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Il canto degli Orbi: “triunfi” e devozione popolare in ricordo di Elsa Guggino

Palermo, Arenella, Rosario salerno, Novena di Natale (ph. Girolamo Cusimano)

Palermo, Arenella, Rosario Salerno, Novena di Natale (ph. Girolamo Cusimano)

di Rossana M. Salerno 

Introduzione 

Nella storia culturale e religiosa della Sicilia, la tradizione dei cantastorie ciechi, conosciuti come Orbi, rappresenta una delle espressioni più significative del rapporto tra oralità, musica, devozione popolare e memoria collettiva. Per secoli, questi cantori hanno attraversato le strade, i vicoli e i cortili di Palermo, accompagnando le celebrazioni religiose attraverso un repertorio di orazioni, novene e triunfi. La loro presenza apparteneva alla quotidianità della città e contribuiva a definire un universo simbolico nel quale il sacro non rimaneva circoscritto agli edifici ecclesiastici, ma si manifestava negli spazi del quotidiano, nelle relazioni di vicinato e nelle forme di partecipazione comunitaria.

Gli Orbi non erano soltanto interpreti di componimenti poetici e musicali, ma protagonisti di una tradizione attraverso la quale venivano trasmessi racconti, credenze e rappresentazioni condivise. La loro attività permetteva di mantenere vivo un patrimonio culturale e di tradizioni popolari che trovava nella voce, nella memoria e nella partecipazione dei devoti le proprie condizioni di contiguità al sacro.

È soprattutto attraverso le ricerche dell’etno-antropologa siciliana Elsa Guggino che questa tradizione ha acquisito una particolare rilevanza scientifica. Nei tre volumi de I canti degli Orbi (1980, 1981, 1988), la studiosa ha ricostruito le caratteristiche storiche, sociali e culturali dei cantastorie ciechi palermitani, dedicando particolare attenzione ai repertori, ai manoscritti, alle modalità di esecuzione e ai rapporti tra cultura scritta e tradizione orale. Il suo contributo permette di superare una lettura esclusivamente folkloristica del fenomeno, riconoscendo negli Orbi i protagonisti di un sistema articolato di produzione e trasmissione culturale.

A questa prospettiva antropologica si affianca una riflessione sul rapporto tra ritualità religiosa e organizzazione simbolica del territorio. Le pratiche devozionali, infatti, non si limitano a manifestare credenze individuali, ma contribuiscono a costruire significati, appartenenze e forme di riconoscimento collettivo che si inscrivono nello spazio vissuto (Salerno, 2017). La tradizione degli Orbi offre, in questo senso, un osservatorio privilegiato per comprendere come la devozione popolare partecipi alla costruzione della memoria urbana, trasformando strade, cortili ed edicole votive in luoghi di incontro e condivisione.

Da questa prospettiva in che modo il canto degli Orbi ha contribuito alla costruzione del sacro e della memoria collettiva nella Palermo popolare? L’interrogativo invita a considerare i cantastorie ciechi non soltanto come custodi di una tradizione musicale, ma come attori sociali attivi nella produzione e nella circolazione dei significati culturali, e di trasmissione orale del culto popolare. Attraverso il loro repertorio è possibile osservare come le rappresentazioni religiose venissero reinterpretate nelle relazioni sociali, trasformando la devozione in un’esperienza condivisa e lo spazio urbano in un luogo simbolicamente riconosciuto. 

Palermo, Arenella, Rosario salerno, Novena di Natale (ph. Girolamo Cusimano)

Palermo, Arenella, Rosario salerno, Novena di Natale (ph. Girolamo Cusimano)

Tradizione orale, ritualità e memoria collettiva 

La presenza degli Orbi nella società palermitana era strettamente legata alle condizioni economiche e culturali del tempo. Ciechi dalla nascita oppure divenuti tali nel corso della vita, questi musicisti venivano istruiti fin dalla giovinezza nell’apprendimento del canto e degli strumenti musicali, acquisendo competenze che permettevano loro di esercitare una professione e di ottenere un sostentamento. La loro attività richiedeva una conoscenza approfondita dei repertori poetici, una notevole capacità mnemonica e una particolare abilità nell’interpretazione musicale. Non si trattava, pertanto, di una pratica occasionale, ma di un mestiere riconosciuto, inserito nella vita religiosa e sociale della città.

