CIP
di Aldo Aledda [*]
Che cosa si può fare per arginare il fenomeno dello spopolamento in Sardegna con i conseguenti problemi dell’invecchiamento della popolazione (il meno grave) e la fuga dei giovani dal territorio regionale (decisamente più grave) se l’è chiesto a Cagliari il 17 maggio la politica regionale in un convegno organizzato dall’“Associazione Aldo Moro” presso la sede del più importante quotidiano dell’isola, “L’Unione Sarda”, trasmesso in streaming. In quella sede esponenti politici della maggioranza del governo regionale si sono misurati su questo problema allargando la riflessione ai parlamentari nazionali e ai colleghi di altre regioni italiane verosimilmente più avanti nelle soluzioni di questo problema, come l’Emilia Romagna e la Toscana, o non meno decise, nell’impegno a fronteggiarla, senza necessariamente stare meglio della Sardegna, come la Campania.
Le conclusioni sono state, in estrema sintesi, che il ruolo (e la responsabilità) maggiore davanti a questo problema è ricoperto dallo Stato, qui rappresentato con una relazione portante dall’ex ministra delle pari opportunità, Elena Bonetti, e da alcuni parlamentari dell’opposizione, come Alessandro Caramiello e Fabio Porta, ma nondimeno evidenziato dagli amministratori e dai politici regionali della Sardegna e delle altre regioni intervenute. Lo Stato, chiamato subito in causa, riveste due ruoli principali: a) quella di cornice e di sostegno giuridico e finanziario alle politiche delle regioni e degli enti locali impegnati a combattere lo spopolamento, stabilendo in particolare i livelli dei servizi essenziali e i requisiti minimi e massimi per l’erogazione dei fondi e poi gli altri in cui esercita poteri esclusivi o concorrenti come i trasporti e gli interventi straordinari per calamità naturali e gli altri ordinari di difesa dell’ambiente laddove non siano sufficienti le disponibilità di regioni e comuni o in loro aggiunta; b) orientamenti per arginare lo spopolamento e favorire il ripopolamento, come disposizioni in ordine all’ingresso di immigrati nel territorio nazionale, non meno che delle politiche rivolte a favorire la natalità o contenere l’esodo dei giovani oppure, specularmente, favorirne il rientro.
Si può dire che la maggioranza degli intervenuti abbia preferito concentrarsi sull’analisi socioeconomica, accompagnate dalle relative parole d’ordine sulla partecipazione e il coinvolgimento delle popolazioni interessate (Davide Baruffi, Marco Niccolai, Michele Cammarano, Alessandra De Renzis, ecc.). E ciò ha rivelato una prima generale tendenza, ossia che la classe politica per quanto possa essere conscia che il problema è urgente e che occorrono soluzioni valide nel breve e medio termine, non deve dimenticare che gli interventi hanno comunque la necessità muoversi su un doppio binario: uno, dell’efficacia immediata per la popolazione oggi residente (detto altrimenti, con un occhio all’elettore) e solo successivamente ed eventualmente preoccupandosi di chi ci sarà domani. Impostazione sicuramente condivisibile anche se qualcuno potrebbe obiettare che, secondo come la si vede, potrebbe stridere con quella che, in ultima analisi, dovrebbe essere la missione dello “statista” che, per definizione, agisce con lo sguardo rivolto soprattutto alle prossime generazioni. Non che questa consapevolezza sia mancata del tutto, è che forse andrebbe meglio inquadrata nel ventaglio delle soluzioni che rispetto al tema dello spopolamento potrebbero presentare per il nostro Paese una valenza diversa una volta che si voglia tesaurizzare l’esperienza accumulata in altre parti del mondo, inclusi quelli del cosiddetto Sud che incomincia a risentire degli analoghi problemi occidentali. La maggior parte del flusso migratorio internazionale, che fu calcolato in circa 120 milioni dall’UNHCR nel 2024, in fuga dai loro territori per guerre, carestie e cambiamenti climatici, si riversa in Europa che oggi contiene 87 milioni, come pure 59 milioni sono quelli residenti nell’America del Nord, e tra questi si trovano i paesi più importanti come gli Usa che ospitano 51 milioni di stranieri e la Germania 16.
Ciò non significa che i partecipanti al convegno si siano esonerati dalle rispettive responsabilità in primo luogo come Stato, anzi hanno fatto propri tutti gli allarmi del caso. La più attesa era Elena Bonetti, oggi Presidente della “Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica”, sostenendo che al riguardo la Sardegna costituisce un interessante caso di studio sul problema dello spopolamento a fronte della significativa diminuzione della natalità che, in termini assoluti e relativi della popolazione femminile, si trova sotto l’1, precisamente il 0.9 con l’Italia che, comunque, viaggia al 1.18. È così che – avvisa la on. Bonetti – che una regione con meno nascite e un invecchiamento accentuato della popolazione finisce per produrre un effetto distorsivo amplificato giacché restringendosi il nucleo familiare gli anziani restano sempre più soli e fragili con una perdita di autonomia che richiede una costante supplenza pubblica, non mancando poi di riflettersi in termini di maggiori costi sulla spesa previdenziale, sanitaria, i servizi, ecc.
Tutto vero, quindi, che lo Stato ha le principali responsabilità e doveri, dovendo garantire un quadro sistemico fruibile per il legislatore e per le amministrazioni locali. Preoccupante piuttosto è la diminuzione della coorte dei giovani, e più in generale delle persone attive che presentano una minore produttività sotto il profilo economico con contraccolpi anche sul Pil (sosteneva l’Economist qualche numero fa, che Paesi come la Cina, il Giappone, la Corea del Sud e l’Italia e tanti altri che procedono imperterriti verso l’invecchiamento non saranno in grado di mantenere i ritmi di sviluppo programmati per mancanza di forze giovanili, le cosiddette “intelligenze fluide”, aspetto questo eccepito anche da Mario Draghi nel suo recente report europeo).
Non meno importante è il tema del lavoro che impone non solo di attrezzare i nuovi addetti ad affrontare i cambiamenti, ma anche di effettuare a monte un investimento educativo e formativo, tenendo conto che la diminuzione dei bambini finisce per compromettere anche gli interventi per arginare lo spopolamento (l’Istat stabiliva che, nel 2024, mentre in Europa vi erano tre persone che lavoravano su uno che stava in pensione in Italia erano 39 milioni gli abitanti in età lavorativa, ma solo 22 lo facevano effettivamente; nel suo intervento l’ex direttore del Centro di programmazione regionale, Giancarlo Cadeddu, ha spiegato che oggi in Sardegna l’indice di vecchiaia è del 266,6 il che vuol dire per ogni infrasessantaquattrenne ci sono 2,6 ultrasessantaquattrenni e, così pure, l’indice di dipendenza strutturale presenta un 58,5 che significa 100 persone che lavorano devono tirarsene dietro 58,5). Oggi un giovane che vuole avere figli – conclude Bonetti – o non ne genera affatto oppure si deve spostare in un territorio che glielo consenta, da cui anche la necessità di governare e migliorare le infrastrutture abitative oggi inadeguate a fronte dell’inurbamento crescente. In definitiva, stando così le cose è importante rendersi conto che l’immigrazione rappresenta oggi la prima e più importante risposta al problema.
Sulla stessa scia si colloca l’intervento di Fabio Porta, segretario della medesima Commissione e Vicepresidente del Comitato degli italiani nel mondo della Camera dei Deputati, per il quale non sempre si coglie in modo appropriato il fenomeno dell’emigrazione dei nostri giovani che si recano ovunque intravvedono possibilità, laddove per trattenerli o indurli a rientrare sarebbe necessario adeguare salari, semplificare l’amministrazione e, soprattutto, entrare nell’ordine di idee che la mobilità deve essere circolare e vantaggiosa per tutti i soggetti interessati, prodursi in Italia e fuori. A ben vedere – ritiene Porta – il governo italiano sembra fare di tutto per disincentivare l’insediamento nel nostro Paese di chi non ne sia già cittadino (tagli alle pensioni, tasse sulla prima casa, problemi nel riconoscimento di titoli, ecc.), ostacolando anche il rientro di chi a suo tempo ebbe a emigrare dall’Italia. Siamo ben distanti dalla Spagna che per affrontare meglio i problemi dello spopolamento in questo campo fa leva sulla numerosa popolazione ispanica dell’America Latina (peraltro in maggioranza di origine italiana), favorendo l’equipollenza dei titoli, con agevolazioni fiscali e l’accesso alla cittadinanza.
Deve essere chiaro che nel breve e medio termine l’unica soluzione possibile sono le immigrazioni perché altre misure, come quelle basate sul sostegno alla famiglia e alla maternità, pur giuste e indispensabili, tuttavia, non sortiranno effetti prima di venti/trent’anni. Da qui la proposta di legge che l’on. Porta ha presentato, con altri parlamentari dell’opposizione, di istituire un visto quinquennale riservato gli italo-discendenti e agli “italici”, gli stranieri di cultura italiana, con relativi incentivi fiscali. Dovrebbe essere chiaro che la soluzione più efficace del problema, conclude il deputato siciliano, sta nell’attrarre giovani intelligenze e studenti di tutto il mondo come si stanno impegnando a fare tanti altri Paesi nelle nostre condizioni.
