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Il territorio grossetano in 180 articoli. le ricerche folkloriche di Roberto Ferretti

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di Mariano Fresta 

Il 26 dicembre del 1984, nei pressi di Amman in Giordania, Roberto Ferretti moriva, a trentasei anni d’età, in un incidente stradale. A quaranta anni dalla sua scomparsa, sono stati riuniti e pubblicati in un libro tutti gli articoli, ospitati dall’edizione locale de La Nazione, che Ferretti dedicò al folklore e ad altri aspetti culturali della provincia di Grosseto [1]. Fu quella di Roberto una lunga e puntuale corrispondenza che si protrasse per sette anni (dal 1977 al 1984) e che si concretizzò in ben 180 articoli. Si era laureato a Roma con Diego Carpitella con una tesi sulla fiaba che aveva svolto sotto la guida di Aurora Milillo; fortemente interessato alle tradizioni popolari, dopo l’università aveva continuato ad approfondire gli studi demologici, conducendo nello stesso tempo una lunga ed appassionata ricerca sul folklore maremmano. Venne poi in contatto con Pietro Clemente che insegnava a Siena Letteratura delle Tradizioni popolari, il quale con i suoi collaboratori e un gruppo di studenti aveva avviato, da qualche tempo, una ricerca sul teatro popolare nel Sud del Senese.

L’incontro fu fruttuoso: l’indagine avviata da Clemente sul teatro si estese fino al territorio grossetano, grazie a Ferretti e al suo Archivio delle Tradizioni maremmane, mentre questi trovava a Siena una base di appoggio per il suo lavoro di demologo. Ciononostante, Ferretti conservò sempre la sua autonomia di ricercatore e di divulgatore della cultura tradizionale maremmana.

I suoi articoli pubblicati su La Nazione di Grosseto costituiscono la realizzazione di uno degli scopi che Ferretti si era prefisso, quello, cioè, di far conoscere una cultura popolare di quella provincia, non del tutto omogenea in quanto si era formata durante tutto l’Ottocento, in seguito alle bonifiche effettuate dai Lorena che avevano richiamato genti provenienti da altre regioni. La divulgazione, secondo Ferretti, doveva essere fortemente ancorata alla storicità dei fenomeni e soprattutto non poteva prescindere da metodi scientifici. Così, infatti, si legge in uno degli articoli dedicato alle attività e alle finalità dell’Archivio, da lui fondato e per conto del quale aveva intrapreso a scrivere per il quotidiano: l’Archivio 

«per la prima volta nel nostro territorio riscatta la concezione del folklore dalla mercificazione in corso e ne fa oggetto di approccio scientifico e stimolo alla coscienza del proprio essere  storico e sociale» (ivi: 172-73). 

Questa indicazione metodologica si ritrova sempre alla base delle sue descrizioni dei fenomeni folklorici osservati. Alle spalle di questi articoli c’era tutta un’attività di convegni piccoli e grandi, di conferenze, di presentazioni di documentari filmati, e c’era, soprattutto, una ricerca instancabile ed entusiastica che non lasciava nulla di inesplorato. Non è qui il caso di elencare i molteplici lavori di Roberto, basti solo pensare al volume, curato da Gabriella Pizzetti ed uscito anch’esso postumo nel 1997, in cui sono pubblicate ben 471 tra fiabe e storie varie, che in Italia costituiscono, con molta probabilità, uno dei maggiori patrimoni narrativi dedicati al territorio di una singola provincia [2].

Se, come si dice, “passare al setaccio qualcosa” significa scandagliare minuziosamente una situazione, ebbene la Maremma grossetana e la parte occidentale del monte Amiata sono state passate al setaccio da Roberto Ferretti nell’arco di poco più di un decennio.

Il volume è introdotto da sei contributi di studiosi che con Ferretti ebbero contatti più o meno profondi. L’apertura si deve a Pietro Clemente, poi si susseguono Fabio Dei, Fabio Mugnaini, Paolo De Simonis e i grossetani  Nevia Grazzini e Paolo Nardini, membri dell’Archivio delle Tradizioni, nonché, quest’ultimo, curatore del libro. I contributi di tanti studiosi segnalano l’importanza scientifica e culturale della pubblicazione.