Nel 1661 gli Orbi palermitani si costituirono in congregazione sotto la protezione dell’Immacolata Concezione, stabilendo la propria sede presso il complesso gesuitico di Casa Professa. Come documenta Guggino (1980), l’appartenenza alla congregazione era regolata da precise disposizioni che richiedevano la condizione di cecità, una condotta morale conforme alle prescrizioni religiose e la capacità di suonare uno strumento musicale. I nuovi membri erano, inoltre, sottoposti a un periodo di prova durante il quale venivano istruiti sulle norme e sulle modalità di esercizio della professione. Questa organizzazione testimonia l’esistenza di una categoria professionale strutturata, come quella dei “carrettieri” la cui attività si sviluppava all’interno di un sistema di relazioni con le istituzioni ecclesiastiche e con la comunità urbana.

Nello caso specifico, la disabilità visiva, che nella società del tempo poteva determinare esclusione e precarietà economica, trovava nell’esercizio della musica una possibilità di riconoscimento sociale. Attraverso il canto, infatti, gli Orbi assumevano un ruolo pubblico, diventando interpreti di un sapere condiviso e figure riconoscibili all’interno del “tempo straordinario”. La loro autorevolezza derivava dalla capacità di custodire e riproporre racconti che appartenevano alla memoria religiosa della comunità.

Questa posizione rivela una relazione complessa tra marginalità sociale e autorevolezza culturale. Gli Orbi non occupavano necessariamente una posizione privilegiata nella struttura sociale, ma disponevano di competenze che li rendevano protagonisti di occasioni rituali importanti per la collettività; difatti, il riconoscimento della loro funzione non eliminava le condizioni materiali di vulnerabilità, ma dimostrava come la produzione culturale potesse svilupparsi anche attraverso soggetti collocati ai margini dei sistemi dominanti di prestigio e potere.

L’importanza degli studi di Elsa Guggino risiede soprattutto nell’aver restituito complessità a questo universo culturale. La studiosa non considera i cantastorie ciechi come semplici esecutori di testi elaborati altrove, ma analizza le relazioni attraverso le quali il repertorio veniva prodotto, trasmesso e continuamente rielaborato. Nei suoi lavori emerge come la distinzione tra cultura dotta e cultura popolare non possa essere interpretata come una separazione rigida. I componimenti eseguiti dagli Orbi provenivano infatti da ambienti differenti: potevano essere scritti da sacerdoti, poeti dialettali o verseggiatori alfabetizzati, per poi essere accolti e trasformati attraverso la pratica orale.

Guggino (1981) evidenzia come gli Orbi non possano essere considerati semplici mediatori tra cultura dotta e cultura popolare, ma vadano riconosciuti come protagonisti di un processo dinamico di produzione, trasmissione e rielaborazione dei significati religiosi. Il rapporto tra questi due universi si sviluppava attraverso una continua circolazione di linguaggi, forme narrative e modelli espressivi. Il testo scritto, entrando nel repertorio del cantore, acquisiva nuovi significati attraverso l’esecuzione musicale e l’interazione con la comunità, che partecipava attivamente al riconoscimento e alla legittimazione della tradizione. La cultura popolare non si configura come una riproduzione subordinata della cultura dotta, ma come un sistema autonomo di interpretazione e rielaborazione simbolica. A partire da questa prospettiva, è possibile riconoscere negli Orbi non soltanto i custodi di un patrimonio devozionale, ma anche attori sociali che, attraverso la dimensione performativa del canto e l’appropriazione rituale dello spazio urbano, contribuivano alla costruzione sociale del sacro e della memoria collettiva.

La tradizione orale assume così un carattere dinamico. La continuità del repertorio non dipendeva esclusivamente dalla fedeltà a una versione originaria, ma dalla possibilità di mantenere riconoscibili i racconti attraverso successive interpretazioni. Anche l’introduzione di nuovi componimenti poteva essere accolta favorevolmente dai devoti. Come osserva Guggino (1981), la richiesta di ascoltare una storia antica non impediva di apprezzare una versione recente, soprattutto quando questa veniva presentata come più completa o maggiormente aderente alla vicenda religiosa narrata. La tradizione si configurava pertanto come un processo nel quale conservazione e innovazione convivevano.

