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Il territorio grossetano in 180 articoli. le ricerche folkloriche di Roberto Ferretti
Posted By Comitato di Redazione On 1 luglio 2025 @ 02:17 In Cultura,Letture | No Comments
CIP
di Mariano Fresta
Il 26 dicembre del 1984, nei pressi di Amman in Giordania, Roberto Ferretti moriva, a trentasei anni d’età, in un incidente stradale. A quaranta anni dalla sua scomparsa, sono stati riuniti e pubblicati in un libro tutti gli articoli, ospitati dall’edizione locale de La Nazione, che Ferretti dedicò al folklore e ad altri aspetti culturali della provincia di Grosseto [1]. Fu quella di Roberto una lunga e puntuale corrispondenza che si protrasse per sette anni (dal 1977 al 1984) e che si concretizzò in ben 180 articoli. Si era laureato a Roma con Diego Carpitella con una tesi sulla fiaba che aveva svolto sotto la guida di Aurora Milillo; fortemente interessato alle tradizioni popolari, dopo l’università aveva continuato ad approfondire gli studi demologici, conducendo nello stesso tempo una lunga ed appassionata ricerca sul folklore maremmano. Venne poi in contatto con Pietro Clemente che insegnava a Siena Letteratura delle Tradizioni popolari, il quale con i suoi collaboratori e un gruppo di studenti aveva avviato, da qualche tempo, una ricerca sul teatro popolare nel Sud del Senese.
L’incontro fu fruttuoso: l’indagine avviata da Clemente sul teatro si estese fino al territorio grossetano, grazie a Ferretti e al suo Archivio delle Tradizioni maremmane, mentre questi trovava a Siena una base di appoggio per il suo lavoro di demologo. Ciononostante, Ferretti conservò sempre la sua autonomia di ricercatore e di divulgatore della cultura tradizionale maremmana.
I suoi articoli pubblicati su La Nazione di Grosseto costituiscono la realizzazione di uno degli scopi che Ferretti si era prefisso, quello, cioè, di far conoscere una cultura popolare di quella provincia, non del tutto omogenea in quanto si era formata durante tutto l’Ottocento, in seguito alle bonifiche effettuate dai Lorena che avevano richiamato genti provenienti da altre regioni. La divulgazione, secondo Ferretti, doveva essere fortemente ancorata alla storicità dei fenomeni e soprattutto non poteva prescindere da metodi scientifici. Così, infatti, si legge in uno degli articoli dedicato alle attività e alle finalità dell’Archivio, da lui fondato e per conto del quale aveva intrapreso a scrivere per il quotidiano: l’Archivio
Questa indicazione metodologica si ritrova sempre alla base delle sue descrizioni dei fenomeni folklorici osservati. Alle spalle di questi articoli c’era tutta un’attività di convegni piccoli e grandi, di conferenze, di presentazioni di documentari filmati, e c’era, soprattutto, una ricerca instancabile ed entusiastica che non lasciava nulla di inesplorato. Non è qui il caso di elencare i molteplici lavori di Roberto, basti solo pensare al volume, curato da Gabriella Pizzetti ed uscito anch’esso postumo nel 1997, in cui sono pubblicate ben 471 tra fiabe e storie varie, che in Italia costituiscono, con molta probabilità, uno dei maggiori patrimoni narrativi dedicati al territorio di una singola provincia [2].
Se, come si dice, “passare al setaccio qualcosa” significa scandagliare minuziosamente una situazione, ebbene la Maremma grossetana e la parte occidentale del monte Amiata sono state passate al setaccio da Roberto Ferretti nell’arco di poco più di un decennio.
Il volume è introdotto da sei contributi di studiosi che con Ferretti ebbero contatti più o meno profondi. L’apertura si deve a Pietro Clemente, poi si susseguono Fabio Dei, Fabio Mugnaini, Paolo De Simonis e i grossetani Nevia Grazzini e Paolo Nardini, membri dell’Archivio delle Tradizioni, nonché, quest’ultimo, curatore del libro. I contributi di tanti studiosi segnalano l’importanza scientifica e culturale della pubblicazione.