I temi presenti negli articoli riguardano non solo le tradizioni popolari più appariscenti, come le feste, il carnevale, le forme teatrali, le fiabe e le novelle, ma anche le minuterie della vita quotidiana, come i modi di dire, l’uso di oggetti semplicissimi che sfuggono alla vista dei più, le interpretazioni che la fantasia del popolo dà a quegli elementi della natura di origine misteriosa, come macigni isolati, impronte indecifrabili, ecc. Qualche anno prima della sua dipartita organizzò una mostra di fischietti, di richiami per uccelli e di altri oggetti in terracotta capaci di produrre suoni: la mostra, insieme con quella precedente relativa alle trappole usate dai cacciatori, era la testimonianza che anche il mondo minuto e minimo, come quello della quotidianità ludica, doveva essere tutelato e salvaguardato [3]. Insomma, per Ferretti l’approccio alla cultura popolare non poteva che essere olistico: allora, forse, non ci si fece caso, ma oggi possiamo tentare di spiegare il perché della sua particolare concezione del folklore.

La sua intensa attività di ricerca si svolse in anni cruciali, quando il vecchio mondo contadino, dell’Italia tutta e non solo del territorio grossetano, si andava estinguendo a poco a poco e quello nuovo, piuttosto rumoroso e caotico, avanzava progressivamente. Per tutti fu un passaggio traumatico, ma Ferretti lo visse con una partecipazione sentimentale più forte del suo razionalismo. Ecco il resoconto di una sua visita alla spiaggia di Marina di Grosseto dove da  tempo i pescatori avevano costruito, utilizzando l’erba palustre detta falasco, un villaggio di capanne: 

«Il falasco fa infatti da tetto e da rivestimento a una iniziale struttura in legno delle capanne e se utilizzato con l’arte e l’esperienza di secoli rimane perfettamente impermeabile e protegge dalle intemperie. In queste capanne hanno vissuto (e continuano in parte a vivere) generazioni di pescatori e vengono ora affittate durante il periodo estivo a prezzi molto alti; evidentemente il fenomeno è motivato dall’affollamento di Marina e dei vicini campeggi, ma il fascino per l’esotico e il “maremmano” ne rappresenta certo la prima ragione, in un momento di riscoperta del passato e della natura. Intanto il “villaggio” è divenuto come un fortino assediato da una civiltà vincitrice e diversa: di fronte gli ombrelloni dei bagnanti, dietro le tende e le roulottes, a fianco il paese. E sulle antiche capanne sono piovute scorie e rifiuti del benessere e del turismo: qualche tavolo di formica, uno specchio da salotto degli anni ‘60, onduline e lamiere, vecchi cartelloni pubblicitari che fanno da recinto o da tetto. Anche un’antenna televisiva spunta ora dal falasco come a testimonianza di una cultura egemone anche nelle sue pieghe più nascoste, capillare e onnipresente» (ivi: 136-37). 

Si tratta di una dettagliata descrizione realistica, ma il tono è quello dello sgomento davanti ad una imminente apocalisse: il piccolo mondo dei pescatori, la loro dura e precaria condizione di vita, sono assediati e contaminati da una cultura “egemone” i cui valori sono quelli della vacanza e del divertimento. Un’analisi lessicale del brano potrebbe farci scoprire l’atteggiamento di Ferretti davanti ai due mondi contrapposti, il vecchio e il nuovo; ma basta il confronto tra la solidità dei capanni di falasco e la provvisorietà delle tende e delle roulottes dei vacanzieri per informarci qual era il mondo che lui preferiva. Se in qualche articolo sembra avere uno sguardo tollerante nei confronti della modernità, tutto il suo lavoro è svolto all’insegna di un concetto espresso in un’ottava improvvisata a Grosseto dal poeta Savio Dominici come Introduzione alla Rassegna di Befanate del 1981 [4]: 

                   Noi si difenderà con prole umana,
                        seguiteremo ancora i vecchi gesti:
                        se la legge di Dio non si profana,
                        Lui ce la dette quindi vuol che resti.
                        Faccio un appello alla gente cristiana
                        ché mai la tradizione si  calpesti;
                        con il corpo farò scudo e schermo
                        finché di braccia e gambe resti infermo. 

