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Sulla cultura araba delle origini. Percorsi linguistici

copertina di Francesca Morando

Spesso quando si parla non si presta attenzione alla grande valenza culturale che le singole parole veicolano da lungo tempo. In certi casi i termini possono essere molto antichi, superando il tempo, la geografia e le civiltà che li crearono, rivestendo ancora oggi il veicolo linguistico e culturale di simboli e significati.

Assodata la stretta simbiosi tra lingua e cultura, questo breve contributo, è quindi soltanto una considerazione di natura filologica, in particolare riguardo a qualche esempio specifico che viene fornito dall’arabo ma che rimanda a studi ben più approfonditi di natura antropologica e linguistica.

Civiltà e cultura

Inizialmente il significato della parola civiltà, che riprende la sacralità della fondazione delle città delle popolazioni antiche, si può riassumere principalmente come la netta differenza che intercorreva tra l’insediamento di individui riuniti, per questioni politico-militari, in agglomerati societari, in base a profondi rituali sacri e magico-religiosi, e i gruppi umani residenti in semplici villaggi nelle campagne, privi di importanza strategica ma indispensabili per il rifornimento alimentare delle proto-città. Tale spiccata demarcazione implicava un innovativo riassetto sociale, religioso ed economico in cui il nuovo centro urbano diveniva sacro, insieme al sovrano, non potendo che dominare il disordine della natura, al di là delle mura cittadine.

Nel caso delle società nomadi arabo-beduine, l’organizzazione politica, militare, sociale, religiosa, economica e culturale si realizzava in maniera ulteriormente diversa, seguendo generalmente altre norme societarie (distinte da quelle dalle genti urbane e rurali), riconducibili propriamente alla vita pastorale nomade, di molti popoli semitici. Risulta però interessante notare che in arabo il termine civiltà sia traducibile primariamente con la parola ḥaḍāra (حضارة), ma anche cumrān  [مران) [1) e madaniyya [مدنية) [2): le prime due connesse con la radice semantica della “presenza fisica”, nonché dello “sviluppo” e della “sedentarizzazione”, mentre la terza  radice con quella della “città”.

Non a caso il termine latino cīvīlĭtās, così come quelli arabi succitati, identificavano effettivamente i modelli di vita urbana nonché l’idea del progresso con la concezione di civiltà. I nomadi infatti avevano una conoscenza diretta delle città, dal momento che mantennero, nel corso dei millenni, continuativi e necessari contatti carovanieri, per il rifornimento degli insediamenti urbani dell’antichità (Garbini e Durand, 1994: 59) [3], riconoscendo negli agglomerati cittadini strutture dissimili dalle proprie, alle quali, ciò nonostante, varie società beduine si conformarono, sedentarizzandosi nel tempo.

Beduini

Beduini

Il termine italiano cultura deriva dal verbo latino colĕre, che ha sviluppato i campi semantici di “coltura”, “cultura” e “culto”. La parola è permeata in varie lingue, essenzialmente con queste accezioni filologiche, esprimendo almeno due valenze ben distinte: in moderni termini antropologici, per cultura vengono intesi sia le risposte che una data società fornisce ai bisogni materiali sia spirituali per se stessa, inoltre l’antica l’espressione latina cultura animi, indica ancora adesso la produzione letteraria e artistica di una collettività, come ricorda anche Mezzadri (2003:  235).

Tutti coloro che hanno affrontato lo studio delle lingue classiche hanno avuto esperienza di un accostamento alla cultura (e alla lingua che veniva appresa attraverso la letteratura) inteso esclusivamente come incontro con gli autori, con i testi letterari, filosofici, storici. I testi risultavano essere fonte di spunti per riflessioni su modelli culturali che proponevano prevalentemente questioni di tipo etico, senza particolare interesse per la cultura di tutti i giorni, per il dato antropologico o sociologico [4].