Particolarmente significativo, all’interno delle ricerche dell’antropologa, è lo studio dei manoscritti di Rosario Salerno, conosciuto come Zu Rusulinu, uno degli interpreti più importanti della tradizione palermitana. I suoi quaderni, costituiti da materiali scolastici, fogli manoscritti, componimenti poetici e annotazioni musicali, rappresentano una testimonianza preziosa del rapporto tra oralità e scrittura. Alcuni riportano date risalenti al maggio del 1922, mentre altri materiali risultano collocabili tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento. La loro composizione testimonia la sedimentazione di un patrimonio costruito attraverso acquisizioni, adattamenti e rielaborazioni successive.

Palermo, quartiere Zen. Triunfu a casa di Giovanni Pennsi (ph. Girolamo Cusimano)

Palermo, quartiere Zen, Triunfu a casa di Giovanni PennIsi (ph. Girolamo Cusimano)

Nei Quaderni di Zu Rusulinu, pubblicati nell’ambito dell’opera di Guggino (1981, 1988), la scrittura appare come uno strumento di conservazione del repertorio, senza sostituire la centralità della performance orale. Il manoscritto rappresentava una traccia del canto, ma non ne esauriva il significato. L’esecuzione comprendeva infatti elementi difficilmente restituibili attraverso la sola trascrizione, come l’intonazione della voce, il ritmo della declamazione, le variazioni melodiche e l’interazione tra cantore e pubblico. La memoria non coincideva semplicemente con la capacità di ricordare un testo, ma si esprimeva nella possibilità di renderlo nuovamente presente attraverso una situazione comunicativa condivisa.

Questa dimensione può essere approfondita attraverso il concetto di memoria collettiva elaborato da Maurice Halbwachs (1950). Il ricordo non si costruisce indipendentemente dalla società, ma prende forma all’interno di relazioni e quadri di riferimento condivisi. La memoria non rappresenta quindi soltanto la conservazione di eventi trascorsi, ma un processo attraverso il quale il passato viene continuamente ricostruito e reso significativo nel presente.

La tradizione degli Orbi mostra concretamente questa dinamica. Ogni esecuzione riproponeva racconti conosciuti, ma li collocava all’interno di una situazione sociale nuova, caratterizzata dalla presenza di determinati ascoltatori, dalle motivazioni dei committenti e dalle circostanze della celebrazione. Il passato narrato attraverso il canto diventava così parte dell’esperienza presente, contribuendo a rafforzare il sentimento di continuità della comunità.

Il repertorio degli Orbi comprendeva narrazioni sacre e profane, componimenti dedicati ai santi, racconti di avvenimenti straordinari, orazioni e canti legati alle principali ricorrenze religiose. Un posto di particolare rilievo era occupato dalla devozione per Santa Rosalia, patrona di Palermo, la cui vicenda veniva raccontata attraverso testi poetici in lingua siciliana, accompagnati generalmente dal violino e dalla chitarra. La tradizione dei triunfi costituiva una delle forme più riconoscibili di questa pratica devozionale e rappresentava un momento di incontro tra narrazione religiosa, esperienza individuale e partecipazione collettiva.

Il triunfu veniva eseguito soprattutto in occasione di una grazia ricevuta, di una richiesta di protezione oppure di una celebrazione dedicata a una figura sacra. La sua realizzazione presupponeva una relazione tra il devoto, il santo e la comunità, poiché il riconoscimento dell’intervento divino veniva espresso attraverso una manifestazione pubblica. La celebrazione trasformava così un’esperienza personale in un evento condiviso, nel quale la gratitudine, la speranza e la richiesta di protezione assumevano una forma rituale riconoscibile.

