
CIP
di Vincenzo Coli
Qualche volta accade che un libro mantenga in pieno le promesse della copertina. Promesse impegnative, se questa copertina è luminosa, allegra, felice, la grafica ispirata alle icone magiche della campagna senese: i cipressi armoniosamente allineati, i campi di grano, i papaveri. Sotto il cielo d’una lucentezza abbagliante. Segni dell’incontro fortunato tra paesaggio naturale e paesaggio costruito dal lavoro dell’uomo. L’immagine è l’introduzione giusta a un libro che trasmette speranza: E il popolo trovò casa. Un sogno condiviso nel Dopoguerra di Torrenieri di Lorenzo Bolgi (Nuova Immagine Editrice, Siena).
L’autore, esordiente assoluto, racconta con efficacia, lo stile piano ma intelligentemente elaborato, una visione divenuta realtà nei primi anni Cinquanta. Non una fantasia individuale, personale, intima. Tutt’altro. Un’intuizione diffusa con l’entusiasmo delle cause sacrosante, trasformatasi rapidamente in aspirazione collettiva, volontà popolare capace di coinvolgere un paese intero. Un evento straordinario figlio di tempi straordinari, in cui tutto sembrava possibile. Perché pochi anni prima gli italiani innamorati della libertà e della giustizia, armati soprattutto di un coraggio sconfinato, avevano sconfitto il nazifascismo. Loro erano come Davide contro Golia incarnato nella Wermacht e nei repubblichini di Salò. Aveva vinto chi sembrava più debole, ma poteva contare sulla forza e sulla consapevolezza di stare dalla parte giusta. Una storia meravigliosa.
Quel sogno nacque nel novembre 1949. Quattro anni dopo la fine della guerra, la sconfitta del nazifascismo, la nascita dell’Italia repubblica democratica figlia dalla Resistenza e fondata sui princìpi della Costituzione. I partiti sono ovunque ben organizzati e attivi, la temperie politica è diffusa e vibrante, ma la libertà conquistata non sopisce i segni di una tensione sociale che viene da lontano. Chi ha subìto il peso opprimente del regime e poi l’ha combattuto e vinto, ora spera di concretizzare il desiderio di giustizia sociale alimentato tenacemente durante i giorni più oscuri, quando tutto sembrava perduto.
A Torrenieri, borgo rurale dell’Alta Val d’Orcia, i militanti del Partito Comunista, per lo più contadini e operai, decidono di autofinanziare e costruire con le loro stesse mani una Casa del Popolo in cui ritrovarsi, frequentarsi, organizzare gli strumenti della partecipazione civile.
«Finalmente arrivò il momento tanto atteso, un’intera serata per discutere, ufficialmente e con tutto il tempo necessario nell’organo più autorevole del partito, se dare avvio oppure no alla realizzazione di quell’opera tanto agognata. Era il 15 dicembre. I componenti erano tutti presenti: undici su undici. Zuilio introdusse la riunione con una puntuale presentazione. Ricordò che nella storia del movimento operaio e socialista, sin dagli inizi del Novecento, la costruzione di sedi di partito e sezioni sindacali era spesso accompagnata dalla realizzazione di centri ricreativi, sale di lettura, cooperative di consumo o di produzione e lavoro (…). Prese la parola Giuseppe: “Io forse non la vedrò realizzata – disse quest’uomo di sessantaquattro anni – sono troppo vecchio, ma dobbiamo farla quest’opera, non si può non avere un posto tutto nostro, dove fare le riunioni o prendere un caffè. E poi – aggiunse solennemente – deve essere chiaro a tutti che una casa del popolo non è solo il luogo per trascorrerci quel poco di tempo libero che abbiamo, per ballare, giocare a biliardo o a carte, o vedere film. Essa è e resterà sempre un simbolo potente, una manifestazione tangibile della nostra presenza organizzata e dell’affermazione di un nostro ruolo attivo nella vita sociale e politica della nostra comunità. Dobbiamo dimostrare a tutti, soprattutto a quelli che non la pensano come noi, che siamo capaci di fare le cose, che abbiamo una testa, che pensiamo e ragioniamo, e non siamo solo mera merce da lavoro».
