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Lettere d’amore a un museo

Museo della Lettera d'amore, interni

Museo della Lettera d’Amore, interni (Archivio Museo)

CIP

di Anna Rita Severini 

Ho avuto modo in diverse occasioni di parlare o scrivere del mio consolidato interesse per il Museo dell’innocenza, progetto letterario-museale concepito e messo in atto a Istanbul dallo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2006 [1]. 

Come è noto, romanzo e museo omonimi sono progrediti nella mente dell’autore di pari passo. Nell’arco di un decennio circa, la scrittura di una travagliata storia d’amore e la costruzione di una raccolta di oggetti che a quella storia appartengono sono culminate entrambe in un’idea di casa-museo dimostratasi capace di fondere e confondere finzione e realtà, narrativa e disegno museale, proponendo un modello sul quale da alcuni anni si confrontano storici dell’arte, studiosi di arte contemporanea, museologi, antropologi. E non solo. Altri lavori e iniziative culturali ne sono scaturiti, in Turchia e in Europa soprattutto: convegni, mostre, film, documentari, installazioni artistiche [2].   

Da parte mia, riconosco che sin dal primo ingresso nel 2012 a pochi mesi dall’inaugurazione (primo di numerosi fino allo scorso febbraio 2025) ho iniziato con naturalezza ad analizzare non solo contenuti e forme espressive dell’intera opera, ma anche gli effetti sul mio sentire man mano che mi avvicinavo ad essa così articolata e originale, dapprima con curiosità, poi con attenzione crescente, infine con una sorta di spiazzante trasporto interiore. Esito palpabile di un simile coinvolgimento, tecnico ed emotivo al tempo stesso, è stata la nascita del mio primo romanzo Bir zamanlar nel Museo dell’innocenza [3] che situa un nuovo intreccio di storie a Istanbul, fra le mura del museo ancora in allestimento, e fa di quest’ultimo il proprio centro fisico e ideale [4]. 

Museo dell'innocenza, primo piano

Museo dell’innocenza, primo piano (ph. Anna Rita Severini)

Ma già nel corso della sua stesura l’incontro con una realtà culturale abruzzese molto particolare mi ha dato l’opportunità di fare il punto sulla mia posizione – forse è più corretto dire il mio sentimento – nei confronti del museo di Pamuk. Il Concorso Internazionale Lettera d’Amore è nato nel 1999 a Torrevecchia Teatina (CH), dove nel 2011 si è costituito l’omonimo museo, ideato e diretto dal poeta e saggista Massimo Pamio. Ospitato presso il settecentesco Palazzo Valignani, esso conserva nel proprio archivio migliaia di scritti presentati nelle edizioni del concorso ed espone alcuni epistolari d’epoca oggetto di donazione; ne sono in continuo incremento sia la collezione che la visibilità su media e stampa per la singolarità della sua storia e della sua mission [5]. 

Sin dall’inizio il premio ha inteso stimolare attenzione e innescare un circuito di creatività letteraria intorno a questo ramo del genere epistolare, riferendolo a un contesto umano più ampio di apertura, fiducia e bene condiviso. La coesistenza col museo mira ad avvicinare tale processo creativo alla sensibilità di chi viene in visita nelle sale espositive. 

Poiché il bando specifica che la composizione in prosa deve esprimere un «amore rivolto a un destinatario qualsiasi (persona reale o immaginaria, animale, oggetto, luogo o paesaggio)», ricordo di non aver esitato un istante nell’ipotizzare una lettera dedicata al luogo che in quegli anni occupava stabilmente i miei pensieri e che, a mio modo, sentivo di amare. Così, nel 2015 mi sono cimentata in quello che ho sempre considerato il mio vero esordio letterario: una sfida pubblica con un testo dal forte carattere personale. Esperienza per me del tutto inedita, audace forse. Dovevo concentrare in tre sole pagine un vero magma di osservazioni dirette, riflessioni, stati d’animo che si erano avvicendati negli ultimi cinque anni – cioè dalla prima lettura del romanzo di Pamuk – e che ho immaginato di comunicare al museo come fosse una presenza fisica dentro una casa in cui ero prossima ad entrare per la prima volta. Finora avevo tenuto ogni cosa per me, adesso mi ero decisa a uscire allo scoperto. 