2023010811402772Se Ferretti ha usato l’ottava come epigrafe al suo volumetto sulle Befanate vuol dire che anche lui, se non in tutto almeno in parte, concordava nel ritenere insopprimibile e necessario il valore della tradizione, concetto che il Dominici aveva espresso secondo un’elementare visione religiosa; nei suoi commenti, infatti, spesso il mondo moderno è confuso ed effimero, mentre quello tradizionale appare non solo compatto, ma quasi eterno ed immutabile. La cultura tradizionale diventa qualcosa di sacro, non può essere profanata né “mercificata”. Senza dubbio si tratta di una concezione del folklore piuttosto strana, per nulla demoetnologica, forse ideologicamente conservatrice, poiché nella rappresentazione ferrettiana convivono storia e credenze antiche di cultura popolare, magia e ritualità arcaica; ciononostante siamo lontani dall’eterogeneo coacervo gramsciano, perché per Ferretti ogni elemento è in relazione con gli altri, è al proprio posto senza che ci sia contraddizione. In questa visione manca, però, il senso generale della storia, mentre, contraddittoriamente, la storia è ampiamente usata per raccontare l’origine e l’esistenza di ogni elemento culturale.

Addirittura, il patrimonio culturale tradizionale viene paragonato ai monumenti antichi: nell’articolo in cui si parla del Bagno santo di Saturnia, che il tempo e gli uomini hanno lasciato disfarsi nella boscaglia, così Ferretti commenta: 

«Gli uomini antichi, poeti ed eroi del loro tempo, spesso piangevano al cospetto delle antiche rovine, delle testimonianze umane del tempo passato. Noi non siamo più duri di loro, ma una impostazione di vita affrettata e sostanzialmente violenta ci impedisce di guardare indietro e di pensare. Del resto tali e tante sono le culture che abbiamo ucciso o dimenticato nel tempo e nello spazio, che ora ci mancherebbero le lacrime per lamentarle tutte» (ivi: 143). 

Sono parole che lasciano pensierosi, forse perplessi; c’è, tuttavia, la possibilità di interpretare diversamente queste prese di posizione piuttosto apodittiche se guardiamo alle vicende storiche del territorio maremmano, che per secoli è stato abitato da piccoli gruppi che vivevano in condizioni di vita alquanto misere e precarie: le paludi e gli acquitrini permettevano solo qualche coltura di sopravvivenza, per lo più i latifondi appartenenti alle ricche famiglie senesi e al Monte dei Paschi, a parte i campi di grano, erano lasciati soltanto ai pascoli selvaggi. Tutte le comunità umane del territorio grossetano sono di formazione piuttosto recente: ognuna di esse si è realizzata, durante la bonifica dei Lorena, grazie all’immigrazione di gruppi provenienti da varie zone d’Italia, principalmente dalla Toscana (Val di Chiana, Mugello), dai territori appenninici centrali, e poi dal Veneto durante il regime fascista. Trattandosi, dunque, di una popolazione eterogenea che ha tradizioni e dialetti diversi, il territorio maremmano non ha acquisito una sua identità, tranne quella oleografica e romantica dei butteri, nata alla fine dell’Ottocento.