Sono in duecentosettanta a sottoscrivere le quote associative necessarie a fare l’impresa, su poco più di millecinquecento abitanti. Duecentosettanta famiglie che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena ma a un pezzetto di socialismo realizzato non intendono rinunciare. Riescono a coinvolgere anche i compagni del PSI. La solidarietà è un contagio bellissimo. Sono di età diverse e quasi tutti maschi, ma le ragazze più giovani spiccano per determinazione e intelligenza. Devono affrontare però un ostacolo durissimo: a Torrenieri non si muove foglia senza il benestare dell’anziano Commendatore, prodotto esemplare del capitalismo ottocentesco, un padrone nel senso classico del termine, titolare dell’azienda di laterizi più grande del territorio senese, che, direttamente o di riflesso, dà lavoro a tanti paesani. L’imprenditore ha plasmato l’ambiente secondo i suoi voleri, non certo ispirati a idee di progresso. Terre, case, persone: è tutto suo, una declinazione fuori sincrono della “roba” verghiana, tardo relitto di una cultura feudale che imperversò su queste terre bellissime della Toscana, e ancora esercita una forte influenza. Sarà un confronto da far tremare i polsi, impari ma inevitabile. Sarà, in qualche modo, una lotta di classe.
Lorenzo Bolgi ha sfogliato documenti, saggi storici, giornali. Ha attinto dalla memoria personale, perché queste vicende, lui che è di Torrenieri, le ha sentite raccontare in famiglia, le ha fatte proprie, sono divenute parte del suo vissuto. All’epoca, tutti erano mezzadri o braccianti, oppure operai della fabbrica di laterizi Crocchi, e le donne casalinghe, ma almeno covavano una soddisfazione: aver iniziato ad esercitare il diritto al voto, passo fondamentale nel cammino verso l’uguaglianza. L’autore questa vicenda l’ha conosciuta dalla voce del padre, uno dei giovani protagonisti. I cui nomi sono belli, terragni, dal sapore antico: Soccorso, Bruno, Ernesto, Zuilio, Celso, Virgilio, Agostino, Sabatino. Suona invece vagamente aristocratico quello della ragazza forza trainante nel direttivo del partito, Eleonora, la più colta e preparata di tutti.
Alcuni personaggi sono autentici, altri no. Un mix di realtà e di finzione che genera un intreccio assolutamente verosimile. Licenza che Bolgi si è preso nel momento in cui ha deciso di scrivere un romanzo in cui lungo l’alveo di un contesto autentico, ben documentato, fluisce la corrente libera del racconto, che quanto più presenta dinamiche congrue rispetto al momento storico e componenti psicologiche plausibili, tanto più tiene avvinto il lettore. E Bolgi è bravo a muovere i personaggi sulla scena di questa pièce quasi teatrale che sarebbe piaciuta a Dario Fo. Intanto perché è immerso totalmente, testa e cuore, nella materia. Non ci restituisce un incendio visto da lontano, un accadimento rispetto al quale il narratore ha tutto il diritto di sentirsi neutrale, oggettivamente distaccato. Lui non è un osservatore, non sta in tribuna a guardare. Sta in campo e gioca. Fa parte, quasi ottanta anni dopo, di una delle due squadre contrapposte. Questa storia, e le storie precedenti – l’epopea partigiana, le lotte contadine per la terra, le conquiste sindacali – hanno costituito il nucleo del suo sentire politico, della sua moralità. Sono stati i valori fondanti della coscienza politica di due generazioni.