In arabo il termine risulta sostanzialmente traducibile con la parola taqāfa [ثقافة) [5), che esprime fondamentalmente i significati di cultura animi e “cultura, civiltà”. Una considerazione interessante risiede nel commento del Corano [6] dello šayh Gabriele Mandel Hān (2004,682) in cui riferisce che nell’Islam esistono due categorie di “ignoranti”:

quello che non ha istruzione, l’illetterato ˀummī (أمي); e quello che è moralmente mancante, non possedendo sentimenti di bene e senso religioso, o che vive stoltamente ğāhil (جاهل).

Quanto sopra affermato però non smentisce l’idea per cui non esiste individuo privo in maniera assoluta di cultura (ovvero l’insieme di usi, credenze e valori nei quali gli individui di una società si identificano). Di conseguenza ogni gruppo umano elabora ed esprime il proprio bagaglio concettuale (che può influenzare altre culture e da queste esserne influenzato), anche in maniera molto diversa da altri gruppi umani e dunque non esiste un modo “corretto” o “migliore” di interpretare la realtà, in base ai principi del relativismo culturale. In questo caso i valori morali sono dei modelli relativi; i costumi trovano giustificazione dove sono stati concepiti; non esiste un sistema universale di ideali, poiché per ogni società questi si definiscono come tali e non sempre corrispondono agli stessi valori di un’altra società.

In questa cornice si inserisce una piccola riflessione linguistica sull’arabo in contesto beduino, dal momento che, come ricorda Boas, la lingua è uno strumento che riflette la cultura ed entrambe esercitano reciprocamente un forte potere influenzante.

Ğinn

Ğinn

I beduini

Gli abitanti delle lande semi-desertiche del Medio Oriente e della Penisola Araba sono i beduini da almeno duemila anni, i quali possono essere definiti come “arabi”, in quanto sono i «detentori della lingua araba» (Anghelescu, 1993:6) [7]. Il termine che designa la lingua al-carabiyya (العربية), proviene dalla radice c-r-b  che al contempo fornisce sia il verbo  ˀacaraba (أعرب) “parlare chiaramente” sia  l’etnonimo carab (عرب) “arabi”, il quale, a sua volta si ricollega ad ˀacarāb (أعراب) che anticamente significava “beduini” (Mion, 2007: 23) [8].

Con la vita precaria del deserto, fatta di razzie, combattimenti, uccisioni e rappresaglie, la cosa fondamentale era la sopravvivenza delle tribù, divise in clan o hamsa [ﺧﻤﺴـة) [9). La continuazione della collettività era concepita spesso a scapito del singolo individuo, tanto è vero che, per esempio, valeva la “regola del hamsa” per quanto riguardava la vendetta. Si trattava di una rivalsa “trasversale”, adottata in caso di assassinio, che implicava, a titolo di risarcimento –  in alternativa alla diya (دية), “prezzo del sangue”–, l’eventuale uccisione, da parte della famiglia offesa, del reo stesso o di un membro maschio della famiglia rivale. Questa vera e propria “vendetta trasversale” poteva essere applicata fino al secondo grado di parentela (comprendenti i nonni, il padre, i fratelli, i figli o i nipoti), qualora non fosse stato possibile colpire direttamente il colpevole.

Da questa contestualizzazione, in cui l’onore del gruppo sociale aveva la priorità sull’individuo, si capisce come mai l’identità personale era quasi ignorata e, ancora oggi, in arabo si ritrovano espressioni che indicano in determinate locuzioni il riflessivo stesso, per esempio, utilizzando i termini: cayn (عين) “occhio”; nafs (نفس) “anima” (Veccia Vaglieri, 1937: 92) [10]  o similari come rūḥ (روح) “spirito”[11]. Peculiari risultano inoltre altre caratteristiche personali, in cui alcuni modi di dire, articolati con ẓill (ظل) “ombra” e dam (دم) “sangue”, rendono “l’essere simpatico/antipatico”.