Alessandro Caramiello, Presidente dell’Intergruppo Sviluppo Sud e Aree fragili della Camera dei Deputati, è convinto che la preoccupazione principale sia costituita dalle aree interne, donde la mozione indirizzata al governo con 16 impegni precisi per fronteggiare il depauperamento di queste parti del Paese più soggette a spopolamento. Anche lui è convinto, come i consiglieri regionali sardi Meloni e Corrias, che non basta mettere in campo un assortimento di bonus ma occorrono proposte più concrete per trattenere i giovani, come potrebbe essere intervenire sugli asset dell’agricoltura, dell’industria, del turismo e dei servizi, con particolare riguardo all’imprenditoria giovanile in ambito agricolo. Egualmente in quello più strettamente industriale occorre fare in modo che le multinazionali possano fare investimenti adeguati, magari sostenendoli con misure di defiscalizzazione, anche nella prospettiva che potranno aprirsi nuovi mercati dentro e fuori il Mediterraneo. Da qui la necessità di visioni lungimiranti, che abbiano un occhio di riguardo anche alle aree interne, senza trascurare il problema dell’invecchiamento della popolazione che, per come si sta presentando è paradossale per l’on. Caramiello, per esempio, che i pensionati italiani siano costretti a recarsi in Paesi che, anche in Europa, offrono migliori condizioni di vita. Giusto, quindi, creare comunanza politica e lavorare insieme nella convinzione che se non esiste il Sud non esisterà neanche il Nord.
Dallo stesso territorio gli fa eco Michele Cammarano, presidente delle Aree interne del Consiglio regionale della Regione Campania, per il quale il problema è sostanzialmente di natura politica. Dal 2007 in tutto il mondo le aree rurali sono state sorpassate dalle aree urbane, per cui è sempre un insistere che le zone periferiche essendo abitate da un numero inferiore di persone sono oggetto di attenzioni inadeguate. Le regioni devono tracciare le linee di movimento. Perciò è necessario che nelle aree interne vadano modificati i parametri di scuole, sanità, ecc., ma soprattutto che si mettano insieme tutte le interpretazioni della società, giovani, gruppi. ecc., chiedendosi in particolare che cosa occorre fare con i giovani che rientrano, tenendo nel debito conto che sono portatori di un’altra mentalità.
Una delle caratteristiche degli approcci al problema di questo appuntamento era di contenere il richiamo ai dati dello spopolamento italiano, la cui analisi ormai è tutta fatta ed è ampiamente pubblicizzata, anche per la realtà sarda. A parte i quasi quotidiani aggiornamenti che l’Istat fornisce sull’andamento del problema e i suoi risvolti, particolarmente economici occupazionali e sociali, vi è la messe di servizi giornalistici, radiofonici e televisivi con relativa diffusione sui device di ciascun utente in cui questo messaggio viene amplificato, per cui nessuno oggi può più dire di non sapere, almeno a certi livelli di responsabilità e di attenzione sociale e politica. In tutti i casi nel convegno non poteva mancare un accenno al quadro analitico dello spopolamento in Italia illustrato da Alessandra De Renzis, ricercatrice del “Gran Sasso Science Institute” che, attraverso la proiezione di una serie di carte, si è soffermata sul caso relativamente meno esplorato delle “periferie” che risultano più direttamente toccate delle aree urbane.
E, tuttavia quando si vanno a vedere i relativi piani si scopre, come hanno messo in evidenza la De Renzis e Giancarlo Cadeddu – entrambi facenti parte dell’Associazione “Riabitare l’Italia” – che raramente si parla con toni allarmistici dell’emigrazione, trascurando che le aree interne hanno margini di sviluppo e opportunità potenzialmente non inferiori a quelle urbane, soprattutto, come avrebbe chiarito meglio Cadeddu, portando a esempio una certa casistica sarda di successo, se si fa perno sull’innovazione come motore dello sviluppo e soluzione di tutta una serie di servizi alla comunità che, oggi, proprio per via dello spopolamento, stanno penalizzando le aree più periferiche del Paese. Riguardo ai giovani, 2000 di loro, tra i 19 i 39 anni, racconta De Renzis, posti davanti alla domanda di un questionario dell’Associazione in quale modo si potesse configurare l’intenzione di andar via o di rimanere nel piccolo centro che abitavano, è emerso che la scelta di restare è legata all’esistenza di una comunità oppure dallo stato di necessità quando i costi della vita nelle mete agognate appaiono insostenibili, soprattutto in termini di abitazioni.
Altro dato interessante di questa ricerca è che, per molti, in cui il legame con la terra e la comunità significa soprattutto pastorizia e agricoltura, gli antichi mestieri, la tradizione e l’affezione territoriale costituiscono le condizioni migliori per rimanere. Oltretutto – ha sottolineato la ricercatrice – risulta più attrattivo il territorio migliorando la presenza della pubblica amministrazione, soprattutto in termini di servizi, anche solo con semplici accorgimenti gestionali, come per esempio un uso promiscuo dei mezzi pubblici (la mattina gli alunni e la sera anziani per visite, analisi, ecc.). Gioca infine un ruolo decisivo la sussidiarietà, il confronto costante con i cittadini, le imprese, la conoscenza diffusa anche in termini di coprogettazione e partecipazione. Cadeddu, che attualmente lavora come Project Manager in un programma del PNRR di potenziamento tecnologico della Sardegna, spiega come certe sperimentazioni, anche vertenti semplicemente sull’aspetto dell’umanesimo, consentono di ottenere risultati di rilievo in ambiti come la sanità, i servizi, l’inclusione sociale e perfino del turismo (cita a questo proposito due sperimentazioni in corso, come quella dei Giganti di Monte Prama nell’Oristanese e del Cammino minerario di Santa Barbara nel Sulcis Iglesiente che, grazie a una opportuna digitalizzazione, stanno dando risultati notevoli in termini di attenzione internazionale, attrazione di investimenti e movimentazione di visitatori).
Risolvere il problema dello spopolamento per regioni come la Sardegna si riassume, per alcuni versi, nella domanda: è possibile tenere agganciato il tema del ripopolamento con quello del miglioramento del quadro economico e sociale del territorio e, soprattutto, come si relazionano questi due fattori? E, poi, possono questi camminare insieme solo perché è riuscito parzialmente a qualche regione italiana più avanzata (o meglio amministrata) oppure occorre prendere atto che esso per la gran parte del territorio nazionale va risolto nel più breve tempo possibile e a prescindere dalle condizioni socioeconomiche che lo potrebbero arginare?
Riagganciandoci a uno dei problemi enunciati all’inizio, forse ciò di cui si sente maggiormente la mancanza è una parola più chiara da parte della politica nazionale in ordine alle scelte da fare per contrastare lo spopolamento del Paese, dal momento che essa pare ondeggiare tra gli stimoli ad aiutare le donne in modo che possano contribuire a restringere il gap demografico magari inserendole meglio nel mondo del lavoro e agevolandone la maternità, e l’immissione più o meno controllata degli stranieri (attraverso quote molto severe e, a giudizio delle organizzazioni datoriali, pure insufficienti) oltre che prospettando soluzioni soddisfacenti ai giovani per non abbandonare il territorio. Ed è ciò che è emerso nel convegno, organizzato non a caso da una associazione, la “Aldo Moro”, che coerentemente con la sua intestazione fa della cultura politica con risultati significativi per il territorio, come ha sottolineato presentando l’iniziativa il segretario dell’Associazione, Federico Porcu e il Presidente Cristiano Erriu chiudendola con l’impegno a non fermarsi su questo tema, ma elaborando una mozione rivolta alle istituzioni regionali.
L’obiettivo era, dunque, domandare alla classe politica, e per prima a quella che oggi governa la Sardegna, con particolare riferimento al partito di maggioranza relativa della coalizione, che cosa si pensa di fare al riguardo, anche prima di ragionarne con gli altri soggetti politici. E potere andare a questi confronti con linee più elaborate e coerenti, come ha sostenuto l’on. Baruffi. Come dire, si provi a fare il punto sulle idee al riguardo incominciando a individuare le politiche opportune prima di giungere a confronti più specifici tra tutte le forze politiche in cui le divisioni aprioristiche e i toni della polemica quotidiana appesantiti dagli approcci ideologici e dagli interessi particolari potrebbero inquinare la trattazione di un problema in ordine al quale invece, tutti i partecipanti al convegno, sono d’accordo che occorra il massimo consenso. Anche perché non bisogna sottovalutare il carattere di urgenza che riveste il problema nella misura in cui le proiezioni, nel 2050, dicono che l’Italia perderà quattro milioni di abitanti.