Questo sogno realizzato noi lo vediamo in primo piano, ma sullo sfondo Bolgi ci mostra l’Italia del tempo attraverso nomi, date, fatti di cronaca, e di cronaca politica. La cornice senza la quale il quadro non esisterebbe. Ci sono le elezioni del 1948, la sconfitta del Fronte Popolare, l’instaurazione del monocolore democristiano, c’è la scomunica dichiarata da papa Pacelli contro i comunisti, il clima da guerra fredda, due mondi contrapposti. Scorre sangue vero. Il sangue del capolega di Torrenieri Severino Meiattini, che fu ucciso a Siena dalla celere di Scelba durante una manifestazione successiva all’attentato a Togliatti. C’è l’orrore e la rabbia che questo avvenimento produsse nei suoi compagni.
C’è la vita quotidiana degli abitanti del borgo, la durezza del lavoro, le abitazioni modeste, le cene frugali, gli affetti familiari, la fatica degli spostamenti quando ci si muoveva a piedi o in bicicletta, le feste, le riunioni notturne di partito, le discussioni accalorate che si prolungavano finché il sonno non prevaleva.
Viene spiegato minuziosamente, in dettaglio – oggetti, gesti, tempi e metodi – cosa era il lavoro quotidiano dei coloni, dei boscaioli, dei meccanici, degli operai delle fornaci, dei trasportatori, delle casalinghe. Una narrazione ricca di partecipazione e rispetto nei confronti di quelle donne e quegli uomini, dalla quale scaturisce, parallelamente alla trama, un saggio antropologico, vivo, affascinante, un documento prezioso di cultura contadina.
Mezzo secolo fa, in quel luogo magico che era la facoltà di Lettere di Siena, il professore Pietro Clemente, insieme ai suoi studenti di antropologia, telecamere, videocassette vhs e registratore alla mano, esplorava le campagne e intervistava gli ultimi testimoni, già allora anziani, del mondo rurale, documentava le tecnologie, le pratiche, immortalava i canti, le favole. Docente e allievi sapevano che presto quel patrimonio sarebbe scomparso, e intendevano salvarne la memoria.
Lorenzo Bolgi ha fatto qualcosa del genere. Conferendo a una storia vera una dimensione epica: infatti i protagonisti combattono una guerra, seppur simbolica. Pagina dopo pagina, mossa dopo mossa, assistiamo a una partita di scacchi tutta giocata sui nervi, che richiede lucidità e un pizzico di genio. Da una parte i lavoratori, che lottano per un futuro dignitoso e per regalarsi il luogo fisico – una bella, grande casa del popolo – che rappresenti degnamente la forza delle idee comuni. Dall’altra parte l’industriale padrone, il Commendatore, che sta dall’altra parte della barricata, l’uomo che con la sua fabbrica dà lavoro ma in cambio dai torrenieresi pretende l’anima. Tutti gli devono riconoscenza, e sottomissione. Perfino grottesca: per dirne una, il piccolo cinema è sua proprietà, e a lui piacciono i film, la sera ci va spesso mescolandosi ai paesani. Ma quando decide di non andare, telefonata all’operatore, la sala non apre e tutti gli abitanti restano a casa. Quando il Commendatore scopre che socialisti e comunisti, senza chiedergli il permesso, fanno una colletta e cercano di comprare un pezzo di terra per costruirsi la Casa del Popolo, si attiva per impedire questo atto a suo parere sovversivo, sguinzaglia i collaboratori e le spie anche all’interno del partito, ìntima ai proprietari di fondi di non vendere, cerca aiuti politici in prefettura, si rivolge ai carabinieri. Va allo scontro. Oggi, a distanza di tanto tempo, sembra una sorta di don Rodrigo nato con tre secoli di ritardo. Un “cattivo” da romanzo verista ottocentesco, il perfetto vilain dei film di avventura anni cinquanta. Ispira quasi tenerezza. La tenerezza del perdente.
