Il mare alimento del corpo e della mente

 Piatto da pesce (seconda metà del IV sec.a.C.)

Piatto da pesce (seconda metà del IV sec.a.C.)

 di Sebastiano Tusa

Anche nelle rappresentazioni parietali paleolitiche francesi compaiono talvolta rappresentazioni di pesci. Tuttavia anche se si trattasse, come invero appare probabile, di specie marine e non fluviali o lacustri, è indubbio che nel panorama della quotidianità dei popoli cacciatori, ma anche nel loro immaginario, il mare giocasse un ruolo del tutto marginale. Era il mondo delle selve, delle foreste e delle praterie a costituire l’universo materiale e spirituale della loro vita.

Quando allora possiamo pensare che il mare diventi elemento non marginale, ma fondamentale, soprattutto per le società rivierasche, limitandoci al Mediterraneo? Non è facile stabilire cesure nette nel lento fluire delle dinamiche antropiche, tuttavia è indubbio che a partire da un determinato momento le grotte del litorale mediterraneo vengono abitate e quelle che erano già frequentate precedentemente mostrano chiari segni di contatto con il mare sotto forma di ingenti quantità di resti di molluschi marini. Il mare entra pesantemente nella dieta umana già nel mesolitico. Sul perché ciò non fosse avvenuto prima non possiamo che avanzare ipotesi basate sulla constatazione che l’abbondanza della fauna terrestre non stimolava la ricerca di fonti alternative di cibo. Ma sono convinto che tanto ancora si dovrà studiare e ricercare per giungere ad una risposta esaustiva.

Localizzando l’oggetto della nostra attenzione alla Sicilia notiamo che il rapporto tra l’uomo e il mare inizia ad essere intenso proprio nel mesolitico intorno agli 8.000 anni avanti Cristo. Il primo vero contatto con il mare e con le sue risorse inizia, pertanto, soltanto dopo la fine del Pleistocene, con il mesolitico, quando nelle grotte i depositi stratificati si colmano di valve di molluschi marini indicando un primo timido approccio verso le parti più accessibili del mare dove era possibile la raccolta da terra di patelle, trochi ed altri molluschi. Questo primo felice contatto tra uomo e mare costituisce il prologo di quanto avviene, non soltanto in Sicilia, ma anche in altre zone del Mediterraneo, intorno al VII millennio a.C. È allora che nel Mediterraneo si scopre il mare attraverso l’avvio di forme rudimentali di pesca iniziando uno sfruttamento sensibile delle risorse marine non soltanto malacologiche, ma via via anche ittiche. È così che inizia a formarsi quella grande enciclopedia di saperi marinari basati sullo sviluppo di sempre più complesse attività di pesca. Nasce la prima vera e propria attività lavorativa legata alla ricerca di risorse alimentari marine.

Alla possibilità di integrare l’originaria dieta basata sulle attività venatorie con quella marina, la pesca (e quindi il mare), permette all’uomo di acquisire quell’indispensabile sedentarietà che gli consentisse di sperimentare agricoltura e pastorizia. Nella grande rivoluzione neolitica, quindi, la pesca ebbe un ruolo determinante, almeno nel Mediterraneo, poiché permise alla società rivierasche di stabilizzarsi ed essere, di conseguenza, pronte per acquisire agricoltura e pastorizia.

Ma il mare non divenne solo serbatoio di biomasse da cui trarre sostentamento, ma anche eccezionale veicolo di collegamento e commercio dapprima, nel neolitico, garantendo la diffusione dell’ossidiana in tutto il Mediterraneo e, successivamente tra la fine del III e inizi del secondo millennio a.C. (età del bronzo) come teatro determinante nella formazione delle compagini culturali e politiche che animano la società siciliana. Già dagli inizi del II millennio a.C. i vascelli ciprioti, siro-palestinesi e meso-elladici porteranno in Sicilia i prodotti fini del loro artigianato. Intorno alla metà del XV secolo a.C., i vascelli micenei, ed anche quelli degli altri partner mediterranei delle loro trame commerciali, solcano con regolarità le acque del grande mare collegando sponde tra loro lontane ed innescando quel processo primario di integrazione culturale che ancora oggi prosegue anche se con evidenti e giustificabili discontinuità.

