di Enrico Stassi
Mi ritrovai un pomeriggio a casa di Elsa Guggino e Nino Buttitta, avevo diciotto anni o diciannove forse, non ricordo. Ero lì, con la mia chitarra “Carmelo Catania”, perché non so chi aveva riferito a Elsa che ero dotato di discrete qualità canore ed era il caso di sentirmi.
Elsa mi fece accomodare in salotto, fui colpito subito dalla bellezza accogliente che mi circondava e da una quantità di begli oggetti, antichi e no, disseminati un po’ ovunque in un ordinato disordine. Soprattutto attirò la mia attenzione la fitta quadreria che copriva un’intera parete.
Con noi c’era una terza persona, che allora non conoscevo. Era Claudio Lo Cascio, il famoso musicista jazz palermitano, a cui immagino Elsa avesse chiesto la cortesia di assistere.
Dopo alcuni convenevoli e domande su di me, cantai un brano, una canzone di Otello Profazio. Finita l’esibizione, Claudio Lo Cascio obiettò che quell’accordo di settima diminuita con cui avevo chiuso il pezzo non era appropriato. Non capii sul momento – in verità non avevo alcuna cognizione musicale, suonavo la chitarra a orecchio e avevo piazzato quell’accordo finale così, un po’ a caso – ma aveva ragione.
Questo provino sui generis, tuttavia, andò bene, se è vero che di lì a poco venni coinvolto sempre di più nelle attività del Folkstudio, sia nella ricerca che nella riproposta di quell’immenso patrimonio di canti popolari che Elsa già da diversi anni raccoglieva e studiava.
Mi si aprì un mondo e la gioia della scoperta si unì alla avventura di andare in giro, in lungo e in largo, a cantare e suonare: in Sicilia, nei contesti più vari, in tutta Italia, ad Aarhus in Danimarca, in Germania.
La formazione aveva come nucleo centrale Elsa, Salvatore D’Onofrio e me, a cui si aggiungevano di volta in volta altri: Totò Rizzo col suo violino scordato, u Zu’ Giuvanninu suonatore di ossa, i carrettieri di Bagheria, Tindara Amalfi contadina di Santa Lucia del Mela e sempre nuovi ingressi, Claretta Salvo, Gaspare Perricone, Francesca Martino e altri ancora.
Il mondo che mi si aprì tutto insieme faceva parte di ciò da cui venivo, delle mie origini familiari, ma finora era rimasto nascosto, come rimosso, e mi si palesava adesso con tutta la novità della scoperta.
La mia era una delle tante famiglie piccolo borghesi, formatesi nel dopoguerra, che si erano imposte di non parlare in dialetto a casa, perché l’italiano era l’unica lingua che avrebbe favorito l’ascesa sociale. Pertanto, la lingua, così come tutto ciò che riconduceva alla matrice contadino-popolare delle origini, dovevano essere messi al bando.

Elsa in concerto : da sx. Enrico Stassi, Clara Salvo, Francesca Martino e Gaspare Perricone, fine anni 70
Scoprire adesso che quell’universo di tradizioni popolari, di cultura materiale, di suoni e canti – genericamente accantonati come espressioni di folklore locale del passato – potevano essere oggetto di studio e dire ancora qualcosa al presente; che potevano essere riproposti senza alcun rimpianto del “bel mondo antico” e senza le leziosità delle versioni mistificate per turisti; scoprire che la struttura musicale monodica di un canto di carrettiere rimandava al tetracordo dorico dell’antica Grecia (da uno studio di Paolo Emilio Carapezza); duettare con Tindara Amalfi; suonare con Totò Rizzo, che in gioventù aveva fatto lo scavalca montagne insieme a Franco Franchi in compagnie sgangherate; i canti di lavoro, i sirbi di Resuttano, le donne di Bafia, il suonatore di ossa e i carrettieri di Bagheria; le notti insonni nella follia del Venerdì Santo di San Fratello, con Gaetano Pagano, in mezzo al frastuono assordante delle decine e decine di trombe che drappelli di Giudei suonavano contemporaneamente e senza sosta; i tonnaroti di Favignana, i suonatori di Triunfi (Zu’ Rusulino, Totò Rizzo, Cangelosi); andare a casa dello zio Rosolino, un piccolo pianoterra in Corso dei Mille – dove gli ambienti, compreso il bagno, erano separati da tendine sbiadite – e dove Elsa aveva mandato me e Totò D’Onofrio a prendere “lezioni” di Triunfi; scoprire la bellezza e la forza delle poesie di Ignazio Buttitta, che in alcuni casi mettevamo in musica e cantavamo; i Sabati a Salita Artale (dietro la Cattedrale), sede del Folkstudio, dove si organizzavano delle serate a tema, con calia e simenza e vino.