«In fondo al salone, poco prima dello schermo gigante, su una fila di tavolini addossati alla parete, a suggerire il senso della festa, c’erano bottiglie di spumante, aranciate e chinotti, caraffe d’acqua e bocce di vino, tramezzini e pasticcini. Rino prese il microfono. Era emozionato anche lui, cosa strana. Pronunciò poche parole: “Siamo nella nostra casa. Nella casa di tutti. A tutti sarà sempre permesso l’accesso, l’ingresso sarà sempre libero. È stata dura arrivare fin qui, è stata dura combattere contro chi si è opposto tenacemente al nostro progetto, ma la nostra ostinazione è stata ancora più forte. Mai più nessuno dovrà imporci la sua volontà e dirci ciò che possiamo o non possiamo fare, quando vogliamo divertirci o quando vogliamo stare insieme. Ma ora basta, siamo qui per ballare e festeggiare. Celso, attacca la musica!”. Erano trascorsi cinque anni da quando, in un direttivo del partito, una frase di Romano, buttata là non si sa quanto consapevolmente, aveva dato l’avvio ad un turbinio di eventi, a un circolo virtuoso che aveva trasformato un sogno in realtà. E tutto era stato possibile perché quel sogno lo aveva condiviso con forza un popolo intero. Convinto di aver diritto, dopo tante sofferenze, a uno spicchio di felicità».
La Casa del Popolo, inaugurata in un pomeriggio di festa di quel dopoguerra interminabile, è stato luogo d’incontro e punto di riferimento per decenni. E c’è ancora: grande, funzionale, accogliente. L’azienda del Commendatore, invece, fallì agli inizi degli anni Settanta. Lui come imprenditore era bravo, gli eredi un po’ meno. Hanno confermato la veridicità della sindrome di Buddebrook, dal titolo del famoso romanzo di Thomas Mann. L’ha teorizzata lo storico David Landes: indica una situazione di decadenza in cui le generazioni successive alla terza si mostrano poco interessate o predisposte alla gestione dell’impresa familiare, e la portano al collasso, o bene che vada la vendono al miglior acquirente. È successo cent’anni fa all’azienda siciliana Florio, liquori e industria del tonno. In tempi più recenti è toccato agli Agnelli, ora sta succedendo ai Benetton. A Siena, ai Nannini industriali del dolce.
In quel lembo della Valdorcia, la caduta della casata che fu così potente non ebbe nulla di melodrammatico. I giovani eredi Crocchi, persone civilissime, hanno affrontato con grande dignità il declino della famiglia e si sono impegnati nel mondo del volontariato. Evidentemente nessun tipo di egemonia economica, a livello nazionale o a dimensione paesana, può durare all’infinito, e anche la pretesa di esercitare il potere che da questa forza economica promana, a lungo andare diventa un fardello insopportabile. Meglio liberarsene al momento opportuno, e semplicemente vivere secondo inclinazione, magari inseguendo la bellezza di un sogno.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Vincenzo Coli, senese, giornalista e storico del cinema, è stato collaboratore e corrispondente de L’Unità tra gli anni Settanta e Novanta. Ha lavorato come capoufficio stampa in un ente pubblico, ha diretto varie testate giornalistiche e curato, negli anni Ottanta, le mostre di maestri del fumetto come Jean Giraud, Milo Manara e Andrea Pazienza. Si è occupato di divulgazione della cultura cinematografica e pubblicato, tra gli altri, il romanzo Cuore di pulce, la raccolta Falsi di gusto. Da Petronio a Camilleri, quindici racconti “alla maniera di” invitano alla grande cucina senese, il saggio Voci dal silenzio. Storie di vite negate nell’archivio dell’Ospedale psichiatrico San Niccolò di Siena, la raccolta Secreti 2003-2020. Otto racconti facili sui misteri dell’organismo, il romanzo Quando i cinema avevano la coda. Siena in platea, splendore e fine di un sogno popolare.
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