Museo dell'innocenza, dettaglio bacheca

Museo dell’innocenza, dettaglio bacheca (ph. Anna Rita Severini)

Mi fu assegnato il secondo premio su circa 500 lettere pervenute e questo incoraggiò in misura esponenziale sia la redazione del mio romanzo ancora in itinere, sia la partecipazione l’anno successivo con un’altra lettera quale secondo atto della mia piccola storia, ossia il racconto del primo ingresso e dell’incontro reale col museo fino ad allora solo sognato. Ottenni stavolta il premio speciale della giuria. 

Un affetto speciale mi ha legato da sempre a questi due testi così densi, nati non tanto da uno studio quanto da un’urgenza intima, fuori dai confini e senza filtri rigorosi se non l’adesione sincera a un progetto come quello di Orhan Pamuk che mi ha offerto nel tempo stimoli molteplici. La direzione del Museo della Lettera d’Amore ha promosso anni fa l’inserimento nel proprio sito internet, al menù Il museo che si ascolta, la registrazione audio dei testi in concorso. È possibile ascoltare lì la mia lettera del 2015. 

Tuttavia non si era finora concretizzata un’ipotesi di pubblicazione. Per questo ho molto apprezzato che a dieci anni dalla scrittura ciò sia stato possibile già in versione parziale nella Soglia dell’ultimo numero di AM-Antropologia Museale – grazie all’attenzione mostrata da Vincenzo Padiglione e con una illuminante premessa di Pietro Clemente [6] – e ora integralmente su queste pagine.  

Epistolario dell'Archivio del Museo della Lettera d'amore

Epistolario dell’Archivio del Museo della Lettera d’Amore (Archivio Museo)

I.

Mio caro,

permettimi di scrivere queste righe con la sincerità e il trasporto di chi è sicuro che mai nessuno avrà modo di leggerle e sa, dunque, di poter esprimere in assoluta libertà i propri sentimenti in questi giorni, in queste ore, così particolari.

Mi rivolgo a te ascoltando l’emozione profonda che si fa strada nel mio animo, perché – ora ne sono certa – presto varcherò la tua soglia, dopo averlo desiderato per anni con tutta me stessa.

Tu non sai quante volte ho spiato la piccola casa, nascosta in una trama di vie ripide e antiche, dove stavi lentamente iniziando a vivere, lontano da ogni sguardo.

Non sai come ho scrutato con ansia la tua porta rimasta a lungo sbarrata e quelle imposte chiuse che la luce morbida dei lampioni faceva solo intravedere, la notte in cui per la prima volta sono venuta a cercarti.

Non sai che ripetutamente sono tornata e ho provato a bussare e ho chiesto di te e ho tentato di capire cosa accadesse dietro quella porta. Ma nessuno è mai stato in grado di aiutarmi.

Così ho aspettato, paziente. Ho aspettato che tu mi aprissi.

Non avevo dubbi che un giorno sarebbe accaduto. 

Da quando mi hanno detto di te – ci crederesti? – non ho pensato ad altro. È stato un libro a raccontarmi la tua storia, una struggente e intensa storia d’amore. E ho quasi vergogna ad ammettere che non l’ho semplicemente letto, ma l’ho percorso più e più volte, trepidante, alla ricerca dei tuoi segreti.

Pareva soltanto un libro, una cosa distinta dal mio corpo. Invece, a un certo punto, l’ho sentito muoversi dentro di me: è entrato in punta di piedi, perché non me ne accorgessi, ed è riuscito ad avanzare senza ostacoli, delicato e tenace, invitandomi in silenzio ad essere ripreso, riaperto, riletto di continuo in tutto questo tempo.

Così, passo dopo passo, ha finito con l’imprigionarmi nell’amorevole minuzia delle sue descrizioni, nella rete sottile e sapiente che tiene uniti l’uno all’altro ogni attimo, ogni parola, ogni immagine dalla prima all’ultima pagina. Ha scoperto tutti i varchi più nascosti nei miei sensi, risvegliandoli quando erano intorpiditi, scuotendoli spesso in modo inatteso, accarezzandoli con indicibile cura. 

Intanto, io mi figuravo le cose più dolci. Ciò che leggevo mi aiutava a costruire nella mente una percezione di te che era solo mia e di cui ero orgogliosa: sapere di poterla custodire in un luogo protetto della mia anima mi rendeva felice.

Fantasticavo su come tu stessi crescendo e sulle minuscole ma incessanti azioni che, con premurosa lentezza, certamente ti stavano rendendo ogni giorno diverso e più attraente; riflettevo sull’attenzione quotidiana di cui eri oggetto e che presto ti avrebbe dato la forza di presentarti fiero al mondo.

