Arabismi siciliani tra Oriente e Occidente. Migrazioni nel Mediterraneo plurilingue

cileccu

 di Roberto Sottile

La complessità del Mediterraneo – quella delle «mille cose insieme», quella che fa scrivere a Fernand Braudel (1987:7) una pagina memorabile che “dipinge” «non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre » – si mostra ancora più intricata quando si guarda alla lingua con le sue forti dinamiche variabili. Come ha più volte osservato Giovanni Ruffino, per il linguista può essere utile adottare la formula «lingue circolari/lingue marginali» o, ancora meglio, la formula «correnti marginali e correnti circolari di lingua e cultura» (Ruffino e Sottile 2015: 6). E ciò per riferirsi a una molteplicità di condizioni linguistico-culturali che si sono manifestate nel bacino del Mediterraneo sin dall’antichità. Da un lato i rapporti tra greco, latino e dialetti berberi poi arabizzati; dall’altro i rapporti tra questi e l’italiano (con i suoi dialetti), lo spagnolo, il catalano, il francese, le lingue dell’area balcanica. Una molteplicità di attraversamenti pluridirezionali con diverse direttrici, diverse altezze cronologiche, diverse implicazioni areali: movimenti da nord a sud (come nel caso della conquista normanna); movimenti da sud verso nord e poi da nord verso sud (come nel caso dei percorsi dall’afro-berbero al mozarabico della penisola iberica che diventa filtro di numerosi approdi siciliani). Ma non mancano esempi di movimenti linguistici pluridirezionali, con irradiazioni multiple e diffusioni e sedimentazioni circolari. È il caso della parola turca yelek ‘giubbone di panno con maniche a tre quarti, usato dagli schiavi sulle galere’: a Oriente, essa ‘sale’ dal turco verso le coste adriatiche – attraverso il greco, il rumeno, l’arumeno. Un secolo dopo, nel ʼ500, muove, sempre dal turco, alla volta delle coste maghrebine da dove ‘riparte’ verso la Sicilia (cileccu) e la Spagna (jaleco). Attraverso il mar Tirreno giunge nel sardo (gileccu), nel ligure (gilecco) e nell’italiano (giulecco); dalla Spagna approda, infine, in Francia (gilet) e da qui “ritorna”, nel ʼ700, in Italia nella forma gilè. 

1. TucchenaUna condizione analoga presenta la parola dukkan ‘sedile in muratura nelle case di campagna’. Di origine turca, anticamente valeva ‘loggetta coperta’, con un significato, più vicino a quello di ‘banco del mercante’, tipico della corrispondente voce araba. Come yelek (vedi sopra), la parola è di ampia diffusione essendo penetrata, attraverso molteplici vie, nello spagnolo e in tutta l’area balcanica.

Ma se queste voci si lasciano riconoscere come parole che, spinte da correnti circolari, si sono diffuse in uno scambio continuo tra Oriente e Occidente, è vero, d’altra parte, che lungo il Mediterraneo le parole hanno viaggiato e sono penetrate con diversa forza espansiva. Per esempio, la parola marǧ dal Maghreb penetra in Sicilia – dove assume la forma màrgiu e il significato di ‘terreno paludoso’ – ma lì si arresta senza travalicarne i confini.

2 Vaso da fiori

Anche la parola qasrīya ‘vaso per fiori’ si arresta, nella forma casirìa, entro i confini dello spazio insulare, addirittura interessando solo in una piccola porzione del territorio occidentale estremo (nella provincia trapanese).

Altri arabismi soltanto siciliani – per lo più connessi con la terminologia agricola idraulica –  sono: bbiru ‘pozzo’, dall’arabo bi’r (cfr. Trovato 2013: 40), parola che oggi sopravvive solo nella Sicilia occidentale estrema (San Vito Lo Capo); gammitta, dall’araboġammīṭ, ‘che assorbe l’acqua’, in siciliano ‘canale d’irrigazione’ e anche ‘solco maestro destinato a ricevere le acque di scolo, spesso convogliate verso una cisterna’; naca ‘fossa nel letto di un torrente nella quale si forma un gorgo o una pozza d’acqua’ o, più genericamente, ‘avvallamento del terreno nel quale ristagna l’acqua’. Piccole propaggini di questo arabismo siciliano sono anche presenti nella Calabria meridionale e, in Sicilia, nella toponomastica; nuara, dall’arabo nuwwār, che pur significando in arabo ‘fiore, germoglio’ in Sicilia ha assunto il valore di ‘orto irriguo’; salibba ‘solco principale attraverso i campi, per sversarne fuori l’acqua’, ma anche ‘striscia di terreno risultante dal terrazzamento di un pendìo’ verosimilmente connesso a arabo salaba ‘togliere’ da cui salib ‘tolto’, con un possibile riferimento alla terra che viene rimossa per creare il canale di scolo o il terrazzamento (Girolamo Caracausi lo aveva invece ricondotto a arabo salīb ‘croce’).