Forse Ferretti, con la sua ricerca, voleva dare alla sua terra natia un patrimonio culturale che la rendesse meno anonima e dotata di caratteristiche che potessero stare alla pari con quelle degli altri territori toscani formatesi durante il Medioevo e i secoli della rinascita. Ecco perché la sua ricerca non tralascia nemmeno i frùstula della tradizione. Tracce di questo intento si trovano in un intervento che Ferretti fece, qualche mese prima della sua scomparsa, a San Casciano Val di Pesa, durante  un convegno in cui studiosi e amministratori di Enti locali discutevano su che fare del folklore. Nelle parole di Ferretti, oltre al tentativo di trovare i presupposti di una identità culturale, c’è anche una polemica piuttosto violenta nei confronti del turismo di massa e della moda delle sagre paesane:

«Tentativi di autodefinirsi: lo scavo del passato sono cose ovvie, naturalmente, ma che possono costruire un presente di identità per quanto riguarda la Maremma grossetana, un futuro di relazioni sociali e di ricerche … Ecco, è proprio per questa ragione … almeno per quanto riguarda la terra, la provincia in cui vivo, c’è anche un passato di assenze culturali … Ed è proprio per questo che noi rifuggiamo da certi stereotipi, da certi modelli della sagra che rischiano di colonizzarci, che rischiano di costruire questa grande mistificazione del nostro territorio» [5]. 

Più oltre aggiunge: «Quindi il nostro Archivio, la nostra realtà tende sostanzialmente a rompere questa eredità di clichès che sono, lo ripeto, umilianti». Per questo sentiva la necessità di costruire una cultura comune, ricucendo tutte le tradizioni, dalle più corpose a quelle minuscole, cercando in esse tutti gli elementi che funzionassero come legame, storico o mitico, per tenerle insieme. Già, nel 1979, Ferretti informando l’opinione pubblica che il Consiglio Comunale di Grosseto aveva istituzionalizzato l’Archivio, così concludeva il suo articolo: 

«La Maremma che per troppo tempo è stata identificata sbrigativamente con una terra di fieri butteri, patria di misteriosi etruschi, può divenire oggetto di un’opera di ricerca ed identità in cui la centralità, tra le pieghe di complesse evoluzioni sociali e storiche, spetti alle classi non egemoni, alla loro visione del mondo, al loro farsi la storia» (ivi: 229-30). 

Il lavoro di ricostruzione della cultura tradizionale maremmana operato da Ferretti, può essere paragonato a quello di un mosaico; di questa complessa  composizione mi pare che l’interpretazione migliore sia  quella che ne dà nella sua introduzione Fabio Dei: 

«La cultura popolare di cui Ferretti parla non è una forma di “patrimonio culturale”, tangibile o intangibile,  … è piuttosto qualcosa di simile a quanto gli antropologi, in altre parti  del mondo, hanno chiamato ethos – uno stile della socialità, di rapporto con uno spazio addomesticato e denso di risonanze simboliche» (ivi: 34). 
Disegni di Roberto Ferretti

Disegno di Roberto Ferretti

La sua polemica contro il turismo e lo stravolgimento mercantile di antiche tradizioni aveva una sua giustificazione, perché nel periodo in cui Ferretti svolgeva le sue ricerche era in corso il revival, cioè il recupero e la riutilizzazione di buona parte dell’espressività tradizionale (feste, teatro, canti e musiche abbandonate da anni), ma anche di elementi di cultura materiale, come  edifici non più abitati, mobili e oggetti di arredamento. Il fenomeno era probabilmente il sintomo di una inquietudine comune, perché se da un lato la gente accoglieva a braccia aperte tutto ciò che la tecnologia moderna offriva ed era affascinata dall’effimero ed accettava acriticamente i cambiamenti sociali, contemporaneamente sentiva di perdere valori antichi che non avrebbe più potuto riavere in possesso. In questa mancanza di equilibrio era ovvio che la ripresa di elementi culturali tradizionali potesse essere stravolta e strumentalizzata  a scopo di lucro. Così Ferretti commentava il fenomeno:

«Non si può tuttavia disconoscere che dietro la superficiale riscoperta del passato contadino, una volta accantonati i più evidenti fini speculativi, si nasconde un profondo malessere sociale e la più vasta richiesta di nuove e migliori forme di vita, lavoro, libertà di espressione. È in fondo quella che Levi-Strauss dipinge come la tristezza dell’antropologo appartenente ad una cultura osservante ed etnocida e De Martino chiama il rimorso del ricercatore; infatti non si tratta qui di ripescare curiosità o testimonianze di un mondo ingenuo e perduto, ma operare un raffronto critico storico che non può che essere fonte di relativismo e dialettica culturale» (ivi:149-50). 

