La meraviglia dell’ordinario. Un viaggio per immagini a Milano

                                                                                     di Marcello Balbi

(Foto Balbi)

Foto Balbi

È come nei versi di Milosz:«Guardo e guardo. A questo ero chiamato:/A lodare le cose perché sono». Fra tutte le prodigiose virtù della fotografia, quella che forse più mi disarma e avvince è quel suo potere d’indurmi, se non costringere, a osservare e apprendere. Mi seduce e induce a risvegliare i sensi e la ragione, mi riconduce all’anima, mi chiede vigilanza e disciplina per contemplare le cose per quelle che in realtà sono. Attraverso la sua scatola magica sono chiamato a valicare i miei convenzionali registri percettivi e ontologici. Mi piace così immaginare la fotocamera come il cocchio di Helios, l’astro della conoscenza, o come il carro di Arjuna, il vedico arciere che, condotto da Krishna, aspira al Vero.

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Si spalancano così le porte di una dimensione che chiamo “meraviglia nell’ordinario”. Decadono le nozioni stesse di scontato o trascurabile. Qualunque forma la materia assuma, il suo significato prende forza, trasuda vitalità ed essenza, lasciando intravedere un ordine metafisico che Michelangelo seppe magistralmente illustrare: «Non ha l’ottimo artista alcun concetto c’un marmo solo in sé non circonscriva col suo superchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all’intelletto».«L’occhio vede ciò che la mente conosce», riassume Johann Wolfgang von Goethe e ancora William Blake: «Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito».

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Come non provare emozione e trasporto nello scattare la “semplice” fotografia di una “semplice” persona? Mi piace esprimermi a più riprese per bocca dei maestri e ricordare Elliott Erwitt, genio scanzonato, stupefacente reporter delle meraviglie quotidiane: «La fotografia è per me arte dell’osservazione. È trovare uno spunto interessante nel luogo qualsiasi. Ho compreso come abbia a che fare non tanto con l’oggetto osservato quanto con il come lo si osservi». Lo venero e come lui amo ritrarre i cani e le loro bizzarrie, con o senza padroni.

La fotografia è sì, come ogni altra, un’arte soggettiva ma nella misura in cui il fotografo coglie per trasporto e inclinazione personali uno degli indefiniti contenuti ideali del mondo manifesto. L’immagine che ne nasce si fa perciò racconto aperto, storia che ogni osservatore concluderà a proprio modo e piacere. Soggettiva per chi la genera, soggettiva per chi ne fruisce.

L’atto del fotografare arricchisce, rigenera e migliora. Se quel senso di “meraviglia nell’ordinario” da un lato esorta a conoscere l’Oltre attraverso ciò che vediamo, da un altro (e di conseguenza) chiama all’amore e al rispetto per ciò che vediamo. Conoscere, amare, rispettare. Per Leonardo da Vinci: «Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo: altrimenti la tua arte non sarà laudabile». Per Sebastião Salgado: «Se ritrarre un essere umano in fotografia non lo rende nobile, non vi è alcuna ragione di ritrarlo».Questo e altro mi fa pensare e ripensare alla fotografia come arte eccellente. Ai miei occhi, quel suo “immortalare” approssima forse più d’ogni altra disciplina l’istante senza durata della pura trascendenza.

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Eccentriche o sensate che paiano, fu con queste idee che, oltre un anno fa, mi ritrovai a passeggiare per la Chinatown milanese e a scattare le prime immagini di una lunga serie che spero possa almeno suggerirne colori e sapori, armonie e dissidi, fatiche ed evoluzioni. Ho qui il privilegio di presentarne alcune. Una comunità, quella cinese, il cui manifesto sviluppo (non solo numerico) nell’ultima manciata di anni mi affascina e spinge a documentare. Oggi più che mai eterogenea socialmente, culturalmente ed economicamente, la sua consistenza (che presto sarà anche politica) cresce a ritmo sorprendente. Di Chinatown mi conquistano la frenesia silenziosa, il seducente pudore delle ragazze, le biciclette e i carrelli stracarichi di merci in consegna, la commistione delle più varie etnie (cinesi e non solo), la varietà delle vie d’immigrazione e dei gradi d’integrazione. Non mi dilungo in considerazioni sociologiche, materia non mia. Mi esprimo per immagini… «Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare» (Daniel Pennac).

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Il mio interesse per Chinatown, una realtà che ormai dilaga ben oltre i confini storici di quartiere con appendici in tutta la città (preoccupando non pochi), nasce anche dal desiderio di comprendere perché in un luogo due gruppi umani vivano uno in seno all’altro come matrioske, senza in realtà vedersi, procedano lungo rette parallele, convergenti all’infinito senza mai incontrarsi davvero. Una distanza che, per quanto oggi meno sentita e in alcuni casi colmata, ancora genera pregiudizio, dubbio e conflitto. Una Cina trapiantata, nostra ospite e noi suoi ospiti a un tempo. Una più accesa volontà di conoscersi da ambo le parti non guasterebbe. Non vedo schieramenti di santi e peccatori (a ciascuno i propri) ma persone che dialogano a singhiozzi. Siamo ancor lì ad accapigliarci, stando a ciò che leggo e ascolto, su questioni come l’erezione di due Páifāng, i portali d’ingresso agli estremi della via principale, come in tutte le Chinantown del pianeta.

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Sogno più apertura da parte di entrambe le comunità, più punti d’incontro, più iniziativa, più cooperazione… forse ancora un paio di generazioni. Sogno una Chinatown felice d’essere italiana. Sogno quei due portali e rifletto quindi su Milano a tutto tondo, una città che sempre più sovente mi delude e amareggia.Velleitaria ma sonnecchiante e un po’ cafona, ospita Expo 2015 ma la sua azienda dei trasporti fa acqua come la zattera di un naufrago, si dà gran pompa con il Fuorisalone ma, anno dopo anno, lascia che migliaia di visitatori s’imbottiglino (e rischino tragedie) in quell’unico e vetusto ponticello di ferro a cavallo dei binari di Porta Genova, sbandiera la Miart ma non sa ovviare al logorìo delle sue interminabili code alle biglietterie e men che meno ridurne i prezzi d’ingresso.

Lungo le vie di Chinatown, mi soffermo spesso sui bambini e sulla loro “meravigliosa ordinarietà”. Creature libere, vivaci e spensierate, ancora estranee dal frastuono etnico-social-politico-economico degli adulti. Alcuni sono nati qui, altri sono appena arrivati, magari da qualche remota campagna. Hanno abitini eleganti o dentini cariati, parlano in perfetto italiano o non ne conoscono una sillaba. Talvolta mi si avvicinano incuriositi dalla fotocamera e si mettono in posa, sorridono, gesticolano… è un gioco nuovo e divertente. Alcuni sono oggi miei piccoli amici. I genitori lasciano fare, vigilano ma sono più fiduciosi di noi, non sembrano gravati da paure ossessive di malintenzionati a ogni angolo di strada. I bimbi di Chinatown sono fra i soggetti più ricorrenti nelle mie fotografie… lascio che siano soprattutto i loro volti a parlare del nostro comune passato, presente e futuro. I loro volti pieni di luce.

Dialoghi Mediterranei, n.13, maggio 2015
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Marcello Balbi, fotografo e scrittore freelance, ha vissuto in Canada, Stati Uniti e in Giappone. Dedito soprattutto a fotografia e letteratura documentarie, ha collaborato con varie riviste specializzate ed esposto in molte città d’Italia. Attualmente lavora tra Roma e Milano come reporter, fotografo di scena e ritrattista. È autore di due brevi saggi etnografici.
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