Poi, tutto questo non mi è bastato più.

Museo dell'innocenza, interni

Museo dell’innocenza, interni (ph. Anna Rita Severini)

Volevo che fossi tu a raccontarmi quella storia, proprio tu e nessun altro, perché sentivo di amarti già prima di averti di fronte, prima di poterti guardare per come sei davvero.

Ed ero curiosa. Come avevi fatto a conquistare il mio cuore senza permettermi di vederti? Come eri stato capace di far riemergere certe mie passioni che parevano inabissate per sempre? E avevi preso davvero tu l’iniziativa o forse il mio animo ti aveva accolto perché era ormai pronto a riconoscerti? 

Sì, volevo capire, aggirarmi nella tua casa, ascoltarti, contemplarti, toccarti. Era ormai tempo che conoscessi le tue cose, che mi fosse dato di ritrovare in esse la vita raccontata in quel libro ammaliante. 

Un giorno – era già trascorso qualche anno – qualcuno mi ha detto di aver visto la tua porta socchiusa.

Ti aprivi al mondo, finalmente. Eppure, in quel momento ho sognato che ciò accadesse soltanto per me: era me che aspettavi ed io avrei saputo raggiungerti anche ad occhi chiusi, io meritavo il privilegio di entrare per prima.

Ma non potevo, ero troppo lontana. E sono stata male per questo.

Ricordo che la sera, prima di addormentarmi, ho immaginato per un attimo la tua casa a quell’ora, senza nessuno. Mi sono apparse come in un sogno tutte le cose che hanno dato senso alla tua esistenza, ferme e sole dentro la notte. Quelle che al mattino sarebbero state circondate da occhi curiosi, indicate con ammirazione, ricordate, rintracciate nelle pagine del libro, adesso erano già tutte lì, avvolte nel buio e in un silenzio di fiaba, ad aspettare col fiato sospeso il giorno che le avrebbe rese protagoniste non più soltanto di una storia narrata, ma anche di un luogo vero, creato quale identico atto d’amore.

Nei giorni seguenti ho ascoltato la mia tristezza: avanzava e retrocedeva come l’onda sulla riva di un mare tranquillo, a volte si tramutava in un risentimento amaro che mi toglieva il sorriso.

Eppure un giorno ti avrei conosciuto, mi dicevo; era un mio preciso impegno. 

Così, mio caro, stasera ho voluto scriverti perché quel giorno sarà domani.

E il mio cuore è in tumulto, sai? Mi vedo già percorrere uno dopo l’altro i piani della tua dimora immersa in una quiete perfetta; mi vedo salire lentamente le scale, intimorita e felice, con lo sguardo rivolto lassù, verso la tua soffitta che mi aspetta da tempo.  

Voglio essere io, ora, a muovermi dentro di te. Mi lascerò guidare dal desiderio di recuperare uno ad uno i segni tangibili della tua vita misteriosa, cercarli con occhi colmi di stupore, scoprirli forse come li ho a lungo immaginati. E fra tutti loro le mie fantasie, i ricordi rannicchiati in qualche angolo ben nascosto, dietro una foto di famiglia, un vecchio orologio, un fermaglio per capelli, un rocchetto di filo.

Già, per me sarà proprio come avere fra le dita il filo prodigioso che mi lega a te. Hai presente un rocchetto di legno ben tornito, di quelli che si usavano un tempo? Il mio gira, gira, adagio e senza sosta. E attorno ad esso – adagio e senza sosta – si avvolgono gli impalpabili frammenti che il filo porta con sé; si avvicinano, si sovrappongono, si confondono.

Alla fine, quando il rocchetto è pieno, non li distinguo più l’uno dall’altro, sono una cosa sola: sono l’amore segreto per gli oggetti cari della mia vita, quelli che senza saperlo mi hanno dato e mi danno ogni giorno un po’ di se stessi e, anche se paiono inanimati, vivono da tempo di un remoto palpito della mia anima. 

Ed è grazie a te, un piccolo museo nato da un grande sogno, che ho capito tutto questo. Ora so che anch’io, in un modo che mi è difficile spiegare, appartengo alla tua storia, così come tu sei irrimediabilmente legato alla mia.

Per questo, oggi voglio dirti che ti voglio e ti vorrò sempre bene.

