Un grande siciliano. Giuseppe Pitrè nel centenario della morte

Giuseppe Pitrè

Giuseppe Pitrè

di Sergio Todesco

Il palermitano Giuseppe Pitrè, del quale quest’anno ricorre il centenario della morte, è stato – e credo rimarrà ancora per lungo tempo – il più importante studioso di tradizioni popolari in Italia. Medico di professione ma folklorista per passione, quest’uomo palesò lungo l’arco della sua lunga produzione (oltre cinquant’anni, dal 1864 alla morte) una singolare attitudine a conciliare l’attività professionale, la ricerca folklorica e l’impegno civile e culturale. L’opera di Pitrè, davvero enciclopedica, è sterminata consistendo dei venticinque volumi della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane (1871-1913), dei due volumi contenenti migliaia di schede della Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia (1894, 1916) e di una serie di volumi monografici di estremo interesse, tra i quali spiccano per la loro originalità La vita in Palermo cento e più anni fa (2 voll., 1904) e Medici, chirurghi, barbieri e speziali antichi in Sicilia nei secoli XVII e XVIII (1910), nonché un pionieristica Grammatica del dialetto e delle parlate siciliane, premessa ai quattro volumi di Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani del 1875. A queste e ad altre numerose opere, quasi tutte di grande rigore filologico, sono da aggiungere le ventiquattro annate dell’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, benemerita rivista di respiro europeo che Pitrè diresse insieme all’amico, medico anche lui, Salvatore Salomone-Marino (1882-1909) e i sedici volumi della collana di Curiosità popolari tradizionali (1885-1899). Stante tale prodigiosa ampiezza di produzione risulta chiara la difficoltà a sintetizzare nell’opera di questo folklorista (o, come lui preferiva esser chiamato, demopsicologo) un nucleo principale, ciò che definirei un focus unitario di comprensione.

Pitrè fu un uomo che visse in un’epoca di grandi trasformazioni politiche e culturali e che nella sua opera venne registrando– di volta in volta assumendone spunti, strategie ermeneutiche, sfere d’interesse e campi d’indagine – la tensione tra correnti di idee assai diverse tra loro e periodi della storia post-risorgimentale in cui la Sicilia fu sottoposta a un progressivo processo di regionalizzazione e periferizzazione. È allora possibile, e preferibile in questa sede, enucleare alcune direttrici, alcuni snodi metodologici, alcuni aspetti tra i tanti possibili, tratti dalla sua opera, valevoli ad avviare una riflessione (doverosa dopo un secolo) su «ciò che è vivo e ciò che è morto», per dirla con Benedetto Croce, in quello che lo studioso oggi consegna al terzo millennio.

La prima osservazione che mi ispira tale disamina è la concezione olistica delle tradizioni popolari. Prima di Giuseppe Pitrè quanti si occupavano di tradizioni popolari erano usi trattare uno o al più due ambiti, quali la poesia, la novellistica o la paremiologia (studio dei proverbi) ma mai affrontavano lo studio di tali tradizioni sforzandosi di esaminarne e interpretarne le svariate modalità espressive e performative. Nessuno dei più celebri studiosi italiani ed europei, Costantino Nigra, Alessandro D’Ancona, Niccolò Tommaseo, Giuseppe La Farina, Angelo De Gubernatis, Pio Rajna, Michele Barbi, Lionardo Vigo, Ermolao Rubieri, i fratelli Grimm, Theodor Benfey, Max Müller etc. dispiegò al pari di Pitrè uno sguardo unitario sull’universo popolare. Lo studioso palermitano nella sua Biblioteca trattò invece di canti (voll. I e II), di poesia (vol. III), di fiabe, novelle e racconti (voll. IV-VII), di proverbi (voll. VIII-XI), di spettacoli e feste (vol. XII), di giuochi fanciulleschi (vol. XIII), di usi e costumi, credenze e pregiudizi (voll. XIV-XVII), ancora di fiabe e leggende (vol. XVIII), di medicina popolare (vol. XIX), di indovinelli, dubbi, scioglilingua (vol. XX), di feste patronali (vol. XXI), ancora di studi di leggende (vol. XXII), di proverbi, motti e scongiuri (vol. XXIII), di cartelli, pasquinate, canti e leggende (vol. XXIV), di famiglia, casa e vita (vol. XXV). Non esiste ambito della cultura popolare, come si vede, che Pitrè non abbia affrontato, raccogliendo pazientemente una messe straordinaria di notizie provenienti in gran parte da sua diretta “osservazione partecipante” o da informatrici o informatori a lui vicini, in seguito da corrispondenti sparsi in varie località siciliane.

1.Seconda osservazione. Nell’opera complessiva di Giuseppe Pitrè possiamo rilevare una forte tensione dialettica tra l’atteggiamento romantico e “arcadico” della prima fase della sua produzione e quello sempre più decisamente orientato al positivismo che caratterizza la seconda. In tale trapasso, che non fu mai definitivo e registrò incertezze, patteggiamenti e compromessi, si consumava l’abbandono di una concezione ispirata al popolarismo romantico, ideologia che vagheggiava la ricerca delle radici genuine del popolo, di evidente sapore risorgimentale, a vantaggio di un’impostazione metodologica nuova, e anche di una scelta di nuovi campi d’indagine, sempre più aperte a un approccio di tipo “positivo” ai fatti culturali.