Per attendere più diligentemente a questo compito, il Presidente della “Aldo Moro”, Cristiano Erriu, ex assessore degli enti locali della Regione e presentatore della cosiddetta “Carta di Ollolai” [1], ha ritenuto opportuno affidare ai partecipanti un documento di analisi del problema dello spopolamento in Sardegna contenuto nella medesima “Carta” in modo da avere una piattaforma più vasta su cui riflettere o da cui partire. Si tratta della rielaborazione dell’intervento effettuato in occasione di quell’appuntamento nella cittadina barbaricina dall’“Associazione dei parlamentari sardi” da parte di Pietro Soddu, già Presidente della Regione e a suo tempo, come Senatore della Repubblica, Vicepresidente della Commissione Bicamerale di riforma della Costituzione, oggi, a riposo, considerato un autorevole Maître a penser nel firmamento politico isolano. Un intervento che spiega non solo le ragioni storiche dello spopolamento in Sardegna, ma affronta anche l’altra questione, più rilevante sul tappeto del convegno, di come lo sviluppo economico costituisca in tutti i modi un fattore di crescita o decrescita nella misura in cui sospinge fuori o dentro la popolazione e consente di attrarre i non residenti. Ossia tutte questioni non di poco conto e, come osserverò nel corso di questo articolo, tutt’altro che scontate se vanno inquadrate nel contesto dei rimedi adottati a livello internazionale.
Soddu nella sua analisi fa una premessa indispensabile in cui partendo da lontano, ci presenta il quadro di una Sardegna scarsamente popolata osservando che, già in epoca nuragica a una diffusione sul territorio di circa sette-ottomila nuraghi non corrispondeva una popolazione altrettanto numerosa, tanto che, in circa millecinquecento anni di storia, non si sono mai raggiunti numeri tali da dare vita ad agglomerati urbani paragonabili a quelli che nelle stesse epoche si venivano formando nel Medio Oriente, nell’Egeo e nell’Egitto. Trattasi di una condizione questa che è risultata quasi sempre aggravata non solo dalle consuete cause cui si fanno risalire questo tipo di fenomeni nelle società antiche, ossia le guerre, le carestie e le epidemie, ma anche dalle conseguenze di una cattiva amministrazione, in particolare dall’insostenibilità del carico fiscale e dalle diverse forme di sfruttamento che sfociarono in angherie di ogni genere, durate quasi fino all’Ottocento. Nell’Alto Medioevo e all’inizio dell’era moderna le cronache e i censimenti giudicali, aragonesi, spagnoli e piemontesi mostrano una popolazione oscillante tra le 200.000 e le 350.000 unità, al punto che, ricorda John Day [2], nel Medioevo scomparvero quasi quattrocento villaggi…[E comunque] non viene registrata mai una popolazione superiore a cinquecentomila abitanti, perfino nei periodi di maggiore sviluppo urbano e rurale, soprattutto se si prendono in considerazione i cinque/sei secoli successivi alla fondazione dell’Impero romano.
Davanti a questi problemi sembra quasi che le soluzioni adottate dalle classi di governo in qualche modo si standardizzino e si equivalgano divenendo ripetitive soprattutto nella riproposizione dei rimedi pur fatte le debite differenze per epoche e concezioni. Infatti, la preoccupazione della classe politica sembra essere sempre la stessa: puntare a trovare soluzioni ai problemi che agiscano nella contemporaneità ma che abbiano anche dei riflessi positivi nel futuro, che è ciò che è sembrato echeggiare in larga misura anche negli interventi del presente convegno. Non a caso, dice Soddu, la storia ci insegna che, non solo in tempi più recenti ma pure in un passato più remoto, per fronteggiare il problema della scarsità di popolazione sono stati proposti o immaginati rimedi per migliorare l’agricoltura, la pastorizia e l’amministrazione e qualche volta si è assistito anche a tentativi di creare colonie di immigrati ai fini di un ripopolamento produttivo. Con questi obiettivi, quindi, i Fenici e i Punici, ma soprattutto i Romani, provarono a introdurre nuove forme di economia e a insediare in varie parti dell’isola fette di popolazione esterna (ex-militari, mauri o ebrei), che nella condizione di liberi coloni o di schiavi venivano impiegati non solo a combattere le rivolte locali ma usati anche per ripopolare aree desertiche. Tuttavia, a fronte di queste politiche la condizione demografica dell’isola non fu destinata a migliorare perché non migliore successo ebbero i tentativi portati avanti dai Bizantini, dai Genovesi, dai Pisani, dagli Aragonesi e dai Catalani. Forse hanno inciso sulle realtà urbane più importanti e sulle popolazioni intorno ai presidi militari, dice l’ex Presidente di Regione, ma molto meno hanno operato sulla condizione demografica generale dell’isola e più che mai nelle zone interne. I Piemontesi e da ultimo anche i governi del periodo post-unitario non meno che il regime fascista tentarono di realizzare progetti di riforma e di colonizzazione, ma con scarsi risultati se si eccettuano i casi di Carloforte nel Settecento e di Arborea, Carbonia e Fertilia nel Novecento; scarso successo ebbe pure la colonizzazione della Nurra e del Sarrabus.
Con questo rapido excursus storico Soddu chiarisce che in Sardegna la condizione demografica incomincia a migliorare solo a metà Ottocento, cioè quando insieme ai cambiamenti realizzati nel sistema amministrativo, scolastico, sanitario e delle comunicazioni accanto a un’industria mineraria si sviluppò quella manifatturiera, però non al passo con la crescita demografica costringendo così una parte eccedentaria di manodopera a emigrare (non dimentichiamo comunque che il contributo della Sardegna ai grandi flussi migratori italiani dell’Otto/Novecento che portarono fuori quasi la metà della popolazione, furono irrilevanti).
Quindi, tirando le somme, fino a metà Ottocento la popolazione della Sardegna non superò mai le 500.000 unità. Fu solo dai censimenti che vanno dal 1848 al 1931, ci fa sapere Soddu, che la popolazione sarda conobbe il passaggio da 574.103 unità a 980.000 e continuò a crescere fino a superare, nel cosiddetto “censimento dell’Impero” del 21 aprile 1936, il milione di abitanti per toccare nel 1952, a sette anni dalla fine della guerra e dopo la nascita della Repubblica, il 1.270.000 unità e nel 1971, a 23 anni dell’istituzione della Regione Autonoma e a pochi dall’approvazione del Piano di Rinascita, il 1.474.000 abitanti, fino a superare qualche anno dopo il 1.600.000. Cifre che oggi teniamo ferme con forte tendenza al ribasso. Si osservi tuttavia che la grande emigrazione sarda si sviluppò dopo la Seconda Guerra mondiale anche perché esisteva nell’isola un surplus di popolazione giovanile rispetto ai lavori formali, un surplus che così andava a colmare i vuoti dei paesi che mancavano dei lavoratori necessari a fronteggiare la ricostruzione del Dopoguerra. In pratica né più né meno di quanto capita oggi nell’Africa Subsahariana che fornisce mano d’opera a buona parte dei Paesi del mondo che vanno incontro a processi di spopolamento e di invecchiamento (e perdita di manodopera nel pianeta, stimata in riduzione nel 2050 dai ricercatori della Mason University, con 340 milioni di lavoratori in meno).
Ci possiamo permettere di aggiornare (relativamente) i dati, osservando che in Sardegna le risultanze Istat danno al 2023 una popolazione di 1.587.413, con 2.631 in meno rispetto al 2021 (- 3,23%) e un tasso di fertilità, dello 0,9, come ha detto Bonetti il più basso d’Italia. Sul versante della cosiddetta “fuga dei cervelli” qualche stima accademica ha quantificato l’esodo dei giovani in circa 7000 nel 2022 a fronte di un accentuato calo dei residenti. Per citare un dato, non proprio recente ma di tendenza, l’iscrizione all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), al 2019 conta 123.365 sardi (di cui il 47,1% donne e tutti in gran parte oltre i 40 anni), praticamente il 2,2% della popolazione complessiva dell’Isola. E per giunta con scarsa volontà di rientro, appena il 20%, come hanno dimostrato le più recenti ricerche sul campo.
Qui sta il limite, o meglio, una delle costanti dell’analisi politica, nel senso che quest’ultima giustamente segue una tradizione in omaggio alla quale, come ho premesso, è necessario tenere un occhio al presente e un altro al futuro, anche nella convinzione non ci sia l’uno senza l’altro e che l’uno derivi dall’altro. Ne discende che per frenare l’esodo della popolazione chi volesse affrontare questo problema, secondo questa impostazione, prima di tutto deve stimolare l’economia rafforzando le basi dell’occupazione e del benessere, oltre che della qualità dell’esistenza, in modo che un’isola resa “abitabile” al presente contenga in sé i semi della soluzione dei problemi nel futuro e, rispetto a quest’ultimo e specifico aspetto, si possa eventualmente ricorrere alle indispensabili immissioni di popolazione esterna, giacché l’esistenza di un ceppo etnico primordiale (favorito dalle politiche rivolte a sviluppare la fertilità interna e consolidare la famiglia) almeno in teoria assicuri i residenti (divenuti più anziani e quindi più paurosi e meno disposti alle novità) che non verranno eccessivamente stravolti i valori e le identità fondanti. Che è quello che hanno detto (che in fondo si usa fare dalle loro parti) i rappresentanti delle altre regioni italiane che hanno avuto maggiore successo in questo campo.