Nel culto di Santa Rosalia, questa dimensione acquisiva una particolare intensità. La figura della Santa, legata alla liberazione di Palermo dalla peste del 1624, occupava una posizione centrale nell’immaginario religioso cittadino. La sua vicenda, elaborata dalla tradizione agiografica e successivamente diffusa attraverso i componimenti dialettali, veniva riproposta dagli Orbi davanti alle edicole votive, nelle strade e nei cortili dei quartieri popolari. Attraverso il canto, la storia della patrona diventava parte dell’esperienza quotidiana degli abitanti, assumendo significati che oltrepassavano la narrazione ufficiale (Salerno, 2017).

Il rapporto tra gli Orbi e le istituzioni ecclesiastiche costituisce un ulteriore elemento di interesse. La loro organizzazione sotto la protezione della Compagnia di Gesù testimonia come la Chiesa riconoscesse l’efficacia comunicativa della tradizione musicale popolare. Attraverso i cantori era possibile diffondere racconti agiografici, modelli di santità e insegnamenti religiosi presso una popolazione che non sempre disponeva degli strumenti necessari per accedere direttamente alla cultura scritta. Tuttavia, il passaggio dalla narrazione ecclesiastica alla performance popolare non rappresentava una semplice trasmissione di contenuti.

San Giuseppe Iato, un momento del triunfu (ph. Girolamo Cusimano)

San Giuseppe Iato, un momento del triunfu, alla fisarmanica Salvatore Rizzo, Rosario Salerno all vIolino, Angelo Cangelosi alla chitarra (ph. Girolamo Cusimano)

Il culto e la storia di Santa Rosalia, codificata attraverso la letteratura religiosa e tradotta in versi dialettali anche grazie all’opera di Pietro Fullone, veniva progressivamente reinterpretata secondo le sensibilità e le aspettative dei devoti. La Santa, rappresentata dalla tradizione ufficiale come una nobile eremita che aveva rinunciato alla vita mondana, diventava nell’immaginario popolare una figura vicina alle difficoltà quotidiane, protettrice della città e interlocutrice delle richieste individuali. Il canto contribuiva a rendere familiare la sua presenza, trasformando la narrazione religiosa in un patrimonio condiviso.

La dimensione musicale rivestiva un ruolo fondamentale in questo processo. Le esecuzioni degli Orbi erano caratterizzate dall’alternanza delle voci, dall’accompagnamento del violino e della chitarra e da una particolare modalità di declamazione che si collocava tra recitazione e melodia. Le trascrizioni musicali di Girolamo Garofalo e Gaetano Pennino, comprese nel terzo volume curato da Guggino (1988), consentono di osservare la complessità delle strutture musicali e la capacità degli interpreti di adattare l’andamento melodico alle esigenze della narrazione.

Porticello, Il violinista Salvatore Rizzo e il chitarrista Giovanni Pennsi (ph. di Salvo)

Porticello, Il violinista Salvatore Rizzo e il chitarrista Giovanni PennIsi (ph. di Salvo)

Nel Triunfu a Santa Rusulia, le ottave poetiche venivano eseguite alternativamente dai due cantori, con interludi strumentali che scandivano il passaggio da una sezione all’altra. Nel Passio, invece, la struttura musicale risultava maggiormente aderente allo sviluppo del racconto, attraverso una scansione ritmica più libera e una relazione particolarmente stretta tra parola e musica. Queste caratteristiche mostrano come l’accompagnamento strumentale non costituisse un semplice elemento ornamentale, ma partecipasse direttamente alla costruzione del significato e dell’intensità emotiva della performance.

Il confronto tra le esecuzioni di Rosario Salerno e Angelo Cangelosi e quelle di altri interpreti successivi permette inoltre di osservare alcune trasformazioni della tradizione. La capacità improvvisativa, le variazioni melodiche e la libertà espressiva che caratterizzavano le interpretazioni più antiche tendevano progressivamente a lasciare spazio a modalità esecutive più rigide. Questo processo suggerisce come la sopravvivenza di un repertorio non garantisca necessariamente la conservazione delle competenze interpretative che ne avevano sostenuto la vitalità.

Negli studi di sociologia della religione, il canto degli Orbi può essere interpretato come una pratica rituale capace di collegare la dimensione individuale dell’esperienza religiosa a quella collettiva. La richiesta di una grazia, il ringraziamento per un intervento ritenuto miracoloso o la partecipazione a una celebrazione diventavano occasioni attraverso le quali la comunità riaffermava un sistema condiviso di significati.