Istanbul, 28 dicembre 2012 

2° premio
Concorso Internazionale Lettera d’amore 2015 – XV edizione
Torrevecchia Teatina (CH) 
Museo dell'innocenza, dettaglio bacheca

Museo dell’innocenza, dettaglio bacheca (ph. Anna Rita Severini)

II. 

Eccomi di nuovo a te, mio adorato.

Sono trascorsi diversi mesi da quella mia prima lettera. O meglio tre anni, tre mesi e ventinove giorni, come amerebbe precisare colui che ti ha messo al mondo.

Quando l’ho scritta, ero sinceramente convinta che sarebbe rimasta la sola: una dichiarazione d’amore in piena regola, costruita con la cura di chi sente che gli viene concessa un’occasione speciale e non può permettersi di sciuparla, perché difficilmente ne avrà un’altra.

Senza troppo riflettere, né preoccuparmi di smentire la riservatezza che mi è propria, è stato allora naturale per me riversare in quelle poche righe ciò che si agitava nel mio animo – la dedizione, l’attesa, il desiderio, la trepidazione – guidata solo dall’urgenza di raccontare tutto.

Ci ho messo, insomma, l’impegno che si riserva alle questioni definitive.

Ma nessun discorso può essere concluso una volta per sempre. Nulla è mai realmente definitivo. Per questo, ora non meravigliarti se hai mie notizie dopo tanto tempo, poiché non è stato un tempo fatto di assenza e di oblio, non una stagione distratta o distante.

L’amore si nutre di vicinanza e di contatto, è vero, ma trae uguale forza dal pensiero, dalla memoria e dal sogno: da quella dimensione che nulla ha a che fare con la materia, eppure ci tiene miracolosamente legati a ciò che amiamo anche quando è lontano dai nostri sensi. Tu puoi capirmi, ne sono sicura.

Così mi ritrovo ancora qui, a fare i conti con la folla di sentimenti che mi invade inesorabile e che ho tanta voglia di descriverti, se riuscirò a mettere ordine nel mio inebriante subbuglio interiore.

La verità è che sin dal nostro primo incontro non ho mai smesso di pensarti, e tu lo sai bene, anche se fingi di non essertene accorto. Non è trascorso giorno nel quale, sia pure per un fuggevole istante – a volte decimi di secondo – il ricordo di te non mi abbia attraversato la mente, trascinandola d’improvviso a chilometri di distanza da qualsiasi vicenda materiale in cui mi trovassi coinvolta.

Allora sul mio volto, inavvertitamente, è capitato che fiorisse una specie di sorriso, o forse una luce, vicini ogni volta a tradirmi e a svelare la presenza della mia dolce ossessione. Non ho timore ancora oggi di confessarlo.

Cadeva una pioggia sottilissima e fredda, impalpabile quanto la mia eccitazione, quella mattina di fine dicembre in cui sono arrivata davanti alla tua porta – il mio libro stretto fra le mani, lo sguardo ansioso che cercava di intrufolarsi dentro il chiarore appena visibile oltre l’anta socchiusa.

Un signore vestito di scuro, dai modi gentili, si è affacciato e ha fatto cenno di accomodarmi con un sorriso; ed io, in quel momento che infinite volte avevo immaginato di vivere con l’intensità assoluta dell’attesa giustamente premiata, ho varcato la tua soglia. E ti ho visto.

Ma – ti parrà strano – non è stata la commozione a vincere, come avevo creduto mentre scrivevo quella prima lettera in preda a una soave inquietudine perché tu sapessi di me, dei miei turbamenti e della mia crescente passione.

Si è impadronita del mio cuore, al contrario, un’appagante serenità.

Essere lì, immersa in quell’atmosfera sobria e accogliente, lontana dal resto del mondo, circondata solo dai tuoi piccoli oggetti che iniziavo a distinguere fra le pieghe di una luce discreta, tutto mi rendeva partecipe di una sorta di rituale.

Avanzando quasi in punta di piedi, ho percepito in me un orgoglioso senso di complicità nell’attenermi alle poche regole dettate con chiarezza a conclusione del libro, là dove si chiede attenzione e riguardo per la tua storia, per la tua casa e per l’amore senza fine che vi è custodito.

E non mi sono domandata, come avevo ingenuamente previsto, se incontrandoti per la prima volta ti avrei riconosciuto simile alle mie fantasie.