Com’è ovvio il mare non fu per l’uomo del passato, come non lo è per noi, soltanto un freddo elemento legato alla praticità del quotidiano. Le aspettative dell’uomo, riversandosi massicciamente su questo elemento, si moltiplicano e si diversificano invadendo l’affascinante campo dell’immaginario. E a proposito d’immaginario non possiamo non ricordare una delle immagini più significative della preistoria mediterranea che ci suggerisce con immediata vitalità e suggestione come doveva essere vissuto il mare proprio in questi primi secoli del secondo millennio avanti Cristo. L’immagine è il famosissimo affresco di Thera, trovato su una delle pareti della ben nota “Pompei” preistorica miracolosamente pervenutaci integra per effetto di un’eruzione, sull’isola omonima dell’Egeo.  L’accresciuta e irreale prospettiva che fa vedere il mare lambire una città turrita protesa sulle acque tra due foci di fiumi, e fa appiattire su di essa un corteo processionale di barche ondeggianti sui flutti, ci da il senso di questo indissolubile connubio, altrimenti evidenziato dai dati archeologici. L’affresco di Thera, sia esso rappresentante, come taluni vorrebbero, l’Acropoli di Lipari, meta agognata dei naviganti egei, o più probabilmente una città del delta del Nilo, si erge a simbolo dell’ormai avvenuta simbiosi tra uomo e mare, suggellata dal carattere sacrale della scena. Il matrimonio con le acque si consuma sul mare di fronte ad una folla attonita di curiosi al sicuro della città turrita che, simbolicamente, annuisce e “santifica” con il suo potere l’avvenuto “matrimonio”.

 Affresco di Thera (Santorini)

Affresco di Thera (Santorini)

 È evidente che ci troviamo di fronte ad uno dei tanti archetipi di una ritualità diffusa nel Mediterraneo (e non solo) che ripropone periodicamente il matrimonio tra uomo e mare sancito e santificato dalla sacralità della presenza religiosa. E’ impossibile non vedere in questa scena emblematica l’archetipo di quanto fino adesso si consuma nelle miriadi di feste paesane dei borghi marittimi siciliani e della penisola con le processioni di barche strombazzanti che fanno da corona e seguito alla prima che porta orgogliosa il fercolo sacro? Un matrimonio tra l’uomo ed il mare che si perpetua da secoli, variato nelle forme e negli apparati religiosi di riferimento, ma intatto nel suo simbolismo sotteso e nella necessità di suggellare tale atto con la sacralità liturgica.

Abbandonando la preistoria e addentrandoci nei periodi ben più ricchi di elementi valutativi,  non foss’altro che per la presenza delle fonti scritte che tanto ci illuminano, incontriamo sofisticate tecniche di pesca e lavorazione del pescato, nonché degli impianti collegati a queste pratiche. Il pesce, infatti, oltre ad essere consumato fresco, era lavorato con processi di essiccazione di vario tipo che ne consentivano la conservazione. Si producevano con il pesce alcuni tipi di conserve (tariche, salsamentum) e salse (garum, liquamen, allec, muria etc.). Era l’arte culinaria romana a prediligere soprattutto il garum adeguatamente condito con olio, aceto o vino che costituiva un alimento particolarmente costoso. Il garum veniva anche adoperato per la preparazione di condimenti a base di legumi, carne e frutta, nonché per essere mescolato in bevande con acqua ed erbe aromatiche (hydrogarum). Particolarmente prelibata era una bevanda con garum, pepe, cardamonio, cumino, nardo e menta secca, utilizzata per stimolare l’appetito ed agevolare la digestione. La Sicilia era tra le regioni mediterranee più attive nella produzione di conserve ittiche. Una notizia ci riporta che nel III sec. a.C. l’area siracusana era in grado di approntare spedizioni simultanee di ben diecimila giare di conserva.

La Sicilia, insieme alla Spagna ed all’Italia meridionale ed alla costa nord-africana, era una delle regioni più attive nella produzione e commercializzazione dei prodotti ittico-conservieri. Di tutto ciò ne abbiamo particolare attestazione dal punto di vista archeologico piuttosto che testuale. Molteplici sono, infatti, i resti di stabilimenti per la lavorazione del pesce sparsi soprattutto lungo le coste nord-occidentali e sud-occidentali dell’isola. Da quelli particolarmente studiati e scavati (Cala Minnola, Tonnara del Secco, Isola delle Femmine, Torre Molinazzo, Porto Palo, Lampedusa etc) si nota una notevole articolazione degli impianti dotati di varie tipologie di vasche adibite sia all’esposizione vera e propria del prodotto in fase lavorativa che alla stabulazione del pesce. Così come attraverso i reperti raccolti si evince anche la macinazione del sale con pestelli e la copertura di alcune vasche con laterizi.