Sull’onda della moda anche lui, però, fu costretto a farsi organizzatore di manifestazioni in cui si esibivano gruppi di cantori popolari, di maggerini, di compagnie di spettacoli teatrali; ma fu sempre attento al rispetto delle tradizioni e delle persone che ne erano portatori: 

«È giusto recuperare il “Maggio”, farne occasione anche di piacevole spettacolo, proposta per i quartieri cittadini; ma solo a patto che questa rimanga una occasione di verifica storica e culturale, che dietro le “rivitalizzazioni”, “riaggregazioni”, “risensibilizzazioni” non si celi un’ennesima violenta quanto inconsapevole prevaricazione degli egemoni sui subalterni e la loro cultura; che si chiarifichi con coraggio e decisione, senza demagogie e toni da fiera, l’ambito della riproposta e quello della tradizione ancora funzionale, sottolineando i ruoli, le esigenze, i rapporti e anche le opposizioni che le caratterizzano» (ivi: 350). 

L’immagine che del mondo folklorico ci dà Ferretti non è, comunque, quella idilliaca e armonica di certi studiosi operanti tra 1800 e 1900. Egli sa che in ogni comunità ci sono attriti, dissidi, rapporti di convivenza difficile, ma anche questi contrasti contribuiscono a creare e a consolidare le relazioni sociali e il senso di appartenenza alla comunità. Così è nel rito della focarazza di Santa Caterina in cui i vari borghi, pur essendo lontani l’uno dall’altro, formano il paese; poi, una volta l’anno, si contendono lo stollo in una corsa sfrenata e non priva di scorrettezze che danno il via, a fine gara, ad una serie di polemiche anche aspre; ma scrive Ferretti, le persone sono «consapevoli che anche queste piccole polemiche testimoniano di una vivacità paesana altrove purtroppo perduta» e stanno alla base di una solidarietà comunitaria. Il rito della focarazza, infatti, serve a dare a tutti gli abitanti di Santa Caterina la certezza di essere una comunità solidale, «che è baluardo contro la crisi del mondo moderno». Non solo: 

«La gara diviene così l’occasione ludica per sottolineare e riscoprire il legame culturale della comunità, sancito ancora di più dalla questua di alimenti, dall’agonismo, dalla cena comune. E si potrebbe[ro] rinvenire anche altri e non meno importanti elementi: lo stollo come immagine dell’albero e quindi della fertilità, la partecipazione come prova di virilità e iniziazione maschile …» (ivi: 233). 

Uno dei fili necessari a ricucire una tradizione culturale comune per tutto il territorio grossetano è stato per Ferretti un elemento folklorico presente in tutte le società contadine più o meno arcaiche; in queste, infatti, c’è sempre stata una diffusa credenza nella magia, nella possibilità di intervenire sulla realtà per cambiarla, specie in caso di malattie in un’epoca in cui la medicina era una pratica empirica e spesso assente dai luoghi agro-pastorali. Scrive Ferretti: 

«[La magia] è un tipo di intervento che potremmo definire orale ed anonimo, la risposta delle classi subalterne alla medicina, alla scienza, alla religione ufficiale e che si fonda su un sistema culturale organico e radicato» (ivi:159). 