A questo punto ci si immette in un delicato crinale in cui la politica fornisce spiegazioni sulla diminuzione della popolazione come conseguenza dell’indebolimento della base economica che comporta anche la conseguenza dell’emigrazione [3]. Tale schema monocausale a prima vista sembrerebbe funzionare, soprattutto nella misura in cui prevale la narrazione che i giovani abbandonano la propria terra per assenza di opportunità lavorative che, nel caso in cui ci fossero, sembrerebbe dedursi che gli stessi (o quelli di loro meno avventurosi) non sceglierebbero la prima opzione. Come dire, la spiegazione in apparenza è semplice: creiamo sviluppo e opportunità e il problema è risolto. Davvero funziona così? In un primo raffronto internazionale ciò non sembra accadere tenendo conto che le contrazioni in termini di popolazione, bilanciata solo dal processo crescente di invecchiamento, non risparmia alcuna delle aree economicamente più avanzate del mondo, e non solo quello occidentale, ma anche tutto il resto, eccezion fatta per l’Africa che, con un tasso di fertilità del 4%, sembra accollarsi tutto il problema del ripopolamento del pianeta, almeno fino alla fine di questo secolo quando, secondo le proiezioni, dovrebbe iniziare anch’essa a contrarsi. Un fenomeno cui non si sottrae neanche la più sviluppata Cina che oltretutto paga lo scotto della politica del solo figlio del 1975 e oggi, trovandosi con una popolazione eccessivamente invecchiata e non in grado di sostenere lo sviluppo economico, non riesce a convincere le famiglie a fare gli altri figli necessari all’economia (superando il giusto rapporto tra bambine e bambini che dovrebbe essere di 105 a 100 – nel rispetto del riequilibrio che si avrà nel corso dell’esistenza giacché le femmine vivono un po’ più a lungo dei maschi – con la prima cifra che colà si avvicina ai 120). D’altro canto, le proiezioni internazionali, per i prossimi decenni fissano i picchi di invecchiamento proprio nei Paesi più sviluppati dell’Asia, con in testa il Giappone, la Corea del Sud e Singapore, ma con l’Italia e, in generale, l’Europa che non saranno da meno.
È possibile quindi che il teorema Soddu, convincente grazie ai numeri che ci dicono che quando c’è stato sviluppo economico c’è stata popolazione in Sardegna, indirettamente smentisca questa impostazione dando al fenomeno una spiegazione che privilegia le soluzioni istituzionali basate sull’economia che, migliorando o peggiorando le condizioni di vita, possono incidere sull’andamento del fenomeno. Così seguendo il percorso della Sardegna della sua epoca il suo autore sostiene che, «tralasciando tutte le leggi speciali e gli interventi di vario genere – che cominciarono con la legislazione diretta a migliorare le condizioni dell’isola promossa da Francesco Cocco Ortu e poi ripresa dagli interventi fascisti–, è indispensabile parlare del tentativo più importante concepito dalla mano pubblica, cioè del Piano di Rinascita» [4], seguito a una lunga rivendicazione, iniziata nel 1950, un anno appena dopo la nascita della Regione, su iniziativa soprattutto delle forze della sinistra, ma non solo di quelle, specifica l’ex presidente democristiano. Si trattava di un movimento con l’obiettivo di innescare un cambiamento da ritenersi “straordinario” e “aggiuntivo” rispetto alla normale attività di governo dello Stato e della Regione, prospettando una serie di misure rivolte a realizzare un vasto processo di modernizzazione di tutti i settori della vita associata… coinvolgere le popolazioni locali nel processo di sviluppo, realizzare la massima occupazione, valorizzare le risorse dei diversi territori e soprattutto sviluppare un moderno sistema industriale».
Per la storia, subito dopo Pietro Soddu divenne assessore regionale della Programmazione, ossia fu messo a capo di quella struttura che, col nuovo Centro di programmazione regionale, avrebbe dovuto presiedere a tutti questi processi con una azione che nel tempo venne a diluirsi anche se lui stesso, divenuto nel frattempo Presidente della Regione, cercò di mandare avanti con l’energia necessaria e pur tra tante polemiche e scoramenti tutto ciò che era necessario fare. Soddu stesso conferma che «L’obiettivo primario del Piano di rinascita era realizzare la massima occupazione e per riuscirci era necessario lo sviluppo di tutti i settori produttivi, ma in modo particolare e urgente dell’industria, considerato dai maggiori economisti del tempo il modo più efficace e rapido per rompere la stagnazione e avviare uno sviluppo anche nelle zone meno dotate di risorse naturali agricole o turistiche». Naturalmente precisa Soddu
«Non si trattò di una scelta contro l’agricoltura, la pastorizia o il turismo, ma dell’adozione del modello considerato da tutti più efficace anche per realizzare un migliore equilibrio economico, sociale e territoriale generalmente condiviso». Tuttavia, lamenta l’ex Presidente di Regione che «pur con risorse straordinarie si realizzarono poche opere pubbliche. L’assenza di interventi infrastrutturali importanti a carico della legge 588 era la diretta e logica conseguenza del fatto che le risorse finanziarie dovevano dare vita a interventi “straordinari” e “aggiuntivi” rispetto a quelli più tradizionali, che dovevano continuare a rimanere a carico dei Ministeri e della Casmez (Cassa per il Mezzogiorno [N.d.A.]), in modo coordinato con le linee del Piano per assicurare l’equilibrio e i livelli di occupazione, realizzare la modernizzazione e avviare i cambiamenti strutturali della società sarda in tutti i campi.[…] Non si trattò dunque di una scelta esclusivamente industriale e neppure di sviluppo per poli, come è stato detto e come poi il giudizio si è venuto consolidando nell’opinione pubblica, al contrario, si scelse un modello di sviluppo equilibrato in tutti i settori che, partendo dalla prima e più antica presenza, quella mineraria, agroalimentare, sugheriera, lapidea, dei metalli non ferrosi, dei laterizi, allargasse e arricchisse il settore con le più nuove attività industriali presenti sul mercato, soprattutto, ma non solo, del settore petrolchimico, che era quello che dimostrava una più di forte capacità di rapida espansione sia per iniziativa delle Partecipazioni statali che a opera dei privati».
Qui la memoria lunga del longevo e lucidissimo Soddu, in veste di teorico e di amministratore, rappresenta un caso più unico che raro nel mettere in fila e poi comprendere la successione degli eventi. Infatti, Soddu presenziò e contribuì da protagonista a costruire la realtà socioeconomica dell’isola a partire dagli anni Sessanta, e vide poi, sotto i suoi occhi di politico di primo piano, avviarsi le iniziative industriali e, con esse gli ultimi flussi della grande emigrazione sarda del Secondo Dopoguerra. Ma vide pure sgretolarsi il sistema quando era Presidente della Regione. E così Soddu, quasi con una prosa incalzante, ci fornisce una sintetica e stringente descrizione come tutto andò a precipitare:
«La crisi del petrolchimico fu causata dalla “Guerra del Kippur”; quella del settore tessile, in gran parte dipendente dal primo, dopo avere resistito per qualche anno si arrese quando prese vigore in tutta Europa la scelta della delocalizzazione. La crisi dell’alluminio, oltre alla scarsa qualità del carbone sardo, è stata causata dall’eccesso dei costi energetici, quella della Cartiera di Arbatax da cause complesse attribuibili solo in parte a fattori locali; quella dell’industria mineraria estrattiva e dei metalli non ferrosi derivò in gran parte dall’esaurimento della materia prima (non previsto dagli esperti). Infatti, l’estrazione mineraria è stata per millenni l’unica industria in Sardegna e i giacimenti considerati praticamente inesauribili…La sua scomparsa alla fine degli anni Settanta è stata per l’isola una delle più grandi catastrofi socio-economiche di tutti i tempi e, come ogni catastrofe, fu sostanzialmente inattesa […] I sostenitori, tra i quali ci sono anch’io, dell’industrializzazione come fattore di rapida crescita e inclusione della Sardegna interna nel processo di modernizzazione, hanno sostenuto che il settore industriale nello sviluppo di un’economia moderna è stato decisivo ovunque, e che quindi la sua presenza in tutta la Sardegna, anche nella più “difficile” Sardegna interna, era essenziale. A giudizio dei critici è stata l’industria a destabilizzare le aree interne: per me, invece, la crisi di quelle zone nasce dall’insuccesso del processo di sviluppo industriale. I critici insistono soprattutto sull’errore di collocare le industrie nella Media Valle del Tirso. Ottana però non era unica anche se fondamentale: era il cuore, il motore principale della modernizzazione di tutta la Sardegna interna e doveva, non solo secondo il parere della classe politica regionale ma anche della Commissione parlamentare d’inchiesta, concorrere a eliminare o ridurre fortemente le cause del malessere sociale diffuso nell’isola […]. Al suo nascere il progetto Ottana suscitò grandi speranze: I giovani della Barbagia, del Marghine, del Goceano, del Mandrolisai, del Guilcer, del Barigadu, della Planargia e di parte del Meilogu convergevano a Ottana nell’intento consapevole di poter vivere una realtà completamente diversa da quella tradizionale, praticare un lavoro moderno, conseguire una formazione professionale e sindacale in linea con quella delle aree più avanzate del nostro Paese. E infatti proprio questo avvenne, ed essi divennero sia pure per breve tempo parte della nuova classe dirigente isolana […]. Il fatto più singolare è che in questo ormai annoso dibattito nessuno abbia risposto all’ovvia domanda del perché il sistema industriale tradizionale – entrato in crisi in quegli anni in tutto il mondo occidentale – sia stato ovunque sostituito da altre attività industriali, tranne che in Sardegna. E perché alla crisi industriale si siano aggiunte le difficoltà del settore agropastorale, dei servizi, del commercio, dell’artigianato, della cultura, del modello di vita, della tecnologia, dei consumi …In Sardegna solo una minoranza difese l’industria. La maggioranza della classe dirigente… a eccezione di quella sindacale, ha assistito passivamente o è intervenuta con precarie tecniche assistenziali alla crisi dell’intero sistema chimico, minerario, metallurgico, agroalimentare, lapideo, sugheriero, cartario e tessile, lasciando fare al mercato. Ha chiesto aiuto allo Stato e alle Partecipazioni statali, ma di suo non ha fatto quasi nulla… Da questo quadro di sintesi emerge con sufficiente chiarezza che è stata soprattutto l’assenza del processo di ristrutturazione e di riconversione portato avanti in tutto il mondo occidentale che ha causato la desertificazione industriale in Sardegna e contemporaneamente contribuito fortemente anche al processo di spopolamento […]. Le cause che generano oggi lo spopolamento non sono più o solo quelle descritte da John Day ma più complesse».
