decameron sono state organizzate letture pubbliche, conferenze accademiche, oltre a riedizioni del testo e filmati che hanno preso spunto da una o più novelle.

Contravvenendo a ogni decreto comunale che vietava assembramenti, nel libro trecentesco Boccaccio fa incontrare in un luogo pubblico dieci giovani, sette donne e tre uomini non congiunti tra di loro, i quali decidono «per loro somma consolazione, in tanta turbazione di cose» (I, I, Introduzione § 79) di trovare conforto raccontandosi delle storie in un luogo ameno e isolato dalla città. Continua a leggere

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Vulnerabilità invisibili. I migranti forzati ai tempi del Coronavirus

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di Chiara Dallavalle

La pandemia da COVID-19 ci ha costretto, nel bene e nel male, a modificare il nostro sguardo sul mondo. L’umanità ha dovuto, forse per la prima volta da diversi decenni, ripensare a sé stessa e agli scenari futuri in modo completamente nuovo, rivedendo tutte quelle certezze che fino a questo momento avevano costituito punti fermi inalienabili. Continua a leggere

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L’Italia vista da Bologna

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Bologna (ph. Paola Barbuzzi)

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di Lella Di Marco

Io non sono triste – io non sono allegra – io non gioisco – io non soffro, perché io non sono nessuno – io non conto nulla. Perché improvvisamente sono colta da crisi di panico che mi paralizzano? Perché tutte le mattine mi sveglio con le lacrime agli occhi? Se ho perso il lavoro, se non ho prospettive come mantengo me e i miei figli? Continua a leggere

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I riti della pandemia

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Vico Equense (ph. Giuseppe Carotenuto)

di Giovanni Gugg

Ogni disastro ha un carattere totalizzante che, oltre al dolore e alle perdite, causa disordine a livello spaziale, morale e sociale. Ogni disastro sconvolge i luoghi e le comunità che li abitano perché accanto ai propri cari si smarriscono i riferimenti territoriali e le relazioni sociali, per cui determina un disagio a stare in un luogo o in una situazione. Continua a leggere

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Antropologia, avvenire e catastrofe

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di Dario Inglese

«Ricordo ancora benissimo le tue lezioni, quando dicevi che il nostro cervello non registra la realtà, ma la ricostruisce, in qualche modo la crea… Dicevi che c’è qualcosa, là fuori, ma che la sua struttura è costruita dai nostri neuroni, che la elaborano a partire dalle percezioni e poi ce la raccontano a modo loro… Ecco, a volte spero che tutto questo […] non sia davvero la realtà, ma solo una nostra costruzione, una storia che ci siamo inventati, un nostro incubo…» Continua a leggere

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Ripensare il progresso senza rinunciare alla tecnologia

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di Orietta Sorgi                                 

Che il progresso si configuri come una linea retta in continuo accrescimento è una costante presente in tutta la cultura europea e americana a partire dall’Ottocento liberista e positivista. E che questa tendenza fosse nata già nel Rinascimento con l’esaltazione dell’uomo al centro dell’universo, in grado di trasformare la realtà circostante attraverso gli strumenti della ragione e dell’intelligenza, è anch’essa una premessa ineludibile. Con la differenza che se in passato tutta la tradizione umanistica affermava il successo delle arti e delle lettere, ma anche della filosofia e del diritto, a riprova della supremazia dell’uomo, nella modernità invece, con l’avvento della rivoluzione industriale, la stessa priorità viene assegnata al settore tecnologico, frutto di quell’accelerazione costante nel campo delle scoperte scientifiche che aveva finito col determinare una fiducia incontrastata nelle potenzialità del progresso. Continua a leggere

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Solidarietà intermittente

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Steinlen, Les deux Amis, 1917

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di Riccardo Talamo

Sono giorni di caldo. Clima torrido sulla nostra pelle che scommette sui soliti “noliti” e frasi fatte, una stagione prevista che come ogni anno dà avvio ai soliti disastri. Si potrebbe calcare la mano sui cambiamenti climatici, domandarsi se le montagne che bruciano puntualmente attorno a noi sono un effetto collaterale o il puntuale cadeau di criminali allo sbaraglio o, per esempio, come mai su Palermo cada tanta acqua da inabissare l’arteria stradale nel giro di poche ore. Sarebbe senz’altro il momento di cercare le relazioni climatiche che hanno accelerato i grandi disastri del 2020, incendio in Australia su tutti. Invece no. A noi per ora ci piace il COVID. Continua a leggere

