Ho conosciuto Elsa Guggino nell’autunno del 1975, quando, concluso il mio percorso scolastico al liceo classico Garibaldi di Palermo, decisi di iscrivermi alla Facoltà di Lettere col proposito di specializzarmi in antropologia culturale. Quell’estate la lettura di Tristi Tropici di Lévi-Strauss aveva aperto nuovi orizzonti conoscitivi rispetto alla mia precedente formazione storicista e crociana di stampo marxista. Elessi come mio maestro Antonino Buttitta e iniziai a seguire con passione le sue lezioni che introducevano appunto allo strutturalismo francese, ma anche alla linguistica di Ferdinand de Saussure e alla semantica attanziale di Greimas. Mi accolse con affetto paterno nella squadra dei suoi “picciotti” come amava chiamarli, Silvana Miceli, Enzo Guarrasi, Fatima Giallombardo, Salvatore D’Onofrio, Gigi Cusimano, Tonino Cusumano, Elio Marchetta e Mario Giacomarra, offrendomi di scrivere recensioni per la rivista “Uomo e cultura”.
Contestualmente frequentavo i corsi di tradizioni popolari, tenuti da Elsa sul canto popolare e sulla magia. Si trattò subito di un approccio diverso che fece crescere in me un’attrazione quasi magnetica, un’immediata empatia. Sia pur rigorosissima nel metodo scientifico e nell’osservazione sul campo, Elsa sapeva instaurare un legame particolare con i suoi studenti, confidenziale ma rispettoso dei ruoli allo stesso tempo. Avevo di fronte un’eccellente studiosa, libera dalle regole accademiche. Un modello da seguire per lo spessore teorico della disciplina e per le tecniche di rilevamento e confronto con gli informatori.
In quegli anni Elsa aveva fondato il Folkstudio con sede a Piazzetta Sett’Angeli, vicino alla Cattedrale di Palermo. Impegnata nella riproposta del canto popolare, sapeva rendere vivo e operante quanto negli anni Sessanta aveva raccolto dalla viva voce dei cantori tradizionali, carrettieri, salinari, tonnaroti, cantastorie ciechi, gli “orbi”, in un contesto sociale ancora largamente partecipato e funzionale alla società del tempo.
Quelle ricerche non rimasero un caso isolato ma rientravano in tutta una temperie culturale innovativa da parte di un gruppo di intellettuali, che, consapevoli delle grandi trasformazioni che da li a poco avrebbero cancellato le tradizioni, avevano messo in opera un intervento di salvaguardia e documentazione della cultura popolare nelle sue diverse espressioni. Accanto all’opera di recupero della musica da parte di Elsa Guggino e dei suoi collaboratori, Antonio Pasqualino e Janne Vibaek avevano costituito nel 1965 l’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari da cui sarebbe nato più tardi il Museo internazionale delle marionette, nella sede di Palazzo Fatta a piazza Marina. L’Istituto presentava al pubblico il frutto di quelle ricerche a tappeto, la raccolta dei maggiori teatri dell’opera dei pupi della Sicilia occidentale e orientale, scongiurando il rischio di una loro definitiva chiusura per il diffondersi del cinema e della televisione.
Cosi come aveva fatto Elsa per le musiche della tradizione, Antonio Pasqualino conservò i più importanti mestieri della Sicilia, sottraendoli al mercato dei turisti americani. E non solo: con i mezzi rudimentali dell’epoca riuscì a registrare tutti gli spettacoli dei più noti opranti siciliani, dando corpo ad un monumentale patrimonio sonoro. L’ascolto di questi nastri che oggi costituiscono la Nastroteca del Museo, fa rivivere non soltanto i toni, i registri espressivi, le parlate dei vari paladini e saraceni, interpretati dai pupari, ma rende vivo anche il commento del pubblico, la sua partecipazione e il coinvolgimento con i personaggi, elemento fondamentale per la comprensione dell’opera dei pupi.