I temi presenti negli articoli riguardano non solo le tradizioni popolari più appariscenti, come le feste, il carnevale, le forme teatrali, le fiabe e le novelle, ma anche le minuterie della vita quotidiana, come i modi di dire, l’uso di oggetti semplicissimi che sfuggono alla vista dei più, le interpretazioni che la fantasia del popolo dà a quegli elementi della natura di origine misteriosa, come macigni isolati, impronte indecifrabili, ecc. Qualche anno prima della sua dipartita organizzò una mostra di fischietti, di richiami per uccelli e di altri oggetti in terracotta capaci di produrre suoni: la mostra, insieme con quella precedente relativa alle trappole usate dai cacciatori, era la testimonianza che anche il mondo minuto e minimo, come quello della quotidianità ludica, doveva essere tutelato e salvaguardato [3]. Insomma, per Ferretti l’approccio alla cultura popolare non poteva che essere olistico: allora, forse, non ci si fece caso, ma oggi possiamo tentare di spiegare il perché della sua particolare concezione del folklore.
La sua intensa attività di ricerca si svolse in anni cruciali, quando il vecchio mondo contadino, dell’Italia tutta e non solo del territorio grossetano, si andava estinguendo a poco a poco e quello nuovo, piuttosto rumoroso e caotico, avanzava progressivamente. Per tutti fu un passaggio traumatico, ma Ferretti lo visse con una partecipazione sentimentale più forte del suo razionalismo. Ecco il resoconto di una sua visita alla spiaggia di Marina di Grosseto dove da tempo i pescatori avevano costruito, utilizzando l’erba palustre detta falasco, un villaggio di capanne:
Si tratta di una dettagliata descrizione realistica, ma il tono è quello dello sgomento davanti ad una imminente apocalisse: il piccolo mondo dei pescatori, la loro dura e precaria condizione di vita, sono assediati e contaminati da una cultura “egemone” i cui valori sono quelli della vacanza e del divertimento. Un’analisi lessicale del brano potrebbe farci scoprire l’atteggiamento di Ferretti davanti ai due mondi contrapposti, il vecchio e il nuovo; ma basta il confronto tra la solidità dei capanni di falasco e la provvisorietà delle tende e delle roulottes dei vacanzieri per informarci qual era il mondo che lui preferiva. Se in qualche articolo sembra avere uno sguardo tollerante nei confronti della modernità, tutto il suo lavoro è svolto all’insegna di un concetto espresso in un’ottava improvvisata a Grosseto dal poeta Savio Dominici come Introduzione alla Rassegna di Befanate del 1981 [4]:
Se Ferretti ha usato l’ottava come epigrafe al suo volumetto sulle Befanate vuol dire che anche lui, se non in tutto almeno in parte, concordava nel ritenere insopprimibile e necessario il valore della tradizione, concetto che il Dominici aveva espresso secondo un’elementare visione religiosa; nei suoi commenti, infatti, spesso il mondo moderno è confuso ed effimero, mentre quello tradizionale appare non solo compatto, ma quasi eterno ed immutabile. La cultura tradizionale diventa qualcosa di sacro, non può essere profanata né “mercificata”. Senza dubbio si tratta di una concezione del folklore piuttosto strana, per nulla demoetnologica, forse ideologicamente conservatrice, poiché nella rappresentazione ferrettiana convivono storia e credenze antiche di cultura popolare, magia e ritualità arcaica; ciononostante siamo lontani dall’eterogeneo coacervo gramsciano, perché per Ferretti ogni elemento è in relazione con gli altri, è al proprio posto senza che ci sia contraddizione. In questa visione manca, però, il senso generale della storia, mentre, contraddittoriamente, la storia è ampiamente usata per raccontare l’origine e l’esistenza di ogni elemento culturale.
Addirittura, il patrimonio culturale tradizionale viene paragonato ai monumenti antichi: nell’articolo in cui si parla del Bagno santo di Saturnia, che il tempo e gli uomini hanno lasciato disfarsi nella boscaglia, così Ferretti commenta:
Sono parole che lasciano pensierosi, forse perplessi; c’è, tuttavia, la possibilità di interpretare diversamente queste prese di posizione piuttosto apodittiche se guardiamo alle vicende storiche del territorio maremmano, che per secoli è stato abitato da piccoli gruppi che vivevano in condizioni di vita alquanto misere e precarie: le paludi e gli acquitrini permettevano solo qualche coltura di sopravvivenza, per lo più i latifondi appartenenti alle ricche famiglie senesi e al Monte dei Paschi, a parte i campi di grano, erano lasciati soltanto ai pascoli selvaggi. Tutte le comunità umane del territorio grossetano sono di formazione piuttosto recente: ognuna di esse si è realizzata, durante la bonifica dei Lorena, grazie all’immigrazione di gruppi provenienti da varie zone d’Italia, principalmente dalla Toscana (Val di Chiana, Mugello), dai territori appenninici centrali, e poi dal Veneto durante il regime fascista. Trattandosi, dunque, di una popolazione eterogenea che ha tradizioni e dialetti diversi, il territorio maremmano non ha acquisito una sua identità, tranne quella oleografica e romantica dei butteri, nata alla fine dell’Ottocento.