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Covid-19 e lavoro antropologico di cura

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di Piero Vereni

Nel suo intervento al primo webinar SIAC della serie «Pandemia e accelerazione digitale» del 29 giugno 2020, Berardino Palumbo ha fatto notare che la sanitarizzazione del fieldwork potrebbe rendere di fatto impossibile condurre ricerca con le modalità tipiche dell’etnografia e citava come esempi il Kaiko degli Tsembaga Maring raccontato da Roy Rappaport e la Vara di Messina raccontata dallo stesso Palumbo, feste che coinvolgono migliaia di persone anche e soprattutto perché sono eventi comunitari in cui non è chiaro quale sia il confine tra attori e spettatori. Come si fa a fare etnografia di una pratica collettiva aggregante ma sospesa, interrotta o, dio non voglia, estinta? E se fossi un dottorando? Se la mia carriera professionale (e quindi anche lavorativa) dipendesse da questo tipo di dato, una volta che si è volatilizzato nell’empireo digitale, cosa posso fare per salvare il campo? Continua a leggere

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The loneliness behind the mask. The time after covid19 in NYC

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New York (ph. Sandro Battaglia)

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di Sandro Battaglia [*]

These days, we have arrived at a point in which we are asked to do only one thing, more or less. Wear a mask!

While mask wearing is easy enough, it is unrealistic to expect perfect compliance with that request. However, when one sees masks worn, the sense of community with our fellow citizens is heightened. Community with our family and friends and even with strangers. Continua a leggere

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La mascherina, la cornice del nostro sguardo

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Face-masks Covid 19 (ph. Di Donato)

il mondo delle mascherine. Immagini

di Michele Di Donato

Quanto è cambiato il modo di guardarsi, di accorgersi dell’altro in questi giorni di pandemia?

Guardarsi negli occhi era diventato un atto ostile, generava imbarazzo. A volte erano sufficienti la fretta, lo stress, il ruolo per impedirci di vedere che gli occhi del nostro interlocutore stavano per mettersi a piangere o esplodere in un sorriso. Continua a leggere

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La maschera proibita riabilitata dal virus

il mondo delle mascherine. Immagini

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Palermo (ph. Nino Giaramidaro)

di Nino Giaramidaro

“‘Nfaccialati, eccellenza, erano tutti ‘nfaccialati”. L’omertà siciliana e mafiosa si disvelava con questa formula antica di secoli. La diligenza Wells & Fargo galoppava con dietro, sino all’arrivo dei “nostri”, un nugolo di Colt 45 e relativi detentori, tutti travisati da abbondanti fazzoletti. “O la borsa o la vita” è una frase che non so sia mai stata detta, però si adatta bene al “Passo dei ladri” di Trapani che evoca mascherati ben appostati. E tutti quelli che riposano nella memoria: Rocambole, Fantomas, l’Uomo Mascherato, Mandrake, Zorro. Alcuni senza camuffamento ma è come se l’avessero. Ed eserciti di fuorilegge rassicurati nell’azione dalla maschera. Continua a leggere

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Mascherine da lavoro, mascherine da passeggio

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Palermo (ph. Nino Pillitteri)

il mondo delle mascherine. Immagini

di Nino Pillitteri

Il 2020, l’anno del COVID-19, del lockdown, ha segnato tutti. Dal 18 maggio, dalla fine dell’autoisolamento a casa, si è ripreso ad uscire. I TG hanno dato, subito dopo la riapertura, notizie in merito alla movida in varie città italiane. Un must è l’uso della mascherina per entrare nei locali pubblici, negozi, centri commerciali. Il suo impiego obbligatorio si aggiunge al distanziamento fisico e all’igienizzazione costante delle mani. Continua a leggere

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Io, la mia macchina fotografica e il mondo dentro e fuori casa

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Calamonaci (ph. Francesca Riggi)

il mondo delle mascherine. Immagini

di Francesca Riggi

Le quattro mura di casa, la mascherina, i guanti, gli igienizzanti, il computer, la tv, i miei familiari sono la mia seconda pelle in questi ultimi mesi di pandemia. Mesi di solitudine affollata.