Tutto questo rappresentava per me lo spalancarsi di un portone da cui entrava una potentissima corrente di aria nuova, ancorché antica. Ed Elsa Guggino era il demiurgo, il mago Cotrone di questo potente flusso vitale, che coinvolgeva sempre nuovi adepti e in cui mi ritrovai a volare.
Certamente, eravamo parte di quel movimento più ampio denominato Folk music revival che già, su scala nazionale, si era diffuso in quegli anni, a partire dagli studi di Roberto Leydi e di Sandra Mantovani, Giovanna Marini, i canti delle mondine, i canti partigiani; gli stessi anni in cui Dario Fò metteva in scena lo spettacolo “Ci ragiono e canto”, dove c’era anche il cantastorie siciliano Ciccio Busacca che cantava le composizioni in versi di Ignazio Buttitta, il martirio di Turiddu Carnivali o la tragedia di Marcinelle.
Col tempo, andavo acquisendo maggiore consapevolezza, all’Università frequentavo le lezioni di Elsa e del professore Buttitta, la mia attività col Folkstudio si intrecciò con la prassi politica, con l’attività del Canzoniere popolare di Palermo e nei Collettivi di quartiere. Sullo sfondo, ma direi nella sostanza, c’erano gli ideali di giustizia sociale, di critica al sistema, di lotta alla mafia, di riscatto delle classi subalterne; ideali che in quegli anni prendevano forme e direzioni politiche le più diverse e che in Elsa erano legati al pensiero socialista delle origini, Turati, Kuliscioff, Rosa Luxemburg.
Con l’arrivo degli anni ‘80 – e con l’insorgere di altri interessi, fra i quali il teatro – la mia attività con il Folkstudio e la mia frequentazione con Elsa iniziarono a diradarsi, fino a interrompersi quasi del tutto quando, gioco forza, dovetti lasciare Palermo per motivi di lavoro.
Eppure, posso dire con certezza che le molteplici esperienze “insieme” di quegli anni e il magistero di Elsa Guggino hanno connotato fortemente la mia formazione; come è altrettanto vero che gran parte di quel patrimonio ha avuto riverbero e influenza, intanto, nella mia tesi di laurea (una ricerca multidisciplinare sulla borgata palermitana dell’Arenella) e poi nelle mie esperienze professionali successive, quand’anche esercitate in campi diversi.
Ciò che mi ha sempre colpito in Elsa è stata la sua capacità, unica, di maneggiare mirabilmente l’Alto e il Basso. La ricercatrice, la studiosa, dotata di una scrittura affascinante e coinvolgente, autrice di saggi di assoluto rigore scientifico e profondità, si univa alla donna che sapeva dialogare, senza affettazione e con empatia, con il più umile contadino semi analfabeta, col tonnaroto di Favignana o con la maara del paese più sperduto; che, con estrema naturalezza (e con le capacità multitasking di cui normalmente sono dotate le donne, più degli uomini), teneva d’occhio la cottura della frittella di carciofi fave e piselli per la cena dei figli, mentre a casa sua facevamo le prove di uno spettacolo; che in quelle spensierate riunioni estive al Mulino – tra una conversazione, un canto o un’immersione nelle acque gelide della gebbia – stupiva tutti con una saporita frittata d’uova, fatta in due minuti coi gambi delle acetoselle; o che ci ipnotizzava, quando metteva in gioco le sue doti di artista e interprete, cantando con la sua voce dal timbro speciale e personalissimo.