Richiamando, infatti, la prospettiva di Émile Durkheim (1912), il rito può essere considerato uno dei momenti nei quali la collettività riconosce e rinnova simbolicamente la propria esistenza. La partecipazione alla celebrazione produce un’esperienza che supera la dimensione individuale, poiché rende percepibile l’appartenenza a un universo comune. Nel caso degli Orbi, questa funzione si realizzava attraverso la ripetizione dei canti, la familiarità delle narrazioni e la condivisione degli spazi rituali.

Palermo, Altare in vicolo del Musico: Rizzo al violino, Giuseppe Maligno alla chitarra e Giovanni Pennisi (ph. Girolamo Cusimano)

Palermo, Altare in vicolo del Musico: Rizzo al violino, Giuseppe Maligno alla chitarra e Giovanni Pennisi (ph. Girolamo Cusimano)

Il triunfu assumeva così una funzione che oltrepassava la devozione personale. La sua esecuzione riuniva persone, rendeva pubblica un’esperienza religiosa e contribuiva a rafforzare le relazioni tra gli abitanti. La comunità non era soltanto destinataria della performance, ma partecipava alla sua realizzazione attraverso la committenza, l’ascolto, l’organizzazione della celebrazione e il riconoscimento del suo valore.

La prospettiva antropologica di Elsa Guggino permette di approfondire ulteriormente questa dimensione. La tradizione orale non appare come un patrimonio immobile, trasmesso senza modificazioni da una generazione all’altra, ma come un processo nel quale i significati vengono continuamente negoziati e reinterpretati. Il cantore, il committente e il pubblico partecipano, con ruoli differenti, alla riproduzione della tradizione. La memoria collettiva non precede semplicemente la pratica rituale, ma viene ricostruita attraverso di essa.

Un altro aspetto centrale riguarda il rapporto tra il canto degli Orbi e lo spazio urbano. Le edicole votive dedicate a Santa Rosalia, punti di riferimento dei e nei quartieri storici di Palermo, rappresentavano luoghi di devozione, ma anche punti di riferimento per la vita sociale e del quotidiano. Davanti a esse si svolgevano preghiere, celebrazioni, incontri e momenti di convivialità. L’esecuzione dei triunfi trasformava temporaneamente questi spazi in luoghi rituali, nei quali la quotidianità veniva attraversata da una dimensione collettiva del sacro.

La presenza dei cantori, l’addobbo delle immagini religiose, le luminarie, la partecipazione dei residenti e la condivisione del cibo contribuivano a costruire un’esperienza comunitaria che coinvolgeva l’intero quartiere. Il sacro non risultava dunque confinato entro gli edifici ecclesiastici, ma si estendeva nello spazio urbano attraverso pratiche riconoscibili e ripetute nel tempo. Le edicole diventavano luoghi di memoria perché la comunità vi depositava esperienze, racconti, promesse e ricorrenze, mentre il canto degli Orbi contribuiva a riattivare periodicamente questo patrimonio simbolico.

La relazione tra pratiche devozionali e spazio urbano può essere approfondita attraverso la prospettiva di Henri Lefebvre (1974), secondo il quale lo spazio sociale non costituisce un contenitore neutrale delle attività umane, ma viene prodotto attraverso le pratiche e le rappresentazioni che lo attraversano. Le strade, i vicoli e i cortili nei quali si svolgevano i triunfi non rappresentavano semplicemente lo scenario delle celebrazioni, ma partecipavano alla definizione del loro significato. Le pratiche devozionali contribuiscono ad attribuire significati ai luoghi, trasformandoli in riferimenti simbolici attraverso i quali gli individui costruiscono forme di riconoscimento e appartenenza. La presenza degli Orbi davanti alle edicole votive rende particolarmente evidente questo processo: il canto non si svolgeva semplicemente in uno spazio, ma partecipava alla sua temporanea trasformazione rituale (Salerno, 2017).