A questo punto Soddu si trasforma da analista che mette in cima le ragioni economiche in un più cogitabondo scienziato sociale rivolto a rivalutare l’importanza e l’incidenza delle più complesse cause sociali e culturali: «… Tra esse c’è la crisi dell’industria ma prima ancora c’è il cambiamento della base culturale della società sarda, che si avvia ad essere totalmente allineata alla cultura dominante, che comprende uno stile di vita più individualista, una lunga interminabile adolescenza, la pratica dell’aborto e delle nuove tecniche di contraccezione, normali e di “emergenza” e molti altri elementi non sempre conciliabili con la formazione di nuove famiglie». Come dire che l’effetto economico spiega troppo le ragioni dello spopolamento, ma non possiamo astenerci dal considerare che alle elevate analisi del “vecchio” Soddu si assiste oggi in Sardegna a quelle di una “nuova” classe dirigente che sembra mettere in gran parte in testa ai problemi dell’isola altri tipici del “benessere” moderno, principalmente quelli più dibattuti dall’opinione pubblica, della povertà, della sanità (dando indirettamente ragione a chi sostiene che oggi viviamo non solo in una società “di” vecchi ma “per” vecchi) e dello sviluppo turistico (che, a parte il problema della sostenibilità, come dice lo stesso Soddu, poco lascia nell’isola in quanto a ricchezza, occupazione e…ambiente).
Quindi, non è un caso se nel convegno i discorsi relativi alla relazione tra lo sviluppo economico e sociale e il popolamento siano filati lisci come l’olio, forse perché si tratta di impostazioni tranquillamente accettate dai partiti “progressisti” di tutto il mondo occidentale e date per scontate in un incontro tra regioni con un tipo di orientamento notoriamente più favorevole all’immissione di immigrati nel territorio e di una gestione più equilibrata di quest’ultimo. Tuttavia, non bisogna trascurare, come in qualche modo fa osservare Davide Baruffi, già parlamentare e oggi assessore della Programmazione della Regione Emilia Romagna, che non a caso la sua regione risente della divaricazione che si sta determinando all’interno di molte regioni del nord, nel senso che anche qui il dieci per cento della popolazione abita il quaranta per cento del territorio, cosa che spiega perché quando questo frana a monte, perché non è abitato, poi tutto crolla a valle. Se compito della politica è rimuovere gli ostacoli, non fare prediche – ha insistito Baruffi, esponente anagraficamente di una più recente classe politica che guarda più alla complessità che alla monocausalità – è necessario che non si arrivi troppo in ritardo a realizzare politiche di sostegno a 360 gradi delle aree interne, giacché l’esperienza ci insegna che, in questo caso, il risultato è che si finisce per disinvestire anche in comparti fondamentali come la sanità e l’istruzione.
Sulla stessa linea di attenzione al territorio e al tessuto sociale che lo abita, e perfettamente con Soddu, se vogliamo, si colloca la Regione Toscana con Marco Niccolai, che della medesima è “Presidente della Commissione istituzionale per la valorizzazione e la promozione delle aree interne”, che incomincia l’intervento con una battuta parlando amabilmente di un “Convegno di quasi illusi”, se è vero che di recente il governo nazionale, per bocca del ministro Foti, ha detto che le aree interne sono destinate all’estinzione. La Toscana naturalmente non crede a questa profezia e procede imperterrita destinando il 30% dei Fondi strutturali agli investimenti nelle aree interne, con una scelta, tutta da controllare al 2027, che ha riguardato ben 180 comuni su circa 270. Si tratta di contributi a fondo perduto per negozi che esercitano non solo la loro attività principale, ma si prestano anche a svolgere servizi di prossimità grazie a una legge apposita che sostiene la montagna, non tanto legata al concetto di altimetria, da cui sembrano partire quasi tutti gli interventi che in Italia appaiono pensati prevalentemente per le Alpi e gli Appennini, ma nel senso di una “Toscana diffusa” che abbraccia l’intera realtà comunale periferica, ponendo in testa tutta una serie di obiettivi dalla fiscalità di vantaggio all’informazione fino alla rigenerazione urbana.
Da qui la sensazione che, se è vero che regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana, rappresentano un esempio di come investendo in servizi sanitari, scolastici, imprese, giovani in qualche modo si riesca a frenare l’esodo delle forze più fresche del Paese e ancora di più attrarne delle altre, e la Campania si batta in tutti i modi, come ha detto Cammarano, per gestire il territorio più densamente popolato d’Italia per giunta sparso in una immensa periferia non meno ricca di abitanti quanto di problemi, il quadro nazionale osservato da vicino appare abbastanza variegato. Non si può sfuggire all’obiezione, per esempio, che imitare le buone pratiche delle regioni più virtuose a vantaggio di altre, inclusa la Sardegna, oggi sarebbe un po’ come chiudere l’ovile dopo che sono scappati i buoi; ossia, fuori dalla metafora, sarebbe come accorgersi che occorre rimettere a posto il territorio e le comunità dopo che le ragazze e i ragazzi, ormai da vent’anni, hanno incominciato a defluire lentamente dalla terra in cui sono nati, lasciando dietro la speranza più ottimistica che l’esempio non sia imitato da chi, in quella fascia di età, ancora vi risiede.
Non so quanto sia servito il conforto giunto da regioni come la Toscana e l’Emilia Romagna, ma qualche buona pratica va sicuramente seguita. Come la legge toscana della montagna vi è quella dell’Emilia Romagna sul rientro dei “cervelli”, illustrata rapidamente da Baruffi che tra l’altro si fonda sulla promozione di alcuni servizi essenziali, come l’istruzione, la mobilità sociale e le iniziative per attrarre giovani da tutto il mondo. Non a caso oggi questa Regione registra uno dei più alti tassi di presenza di stranieri, effetto combinato anche dell’investimento nelle politiche di inclusione in cui anche il diritto allo studio è a carico della Regione.
Questo ci insegna che in Italia vi sono per fortuna ancora regioni che si rivelano talmente avanzate nell’offerta e nell’attrazione del territorio per le quali è sufficiente mandare avanti politiche e buone pratiche ordinarie di gestione dell’ambiente, dei servizi essenziali, la scuola, l’università, la comunità, ecc. perché tutti indipendentemente dalla carta di identità possano trovare il giusto inserimento e l’ospitalità necessaria. Qui sì che c’è il conforto della casistica internazionale dagli Usa che, al netto delle nuove politiche Trumpiane di avversione alla scienza in generale e al sistema universitario in particolare, offrono il sistema di istruzione universitaria e di ricerca più avanzato al mondo con la prospettiva per giunta di offrire spazio nel sistema produttivo interno (vedasi Silicon Valley), ai Paesi nouveaux riches della Penisola araba che propongono stipendi da favola non solo ad allenatori di calcio ma anche a manager, medici e ingegneri, fino all’Europa con Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Norvegia, Olanda e perfino Polonia che suonano le sirene ai giovani più ambiziosi del mondo e la Francia che si candida addirittura a ospitare gli scienziati e i ricercatori che farà scappare il Presidente americano dal suo Paese (sul piatto ci sono borse di studio, cittadinanza per gli immigrati, lauti stipendi per ricercatori e professionisti e sostegno o per le loro famiglie, assistenza sanitaria, asili, rimborsi spesa per prima sistemazione, lavoro femminile che renda più conveniente stare in quei Paesi).