Adesso ero vicina a te, solo questo importava, e potevo perdermi dentro il racconto intimo degli istanti di felicità e di dolore che mi giungeva nitido dalle tue cose ben sistemate una accanto all’altra, da quel loro corrispondersi così denso di metodo, casualità e meraviglia. E ancor più dalle pagine e pagine di appunti che mi parlavano di te: parole attinte da misteriosi luoghi della tua anima, stilate a mano giorno dopo giorno, per anni, con pazienza smisurata.

Ti guardavo e capivo come tutto ciò fosse ormai conservato per sempre in quell’archivio minuto e straordinario in grado di catalogare con la spontaneità della bellezza un intero universo di affetti profondi.

Così, senza opporre alcuna resistenza, mi sono lasciata conquistare dall’illusione di trovare posto anch’io dentro la tua vita, reale o immaginata che fosse. Mi hai preso per mano e ti ho seguito, incapace di pensare o di pormi altre domande, ipnotizzata dal seducente oscillare del grande pendolo sospeso alla tua balaustra. Ho salito adagio la lunga scala dai gradini di legno levigato, ho percorso i ballatoi respirando piano in un’eco di suoni rarefatti e tenendo all’erta tutti i miei sensi. Eri con me, eppure ti cercavo ancora: e una visione nuova mi intrigava, e mi incantava insieme, ad ogni passo.

Infine, sono approdata nella minuscola soffitta – sì, il luogo dei miei desideri in cima alla casa che è stata a lungo in cima ai miei desideri – e sono rimasta seduta lì, da sola, presa in un tempo che mi apparteneva interamente, ad ascoltare in silenzio il mio prezioso batticuore.

Quando mi sono resa tristemente conto che fuori di me le ore erano invece trascorse implacabili e che era giunto il momento di separarci, ho riconosciuto nel mio animo la stessa malinconica sensazione di rifiuto che mi aveva assalito scorrendo le ultime parole del libro, perché proprio lì tutte le suggestioni accantonate lungo le centinaia di pagine percorse nei giorni precedenti erano imprevedibilmente riemerse, componendosi in un disegno limpido e perfetto, così bello da non volerne distogliere gli occhi, né il pensiero, per nulla al mondo. Dover uscire dalla tua storia era stato tanto doloroso quanto lo era adesso far scivolare lo sguardo fuori dal portoncino che io stessa stavo accostando, vedendoti scomparire lentamente dalla mia vista e solo in quell’istante chiedendomi, nella luce estranea e abbagliante della strada, che ora fosse.

Ecco, ti ho rivelato un frammento modestissimo di ciò che ho provato quel giorno; d’altronde, come potrei nello spazio di una lettera esprimere compiutamente un intreccio di emozioni che io stessa ho distinto a fatica e che tuttora mi sforzo di decifrare per dare una spiegazione al mio appartenerti senza riserve?

Ci siamo incontrati ancora, dopo quella indimenticabile giornata. Sì, sono tornata sempre quando ho potuto, e ti ho trovato ad aspettarmi, sempre.

Ti ringrazio, perché ogni volta mi hai lasciato frugare con tenerezza fra i tuoi ricordi più cari e hai permesso che la mia curiosità tentasse di oltrepassare i limiti invisibili, ma pressoché invalicabili, tracciati dal tuo naturale riserbo.

Ti ringrazio perché hai accettato che la mia fosse un’attenzione speciale, mai uguale a quella degli altri ospiti, e per aver capito che nella tua casa non stavo solo scoprendo te ma, dopo molti anni, stavo riconoscendo inaspettatamente e con gioia anche la parte più autentica di me.

Dal canto mio – devi ammetterlo – ho accolto e serbato soltanto ciò che della tua vita hai ritenuto di offrirmi tu stesso. Molto più di quanto tu possa immaginare, ma nulla di più.

Anche così ho voluto dimostrarti il mio amore: con la discrezione e il rispetto. 

Tanto è bastato per catturare comunque, e portare via con me, porzioni di felicità destinate a durare a lungo: una felicità matura, dimentica ormai dell’ebbrezza un po’ incosciente e visionaria che un tempo mi aveva legato a te.

Museo della Lettera d'amore, interni

Museo della Lettera d’Amore, interni (Archivio Museo)

E ad ogni mio ritorno mi sono chiesta cosa pensassi tu di questa signora straniera e sconosciuta, ma talmente appassionata alla tua vicenda da sognare che tu potessi accorgerti di lei, che ti abituassi alla sua presenza e avessi piacere di vederla camminare dentro la tua casa come in un luogo a lei familiare; una donna arrivata a coltivare la gradevole convinzione di avere un accesso privilegiato al tuo mondo e a fantasticare che, fra le tante persone venute a trovarti ogni giorno, tu aspettassi solo lei, desiderando i suoi doni, i suoi sguardi, il suo tocco, il suo saluto. Sempre con la segreta promessa di tornare.