La voce del cantore attraversava il quartiere, richiamava i devoti e rendeva riconoscibile la presenza del sacro. Lo spazio quotidiano acquisiva così una dimensione ulteriore, nella quale le relazioni sociali si intrecciavano con la memoria religiosa. La sacralizzazione non dipendeva esclusivamente dall’immagine del santo o dalla legittimazione ecclesiastica, ma anche dalla partecipazione collettiva e dalla ripetizione delle pratiche.

Porticello, Altare a Sant'Antonino (ph. Girolamo Cusimano)

Porticello, Altare a Sant’Antonino (ph. Girolamo Cusimano)

Il rapporto tra Palermo e Monte Pellegrino assume, da questo punto di vista, una particolare rilevanza. La Santa, associata alla montagna e alla sua esperienza eremitica, veniva contemporaneamente resa presente negli spazi quotidiani della città. Si delineava così una geografia devozionale nella quale il santuario, le edicole votive e i luoghi della vita urbana risultavano collegati da un medesimo universo simbolico. Attraversando le strade e portando il canto davanti alle immagini sacre, gli Orbi contribuivano a mantenere viva questa relazione tra luoghi, memoria e devozione.

La dimensione territoriale della ritualità consente di riconoscere come la sacralizzazione non sia un processo esclusivamente istituzionale, ma possa emergere dalle azioni ripetute della comunità. La presenza del sacro si costruisce anche attraverso l’uso dei luoghi, le relazioni sociali e la memoria condivisa. In tal senso, il triunfu non rappresentava soltanto una celebrazione musicale, ma un momento nel quale lo spazio quotidiano veniva temporaneamente ridefinito attraverso la partecipazione rituale.

Questa interpretazione permette di cogliere un ulteriore aspetto: il rapporto tra continuità e trasformazione della memoria religiosa. La tradizione degli Orbi contribuiva a mantenere riconoscibili determinati luoghi e significati, ma la loro progressiva scomparsa ha modificato le modalità attraverso le quali la comunità si relaziona a quel patrimonio. Quando vengono meno le condizioni sociali che sostengono una pratica, non scompare soltanto una modalità espressiva, ma si trasforma anche il sistema di relazioni attraverso il quale essa acquisiva significato.

Le ricerche di Elsa Guggino permettono di riflettere proprio su questo problema. La documentazione dei repertori e delle esecuzioni ha consentito di preservare una parte significativa del patrimonio degli Orbi, ma la registrazione sonora e la trascrizione non possono restituire integralmente il contesto sociale nel quale il canto acquisiva significato. Le riproposizioni contemporanee dei triunfi, pur contribuendo alla salvaguardia della memoria culturale, si collocano inevitabilmente in condizioni differenti rispetto a quelle della tradizione originaria.

È proprio in questa distinzione tra conservazione e continuità che il lavoro della professoressa Guggino mantiene una particolare attualità. La sua ricerca non permette soltanto di conoscere i testi e le melodie degli Orbi, ma invita a considerare le relazioni sociali, i contesti rituali e i processi culturali che ne hanno sostenuto la trasmissione. Il patrimonio immateriale non coincide esclusivamente con ciò che viene conservato negli archivi, ma comprende anche le competenze, le esperienze e le forme di partecipazione attraverso le quali una comunità attribuisce significato alle proprie pratiche.

La tradizione dei cantastorie ciechi palermitani mostra, in definitiva, come la memoria collettiva non risieda soltanto nei racconti tramandati, ma nelle relazioni sociali che permettono a quei racconti di continuare ad avere significato. Il canto degli Orbi non rappresentava esclusivamente una forma di trasmissione culturale, ma contribuiva a produrre relazioni, a rendere riconoscibile il sacro e a costruire un sentimento di appartenenza che collegava gli individui alla comunità e al territorio. 

whatsapp-image-2026-10-24-at-15-13-41Conclusione 

La tradizione degli Orbi restituisce una dimensione della storia culturale palermitana nella quale il sacro, la memoria e la vita quotidiana si incontrano attraverso la parola e la musica. Il loro canto ha attraversato generazioni, quartieri e trasformazioni sociali, contribuendo a costruire un patrimonio condiviso che non apparteneva soltanto alla sfera religiosa, ma all’esperienza collettiva della città.