Il che significa che chi svolge la funzione di mago in una comunità tradizionale non è diverso dagli altri membri, lavora e vive come gli altri, ne è totalmente partecipe; mentre 

«I nostri “maghi” (quelli moderni, cioè) rompono invece questo equilibrio di valori e, inserendosi in una società profondamente mutata, rivestono un nuovo ruolo, utilizzano formule diverse … Il mago deve ormai essere un dottore un cavaliere un accademico di istituti pur fasulli e roboanti, deve possedere gli occhi ammaliatori dell’uomo di successo, la personalità del capo azienda, la perspicacia dello psicologo alla moda» (ivi: 160). 
Disegno di Roberto Ferretti

Disegno di Roberto Ferretti

Le credenze magiche sono anche alla base di una moltitudine di racconti, di storie di fatti straordinari, di spiegazioni di fenomeni misteriosi: Ferretti è stato capace di raccoglierne in gran numero e di riportarli nei suoi resoconti etnografici e di usarli come collante nella rappresentazione delle genti maremmane e amiatine. Quando, parlando di magia, usa le categorie di somiglianza e di contatto, sembra che il suo punto di riferimento sia Frazer, poi però nel recensire il film Apocalipse now di Coppola velatamente critica lo studioso scozzese; nonostante ciò, l’atmosfera che circonda i racconti di magia ricorda in qualche modo quella del Ramo d’oro.

Nel suo volere trattare la cultura tradizionale nella sua interezza, c’è qualche novità: mentre gli altri folkloristi hanno sempre tenuto distinti gli aspetti religiosi cattolici da quelli non cristiani, egli fonde l’antica concezione magica con quella cattolica che dal popolo viene intesa come «forma protettiva e garanzia dell’esistenza». Molte feste, infatti, dedicate ai santi patroni hanno la stessa valenza delle ricorrenze invernali (befanate, feste del fuoco) e primaverili (maggiolate), vengono cioè reinterpretate e collegate ai cicli annuali e a quelli alimentari; sono i casi di san Cerbone e la “castagnatura”, san Bernardino, protettore dei boschi; le vicende di altri santi, invece, possono essere collegate a credenze arcaiche come quelle intorno ai draghi custodi di sorgenti di acque, presenti nel culto san Giorgio; altri danno spunto alla creazione di microstorie per aver lasciato sulle rocce impronte dei loro corpi, come san Mamiliano e san Guglielmo. Quando c’è questa commistione tra feste cristiane o cristianizzate e vicende mitiche o magiche, Ferretti sente la necessità di ricercare le presunte origini dei fenomeni nel mondo precristiano o, come lui preferisce dire, protostorico. Oppure, di fronte a manifestazioni di religiosità come quella dei “flagellanti” di Roccatederighi cerca di darne una spiegazione razionale: 

«Essi furono fino all’ultimo inconsapevoli del significato culturale di quel flagellarsi e del valore storico delle loro problematiche e tuttavia rappresentarono il punto di emergenza di contraddizioni insolute e conflitti interculturali; loro che tra l’immagine del Cristo trionfante ed in gloria e quella del Cristo flagellante e dolente avevano scelto quest’ultima, riconoscendovi la propria condizione ed innalzandola a simbolo generale» (ivi: 286). 

Sulla religiosità popolare Ferretti torna molte volte perché interessato dalle relative e complesse manifestazioni, ma ha un occhio di riguardo per il movimento religioso fondato a metà Ottocento, sulla montagna dell’Amiata, dal barrocciaio Davide Lazzaretti, predicatore e visionario che fu ucciso dalle forze dell’ordine durante una processione nel 1878. Questi aveva saputo raccogliere attorno a sé contadini, artigiani, piccola borghesia di quei paesi abbandonati dai governi e colpiti da tasse ingiuste come quella del macinato, prospettando loro delle «aspettative che ha[nno] permesso al barrocciaio amiatino di recepirle ed organizzarle in maniera originale e personalissima, di trasformarle in evento storico» (ivi: 227). Al centenario dell’uccisione di Lazzaretti, il demologo dedica un altro articolo in cui si dà conto di come intorno al  “Cristo dell’Amiata” e  al suo movimento siano nate molte leggende in cui si intersecano genuini sentimenti religiosi e credenze popolari.