Forse Ferretti, con la sua ricerca, voleva dare alla sua terra natia un patrimonio culturale che la rendesse meno anonima e dotata di caratteristiche che potessero stare alla pari con quelle degli altri territori toscani formatesi durante il Medioevo e i secoli della rinascita. Ecco perché la sua ricerca non tralascia nemmeno i frùstula della tradizione. Tracce di questo intento si trovano in un intervento che Ferretti fece, qualche mese prima della sua scomparsa, a San Casciano Val di Pesa, durante un convegno in cui studiosi e amministratori di Enti locali discutevano su che fare del folklore. Nelle parole di Ferretti, oltre al tentativo di trovare i presupposti di una identità culturale, c’è anche una polemica piuttosto violenta nei confronti del turismo di massa e della moda delle sagre paesane:
Più oltre aggiunge: «Quindi il nostro Archivio, la nostra realtà tende sostanzialmente a rompere questa eredità di clichès che sono, lo ripeto, umilianti». Per questo sentiva la necessità di costruire una cultura comune, ricucendo tutte le tradizioni, dalle più corpose a quelle minuscole, cercando in esse tutti gli elementi che funzionassero come legame, storico o mitico, per tenerle insieme. Già, nel 1979, Ferretti informando l’opinione pubblica che il Consiglio Comunale di Grosseto aveva istituzionalizzato l’Archivio, così concludeva il suo articolo:
Il lavoro di ricostruzione della cultura tradizionale maremmana operato da Ferretti, può essere paragonato a quello di un mosaico; di questa complessa composizione mi pare che l’interpretazione migliore sia quella che ne dà nella sua introduzione Fabio Dei:
La sua polemica contro il turismo e lo stravolgimento mercantile di antiche tradizioni aveva una sua giustificazione, perché nel periodo in cui Ferretti svolgeva le sue ricerche era in corso il revival, cioè il recupero e la riutilizzazione di buona parte dell’espressività tradizionale (feste, teatro, canti e musiche abbandonate da anni), ma anche di elementi di cultura materiale, come edifici non più abitati, mobili e oggetti di arredamento. Il fenomeno era probabilmente il sintomo di una inquietudine comune, perché se da un lato la gente accoglieva a braccia aperte tutto ciò che la tecnologia moderna offriva ed era affascinata dall’effimero ed accettava acriticamente i cambiamenti sociali, contemporaneamente sentiva di perdere valori antichi che non avrebbe più potuto riavere in possesso. In questa mancanza di equilibrio era ovvio che la ripresa di elementi culturali tradizionali potesse essere stravolta e strumentalizzata a scopo di lucro. Così Ferretti commentava il fenomeno:
Sull’onda della moda anche lui, però, fu costretto a farsi organizzatore di manifestazioni in cui si esibivano gruppi di cantori popolari, di maggerini, di compagnie di spettacoli teatrali; ma fu sempre attento al rispetto delle tradizioni e delle persone che ne erano portatori:
L’immagine che del mondo folklorico ci dà Ferretti non è, comunque, quella idilliaca e armonica di certi studiosi operanti tra 1800 e 1900. Egli sa che in ogni comunità ci sono attriti, dissidi, rapporti di convivenza difficile, ma anche questi contrasti contribuiscono a creare e a consolidare le relazioni sociali e il senso di appartenenza alla comunità. Così è nel rito della focarazza di Santa Caterina in cui i vari borghi, pur essendo lontani l’uno dall’altro, formano il paese; poi, una volta l’anno, si contendono lo stollo in una corsa sfrenata e non priva di scorrettezze che danno il via, a fine gara, ad una serie di polemiche anche aspre; ma scrive Ferretti, le persone sono «consapevoli che anche queste piccole polemiche testimoniano di una vivacità paesana altrove purtroppo perduta» e stanno alla base di una solidarietà comunitaria. Il rito della focarazza, infatti, serve a dare a tutti gli abitanti di Santa Caterina la certezza di essere una comunità solidale, «che è baluardo contro la crisi del mondo moderno». Non solo:
Uno dei fili necessari a ricucire una tradizione culturale comune per tutto il territorio grossetano è stato per Ferretti un elemento folklorico presente in tutte le società contadine più o meno arcaiche; in queste, infatti, c’è sempre stata una diffusa credenza nella magia, nella possibilità di intervenire sulla realtà per cambiarla, specie in caso di malattie in un’epoca in cui la medicina era una pratica empirica e spesso assente dai luoghi agro-pastorali. Scrive Ferretti:
Il che significa che chi svolge la funzione di mago in una comunità tradizionale non è diverso dagli altri membri, lavora e vive come gli altri, ne è totalmente partecipe; mentre
Le credenze magiche sono anche alla base di una moltitudine di racconti, di storie di fatti straordinari, di spiegazioni di fenomeni misteriosi: Ferretti è stato capace di raccoglierne in gran numero e di riportarli nei suoi resoconti etnografici e di usarli come collante nella rappresentazione delle genti maremmane e amiatine. Quando, parlando di magia, usa le categorie di somiglianza e di contatto, sembra che il suo punto di riferimento sia Frazer, poi però nel recensire il film Apocalipse now di Coppola velatamente critica lo studioso scozzese; nonostante ciò, l’atmosfera che circonda i racconti di magia ricorda in qualche modo quella del Ramo d’oro.
Nel suo volere trattare la cultura tradizionale nella sua interezza, c’è qualche novità: mentre gli altri folkloristi hanno sempre tenuto distinti gli aspetti religiosi cattolici da quelli non cristiani, egli fonde l’antica concezione magica con quella cattolica che dal popolo viene intesa come «forma protettiva e garanzia dell’esistenza». Molte feste, infatti, dedicate ai santi patroni hanno la stessa valenza delle ricorrenze invernali (befanate, feste del fuoco) e primaverili (maggiolate), vengono cioè reinterpretate e collegate ai cicli annuali e a quelli alimentari; sono i casi di san Cerbone e la “castagnatura”, san Bernardino, protettore dei boschi; le vicende di altri santi, invece, possono essere collegate a credenze arcaiche come quelle intorno ai draghi custodi di sorgenti di acque, presenti nel culto san Giorgio; altri danno spunto alla creazione di microstorie per aver lasciato sulle rocce impronte dei loro corpi, come san Mamiliano e san Guglielmo. Quando c’è questa commistione tra feste cristiane o cristianizzate e vicende mitiche o magiche, Ferretti sente la necessità di ricercare le presunte origini dei fenomeni nel mondo precristiano o, come lui preferisce dire, protostorico. Oppure, di fronte a manifestazioni di religiosità come quella dei “flagellanti” di Roccatederighi cerca di darne una spiegazione razionale:
Sulla religiosità popolare Ferretti torna molte volte perché interessato dalle relative e complesse manifestazioni, ma ha un occhio di riguardo per il movimento religioso fondato a metà Ottocento, sulla montagna dell’Amiata, dal barrocciaio Davide Lazzaretti, predicatore e visionario che fu ucciso dalle forze dell’ordine durante una processione nel 1878. Questi aveva saputo raccogliere attorno a sé contadini, artigiani, piccola borghesia di quei paesi abbandonati dai governi e colpiti da tasse ingiuste come quella del macinato, prospettando loro delle «aspettative che ha[nno] permesso al barrocciaio amiatino di recepirle ed organizzarle in maniera originale e personalissima, di trasformarle in evento storico» (ivi: 227). Al centenario dell’uccisione di Lazzaretti, il demologo dedica un altro articolo in cui si dà conto di come intorno al “Cristo dell’Amiata” e al suo movimento siano nate molte leggende in cui si intersecano genuini sentimenti religiosi e credenze popolari.
Le leggende e le historiolae affascinavano Ferretti: il libro ne contiene a decine, lunghe, brevi, ridotte a volte solo ad un accenno. Gli piaceva inseguire questi frutti della fantasia popolare, nati davanti a fenomeni naturali, come strane forme delle rocce, macigni in bilico su un sasso, impronte misteriose: opere di esseri mitologici, del diavolo ma anche di santi e di eroi leggendari. Orlando, eroe di molti testi letterari, in Maremma è noto per aver spianato foreste, ha conquistato Saturnia, il suo cavallo ha lasciato impronte, con la spada ha aperto in due un macigno a Santa Fiora: tutti echi e ricordi delle tante veglie invernali in cui si leggevano i poemi di Ariosto e Tasso e di altri autori minori e poco significativi, ma amati dal mondo contadino (ivi: 297-98).