L’università di Palermo e le varie associazioni culturali impegnate nel recupero della cultura folklorica e antropologica divennero ben presto un polo di attrazione per molti studiosi internazionali che s’incontravano ai convegni e alle rassegne periodiche. È stato per me un privilegio e una fortuna partecipare e fare parte di quel periodo di intenso impegno e vivacità culturale.
Sul finire degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta Elsa promosse una grandiosa ricerca sul territorio urbano di Palermo con l’intento di disegnare una mappa dei fuochi di San Giuseppe, che si accendono nei quartieri popolari alla vigilia del 19 marzo. Terminato il rilevamento, che si concluse nell’arco di un triennio, venne affidato a Nara Bernardi e a me il compito del coordinamento e della sintesi dei dati raccolti. I risultati furono sorprendenti: la presenza/assenza delle vampe attestava la differenziazione sociale dello spazio urbano. Mentre la città antica godeva di una pacifica coesistenza interclassista nel medesimo orizzonte, l’espansione di Palermo negli anni Settanta verso l’asse nord della periferia con funzione esclusivamente residenziale, faceva sì che i nuovi arrivati, frutto di una piccola borghesia impiegatizia, avrebbero presto cancellato tutte le tradizioni. E così se le vampe comparivano diffusamente nel centro storico e in tutti i quartieri popolari ai margini del perimetro urbano, si andavano diradando fino a scomparire del tutto nella parte nuova sviluppatasi sull’asse nord della piana dei Colli. I risultati di quella ricerca furono pubblicati in un Quaderno del Folkstudio nella collana dell’Archivio delle tradizioni popolari siciliane, che, sotto la direzione editoriale di Elsa Guggino, aveva dato già ampio spazio ai canti dei carrettieri, ai cantastorie ciechi e altre musiche popolari.
Quell’occasione rinsaldò i miei rapporti con Elsa e verso di lei contrassi un profondo debito di gratitudine: mi aveva trasmesso i suoi insegnamenti con autorevolezza senza mai contrapporsi, offrendomi un modello di scrittura fluida ed elegante, non artificiosa e costruita, ma naturale. La scrittura rimase sempre una sua dote particolare e un grande talento, come ebbe a dire Leonardo Sciascia.
Qualche anno dopo mi offrì una nuova opportunità di collaborazione ai Quaderni del Folkstudio, affidandomi la cura di un volume sui racconti siciliani di frati, preti e monache. A parte i volumi di Giuseppe Pitrè dedicati all’argomento, gli archivi dell’Istituto di Scienze antropologiche e geografiche costituivano una vera miniera ancora inesplorata di tesi di laurea sull’argomento che Giuseppe Bonomo e Elsa Guggino avevano negli anni assegnato ai propri studenti. Da tutte quelle trascrizioni dei racconti delle narratrici, emergeva ancora una volta il ruolo della fiaba siciliana come ribaltamento dell’ordine esistente e instaurazione sul piano mitico e metastorico di un nuovo equilibrio risolutorio delle contraddizioni esistenti (Calvino 1956: XV-XXXIX). I preti, le monache e in generale le figure dei religiosi rappresentanti della Chiesa venivano derisi e presentati come crapuloni ingordi e filibustieri.
Malgrado lusingata dalla proposta, inizialmente fui titubante ad accettare l’incarico. In quel periodo mi sentivo totalmente assorbita dalla dimensione familiare – avevo due bambine piccole – e temevo di non trovare il tempo disponibile per dedicarmi come avrei voluto alla ricerca. Ma Elsa fu decisa e determinata come sempre e insistette a tal punto che alla fine accettai. In seguito ho capito che la sua pressione era un modo per tirarmi fuori da quell’impasse in cui mi ero rinchiusa e farmi riprendere i contatti con la mia vita precedente e con un lavoro che avevo scelto e amato. Ancora una volta mi sostenne.