Oggi non sono più sicura, come in passato, di poter mantenere presto la mia promessa: molte cose sono cambiate nella tua città.

Eppure mi sento tranquilla. Il tuo destino dipende da un amore tanto più forte del mio, grazie al quale so che non smetterai mai di crescere.

Succede così quando un museo prende forma da un’aspirazione sincera, quando è fortemente voluto e guardato con premura. Tutti i giorni.

Sono certa, invece, che questa sarà davvero la mia ultima lettera per te, scritta a poche ore dal cadere del tuo quarto anniversario, in un giorno di fine aprile che poco più di quarant’anni fa, nel mirabile confondersi di verità e finzione di cui tu stesso sei frutto, è stato decisivo per la tua esistenza.

Mi piacerebbe tanto introdurla di nascosto in uno dei tuoi cassetti, nell’attesa che un giorno tu possa scoprirla e leggerla …

Troverò il coraggio stavolta? O mi vergognerò ancora delle mie emozioni, come è accaduto con quella prima innocente dichiarazione d’amore, conservata per anni dentro la mia scrivania e mai recapitata? Non so rispondere ora.

Ma prima di salutarti, ti prometto – questo sì – che non ti dimenticherò. 

E anche tu, te ne prego, non dimenticarmi mai.

Pescara, 26 aprile 2016 

Premio Speciale della giuria
Concorso Internazionale Lettera d’amore 2016 – XVI edizione
Torrevecchia Teatina (CH)
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 
Note 
[1] Orhan Pamuk, 2009, Il Museo dell’innocenza, Einaudi, Torino.
[2] Cito per tutti la giornata di studi dedicata a Orhan Pamuk e al suo museo dall’Accademia di Brera nel gennaio del 2017, i cui contributi con una partecipe riflessione dello stesso Pamuk sono confluiti nel bel volume (a cura di Laura Lombardi e Massimiliano Rossi), 2018, Un sogno fatto a Milano. Dialoghi con Orhan Pamuk intorno alla poetica del museo, Johan & Levi Editore. Altre iniziative sono ricordate nella bibliografia citata di seguito alla nota [4].
[3] Anna Rita Severini, 2021, Bir zamanlar nel Museo dell’innocenza, Il Canneto Editore.
[4] Di tali sviluppi ho dato conto, anche con riferimenti bibliografici, nel mio contributo al Convegno Ci sono case che sono musei. Ci sono musei che sono case, svoltosi presso il Museo Ettore Guatelli il 20-21/10/2023. Si legga Anna Rita Severini, 2024, Quando una casa custodisce e genera storie. Dal Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk a “Bir zamanlar”, in DM-Dialoghi Mediterranei, 1/1/2024: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/quando-una-casa-custodisce-e-genera-storie-dal-museo-dellinnocenza-di-orhan-pamuk-a-bir-zamanlar/. Successivo è l’articolo Anna Rita Severini, Per amore di un museo, in La Gazzetta di Istanbul, Bollettino Comunità Italiana a Istanbul, 1/2024.
[5] Maggiori informazioni sul sito www.museoletteradamore.it
[6] Pietro Clemente, 2024, Amori da museo, in AM-Antropologia Museale, Soglia, Edizioni Museo Pasqualino, 46/2024. 

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Anna Rita Severini è stata Responsabile del Servizio Cultura del Comune di Pescara, città dove è nata e vive. Fra il 1981 e il 2000 nel Museo delle Genti d’Abruzzo ha svolto attività di ricerca e co-progettazione dei contenuti espositivi. È socio fondatore della S.I.M.B.D.E.A. Ha scritto su temi di cultura materiale e antropologia museale. Ha curato con Francesco Avolio il volume Paul Scheuermeier, Gerhard Rohlfs, Gli Abruzzi dei contadini. 1923-1930, Textus Edizioni, L’Aquila 2014 (II ed. 2022). Ha un’approfondita conoscenza del Museo dell’Innocenza, creato a Istanbul da Orhan Pamuk. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo Bir zamanlar nel Museo dell’innocenza, Il Canneto Editore, finalista al Concorso Letterario Argentario & Premio Caravaggio 2024 e presentato nello stesso anno presso il Circolo Roma Istanbul e Casa Italia ad Ankara.

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