Attraverso i triunfi, la comunità elaborava simbolicamente le proprie esperienze, trasformava le richieste individuali in occasioni di partecipazione e attribuiva significati ai luoghi nei quali si svolgevano le celebrazioni. Il canto diventava così una forma di relazione sociale, mentre la memoria si costruiva attraverso la ripetizione e la reinterpretazione di racconti condivisi.

Il contributo di Elsa Guggino risulta fondamentale per comprendere questa complessità. La sua attenzione ai protagonisti, ai manoscritti, ai repertori e alle modalità esecutive ha restituito agli Orbi una precisa dignità culturale, sottraendoli a una rappresentazione esclusivamente pittoresca della tradizione siciliana. Attraverso le sue ricerche emerge un universo nel quale cultura scritta e oralità, istituzioni religiose e pratiche popolari, continuità e trasformazione non costituiscono realtà separate, ma dimensioni costantemente intrecciate.

La storia degli Orbi (i cantastorie siciliani) permette inoltre di riflettere sul rapporto tra marginalità e riconoscimento sociale. La condizione di cecità, pur collocando questi musicisti in una posizione di vulnerabilità, non impediva loro di esercitare una funzione culturale fortemente riconosciuta. Attraverso il canto, essi diventavano interpreti di un sapere condiviso, partecipando alla costruzione di un patrimonio simbolico che attraversava differenti generazioni.

La loro progressiva scomparsa pone oggi interrogativi che riguardano non soltanto la salvaguardia delle tradizioni popolari, ma anche le trasformazioni delle comunità e dei luoghi nei quali queste tradizioni hanno preso forma. Conservare un repertorio significa impedire che parole e melodie vengano dimenticate, ma la continuità della memoria richiede anche la capacità di riconoscere le relazioni, le esperienze e le pratiche che ne hanno reso possibile la trasmissione.

In questa prospettiva, il rapporto tra ritualità e territorio assume un significato particolarmente importante. Le pratiche religiose contribuiscono a costruire una geografia simbolica nella quale i luoghi diventano depositari di esperienze, memorie e appartenenze (Salerno, 2017). Il canto degli Orbi, inserendosi negli spazi quotidiani della città, partecipava a questo processo, rendendo visibile la capacità della devozione di trasformare il territorio in un luogo di riconoscimento collettivo.

Nella storia degli Orbi, la città di Palermo non appare semplicemente come il luogo nel quale una tradizione si è sviluppata, ma come una città che, attraverso il canto, ha raccontato sé stessa. Le edicole votive, i vicoli, le celebrazioni e le voci dei cantori hanno contribuito a costruire una geografia della memoria nella quale il sacro si intrecciava con la vita quotidiana, con le aspettative individuali e con il sentimento di appartenenza collettiva.

La memoria degli Orbi continua pertanto a interrogare il presente, richiamando l’attenzione su quelle forme di sapere che, pur sviluppandosi al di fuori dei circuiti culturali dominanti, hanno contribuito in maniera decisiva alla costruzione dell’identità di una comunità. La loro eredità non risiede soltanto nei canti conservati, ma nella testimonianza di una cultura capace di trasformare la narrazione in esperienza condivisa e lo spazio quotidiano in luogo di riconoscimento.

Il lavoro di Elsa Guggino non rappresenta soltanto un contributo alla conoscenza delle tradizioni musicali siciliane, ma offre una riflessione più ampia sul valore della memoria culturale siciliana e sulla necessità di riconoscere i soggetti che, attraverso pratiche apparentemente marginali, hanno dato voce alla storia collettiva. La tradizione degli Orbi ricorda, infine, che la memoria non sopravvive soltanto attraverso ciò che viene conservato, ma soprattutto attraverso la capacità di continuare a produrre significati, relazioni e appartenenza. 

Elsa Guggino

Elsa Guggino

Un ricordo personale di Elsa Guggino 

Ho incontrato Elsa Guggino durante la stesura della mia tesi di dottorato in sociologia, Riti religiosi e trasformazioni territoriali: il caso di Santa Rosalia a Palermo. Cercavo di comprendere il rapporto tra devozione, pratiche rituali e territorio, e quell’incontro è diventato qualcosa che è andato ben oltre i miei interessi di ricerca.