Volendo fare un confronto rispetto all’eredità linguistica classica, il singolo gode concettualmente di una certa centralità ed entità ben definita (anche per via del valore assegnato alla persona giuridica), confermata quindi, per esempio, dalle parole identità (da idem, “cosa uguale”); persona (dal greco, “viso dell’individuo” e “maschera teatrale”); individuo, “indivisibile”.

Un ulteriore tratto linguistico, senza dubbio culturale, è la resa in arabo classico (e standard) della distinzione maschile ≠ femminile, nelle coniugazioni verbali, dove si ritrovano forme caratteristiche per la seconda e terza persona femminile singolare e plurale. A questo proposito, risulta essere un fenomeno degno d’attenzione il fatto che, con la modernizzazione della società, molti dialetti arabi abbiano soppresso, per esempio, nella coniugazione verbale il plurale femminile, conformandolo al plurale maschile, sebbene questa regola non sia valida nel dialetto bengasino [12], la cui cultura di appartenenza discende spiccatamente da quella beduina, prevedendo la rigida separazione sociale delle donne dagli uomini, ancora oggi.

Maǧnūn wa Leyla

Maǧnūn wa Leyla

Concludendo la piccola rassegna linguistico-culturale, l’ultimo esempio, di matrice araba beduina ma diventato un capolavoro della letteratura persiana, è la storia romanzata su fatti realmente accaduti di “Leyla e Maǧnūn” (in arabo “Maǧnūn wa Leyla”, [13] (مجنون و ليلى  ), in cui il protagonista, ˀImruˀ al-Qays ibn Ḥuǧr al-Kin (إمرؤ القيس ابن حجر الكندي),  dedicando dei versi all’amata Leyla, pur non essendo sposati, condanna i due all’impossibilità di contrarre matrimonio, a causa delle rigide leggi tribali (che vietavano la dedica di poesie amorose fra chi non fosse sposato) e a lui a sprofondare nella pazzia, quando Leyla viene sposata a un altro uomo (م. المحمودي   2005:85. ). Maǧnūn infatti in arabo significa «posseduto dai ǧinn; ossesso; pazzo; folle; matto» (Traini, 1966: 175) [14] in cui è facile riconoscere i caratteristici «esseri intermedi tra uomini ed angeli; spiriti; folletti» (Traini, 1966: 175) [15], custodi di elementi naturali come fonti, rocce, etc… che potevano essere sia benevoli che malevoli, conosciuti in italiano come geni, i quali sono sfidati nel Corano, insieme agli uomini, a produrre «un’opera miracolosa» simile al Libro Sacro dell’Islam (Corano, II: 23-24; XVII: 88; LXXII: 1, 5-6; CXIV: 6).