È importante sottolineare che la gran parte di questi stabilimenti ellenistico-romani per la lavorazione del pescato sorgano laddove qualche secolo dopo verranno costruite le tonnare che tanta ricchezza hanno dato alla Sicilia. È un chiaro segnale della continuità nelle cognizioni alieutiche della marineria siciliana che conserva saperi che sviluppa e migliora nel corso dei secoli.

Da questo sintetico transitare lungo la millenaria storia del rapporto uomo-mare in Sicilia ricaviamo la chiara impressione che il retaggio di quanto si crea di consuetudine e familiarità fin dalla più remota preistoria perdura in periodo storico e giunge fino a noi. Le cognizioni che i pescatori siciliani hanno sulla navigazione di piccolo cabotaggio costiero, basate sull’esperienza millenaria tramandata da padre in figlio, costituisce il più ricco portolano verbale esistente. I proverbi, le credenze e i miti costruiti su questa “scienza” costituiscono il corollario sovrastrutturale che ci fa percepire la ricchezza e la complessità di una civiltà che affonda le sue radici remote in un passato millenario che travalica anche la storia scritta. Mutano gli orizzonti religiosi, cambiano i poteri dominanti, ma l’attività marinara continua accrescendo la propria efficienza ed adattando i sistemi di supporto sacrali ai cambiamenti subiti.Nei suoni cupi e penetranti generati dal fiato pressato con vigore nell’opercolo sapientemente spaccato delle grandi conchiglie, usate come trombe di segnalazione nella mattine nebbiose che avvolgono spesso la costa meridionale dell’Isola, sentiamo riecheggiare la trepidante navigazione dei primi trafficanti neolitici o micenei. Nelle processioni festanti delle Madonne e dei Santi patroni dei paesi marinari vediamo analoghi cortei di sapore egeo che dovevano rallegrare periodicamente la vita dei villaggi costieri pre- e protostorici.

Corteo processionale. festa di Santa Maria di Ognina

Corteo processionale. Festa di Santa Maria di Ognina

Un filo sottile, ma chiaro, lega anche il primo sfruttamento sistematico delle risorse marine a quanto è stato sapientemente prodotto utilizzando il mare fino ad oggi. I più antichi depositi di ingenti quantità di valve di conchiglie marine delle grotte paleo-mesolitiche sono spesso a breve distanza dagli impianti romani per la lavorazione del pesce secco al fine di produrre garum. E questi impianti (è il caso del Secco, presso San Vito lo Capo, e di Porto Palo, presso Pachino) li troviamo inglobati nell’area delle tonnare che hanno fino a qualche anno fa dato da vivere a interi paesi costieri della Sicilia.

Anche nel gusto possiamo, anche se con larvata ironia, individuare un sottile retaggio che induce i moderni abitanti dell’isola, soprattutto i Palermitani (ma non solo), a mangiare con sacrale voracità ingenti quantità di molluschi in occasione della festa della Santuzza, perseverando nell’analoga tendenza dei nostri avi mesolitici che ci hanno riempito le grotte di quintali di valve di conchiglie sia marine che terrestri, rifiuto dei loro pasti.

In sintesi la Sicilia, come tante altre realtà isolane del Mediterraneo, ha vissuto un rapporto con il mare intensissimo fin dalla più remota preistoria. Tuttavia, come altrove, anche qui tale rapporto non è stato sempre lineare. Lunghi periodi della storia siciliana hanno visto la società locale legarsi maggiormente alle risorse della brulla collina interna, relegando a ruolo marginale l’apporto delle risorse marittime e dei contatti che attraverso il mare erano garantiti con l’esterno.