All’inizio del terzo Millennio, entrata a far parte dell’Amministrazione regionale dei beni culturali come etnoantropologa, approdai al Centro per il catalogo e la documentazione, istituto tecnico-scientifico con compiti di ricerca, catalogazione, archiviazione e documentazione. Come direttore dell’Archivio sonoro siciliano, privilegiai subito, fra le proposte di acquisizione, le raccolte del Folkstudio, un vastissimo corpus di canti musiche e racconti che testimoniavano la cultura popolare nella sua integrità e omogeneità. Un patrimonio di beni immateriali, effimeri e intangibili che era stato fissato negli anni Sessanta del Novecento su memorie durevoli, i nastri analogici. I canti dei carrettieri, dei contadini, dei salinari, dei tonnaroti e dei minatori avrebbero arricchito così gli archivi pubblici della Regione Siciliana e offerti all’ascolto degli studiosi e degli studenti. L’acquisizione comportava anche il restauro dei supporti originali e la messa in sicurezza su digitale. La seconda proposta di acquisizione riguardò la raccolta sulla magia. A me il compito istituzionale della catalogazione dei nastri acquisiti.
Fu proprio ascoltando quelle testimonianze, l’interlocuzione discreta di Elsa di fronte alle maghe, alle donne di fora e ai ciarmavermi, che mi fu chiaro, più di ogni altra lettura, il valore del suo metodo, la sua profonda identità di antropologa nel confronto con l’altro. Nello scorrere del racconto e del dialogo con i suoi informatori, Elsa andava oltre l’osservazione partecipante di malinowskiana memoria e diveniva una di loro, immedesimandosi, senza mai tralasciare il suo ruolo, di chi, alla resa dei conti deve trarne le conclusioni con la scrittura. Da quegli incontri nacquero La magia in Sicilia, Il corpo è fatto di sillabe, Un pezzo di terra in cielo, Fate, sibille e altre strane donne, che restituivano ai lettori, in maniera autoriale, le esperienze vissute in prima persona.
Nell’interpretazione antropologica di Elsa emergeva quel sincretismo magico-religioso così vivo e presente nella cultura popolare attraverso il canto e i racconti delle maghe, le orazioni e gli scongiuri, le lamentanze funebri. Cosi come aveva fatto anni prima Ernesto de Martino (1959) in Basilicata, Elsa riusciva a leggere nell’operare dei maghi un sistema di segni come particolare risposta alla precarietà esistenziale del Sud contadino, una legittimazione e una reintegrazione nel gruppo di individui fragili aggrediti dalla crisi d’identità e riconosciuti positivamente come “esseri”, dotati di poteri.
Ora che Elsa non è più con noi, è proprio la sua voce, il suo timbro caldo e coinvolgente nel contatto con quelle “strane donne”, a restituircela ancora viva e attiva, entusiasta come sempre per ricordarci quello che è stata e quello che ci ha dato.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Riferimenti bibliografici
Calvino I.,
1956 Introduzione a Fiabe Italiane, Torino, Einaudi: XV-XXXIX
De Martino E.,
1959 Sud e magia, Milano, Feltrinelli
Guggino E.,
1978 Magia in Sicilia, Palermo, Sellerio
1986 Un pezzo di terra e di cielo, Palermo, Sellerio
1993 Il corpo è fatto di sillabe, Palermo, Sellerio
2004 I canti e la magia. Percorsi di una ricerca, Palermo Sellerio
2006 Fate, sibille e altre strane donne, Palermo, Sellerio
Malinowski B.,
1944 La teoria scientifica della cultura, Milano, Feltrinelli
Pitrè G.,
1875 Fiabe, novelle e racconti siciliani, 4 voll., Palermo
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Orietta Sorgi, etnoantropologa, ha lavorato presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, quale responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006); Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015); La canzone siciliana a Palermo. Un’identità perduta (2015); Sicilia rurale. Memoria di una terra antica, con Salvatore Silvano Nigro (2017).
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