Questa dote, del resto, aveva consentito a Elsa di immergersi con grande efficacia nella ricerca sul campo. In anni non sospetti, per altro, precedenti all’esplosione del femminismo, quando vedere girare per campagne e paesi una donna col registratore e la macchina fotografica non era certo usuale. Dote, che si affinava nel tempo, si acuiva, veniva alimentata e potenziata dalla esperienza della ricerca stessa e che ha permesso a Elsa di conseguire quei risultati scientifici di portata rilevantissima che le sono riconosciuti.
Perché ho tirato in ballo poc’anzi quei ricordi minimi e un po’ domestici? Perché, se ci penso, il grande lascito di Elsa, ciò che mi ha segnato, è stata la scoperta e la consapevolezza – grazie ai suoi insegnamenti e, direi, al suo essere – della Circolarità della cultura, la trasfusione continua, i “passaggi di stato” per dirla coi termini della Fisica, tra il Popolare e il Colto.
Quando ti immergi nel mondo della musica popolare, scopri come da sempre questa sia stata alla base di creazioni cosiddette “colte” e, altrettanto, di come molte altre volte alcune espressioni musicali popolari siano frutto di un assorbimento e di una rielaborazione di motivi di origine colta. Come il Ficus Macrophylla, per usare una metafora, i cui esemplari si possono ammirare all’Orto Botanico o nel Giardino Garibaldi di Piazza Marina. Il Ficus secolare si è sviluppato in altezza ma i suoi rami generano radici aeree che dall’alto scendono fino a terra e in essa si immergono. L’Alto va verso il Basso, nutre il Basso diventando radice, e questa porta contemporaneamente nutrimento all’Alto.
Questa Circolarità ho iniziato ad apprendere in quello scorcio degli anni ’70, non sui libri ma nelle strade, nelle campagne, nei vicoli e in quelle forme mutevoli di bellezza e di lotta che sperimentavamo, in uno con l’idea di potere cambiare il mondo. Ed era proprio questa Circolarità a fornire gli strumenti umani, ancorché linguistici, del comunicare autentico o, almeno, di una sua possibilità.
Di tutto questo “vissuto” resto grato a Elsa, dell’essere stata una figura di riferimento, amorevole e senza fronzoli, per l’energia contagiosa che emanava e i saperi che condivideva con la semplicità e la schiettezza dei suoi modi.
E grato le sono, con uno zinzino di orgoglio, della sua amicizia di sempre, dimostrata fino all’ultimo buon compleanno.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Enrico Stassi, formatosi a Palermo nella scuola di Michele Perriera, ha coniugato la sua attività di attore e regista teatrale e radiofonico con l’interesse per il teatro delle marionette e con lo studio e la riproposta delle tradizioni etnomusicali siciliane, collaborando negli anni ‘70 con il Folkstudio di Palermo diretto da Elsa Guggino. Nei primi anni ’80 prende parte a numerosi spettacoli della Compagnia Teatés per la regia dello stesso Perriera quali Il Gabbiano di A. Checov e Occupati di Amelia di G. Feydeau. Dal 1984 al 1997 dirige il Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina. Qui crea e dirige una scuola di formazione teatrale, mettendo in scena diversi spettacoli per la rassegna “Orestiadi di Gibellina”. In quegli stessi anni ha modo di stringere rapporti di collaborazione con personalità artistiche e intensifica un sodalizio artistico con il giornalista drammaturgo Salvo Licata, curando la regia dei suoi ultimi lavori. Dal 1997 al 2019 lavora a Roma per la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e coordina, dal 2011 al 2016, le attività espositive del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma. Direttore artistico della rassegna “Palermo di scena” (dal 1997 al 2000) e del “Festival di Segesta” (dal 2007 al 2011), ha proseguito tra Palermo e Roma la sua attività di regista e performer teatrale. Nel 2020 firma la regia dello spettacolo Mafia: singolare femminile di Cetta Brancato e Marzia Sabella. Nel 2023 cura la regia dello spettacolo Di me la notte sembra sapere di Maria Teresa Coraci, Dacia Maraini, Diana M. de Paco Serrano, Alejandra Pizarnik. Nel 2025 gli viene attribuito il “Premio Pino Veneziano” e l’anno successivo realizza lo spettacolo Ignazio Buttitta. Il poeta in piazza, ideato insieme a Emanuele Buttitta, nipote del poeta. Ha collaborato e partecipato a diverse esperienze nel cinema e in televisione.
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