Un altalenare d’interessi che caratterizza anche la storia più recente. Come, infatti, non giudicare altrimenti quanto è accaduto nell’ultimo secolo che ha visto il mare sempre più marginalizzarsi per effetto dell’insorgere di un quasi monopolio dei collegamenti terrestri, sia essi veicolari che ferrati, a differenza del periodo precedente durante il quale la totalità dei collegamenti interni all’isola e tra questa e l’esterno avveniva per mare. Una marginalizzazione che si è, purtroppo, riversata anche nella impostazione urbanistica delle nostre città dove le aree portuali o i lungomare/autostrade hanno interrotto il rapporto atavico con il mare.

Un altalenare d’interessi che però non ha mai messo in dubbio il valore del mare come risorsa vitale per l’uomo sia come mezzo di comunicazione, che come serbatoio di biomasse che come regolatore climatico. La storia e la preistoria ci insegnano a capire quanto intenso sia stato questo rapporto e quanto l’uomo e la Sicilia debbano al mare proprio in virtù delle innumerevoli risorse sia dirette che indirette messe a disposizione.

Ma una differenza scorgiamo rispetto al passato, facendoci pensare e preoccupare. Nel passato, vuoi per rispetto, ma soprattutto per le limitate capacità d’intervento, l’uomo ha avuto un rapporto con il mare sempre equilibrato che ha consentito a quest’ultimo di rigenerare con facilità le proprie riserve energetiche. Oggi statistiche e rapporti sull’ecologia del Mediterraneo ci sconvolgono perché ci fanno intravedere con chiarezza che il ritmo di sfruttamento delle risorse marine è superiore al ritmo rigenerativo. Pertanto anche le più ottimistiche previsioni indicano un progressivo degrado del Mediterraneo con conseguenze catastrofiche per le società rivierasche e per la società europea in generale.

 Impianto di lavorazione del pescato e di produzione del garum, Cala Minnola

Impianto di lavorazione del pescato e di produzione del garum, Cala Minnola

Speriamo che queste previsioni siano errate per eccesso e che le politiche ambientali dei paesi rivieraschi abbiano un effetto positivo per bloccare un degrado che potrebbe essere anche prossimo futuro. Se un contributo noi storici dell’antichità possiamo dare, anche con la modesta offerta di simili pubblicazioni rivolte al pubblico degli appassionati e, speriamo, anche ai semplici curiosi, in questa fase di rinata attenzione verso i problemi del mare, esso riguarda proprio la coscienza che senza un rapporto corretto con il mare non può esservi progresso. Questo lo diciamo proprio analizzando la storia millenaria della Sicilia che senza l’apporto del mare non avrebbe potuto realizzare quello spessore di civiltà che la pone tra i principali contribuenti al progresso dell’umanità.

Saline, tonno, simboli, storia, feste …..Quante volte ne abbiamo parlato, ne abbiamo spiegato significati, movenze e meccanismi. Quante volte ne abbiamo vivificato il ricordo attraverso mostre, visite, pubblicazioni e filmati. Molti potrebbero dire che è stato tutto detto, compreso e divulgato. Non è così. Innanzitutto noi stessi continuiamo ad essere attratti dal mondo variegato e complesso del lavoro dell’uomo sul mare e per il mare sia diacronicamente che sincronicamente e non riusciamo a scrollarci di dosso la passione che spesso relega in secondo piano il nostro essere professionisti del settore. Inoltre ogni volta che ne trattiamo scopriamo aspetti nuovi e proviamo sensazioni diverse che ci portano ad una comprensione sempre maggiore di questo affascinante quanto variegato mondo. Infine non ci stancheremo mai di tenere alta l’attenzione su questa pagina di storia siciliana e mediterranea perché siamo fermamente convinti che soltanto così questo enorme patrimonio materiale ed immateriale potrà salvarsi dall’oblio e dalla globalizzazione continuando a trasmetterci il suo forte messaggio etico evitando l’annichilimento del mare in nome di un falso progresso basato su strategie di sfruttamento economico di breve durata e limitate ricadute.

Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017

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Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare, unica soprintendenza in Italia dedicata a questo specialissimo bene culturale, ha insegnato all’università di Napoli, di Palermo, di Bologna. Dirige scavi e indagini archeologiche in Sicilia, in Libia, in Giappone. Ha esplorato e scavato numerosi siti e relitti nelle acque siciliane e tra le ricerche più significative quella sui fondali ove insistono i resti della battaglia delle Egadi, del 241 a.C. È autore di numerosissimi saggi e monografie scientifiche inerenti l’archeologia mediterranea e orientale.

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