Le leggende e le historiolae affascinavano Ferretti: il libro ne contiene a decine, lunghe, brevi, ridotte a volte solo ad un accenno. Gli piaceva inseguire questi frutti della fantasia popolare, nati davanti a fenomeni naturali, come strane forme delle rocce, macigni in bilico su un sasso, impronte misteriose: opere di esseri mitologici, del diavolo ma anche di santi e di eroi leggendari. Orlando, eroe di molti testi letterari, in Maremma è noto per aver spianato foreste, ha conquistato Saturnia, il suo cavallo ha lasciato impronte, con la spada ha aperto in due un macigno a Santa Fiora: tutti echi e ricordi delle tante veglie invernali in cui si leggevano i poemi di Ariosto e Tasso e di altri autori minori e poco significativi, ma amati dal mondo contadino (ivi: 297-98).

Quel mondo contadino che in occasione dei più importanti momenti astronomici dell’anno, come il solstizio d’inverno e l’arrivo della primavera, non dimenticava mai di ripetere gli antichi riti con cui erano celebrati e che sono al centro della ricerca di Ferretti. Egli cita tutte queste feste cicliche (per esempio: il “volo della capra” a Santa Fiora, la “torciata” di Pitigliano), ma si  sofferma soprattutto sulle “befanate”, riti invernali, e sulle “maggiolate”, riti primaverili,  eventi complessi in cui convivono  aspetti teatrali, rito, canto e giri di questua di beni alimentari, nonché il consolidamento delle relazioni sociali. Ecco una sua descrizione del “maggio”: 

«Tra le forme spettacolari del mondo contadino, la ricorrenza del maggio era certo la più festosa, uomini colorati che si muovevano nel buio della campagna e ricomponevano un tessuto di rapporti frammentato dalle lunghe distanze e dall’isolamento dei poderi. Ci si muoveva a piedi, più spesso a cavallo di somari o su carretti ed il giro durava tutta la notte» (ivi: 99). 

Tali eventi gli facevano sentire la necessità di un’attenzione continua sul mondo contadino e di uno “studio convinto” della sua storia in quanto contesto inscindibile dal folklore. La tradizione che forse gli piaceva di più era il Carnevale, così vario nelle comunità amiatine e maremmane; non per nulla i reportage per La Nazione cominciano proprio con una bella descrizione del sorprendente carnevale di Santo Stefano, sull’Argentario: 

«A chi si avventuri nel paese nel periodo di carnevale, si presentano ancora “maschere” fugaci e misteriose che sembrano uscire dagli antichi carnasciali e baccanali dei culti mediterranei. Uomini e donne, ragazzi e ragazze sono irriconoscibili: coperti di vestiti di stracci e lenzuola rattoppate, passamontagna, sacchetti come copricapi, vagano a frotte, sghignazzano, spingono, appaiono e scompaiono … Non è un caso che a Santo Stefano, che più vive la contraddizione del turismo d’élite e del modernismo, si sia sviluppato e in parte conservato un simile fenomeno: proprio in una società come questa, fatta di silenziosi marinai  e di incursioni saracene, di dominazione spagnolesca, di lotta solitaria col mare, la comunità aveva bisogno di un deflusso regolarizzato di sensazioni, quella che si chiama eversione rituale della norma» (ivi: 79-80). 

Un altro Carnevale che, sebbene organizzato da un Ente pubblico, piacque molto a Ferretti, fu quello di Grosseto del 1980: accanto all’imperversare di moderne maschere di Zorro, di Sandokan e di Goldrake c’erano galline che andavano in bici, una scimmia che si accompagnava ad un coniglio in frac, il Mago Bustric con i suoi trucchi incantatori, mentre sul palco si alternavano i canti e le scenette dei Befanotti, dei Maggerini, dei Segantini, e per le strade proseguiva la parata degli attori del gruppo Arcoiris. 