3. CubbàitaAltre voci di origine araba hanno avuto una forza espansiva molto più importante. Esiste, per esempio, un manipolo di arabismi siciliani penetrati nei dialetti italiani (non soltanto meridionali). È il caso della parola cubbàita che indica una specie di confettura. Dalla Sicilia, dove nelle forme cubbàita, cubbeta e cubbarda si riferiva e si riferisce a un torrone di sesamo, o anche di noci o di mandorle, si è poi diffusa in tutta la Penisola sino alla Liguria, ed è penetrata anche nell’italiano.

La medesima condizione storico-areale vale per la parola bùrgiu ‘mucchio, spec. di paglia, fieno, grano’, dall’arabo burǵ ‘torre’. È interessante notare come lo stesso senso di ‘mucchio’ si sia sviluppato anche a Malta dove la parola suona borġ, mentre i suoi riflessi toponomastici, in particolare il nome di un paese dell’agrigentino, rinomato per la produzione della ceramica (ma si consideri anche l’antico nome di Menfi, in provincia di Agrigento, Burgio Milluso), si riallacciano al senso originario di ‘torre’. Da bùrgiu si è anche creato, per formazione parasintetica, il verbo abburgiari col valore di ‘ammucchiare, affastellare, sovrapporre, ammonticchiare’. Per l’area italiana, con lo stesso significato siciliano, la voce bùrgiu è documentata solo per il dialetto di Catanzaro, mentre nella penisola iberica l’arabismo ha lasciato tracce esclusivamente toponomastiche.

Si consideri anche il temine zimmili, presente pure nel maltese, ‘ciascuna delle due grandi sporte o bisacce, intrecciate con fibre vegetali o anche di olona, di varia forma e dimensione, adibite al trasporto sull’asino o sul mulo di prodotti agricoli o di stallatico’. Deriva dall’arabo zinbīl col valore di ‘paniere fatto con foglie di palma’. Arabismi siciliani che si sono poi diffusi nei dialetti italiani sono inoltre nziru e vattali. Con nziru si indica un ‘recipiente d’argilla per conservare acqua e altri liquidi (olio ecc.)’; continua l’arabo zīr ‘grande giara’ e si riscontra, oltre che in Sicilia, in tutta l’Italia centro-meridionale, in Sardegna, in Liguria e in Toscana, con attestazioni anche in italiano (ziro). Da questa parola hanno tratto origine diversi soprannomi, poi divenuti cognomi, tra i quali Zerilli, Zirilli, Inzerillo.

La parola vattali designa invece una ‘striscia di terreno piuttosto stretta e più o meno rilevata fra due solchi, nella quale si usa piantare ortaggi’.

4. GiuggiulenaUn ulteriore gruppo di voci isolane di origina araba si caratterizza per una diffusione parallela in Sicilia e nella penisola iberica. L’arabismo ǵulǵulān, per esempio, è attecchito parallelamente in Sicilia, da dove si è diffuso anche nell’italiano e nei dialetti continentali, e nella penisola iberica da dove è giunto anche in Francia.

5 BurniaCondizioni simili si hanno per la parola siciliana burnìa ‘recipiente di terracotta invetriata per conservare alimenti’. La voce siciliana si è diffusa nel Meridione estremo e nell’area ligure-piemontese, mentre lo stesso termine arabo, alla base della parola siciliana, si irradiava in Sardegna dopo essere attecchito anche in Spagna e in Catalogna.

Si consideri ancora la parola gebbia che designa, come l’arabo ǵābiyah da cui deriva, una ‘vasca per la raccolta di acqua per irrigazione o abbeveratura’. Si tratta di un termine capillarmente diffuso in Sicilia da dove è penetrato anche in Calabria. Ma la presenza della stessa parola nella penisola iberica (aljibe) non ha alcuna relazione con la storia di quella siciliana: essa si deve invece a una corrente parallela di penetrazione.