Ma anche in Italia l’involontaria e più casuale disponibilità all’apertura all’esterno argina per quanto possibile il fenomeno dello spopolamento con una sempre maggiore presenza di stranieri inseriti (che oggi in Italia rappresentano l’8,7% della popolazione residente e registrano iscrizioni alle camere di commercio superiori ai nativi). Tuttavia non si può ignorare che una Lombardia, la regione più avanzata d’Italia e una delle più ricche d’Europa, e non certo inferiore alle consorelle del Centro per offerta di servizi, è quella che registra il maggiore esodo dei giovani, inclusi i meridionali che incominciano a farvi tappa per poi decollare meglio verso le altre mete europee ed extraeuropee: non vi è dubbio che qui anche salari e retribuzioni uniformi in tutto il territorio nazionale per i lavori e le professioni standardizzate finiscano per disincentivare la permanenza, nonostante questa regione si sia dotata di una legge sui “lombardi nel mondo” che le sta consentendo di pubblicizzare in tutto il mondo il vantaggio di trasferirsi in Lombardia. Il messaggio che proviene indirettamente da queste regioni è che, quando l’accoglienza rappresenta un dato di fatto, non hai neanche tanto bisogno, per quanto riguarda per esempio la fuoriuscita dei giovani, di arrovellarti il cervello alla ricerca di opportunità competitive con i territori che in Europa e fuori possano gratificare le giovani generazioni, dal momento che, a parte il valore aggiunto dell’essere tua la terra dove risiedi, disponi di un sistema locale all’altezza o quasi dei territori cui si rivolge la maggior parte dei giovani italiani alla ricerca di opportunità (tenendo conto che oggi l’80% si dirige in Europa). Vale a dire, la discriminante è l’aspetto relativo dell’attrattività che – occorre farsene carico – funziona meglio laddove il destinatario del messaggio vive in un ambito complessivamente più arretrato rispetto alla realtà italiana, come sosteneva Fabio Porta per i giovani italo-discendenti in America latina, riguardo ai quali va comunque sottolineato che oltretutto dispongono di elevati gradi d’istruzione grazie anche a un sistema universitario locale universale e gratuito su cui riesce a trovare spazio anche quello italiano (come l’Università di Bologna che agisce in Argentina in partnership con quella di Buenos Aires).
Detto questo, alla Sardegna che organizzava non rimaneva che chiedersi come potremmo noi, indietro in tanti comparti dai trasporti alla sanità, dall’istruzione ai servizi, inserirci in un discorso così competitivo nell’attrazione dei flussi, a tacere delle periferie tagliate fuori dai circuiti urbani in cui si ammassa la Sardegna “stanziale”, quella più esposta allo spopolamento. Se vogliamo una regione come l’Emilia Romagna può essere più preoccupata dai dazi di Trump che dell’esodo dei giovani, per i quali comunque ha fatto molto di più di noi sardi. Ma la Sardegna, per quanto possa essere bella e identitaria e rimanere sempre nel cuore dei sardi che da essa emigrano, tuttavia presenta un sistema economico ancora troppo debole con cui deve fare i conti chi in giovane età si domanda se deve continuare a starci o andarsene.
Francesco Mola, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Cagliari, dopo avere osservato che la demografia è inesorabile anche con la lentezza con cui agisce giacché i veri choc si muovono con velocità solo quando si è in presenza di guerre, epidemie e sconvolgimenti simili, faceva notare nel suo intervento che oggi un ragazzo o una ragazza sarda quando si pone davanti al futuro non vede prospettive aldilà di qualche anno entro cui riesce a pianificare un corso di laurea e poi va via dalla Sardegna. Occorrerebbe conoscere prima quali sono le scelte industriali a monte in modo che i giovani possano sapere in avanzo cosa potranno fare. È chiaro che tutto ciò impone di costruire un meccanismo di attrattività, partendo dal presupposto che il fenomeno dei giovani che si spostano non appare studiato a fondo. Tutti sono preparati su coloro che emigrano e meno su quelli che si laureano, per esempio. E così si sa che si genera una mobilità di giovani che vanno sempre più su nella Penisola e meno al sud, ma si trascura, ad avviso del Magnifico, che l’università per partecipare a fronteggiare meglio il fenomeno che oggi preoccupa la società e la classe politica sarda non può essere un meccanismo chiuso, bensì aperto e costituire parte integrante della politica e della società, come dice il suo nome che significa appunto “universalità”.
L’Università degli Studi non è solo formazione ma anche attività di ricerca, ed è per questa ragione che a Olbia, città di mare proiettata allo sviluppo – fa sapere Mola – si fa un corso di laurea in ingegneria navale che sta pure attraendo studenti fuori dell’isola. Cosa manca quindi al modello locale? Intanto, nel raccontare il futuro della Regione, per esempio, dire quando ci sarà una ferrovia considerando anche che tutti i posti che si stanno citando dove vanno a vivere i nostri ragazzi si parla di collegamenti per raggiungere sedi di studio o di lavoro nell’ordine di minuti, di decine di minuti e non di ore, come avviene in Sardegna. Il giovane espatria anche perché l’offerta e lo stile di vita sono quelli più adatti alla sua età. Per l’Università si tratta di realizzare un polo di attrattività anche nazionale, ampliare l’offerta di insegnamenti in lingua inglese, in medicina, economia, ecc. Non solo, ma anche dare valore e spendibilità ai doppi titoli, condizione questa perché la Sardegna possa esercitare un ruolo non indifferente nell’attrarre giovani da tutto il mondo. Ma perché il modello universitario funzioni realmente è necessario che si crei una comunità tra gli studenti e i professori facendo in modo che stiano sempre più insieme. Questo, valido anche per il resto della scuola, dovrebbe essere il “campus”, dove sia possibile trattenere i giovani per molte ore evitando che vadano via al termine delle lezioni. Certo se si mette al primo posto il parametro dell’economicità – secondo il prof. Mola – si tentenna e non si va da nessuna parte. Come università ci stiamo, la Regione sta supportando, stiamo dando segnali, resta ancora da fare un patto con imprenditori e società, di cui i giovani hanno estremo bisogno, conclude con taglio ottimistico il Rettore.
Sarebbe però ingiusto negare che una parte della classe dirigente isolana non sia consapevole della complessità dei problemi, anche con riferimento agli approcci regionali al tema dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione (oggi la fascia di età maggioritaria, ci ha recentemente fatto sapere il Crenos, è di 49 anni). Perciò non si limita al saluto di rito Giuseppe Meloni, Vice presidente della Regione e Assessore di quel comparto decisivo dell’amministrazione che è la Programmazione e il Bilancio, una posizione da cui più che da ogni altra si ha la necessità prima che il compito di guardare al presente e ancora di più progettare uno sviluppo orientato verso il futuro. Giustamente osserva Meloni, amministratore proveniente dall’area del nord est dell’isola che al momento attraversa una delle più brillanti condizioni di sviluppo economico anche se non si può dire che non manchino i problemi dello spopolamento, che la Sardegna non può viaggiare a due velocità se vuole arginare il fenomeno. È vero che gli stanziamenti in questa specifica direzione non sono rilevanti, commenta l’assessore, giacché parliamo di 180 milioni stanziati solo a questo scopo, ma neanche si può dire che siano sufficienti. Il problema – ecco dove sta la cautela – è che al momento non si può stabilire l’efficacia dell’intervento fintanto non se ne fa una verifica puntuale, per esempio stabilire quanto i cosiddetti “bonus” che assorbono risorse non indifferenti siano utili e produttivi. Si tratta di un tipo di verifiche, sostiene, che comportano non solo del tempo, ma esigono anche unità di intenti nella classe politica. Ma già dalla prossima finanziaria, si augura l’assessore, si può provare a fare di più, senza avere la necessità di cancellare come un colpo di spugna ciò che si è fatto finora. Per questo motivo, nella sua breve prolusione, invita i presenti a essere ottimisti giacché a lavorarci bene esistono tutte le condizioni per il ripopolamento dell’isola.
Gli fa eco Salvatore Corrias, presidente della Commissione Autonomia del Consiglio Regionale della Sardegna e uno dei più attivi promotori del Convegno, che parte col definire impietose le previsioni ISTAT, che ci fanno intendere che in Sardegna la contrazione demografica gradualmente sia destinata a tramutarsi in regressione. Corrias invita a riflettere sul fatto che, se ci poniamo davanti al presente, abbiamo sotto gli occhi quanto il fenomeno dello spopolamento non sia di là da avvenire, ma che già insiste sull’oggi, rispetto al fatto che siamo al di sotto della soglia minima per mantenere alcuni servizi essenziali. Tutto ciò limita o vanifica anche le doverose misure di contrasto attualmente in atto, per dirne una: gli interventi a fondo perduto per la ristrutturazione delle case nei centri storici. Ogni misura a questo punto risulta insufficiente davanti alla necessità di maggiori investimenti di qualità e anche se l’inserimento dell’insularità in Costituzione, pur facendo entrare in Sardegna circa 400 milioni di risorse, certamente non si tratta di cifre che bastano a rafforzare gli interventi essenziali su scuola, sanità, servizi che stanno isolando sempre più centri dell’isola un tempo fiorenti e oggi condannati quasi totalmente allo spopolamento. Così pure, concorda con Meloni, che va rivista tutta la politica dei “bonus”, stabilendo a che cosa questi servano realmente e se non costituiscano semplicemente una voce di spesa improduttiva e priva di reali capacità di incidere sulle sorti delle persone che ne usufruiscono. Così pure vanno riconsiderate altre certezze per l’economia sarda.