 Dialoghi Mediterranei, n.13, maggio 2015
Note

[1]    Traini, IPO, Roma, 1966: 974
[2]  Civiltà, incivilimento, cultura. In Vocabolario arabo-italiano di Renato Traini, IPO, Roma, 1966:1391. Inoltre: civilization. A Dictionary of Modern Written Arabic, H. Wehr, Otto Harrassowitz, Wiesbaden, 1961: 899.
[3]    Garbini G., Durand, O., Introduzione alle lingue semitiche,  Brescia, Paideia Editrice,  1994: 59
[4]   Mezzadri, M., I ferri del mestiere. (Auto)formazione per l’insegnante di lingue, Perugia, Guerra Edizioni 2003: 235
[5] Intelligenza; penetrazione; educazione; formazione spirituale, intellettuale; cultura; erudizione. Vocabolario arabo-italiano Renato Traini, IPO, Roma, 1966: 131. Inoltre: culture; refinement; education; (pl. -āt), culture; civilization. A Dictionary of Modern Written Arabic, H. Wehr, Otto Harrassowitz, Wiesbaden, 1961: 104.
[6]    Mandel Hān, G. šayh (a cura di), Il Corano,  UTET Libreria, Torino, 2004: 682
[7]   Anghelescu, N., Limbaj şi cultură în civilizaţia arabă. Editura ştiinţifică şi  enciclopedică, Bucareşti, trad. it.a cura di    M. Vallaro, Linguaggio e cultura nella civiltà araba, Torino, Edizioni Silvio Zamorani, 1993: 6.
[8]   Mion, G.,  La lingua araba, Roma, Carocci, 2007: 23.
[9] Braegger, B., Legal Systems Very Different From Ours – Fall 2013. http://www.daviddfriedman.com/Academic/Course_Pages/Legal_Systems_Very_Different_13/LegalSysPapers2Discuss13/Bedouin_Law.htm (09 marzo 2015).
[10]   Veccia Vaglieri, L., Grammatica teorico-pratica della lingua araba, volume I, Roma, Istituto per l’Oriente, 1937: 92
[11]   Anche nei dialetti è possibile ravvisare usi similari. Per esempio l’espressione bengasina brūḥī potrebbe essere l’esatta corrispondenza dell’inglese by my self  “-da- solo”.
[12]   Cfr Durand, O., Dialettologia araba,  Roma, Carocci, 2009. Il bengasino non è l’unico dialetto sedentario di matrice beduina che attua tale differenziazione. È stato riportato come modello perché chi scrive ne ha avuto esperienza diretta, avendo vissuto in Libia, a Bengasi.
[13]   85:2005, Dar Comboni: il Cairo.  م. المحمودي   الطريق إلى اللغة العربية
[14]   Vocabolario arabo-italiano di Renato Traini, IPO, Roma, 1966: 175.
[15]   Ibidem: 174.
 
Riferimenti bibliografici
Dar Comboni: il Cairo. م. المحمودي (2005). الطريق إلى اللغة العربية السنة الثانية
Ahmed, L., (1993), Woman and Gender in Islam-Historical Roots of a Modern Debate,  The American University in Cairo Press.
Anghelescu, N. (1986), Limbaj şi cultură în civilizaţia arabă. Editura ştiinţifică şi  enciclopedică, Bucareşti, trad. it.a cura di M. Vallaro, (1993), Linguaggio e cultura nella civiltà araba, Torino, edizioni Silvio Zamorani.
Braegger, B., Legal Systems Very Different From Ours – Fall 2013. http://www.daviddfriedman.com/Academic/Course_Pages/Legal_Systems_Very_Different_13/LegalSysPapers2Discuss13/Bedouin_Law.htm 09 marzo 2015.
Durand, O., (2009), Dialettologia araba, Roma, Carocci.
Gabrieli, F., (1967), La letteratura araba, Milano, Firenze ,ed Accademia.
Garbini G., Durand, O., (1994), Introduzione alle lingue semitiche, Brescia, Paideia Editrice.
Mandel Hān, G., šayh (a cura di), (2004), Il Corano, UTET Libreria, Torino.
Mion, G. (2007), La lingua araba, Roma, Carocci.
Traini, R. (a cura di) (1966), Vocabolario arabo-italiano, Roma, Istituto per l’Oriente.
Veccia Vaglieri, L. (1937), Grammatica teorico-pratica della lingua araba, volume I, Roma, Istituto Per l’Oriente.
Wehr, H., (1961),  A Dictionary of Modern Written Arabic, Wiesbaden, Otto Harrassowitz.

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Francesca Morando, figlia dello studioso Gianni (autore, tra l’altro, di studi su Chiaramonti medioevale e la Contea di Modica e La struttura dell’universo), laureata alla Sapienza con il massimo dei voti, in Dialettologia araba (relatore O. Durand), insegna arabo presso varie strutture sia pubbliche che private; è traduttrice giurata di lingua araba presso il Tribunale di Palermo ed è specializzata in Didattica dell’Italiano L2/LS. È stata anche docente presso l’Università di Palermo e l’Università Gar Younis di Bengasi, oltre che in Egitto e nella Georgia caucasica.

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