Altri gruppi di parole disegnano percorsi ulteriori, tra i quali sono molto interessanti quelli con movimenti che dapprima vanno da sud verso nord e poi da nord verso sud. Si può considerare l’esempio di azzalora ‘la pianta e il frutto del lazzeruolo’: dal Maghreb è partita la parola araba zu‘rūr che è approdata sulla penisola iberica nella forma azzaʻrūra (movimento sud-nord). Ma poiché la Sicilia conosce la forma azzalora, è indubbio che l’arabismo sia qui giunto non direttamente dall’arabo maghrebino, ma attraverso la mediazione del mozarabico, l’arabo medievale di Spagna (ulteriore movimento nord-sud). La spia di questo percorso è la parte iniziale della parola, dove in az-zalora vediamo una traccia dell’articolo arabo al- che caratterizza tutte le parole spagnole di origine araba. In effetti, dal mozarabico az-zaʻrūra si è sviluppato poi il catalano atzerola al quale si deve infine il siciliano azzalora, arabismo siciliano sì, ma filtrato dalle lingue iberiche.

6.  Giannettu

Presenta la medesima condizione la parola siciliana giannettu ‘cavallo da corsa’, che deriva dal catalano (ma la voce è anche spagnola). Con essa ci si riferisce a un cavaliere armato. E infatti l’origine di queste parole (tra cui l’italiano ginetto e il sardo ginette) risale al nome della tribù berbera degli ženeti, nota per la sua cavalleria

Altre voci di origine araba caratterizzate dallo stesso percorso sono: favara ‘sorgente d’acqua’ (termine assai diffuso nella toponomastica, con i diversi nomi di luogo Favara, Favarotta, Favaredda), con penetrazione parallela siculo-ispanica (spagnoloalfaguara); sàia‘canale artificiale murato per l’irrigazione”, dall’arabo sāqiyah, che si è diffuso nelle due direzioni siciliana e iberica (sp. acéquia ‘canal de riego’); sènia ‘noria’, dall’arabo sanīya ‘congegno per sollevare l’acqua in superficie’, presente anche nello spagnolo (aceña) e nel catalano (sinia), oltre che nel calabrese (sena).

7. PistacchioMa all’interno della serie di parole che per diverse direzioni e con diversi movimenti hanno attraversato e attraversano il Mediterraneo plurilingue, mostrano un interesse speciale i “cavalli di ritorno”. Sono detti così i termini di una lingua che, penetrati in una o più lingue di ceppo diverso, sono stati poi accolti in una o più lingue appartenenti allo stesso ceppo della lingua da cui essi erano partiti. L’arabo è una lingua semitica, geneticamente distante dal siciliano e dall’italiano che sono sistemi linguistici neolatini, ma esistono molte parole di origine latina che sono giunte nel Mediterraneo e in Europa non direttamente dagli antichi romani, bensì grazie al ponte arabo. Un caso interessante e istruttivo riguarda la parola per ‘pistacchio’. Dal greco-latino muovono pistáke/pistacium e giungono nell’arabo. Da qui parte fustūq che in Sicilia si radica nella forma fastuca per risalire via via in tutto il Mediterraneo (nord)occidentale .

8 AlbicoccaTra i cavalli di ritorno, emblematico resta il caso del nome dell’albicocca. I latini chiamavano questo frutto PRAECOQUUM “precoce” (perché importato dall’Oriente è più precoce rispetto alla pesca). La voce giunse con gli antichi Romani anche nel Maghreb e qui venne incorporata nella forma barqūq, col significato di “prugna”. Quando gli arabi giusero in Sicilia, portarono questa parola che venne “adattata” nella forma varcocu per designare l’albicocca. In Sicilia, dunque, la forma varcocu è un cavallo di ritorno, come lo è l’italiano albicocca (che, come il francese abricot, deriva dal catalano abercoc e si deve, a sua volta, sempre dall’arabo barqūq, riconducibile alla voce latina). Ma in Sicilia il caso del nome dell’albicocca è vieppiù interessante perché qui convive con il sinonimo pircocu che non si deve all’arabo, ma direttamente al latino. Quindi in Sicilia il nome dell’albicocca si dispone su due strati: quello latino, pircocu, sviluppatosi da PRAECOQUUM, e quello arabo, sviluppatosi da barqūq, ma che deriva esso stesso dal latino PRAECOQUUM. Un caso di convivenza felice e pacifica, si potrebbe dire: la forma di origine latina (diretta, patrimoniale) e quella di origine araba (indiretta, “straniera”) hanno finito per ritagliarsi ognuna il proprio spazio (dove l’albicocca si chiama pircocu non si chiama varcocu e viceversa), con un equilibrio e una tolleranza reciproca che una volta ancora ci svelano come il Mediterraneo e la Sicilia siano un impareggiabile laboratorio di tolleranza e integrazione multiculturale.