Se Pietro Soddu nell’intervento che stiamo citando mostra molte perplessità sull’indotto economico del turismo, parlando di inesistenti ricadute sul territorio e risorse finanziarie che prendono strade diverse dalla Sardegna, Corrias si mostra perplesso rispetto alla tendenza che si sta affermando di creare “borghi bomboniera” per turisti frettolosi, grazie a un aspetto esteriore reso più presentabile per via di stradine e piazzette rifatte e facciate degli edifici ristrutturate ma che poi dentro non esiste nulla. Perciò è necessario intervenire, sottolinea, in direzione della qualità e non semplicemente sulla genericità. In questo senso, guardando all’oggi, anche senza grandi interventi economici è più opportuno prendere in considerazione di più contenuti ma che trattengano, per esempio, i giovani sul territorio, su cui – come ha sottolineato nella sua presentazione il giovane segretario della “Aldo Moro”, Federico Porcu – non si deve più impedire la possibilità di fare piccola impresa, agricoltura verde, artigianato, eventi anche in funzione, appunto, del turismo sostenibile. Infine, il Presidente Corrias, riallacciandosi alle caratteristiche dell’iniziativa e alle presenze esterne all’isola che lo costituiscono sottolinea la necessità di coinvolgere anche le altre regioni in funzione di un supporto generale, con buone pratiche e interventi mirati anche se non quantitativamente estesi. Da cui, conclude, l’esigenza di concepire un’Italia dalla dimensione policentrica. E, in questo senso, riabitare significa in ultima analisi prendersi cura della Sardegna.
Gli interventi ricalcano in fondo lo schema del “politico” Soddu, laddove questi si rende conto che le cause dello spopolamento non si possono far risalire o risolvere tutte con discorsi economici. Tuttavia, nella coda delle sue analisi l’ex Presidente tratteggia le ragioni che spingono i sardi a realizzarsi fuori chiedendosi nel contempo come ciò si possa capitalizzare a favore della Sardegna:
«Nel mondo occidentale il nuovo stile di vita si è imposto ovunque, nelle aree urbane come in quelle rurali. Ma mentre le prime compensano la denatalità con l’immigrazione, le seconde patiscono oltre all’effetto negativo della denatalità anche quello dell’emigrazione. Se partiamo dal riconoscimento che la denatalità deriva in primo luogo da ragioni culturali e soltanto in secondo da altri fattori, tra i quali la desertificazione industriale, dobbiamo purtroppo convenire che è molto difficile invertire la tendenza con provvedimenti politici o amministrativi come quelli che sono stati messi in atto fino a ora. Dobbiamo capire che solo un cambiamento profondo che tocchi insieme il paradigma culturale dominante e la complessiva struttura produttiva e sociale ci può riuscire. Risolvere il problema dell’orientamento socio-culturale non è compito solo della politica, che anzi ne è essa stessa vittima: è compito della società civile nel suo complesso. Ma essa non reagisce quanto sarebbe necessario. Perciò tutto lascia pensare che la tendenza attuale a non formarsi una famiglia negli anni giovanili e a ridurre le nascite per avere meno oneri, meno obblighi e meno responsabilità continuerà per un tempo lungo: non saranno le poche azioni messe finora in atto in campo sociale a invertire la tendenza, che secondo gli studi degli esperti determinerà una diminuzione della popolazione sarda da 150.000 a 350.000 abitanti nell’arco di 35 anni».
A questo punto Soddu si apre a una visione della società che, da un lato, mette al centro la propria identità, ma dall’altro accetta l’ibridazione che proviene da forze vive e più moderne dall’esterno, come pure dei sardi che preferiscono realizzarsi fuori dando il loro apporto al miglioramento delle società in cui si recano, sostenendo che
«è evidente che l’attuale contesto è da cambiare, anche al fine di difendere il ruolo dei sardi. I fatti più importanti avvenuti in Sardegna negli ultimi anni portano il segno di gente “straniera” all’isola, di gente italiana ma anche di gente lontana dall’Italia: nell’industria, nell’agricoltura, nel turismo, nei servizi e persino nella sanità. Le novità non ci appartengono o ci appartengono solo in parte, non solo nelle aree interne ma nelle città più importanti, che starebbero ancora peggio senza l’apporto innovativo imprenditoriale delle persone provenienti dalle zone interne diventate protagoniste delle intraprese più importanti nell’intera isola, quasi sempre lontano dal paese natio, quasi a dimostrare che per realizzarsi è necessario emigrare dal proprio paese e dalla Sardegna…L’isola infatti non è considerata dai protagonisti più eccellenti in grado di dare loro lo spazio, l’uditorio, i clienti nel numero richiesto per avere il meritato successo. La nostra migliore classe dirigente in tutti i campi (artistico, letterario, della comunicazione, dell’industria, dello spettacolo, della moda e di altri settori che non è necessario elencare) in sempre più gran numero sceglie di andarsene lontano dall’isola e lascia che siano i meno bravi, meno dotati, meno coraggiosi, meno intraprendenti di loro a risolvere i problemi drammatici dell’Isola; e quando questo non succede, quelli che hanno cercato e avuto fortuna lontano dalla Sardegna accusano quelli che sono rimasti di essere responsabili del mancato successo dei sardi proprio nei campi nei quali loro si sono affermati».
E con questa visione di una Sardegna che si avvale dei rapporti esterni, ma anche dei risentimenti reciproci di chi sta fuori e chi è rimasto dentro [5], per costruire, come si dice modernamente, una Sardegna “Glocale”, che supera la mera visione economicistica e contabile dei problemi dello spopolamento, dell’invecchiamento e della fuga dei giovani.
Tirando brevemente le conclusioni possiamo dire che l’iniziativa ha centrato l’obiettivo che si era prefissata, ossia discutere dei rimedi allo spopolamento e alla mancanza di giovani piuttosto che accademicamente del problema in sé. E, possiamo anche dire, che nonostante la convergenza di molte analisi, è riuscita a tenersi fuori da molti luoghi comuni e frasi fatte, incluso il politicamente corretto. Ciò è avvenuto in un contesto politicamente allineato, partito di maggioranza relativa nel governo regionale e, per converso, tale anche come opposizione nello scenario nazionale, senza la presenza di altri partiti, non tanto voluta quanto non resa possibile da disponibilità e alchimie locali, che probabilmente non avrebbero giovato a un dibattito pacato e riflessivo come quello che si è registrato.
È emersa, dunque, una peculiarità sarda che comunque va inquadrata nel contesto internazionale, del quale mi sono occupato negli ultimi numeri di questa rivista, uno per il quadro delle politiche di ripopolamento in tutto il mondo e l’altro per il caso americano delle politiche migratorie trumpiane. La fertilità internazionale negli ultimi 70 anni si sarebbe dimezzata passando da 5 figli per donna del 1950 al 2,2 del 2021 con la metà dei Paesi (110 su 224) ormai sotto il livello di rimpiazzo della popolazione, per cui l’autorevole rivista medica “Lancet” prevede che già nel 2050 il tfr occidentale scenderà all’1.44 e al 1.37 nel 2100. Ciò significa che sono fallite, o destinate a fallire, tutte le politiche degli Stati basati sulla fertilità interna, con i casi clamorosi di Paesi come la Corea del Sud e della Francia, che con la Polonia hanno dedicato un stanziamento di 1-2 milioni di dollari per ogni bimbo che vada oltre la crescita zero con punti non indifferenti del Pil destinati a favore delle politiche familiari (la Francia, in particolare il 3,5/4% a favore di quello che viene definito “il figlio del commercialista” perché rientra nell’agevolazione fiscale), nondimeno le grandi democrazie nordiche e mitteleuropee che hanno destinato fondi straordinari a realizzare l’welfare, si ritrovano un tfr al massimo del 1.7/1.8, quindi anch’esse sotto la crescita zero.
Analisi scientifiche non solo sulla realtà nordamericana, ma anche su qualche caso europeo, hanno dimostrato che anche il sostegno al lavoro femminile in funzione della procreazione o del mantenimento dei figli non ha prodotto incremento della fertilità. E ciò perché puntare sulle donne indigenti o con stato di salute precario, rappresenterebbe tutto il contrario di ciò che serve alla società, vanificando oltretutto le politiche di sostegno che erano state varate nel Secondo Dopoguerra e che in qualche modo funzionarono (come pure non pare che il coinvolgimento dei padri nella gestione dei piccoli figli si sia rivelato molto utile). D’altro canto, aiutare la donna che si vuole realizzare nel lavoro e nella professione significa metterla nelle condizioni di fare figli al limite dell’arresto dell’orologio biologico, per cui ci si terrà sempre e comunque al disotto della crescita zero.