Quel mondo contadino che in occasione dei più importanti momenti astronomici dell’anno, come il solstizio d’inverno e l’arrivo della primavera, non dimenticava mai di ripetere gli antichi riti con cui erano celebrati e che sono al centro della ricerca di Ferretti. Egli cita tutte queste feste cicliche (per esempio: il “volo della capra” a Santa Fiora, la “torciata” di Pitigliano), ma si sofferma soprattutto sulle “befanate”, riti invernali, e sulle “maggiolate”, riti primaverili, eventi complessi in cui convivono aspetti teatrali, rito, canto e giri di questua di beni alimentari, nonché il consolidamento delle relazioni sociali. Ecco una sua descrizione del “maggio”:
Tali eventi gli facevano sentire la necessità di un’attenzione continua sul mondo contadino e di uno “studio convinto” della sua storia in quanto contesto inscindibile dal folklore. La tradizione che forse gli piaceva di più era il Carnevale, così vario nelle comunità amiatine e maremmane; non per nulla i reportage per La Nazione cominciano proprio con una bella descrizione del sorprendente carnevale di Santo Stefano, sull’Argentario:
Un altro Carnevale che, sebbene organizzato da un Ente pubblico, piacque molto a Ferretti, fu quello di Grosseto del 1980: accanto all’imperversare di moderne maschere di Zorro, di Sandokan e di Goldrake c’erano galline che andavano in bici, una scimmia che si accompagnava ad un coniglio in frac, il Mago Bustric con i suoi trucchi incantatori, mentre sul palco si alternavano i canti e le scenette dei Befanotti, dei Maggerini, dei Segantini, e per le strade proseguiva la parata degli attori del gruppo Arcoiris.
Tutti gli articoli pubblicati su La Nazione, trattandosi di divulgazione, hanno un forte carattere didascalico. Ferretti per questo si avvale di molte chiavi di lettura, a volte in contraddizione fra di loro: Frazer, pur se citato poco, offre il quadro di una spiegazione generale, ma la sua influenza viene attenuata dalla presenza di un certo funzionalismo che serve a chiarire il perché di certi comportamenti; e comunque l’esposizione non cade mai nella superficialità né nel pittoresco. In Frazer e nei suoi epigoni spesso l’origine dei riti e degli usi è collocata in un tempo lontano, indefinito che volgarmente viene definito “la notte dei tempi” o in epoca “precristiana”; Ferretti non cade mai in questi topoi, tuttavia i termini con cui lui li sostituisce non sono molto “scientifici”, perché al posto di “epoca arcaica”, e di “età precristiana” troviamo “protostoria” e “profondità della storia” che non hanno punto di riferimento alcuno.
Probabilmente alcuni concetti come “egemonia”, “subalternità” e loro derivati sono stati ripresi da Gramsci, ma non sappiamo se il pensatore sardo abbia avuto su di lui un’influenza più profonda; sappiamo solo che non accettava il concetto di “pittoresco” e che per lui il folklore era la cultura e insieme la storia delle popolazioni rimaste per secoli in situazioni di altrui dipendenza.
Un’ultima cosa vorrei aggiungere qui. Ferretti, oltre ad essere, nonostante qualche debolezza teorica, un etnografo e un demologo eccezionale, si dimostra anche capace di una scrittura colta, elegante senza mai smettere di essere leggero e piacevole. Sono pochi gli articoli meramente referenziali, c’è sempre la sua personalità, i suoi articoli si possono leggere con grande gradimento anche se non si è cultori di folklore. Quelli veramente belli e altamente letterari sono tanti, ma qui vorrei citarne solo uno, Il romito di Sassofortino (ivi: 365 sgg.) perfetto nella sua compiutezza narrativa in cui si fondono storia e leggenda, armonico nella sua veste estetica; sorprendente il finale in cui con molta ironia Ferretti sbeffeggia il mondo moderno descrivendoci un vecchio frigorifero ridotto a raccoglitore di acqua piovana dove gli animali possono dissetarsi:
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