Tale nuovo atteggiamento, squisitamente moderno, di “osservazione partecipante” si estrinsecò in uno sguardo di simpatia e condivisione rivolto verso la cultura popolare che derivava dalla partecipazione dello studioso del medesimo universo simbolico e del medesimo sistema di segni, con il conseguente abbandono dell’approccio “da entomologo”proprio di molti studiosi del tempo, che adottava nei confronti del “popolo” strumenti ermeneutici ispirati a quello che un secolo dopo sarebbe stato definito “orientalismo” (E. Said), ossia il ricondurre le variegate declinazioni dell’universo popolare alle proprie categorie mentali, finendo col costruire identità fittizie. Tale posizione di decisa apertura a una visione antropologica nello studio della cultura popolare non impedì tuttavia che Pitrè teorizzasse in forma pressoché continuativa la teoria delle “due storie”, quella dei ceti dominanti e quella dei ceti dominati, destinate a scorrere parallele senza mai incontrarsi. Sfuggiva allo studioso palermitano la natura storicamente condizionata dell’egemonia e della subalternità; ma non si può ovviamente imputargli un’analisi mancata che solo mezzo secolo più tardi, con Antonio Gramsci, avrebbe trovato piena compiutezza.

2Altro aspetto rilevante nell’opera di Pitrè è l’interesse da lui mostrato verso i beni immateriali e volatili, valutati non alla stregua di stranezze folkloristiche ma quali elementi fondanti di cultura. Tale interesse si dispiegò non soltanto in direzione degli aspetti connessi all’oralità (fiabe, leggende, proverbi etc.), settore battuto anche da studiosi precedenti, ma giunse a toccare i fenomeni cerimoniali e rituali, i giochi, le realtà teatrali e performative, i sistemi di rappresentazione simbolica della realtà, in ciò instaurando una prassi destinata a innestare negli studi di folklore una prospettiva sempre più rivolta all’analisi antropologica dei fatti.

Al contempo, Pitrè rivolse il proprio interesse in direzione di aspetti della cultura materiale siciliana, quali le attività agricole e pastorali, il mondo della pesca, i processi lavorativi e le forme di produzione, tutti aspetti che quasi mai erano stati toccati da chi si era occupato in precedenza di cultura popolare. In tale scelta svolse certamente un ruolo preponderante una certa sua vocazione collezionistica e museografica. Proprio perché storicamente indotto a innestare sulla originaria visione romantica una più moderna, “positiva” ermeneutica, Pitrè avviò una sistematica raccolta di oggetti, manufatti e documenti atti a testimoniare delle molteplici forme assunte dalla cultura popolare in Sicilia. Tale suo interesse sortì l’organizzazione di una prima mostra all’Esposizione Industriale Italiana di Milano nel 1881, e nel 1891-92 di una seconda più ampia mostra all’Esposizione Nazionale di Palermo (Mostra Etnografica Siciliana), della quale ci rimane un prezioso catalogo, preludio a quel “Museo di Etnografia Siciliana” da lui vagheggiato e che solo due decenni dopo la sua morte avrebbe trovato compimento per opera di Giuseppe Cocchiara.

All’attività di studioso del mondo popolare Giuseppe Pitrè accompagnò quella di uomo impegnato in attività politiche e culturali. Fu presidente della Società siciliana di Storia Patria di Palermo, della Reale Accademia di scienze e lettere di Palermo, dal 1910 professore di «demopsicologia» (come egli chiamava il folclore) all’università di Palermoe nel 1914 Senatore del Regno, e venne ben presto assumendo un ruolo di “padre nobile” per l’intera Isola, che veniva lentamente scoprendo la vastità e la portata della sua produzione. Non a caso Giovanni Gentile, interessato ai temi dell’autonomia, gli dedicò un’affettuosa monografia e diresse la prima Edizione Nazionale delle sue opere.

3Tra gli aspetti rilevanti nell’opera di questo grande palermitano due in particolare mi pare opportuno menzionare in conclusione. Il primo è il tema dell’identità siciliana, così come Pitrè venne costruendolo, non sempre con piena consapevolezza, nel mezzo secolo di attività di studioso. Basti riflettere su come sul complesso di opere lasciateci da Pitrè si sia costruita –  nel bene e nel male – quella che oggi viene comunemente percepita come l’identità dell’Isola (i pupi, i carretti, i mestieri, le leggende, i proverbi e le tradizioni orali).

Secondo – e a mio pare più interessante aspetto – è quello legato al significato “interculturale” dell’opera di Pitrè, il quale mostra in vivo una straordinaria esperienza di “traduttore”, da un sistema di segni a un altro; in tale veste noi oggi possiamo apprezzarne la modernità, registrando la felicità della sua scrittura e le difficoltà derivanti dall’esigenza di riportare sulla pagina scritta e stampata la vita e la cultura del popolo siciliano e al contempo le modalità di raccontarla da parte dei suoi storici protagonisti.

L’opera di Giuseppe Pitrè ha incontrato sin dall’inizio una buona sorte editoriale, dalle prime edizioni dei suoi scritti pubblicate da straordinari editori palermitani quali Alberto Reber, Luigi Pedone Lauriel, Carlo Clausen, all’Edizione Nazionale delle opere, rimasta incompleta, avviata nel 1940 da un Comitato composto dalla figlia Maria, da Giuseppe Cocchiara, Raffaele Corso e Paolo Toschi e presieduto da Gentile, alle ristampe anastatiche della Casa Editrice Forni di Bologna, all’edizione – anch’essa in anastatica – della Edikronos di Palermo, alla rinnovata Edizione Nazionale delle opere curata dal Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo, alle recenti sontuose edizioni riguardanti i volumi sulla fiabistica curate da Bianca Lazzaro per l’Editore Donzelli di Roma.

Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017
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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra li quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, 2016.
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