Il dato risolutivo è che tutti i Paesi che si trovano in affanno sullo spopolamento e l’invecchiamento, come il Giappone (che punta esclusivamente sull’automazione e la robotica per sostituire le energie fresche) e l’Italia (sulla fertilità interna), avevano una popolazione maggiore quando erano poveri e che poi hanno perso a mano a mano che diventavano più ricchi e industrializzati. A rafforzare indirettamente le riflessioni del Rettore dell’Università degli Studi di Cagliari può servire che, non a caso, studi appositi hanno stabilito che esiste anche un numero ottimale di figli perché formazione e inserimento abbiano successo e altrettanto avvenga per il contesto sociale ed economico, per effetto dei quali una prole ottimale con maggiori possibilità di realizzarsi nella vita adulta dovrebbe mantenersi in famiglia all’interno delle due unità e, in secondo luogo, che quanto più si proviene da una maternità o da una famiglia benestante tanto più i figli risultano utili alla società, al contrario di ciò che accade quando la famiglia è fragile culturalmente ed economicamente. Quindi è bene che l’Università faccia comunità e faccia politica incominciando, direi, anche a trattare al proprio interno questi problemi, considerato che alleva la futura classe dirigente.
L’ultimo ostacolo sembra il più difficile da sormontare. A parte che la volontà dei giovani di emigrare non può essere fermata in nessun modo, né dalle famiglie e ancora meno dallo Stato, rimane la realtà di un mondo che, proprio per il restringersi della coorte giovanile, vede scatenarsi la concorrenza tra gli Stati per accaparrarsi i migliori e in questo agone occorre decidersi di entrare, il ché tradotto in termini concreti, significa programmi, progetti e stanziamenti. Ne abbiamo detto abbastanza nel corso del Convegno. Ora il problema è riuscire a legare questo problema con quello più generale delle immigrazioni sulle quali non c’è dubbio che oggi le risorse sono più qualificate di un tempo, anche perché, come è stato sottolineato nel corso dei lavori, non è vero che si emigra dai Paesi poveri, ma da quelli che studi recenti hanno stabilito stare tra i 5.000 e i 10.000 dollari di reddito pro capite; non solo ma ricerche apposite hanno stabilito, nel caso degli immigrati indiani, nigeriani e subsahariani in America, che la percentuale di quelli laureati è nettamente superiore a quella dei residenti (64% degli africani, dell’età di 25 anni, possiede una laurea contro il 33% degli americani nell’area in cui si trova questo che è definito come new model minority, ed egualmente l’80% degli indiani è laureato contro il 31% della popolazione locale in cui stanno gli immigrati indiani mentre il reddito pro capite di costoro è quasi il doppio degli 80.000 dollari corrispondenti a quello americano). Al riguardo è noto che giovani in tutto il mondo tendono a prepararsi per essere più competitivi nella ricerca di un’attività nei Paesi in cui intendono recarsi, da qui il discorso del prof. Mola che parlava di doppi titoli e di campus che qualifichino meglio la comunità studentesca e sdoganino il discorso sulla circolarità, fatta dall’on. Porta, di giovani che, come non deve essere impedito loro di uscire, allo stesso modo deve essere consentito di rientrare portando appresso l’arricchimento dell’esperienza maturata all’estero.
Un’ultima e più importante questione, parafrasando Mario Draghi, forse dopo questo convegno non abbiamo capito bene che cosa dobbiamo fare ma almeno che qualcosa al riguardo bisogna pure incominciare a farla. In una battuta con l’assessore Meloni al convegno ricordavo che proiezioni Eurostat collocano la nascita dell’ultimo italiano nel 2200 e la morte nei successivi settant’anni, per cui auspicavo che non si attendesse tutto questo tempo per chiudere la stalla. Il fatto di non avere in Sardegna un più vantaggioso sistema economico e il livello dei servizi pari alle regioni italiane che sono venute a portarci l’esempio non deve tradursi in attendismo, ossia nel non fare nulla prima di esserci avvicinati alla perfezione, ossia avere costruito una rete di trasporti interni ed esterni, resi stipendi e salari competitivi, ecc. o – come dice Cadeddu – prima che l’innovazione tecnologica permei tutto il sistema e la vita sociale, ossia tutto ciò che rappresenta l’attrattività di un sistema. Anche perché qualche cosa l’abbiamo già e il concetto di attrattività è per sua natura relativo e soggettivo, per cui non è detto che deve essere dello stesso tipo di quella fatta per i giovani italiani, siano nuovi expat o italo-discendenti che risiedono nelle realtà più avanzate della nostra, ma anche di quei Paesi nei confronti dei quali il nostro, e la nostra Regione, rappresenta qualcosa di più di un invidiabile sito turistico.
L’indicazione scaturita dall’incontro, infatti, è che impegnarsi a migliorare il sistema possiede almeno due valenze. Può agire da esortazione indiretta a “restare”. Gli studi migratori ci mostrano che non è mai tutto un universo a emigrare, anche se la sensazione, come in Sardegna, può essere quella di una fuga giovanile generalizzata. La capacità di affrontare la sfida dell’emigrazione presuppone l’esistenza di condizioni e molle che non tutti possiedono e soprattutto che non si possiedono tutte nello stesso momento, dalla personalità alle opportunità, al senso dell’avventura e del rischio, dalle disillusioni ai fallimenti parziali del vissuto personale, ecc. La prima spinta in genere è rappresentata da ricerca di opportunità o che non esistono nel territorio in cui si risiede oppure che si ha la certezza che siano migliori altrove, dopo di che vi è l’intercettazione di una catena migratoria (amici, compaesani, parenti, associazioni di sardi, ecc.) nella quale inserirsi e che offre in qualche modo l’assicurazione di approdare in un contesto migliore. La seconda funzione è quella di delineare una strada per il rientro in patria. Un’eventualità che si basa su due quasi certezze, una che nei flussi migratori la metà o un terzo rientra quasi subito o perché non è in grado di affrontare l’esperienza (differenze linguistiche, culturali e amministrative, ecc.) oppure perché si è rimasti delusi dell’esperienza e, soprattutto, perché se nel tempo non si è creata una famiglia in quasi tutti gli italiani, e particolarmente nei sardi, sorge il desiderio di tornare nella propria terra (non a caso il termine nostalgia dal greco letteralmente significa “il dolore del rientro”).
In definitiva occorre rendersi conto che il problema dello spopolamento, frutto di una molteplicità di ragioni, individuali e di contesto, necessita di approcci molteplici e concomitanti: miglioramenti locali, sostegno alla famiglia, lavoro femminile, opportunità per i giovani che intendono fermarsi nella terra di origine, intercettare il rientro di chi è uscito, utilizzare le immigrazioni di stranieri, non solo i cosiddetti “cervelli”, ma anche la manodopera ordinaria senza i pregiudizi razziali che accompagnano, per esempio, quella africana che oggi è quella maggiormente in grado di fronteggiare la caduta della popolazione lavorativa internazionale che, secondo il Rapporto McKinsey “Nuova realtà demografica” del 2024, potrà ridursi nel 2050 di 340 milioni di persone in età lavorativa tra i 15 e i 64 anni [6], mentre l’Africa, secondo l’UNDESA, ha già registrato nel 2024 una popolazione di 45 milioni di africani fuori del Continente, di cui 10,6 solo in Europa.
Insomma, c’è tanto da riflettere e da fare.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Cfr. “Carta di Ollolai”. Atti di Convegno. Associazione parlamentari sardi, 6 ottobre 2018.
[2] John Day, storico americano nato nel 1924, che insegnò anche all’Università di Cagliari e che teorizzò i limiti di sviluppo della Sardegna e del suo spopolamento come conseguenza dell’essere storicamente una “colonia”.
[3] Riguardo al rapporto tra economia ed emigrazione e spopolamento Cfr. Aledda, A, L’equilibrio tra demografia ed economia in “Dialoghi Mediterranei. Rivista dell’istituto italo arabo di Mazara del Vallo” n. 68
[4] Il Piano si basava su una legge speciale, la n. 588, approvata dal Parlamento italiano l’11 giugno 1962.
[5] Riguardo al tema del risentimento e del conflitto latente tra chi è emigrato e chi si è trattenuto in Sardegna cfr. il mio Sardi in fuga in Italia e dall’Italia (Milano, Franco Angeli, 2022) passim, ma particolarmente: 220 ss.
[6] McKinsey, Nuova Realtà demografica 2024.
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Aldo Aledda, è esperto e consulente di relazioni internazionali, oltre che di fenomenologia politico-amministrativa e di flussi migratori. Suoi sono Interna Corporis. Anatomia di una pubblica amministrazione (Roma, Europa Edizioni 2013, pp. 546); Gli italiani nel mondo e le istituzioni pubbliche (Milano, Franco Angeli 2018, pp. 238), Sardi in fuga in Italia e dall’Italia. Politica e società in Sardegna nell’era delle moderne emigrazioni (Milano, Franco Angeli, 2022: 264).
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