Di Elsa non conservo soltanto il ricordo della studiosa, ma soprattutto quello di una donna eclettica e pluridisciplinare. Ripenso con affetto alle nostre passeggiate “orientate” al mercato del Capo, tra le voci, i colori e la quotidianità di una Palermo che entrambe osservavamo costantemente con curiosità. I nostri incontri ai convegni di antropologia, il piacere di ritrovarla e quella familiarità che rendeva ogni occasione qualcosa di più di un semplice appuntamento accademico.

Scrivere oggi degli Orbi, ai quali ha dedicato una parte importante delle sue ricerche, mi riporta inevitabilmente a Lei, e, mi fa riflettere su quanto siano preziosi certi incontri che attraversano le nostre vite, lasciando tracce capaci di resistere al tempo. Riaffiorano allora i dettagli più piccoli, quelli che la memoria custodisce con una tenerezza particolare: il profumo dello zammù e dei dolcetti alle mandorle, le tende del suo studio che ondeggiavano leggere, mosse dal vento afoso di un’estate appena cominciata, le lunghe conversazioni su Isambert, De Martino, Pitrè, Kerényi, nelle quali il sapere si intrecciava ai racconti, alle esperienze e alla vita.

Ricordo le sue parole, la cadenza che donava alle stesse e il modo in cui riusciva a rendere ogni riflessione un’occasione di scoperta, ma soprattutto quella rara capacità di far sentire l’interlocutore parte di un dialogo autentico. Oggi comprendo ancora di più che alcuni incontri non appartengono soltanto al nostro passato: continuano ad abitarci, riaffiorano nei pensieri, accompagnano il nostro modo di osservare il mondo. E forse è proprio questa la forma più bella dell’eredità che Elsa mi ha lasciato: non soltanto ciò che mi ha insegnato, ma il desiderio, ancora vivo, di continuare a interrogare la realtà con la stessa curiosità e passione.

Ma c’è un ricordo che, più di altri, mi accompagna: Elsa mi chiamava “Rossanella”. Ancora oggi, quando penso a lei, mi sembra quasi di sentirLa pronunciare il mio nome. Era un modo tutto suo di rivolgersi a me, affettuoso e familiare, che custodisco con particolare tenerezza.

Dietro ogni ricerca ci sono persone, incontri e storie che meritano di essere ascoltate e, talvolta, la memoria più viva non è quella affidata alle pagine di un libro, ma quella che riaffiora improvvisamente attraverso una voce, un luogo, un profumo e un canto nella sua ritmicità.

Ho voluto scrivere questo articolo in sua memoria, con la gratitudine di chi ha avuto la fortuna di incontrarLa. Ad Deum Elsa. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026 
Riferimenti bibliografici 
Durkheim, É. (1912). Les formes élémentaires de la vie religieuse. Le système totémique en Australie. Paris: Félix Alcan.
Garofalo, G., & Guggino, E. (a cura di). (1989). I cantastorie ciechi a Palermo. Milano: Albatros, VPA 8491.
Guggino, E. (1978). La magia in Sicilia. Palermo: Sellerio.
Guggino, E. (1980). I canti degli orbi. I. I cantastorie ciechi a Palermo. Palermo: Folkstudio.
Guggino, E. (1981). I canti degli orbi. II. I quaderni di Zu Rusulinu. Palermo: Folkstudio.
Guggino, E. (1988). I canti degli orbi. III. I quaderni di Zu Rusulinu. Con trascrizioni musicali di G. Garofalo e G. Pennino. Palermo: Folkstudio.
Guggino, E. (1993). Il corpo è fatto di sillabe. Figure di maghi in Sicilia. Palermo: Sellerio.
Halbwachs, M. (1950). La mémoire collective. Paris: Presses Universitaires de France.
Lefebvre, H. (1974). La production de l’espace. Paris: Anthropos.
Pitrè, G. (1870–1871). Canti popolari siciliani. Palermo: Luigi Pedone-Lauriel.
Salerno, R. M. (2017). Riti religiosi e trasformazioni territoriali. Torino: Giappichelli Editore. 
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Rossana M. Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.

 

 

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