A volerci ben pensare, molti degli arabismi che viaggiano attraverso il Mediterraneo appartengono al mondo dell’agricoltura. Ciò deve indurci a riflettere su come nel Medioevo il mondo arabo abbia impresso nel Mediterraneo, in Sicilia e in Europa una straordinaria impronta con i suoi saperi ergologici, senza i quali, per esempio, la Palermo medievale che emerge dai libri di Henri Bresc non sarebbe stata il “giardino” che era. E sono sempre le parole a darci la misura di questo scambio fecondo di tecniche e saperi. L’impressionante abbondanza di arabismi europei di ambito agricolo (cfr. Ruffino e Sottile 2015) ci racconta una storia per la quale l’arabo è stato per i nostri avi ciò che, per l’ambito informatico, è oggi per noi l’inglese. Eppure, per attecchire e diffondersi, quegli arabismi non ebbero allora alcun bisogno di passaporti e permessi di soggiorno; non ebbero bisogno di passare per la dogana (altra parola di origine araba!). Ecco perché il Mediterraneo resta uno spazio permanente di multiculturalità, uno straordinario crocevia di flussi culturali la cui interessante complessità è svelata anche dagli arabismi siciliani ed euromediterranei che sono stati qui rapidamente presentati.

(Le carte sono state disegnate da Giuseppe Aiello)
Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017 
Riferimenti bibliografici
Braudel, Ferdinand 1987, Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, Milano: Bompiani.
Bresc, Henri 2014, Palermo al tempo dei normanni. Una passeggiata nella Palermo medievale tra mestieri e giardini, tra storia e cultura, Palermo: Dario Flaccovio Editore.
Caracausi, Girolamo 1983, Arabismi medievali di Sicilia, Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani.
Pellegrini, Giovan Battista 1972, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia, Brescia: Paideia.
Pellegrini, Giovan Battista 1989, Ricerche sugli arabismi italiani con particolare riguardo alla Sicilia, Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani.
Piccitto, G. e Giovanni Tropea (eds) 1977-2002, Vocabolario Siciliano, Catania-Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani.
Rebora, Giovanni 2000, La civiltà della forchetta: storie di cibi e di cucina, Roma-Bari: Laterza.
Ruffino, G. e Roberto Sottile 2015, “Parole migranti” tra Oriente e Occidente. Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani.
Ruffino, Giovanni 1991, Dialetto e dialetti di Sicilia, Palermo: CUSL.
Trovato, Salvatore Carmelo 2013, Lingua e storia, in Giovanni Ruffino (ed.), Lingue e culture in Sicilia, Palermo: Centro di studi filologici e linguistici siciliani.
Varvaro, Alberto 2014, Vocabolario Storico-Etimologico del Siciliano. VSES, Strasbourg: Éditions de Linguistique et de Philologie / Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani.
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Roberto Sottile, ricercatore nel Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo dove insegna Linguistica italiana. Recentemente ha pubblicato, con il Gruppo di ricerca dell’Atlante Linguistico della Sicilia (ALS) il Vocabolario-atlante della cultura dialettale. Articoli di saggio (CSFLS, Palermo 2009) e il “Lessico della cultura dialettale delle Madonie. 1. L’alimentazione, 2. Voci di saggio” (CSFLS, Palermo 2010-2011). Ha anche dedicato una particolare attenzione al rapporto tra dialetto e mondo giovanile. In quest’ambito si segnala il recente libro intitolato Il dialetto nella canzone italiana degli ultimi venti anni (Aracne, Roma 2013). Con Giovanni Ruffino ha pubblicato Parole migranti tra Oriente e Occidente (CSFLS, Palermo 2015). Le parole del tempo perduto è il titolo della sua ultima pubblicazione, edita da Navarra.

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