Io a casa e con me il mondo virtuale che, ogni giorno, impone la sua presenza con la paura del virus, del presente e del futuro incerto. Il passato, improvvisamente, con la sua pesante assenza, diventa bello. Continua a leggere

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Il sorriso ha l’oro in bocca

il mondo delle mascherine. Immagini

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© Giuseppe Sinatra

di Giuseppe Sinatra

«Se sei muto ridi con gli occhi, se sei cieco ridi con la bocca. Se sei muto e cieco c’è ben poco da ridere» Roberto Freak Antoni

 Ogni giorno, un buongiorno, un saluto – gesto tipico degli angeli, solevano dire i nonni – per una buona convivenza con il prossimo, segno di giovialità e, perché no, di educazione. Il cuore è legato all’anima, l’anima è legata al viso, la cordialità è tutta una questione di abbraccio con il mondo. Cordialità vuol dire essere “legato con il mondo”. Ma oggi chi se ne accorge più, a chi importa più? Continua a leggere

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La scultura: uno scheletro che avvolgo di emozioni

per Consagra

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Copertina del catalogo della mostra Diario Frontale, Milano 1995

di Giuseppe Appella

Nel 1983, in Giornale di manovra, uno dei tanti libretti che hanno costellato la sua lunga attività e sono stati utili per commentare, chiarire e teorizzare il suo lavoro e quello di altri artisti di tutti i tempi, Pietro Consagra affermava, senza falsa modestia:

«Sono sicurissimo di essere il più bravo scultore. Il più bravo degli italiani, degli europei e non parliamo poi degli americani che sanno cosa sia la scultura solo per sentito dire. Sono più bravo e lo sento come Leonardo lo sentiva di se stesso. Voglio dire che sono il più bravo dei miei contemporanei, che non mi affascina nessuno. Bravo nel senso di avere la scultura come uno scheletro che avvolgo di emozioni». Continua a leggere

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Omaggio a Pietro Consagra

  per Consagra   

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Consagra a dx con Ludovico Corrao e Ignazio Buttitta, a sx Nino Buttitta

di Francesca M. Corrao

La magia

Una scultura/ per essere magica/ è lo scultore/ che deve essere/ magico/ se non c’è magia in sè/ non si può trasmettere/ nella materia disponibile/ credere è inventare/ non c’è invenzione/ senza immaginazione/ si inventa l’inesistente/ si può credere all’Inesistente/ la fede è basata/ sul credere in ciò/ che non esiste/ ma che è possibile/ e desiderato/ la magia sta/ nel fare diventare/ indispensabile/ l’inesistente [1] (Pietro Consagra). Continua a leggere

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Consagra scenoscultore: fra Mazara e Gibellina

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Scenografia della Città di Tebe, sulla scalinata antistante la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma 1989

per Consagra

di Giovanni Isgrò

In occasione del centenario della nascita di Pietro Consagra, nel dedicare al grande Maestro alcune mie personali riflessioni sulla sua originale figura che a me piace definire di “scenoscultore”, non posso non sottolineare come alla base dell’invenzione artistica e del lavoro tecnico tendenti al sublime, vada riconosciuta la dimensione di un uomo semplice, attraversato dal bisogno di riscatto sociale da quell’origine povera che tuttavia gli diede forza per raggiungere la soglia dell’arte. Continua a leggere

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Il segno in Pietro Consagra

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Copertina del catalogo di una mostra a Roma, 1985

per Consagra

di Paola Nicita

Pietro Consagra ha rivoluzionato la scultura reinventandone il centro, azzerandone i volumi, riscrivendo il rapporto tra oggetto e soggetto. Ha modificato il senso della visione, la geometria dei valori e delle scale gerarchiche, limando concettualmente, ancor prima che concretamente, quelle superfici e quelle teorie d’architettura sottese alla costruzione dell’immagine – sia essa tridimensionale, ma anche bidimensionale – che hanno avuto la loro ragion d’essere nelle opere e nell’ingegno degli artisti della storia dell’arte, o meglio delle storie dell’arte. Continua a leggere

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