«Poi qualcuno chiede gridando che gruppo c’è ora. Gli risponde lo squillo di tromba di un marinaio alto tre metri e mezzo e una nave veleggia per corso Carducci» (ivi: 256). 

fiabe-e-storie-della-maremma-nel-fondo-narrativo-di-roberto-ferretti-1997Tutti gli articoli pubblicati su La Nazione, trattandosi di divulgazione, hanno un forte carattere didascalico. Ferretti per questo si avvale di molte chiavi di lettura, a volte in contraddizione fra di loro: Frazer, pur se citato poco, offre il quadro di una spiegazione generale, ma la sua influenza viene attenuata dalla presenza di un certo funzionalismo che serve a chiarire il perché di certi comportamenti; e comunque l’esposizione non cade mai nella superficialità né nel pittoresco. In Frazer e nei suoi epigoni spesso l’origine dei riti e degli usi è collocata in un tempo lontano, indefinito che volgarmente viene definito “la notte dei tempi” o in epoca “precristiana”; Ferretti non cade mai in questi topoi, tuttavia i termini con cui lui li sostituisce non sono molto “scientifici”, perché al posto di “epoca arcaica”, e di “età precristiana” troviamo “protostoria” e “profondità della storia” che non hanno punto di riferimento alcuno.

Probabilmente alcuni concetti come “egemonia”, “subalternità” e loro derivati sono stati ripresi da Gramsci, ma non sappiamo se il pensatore sardo abbia avuto su di lui un’influenza più profonda; sappiamo solo che non accettava il concetto di “pittoresco” e che per lui il folklore era la cultura e insieme la storia delle popolazioni rimaste per secoli in situazioni di altrui dipendenza.

Un’ultima cosa vorrei aggiungere qui. Ferretti, oltre ad essere, nonostante qualche debolezza teorica, un etnografo e un demologo eccezionale, si dimostra anche capace di una scrittura colta, elegante senza mai smettere di essere leggero e piacevole. Sono pochi gli articoli meramente referenziali, c’è sempre la sua personalità, i suoi articoli si possono leggere con grande gradimento anche se non si è cultori di folklore. Quelli veramente belli e altamente letterari sono tanti, ma qui vorrei citarne solo uno, Il romito di Sassofortino (ivi: 365 sgg.) perfetto nella sua compiutezza narrativa in cui si fondono storia e leggenda, armonico nella sua veste estetica; sorprendente il finale in cui con molta ironia Ferretti sbeffeggia il mondo moderno descrivendoci un vecchio frigorifero ridotto a raccoglitore di acqua piovana dove gli animali possono dissetarsi: 

«Poco distante dal podere, c’è un frigorifero accanto al sentiero. Gli manca il coperchio e è disteso a terra. Raccoglie l’acqua piovana che scende da una canaletta scavata nella roccia del Sassoforte». 
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 
Note 
[1] Roberto Ferretti. Sette anni di tradizioni, riti, eventi collettivi su La Nazione, a cura di Paolo Nardini, con  note introduttive di P. Clemente, P. De Simonis, F. Dei,  N. Grazzini, F. Mugnaini, P. Nardini, Effigi Editore, Arcidosso (GR) 2025. 
[2] Fiabe e storie della Maremma – nel fondo narrativo di tradizione orale “Roberto Ferretti”, a cura di G. Pizzetti, Archivio delle Tradizioni popolari della Maremma grossetana, Grosseto 1997. 
[3] «Ciufoli, fischietti e samprugne, strumenti popolari a fiato in terracotta e tecniche rustiche di suono a base vegetale e naturale».  Grosseto 1982.  
[4] Ferretti mette quest’ottava come epigrafe del libro, da lui curato, La tradizione della Befana nella Maremma di Grosseto (ATPMG, Grosseto 1981). 
[5] Gli atti del convegno furono pubblicati in Le tradizioni popolari amiatine tra passato e futuro, Quaderno n. 2 della rivista «Amiata. Storia e territorio», a cura di Carlo Prezzolini e Ennio Sensi, Siena 1984; la citazione di Ferretti è tratta dalla registrazione magnetofonica del suo intervento a braccio (ivi: 161 e sgg.).

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Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadinoLo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003.  Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. É stato edito nel 2023 dal Museo Pasqualino il volume, Incursioni antropologiche. Paesi, teatro popolare, beni culturali, modernità.

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