Memorie museografiche e patrimoniali (non solo) siciliane
Sono passati ben vent’anni da quando nella Sicilia del sud-est è stata avviata la riflessione dell’antropologia siciliana, in collaborazione con la SIMBDEA (Società Italiana Beni DemoEtnoAntropologici) e con studiosi di altri paesi, sul futuro dei musei etnoantropologici, a partire dai modelli istituzionali che presiedono la loro gestione (comunale, regionale), e dal ruolo culturale e sociale che si riteneva essi dovessero andare a ricoprire [1].
Riflessione che fu avviata a seguito sia dell’inaugurazione a Mistretta sui Nebrodi del Museo Regionale delle Tradizioni Silvo-pastorali “Giuseppe Cocchiara” (marzo 2007), concepito ex novo dall’etnoantropologo della Sovrintendenza di Messina, Sergio Todesco. La creazione di questo nuovo museo demoetnoantropologico ha portato la Sicilia a istituzionalizzare sul suo territorio due musei di questo tipo, oltre quello della Casa-Museo “Antonino Uccello” di Palazzolo Acreide, aperto al pubblico dal suo fondatore nel settembre del 1971 «per preservare la memoria della cultura contadina», dopo trent’anni di ricerca e di raccolta sul campo di manufatti popolari di vario tipo dell’area degli Iblei, e passato sotto la tutela regionale alla fine degli anni Novanta. Servì anche a ricordare i quarant’anni del fondativo seminario italiano di studi “Museografia e folklore” tenutosi a Palermo nel Novembre del 1967, che vide anche la partecipazione di Alberto Mario Cirese, il fondatore degli studi di antropologia museale negli anni settanta [2].
All’inizio del nuovo millennio, il dibattito dell’antropologia museale italiana si è confrontato con la svolta interpretativa e narrativa sostenuta sin dagli anni ottanta-novanta dall’antropologia statunitense, cercando di dar vita a esperienze museografiche che «privilegiano il discorso rispetto all’oggetto, il racconto rispetto alla semplice didascalia» (Lattanzi, 2021: 22), come ha diffusamente preso piede nei musei d’arte e di archeologia che, per cercare di fare appaesare i fruitori alle esperienze artistiche e archeologiche, ricorrono alle suggestioni della narrazione critico-letteraria o delle tecnologie multimediali per ricostruire ambienti abitativi, rituali, di lavoro.
La svolta interpretativa e narrativa nella museografia etnografica italiana vede un’accoglienza molto circoscritta a singole esperienze locali, dove tra i motivi del tiepido interesse verso nuove forme della rappresentazione museografica in campo antropologico sono da evidenziare soprattutto i motivi di ordine ideologico-culturale, fondati sull’idea che la memoria del mondo contadino-artigianale e la cultura popolare del passato, nelle forme documentate dalle esperienze museografiche tra gli anni settanta-novanta, non è più sentita come un ambito da tutelare e valorizzare dal punto di vista didattico-museale per le generazioni future.
La forza che sono riusciti a acquisire gli studi demologici tra gli anni settanta e novanta, attraverso anche la fortunata stagione museografica dei musei etnoantropologici in diversi contesti regionali italiani, e stata fondata sulla prospettiva politica e ideologica del “folclore progressivo” di demartiniana memoria.
Un epigono della museografia etnoantropologica: il “Museo Arturo Panascia” [3]
Un contemporaneo epigono di questa stagione museografica è il “Museo etnoantropologico Arturo Panascia”, creato nel 2021 dal suo omonimo fondatore nel centro storico della città di Catania, accanto al Teatro Massimo Bellini.
Ho conosciuto Arturo e il suo museo etnoantropologico poco dopo la sua apertura pubblica, nel 2024, e confesso subito di essere rimasto molto stupito della sua scelta di creare questo luogo della memoria etnoantropologica proprio in un contesto urbano come quello catanese, che nel secondo dopoguerra ha fatto delle moderniste trasformazioni economiche e sociali un suo mainstream identitario popolare, facendo parlare di sé come “la Milano del sud”, per via della concentrazione di attività commerciali e industriali.
Arturo Panascia è un ex docente di materie letterarie, nato tra le valli valdesi del Piemonte ma con origini familiari nelle terre costiere a sud del siracusano (Pachino, Vendicari), e sono andato a visitare la sua preziosa galleria di “rimasugli” culturali materiali, da lui collezionati nel corso dei decenni.
Arturo dopo essersi laureato in Lettere all’Università di Catania alla fine degli anni sessanta, influenzato dagli insegnamenti accademici demologici di Carmelina Naselli [4], si trasferisce al nord Italia (in Veneto) per insegnare per alcuni anni in alcuni istituti di istruzione, per poi rientrare in Sicilia alla metà degli anni settanta. A Aci Bonaccorsi sull’Etna acquista insieme alla moglie Loredana Acanfora una casa con frantoio annesso che restaurerà diventando la prima sede in cui inizierà a realizzare la sua collezione etnoantropologica.
Arturo mi parla del suo museo evidenziandomi quanto in questi locali tra la seconda metà dell’Ottocento ed i primi del Novecento sorgeva il Teatro Parnaso/Sicilia dell’Opera dei pupi appartenente alle famiglie di pupari catanesi Grasso e Crimi, per sottolineare in un certo qual modo quanto questi locali respirassero da tempo remoto aria di cultura popolare, e a questo fine lo presenta come uno “spazio di incontro” che
«ospita [sia] una collezione di manufatti che portano i segni di storie vissute nei campi, nelle case, nei luoghi di lavoro, che uomini e donne che ci hanno preceduto hanno prodotto e utilizzato – modellandoli sui propri bisogni – spesso ingentilendone l’aspetto pur nella loro funzionalità. Migliaia di oggetti cercati e trovati tra le pieghe di un tempo che li relega tra le cose ormai inutili, superate, che non servono più […] che li fa assurgere – pur nell’umiltà, ma anche nell’ originalità, bellezza e nell’usura della loro funzione – a documenti storici, a testimoni pregiati e, spesso, rari».
Alle testimonianze di cultura materiale Arturo ha associato nel suo museo anche
«una ricca, specialistica biblioteca riguardante tematiche demoetnoantropologiche, pazientemente costruita e anch’essa frutto di attenta ricerca. Libri preziosi, talvolta introvabili, documenti dell’intelligenza umana, messa a servizio di appassionati e ricercatori».
Nella sua opera di collezionista Arturo è stato accompagnato dalla moglie Loredana Acanfora, con cui nel corso della vita ha collezionato i tantissimi oggetti cercati e trovati in giro per la Sicilia [5], che ci parla del museo «non come un semplice spazio espositivo ma come veicolo di trasmissione di saperi, frutto di esperienze vissute spesso sconosciute ai più, specialmente ai giovani».
Arturo, incorporando inconsapevolmente la memoria della lezione museologica inaugurata negli anni settanta da Alberto Mario Cirese (1977), il quale sosteneva che i musei etnoantropologici svolgevano la funzione museografica di dare una vita diversa agli oggetti e manufatti collezionati ed esposti, usando la ben nota formula «dal vivo vitale al vivo museografico», nel suo museo li ha anche lui sistemati per soggetto o per materia.
Nel parlare del museo etnoantropologico Arturo Panascia, c’è da dire quanto, sebbene i musei etnografici, o etnoantropologici come vengono per lo più definiti in Sicilia, siano sia i più diffusi a livello nazionale e regionale, e sentiti come vicini agli interessi dell’opinione pubblica, non si può nascondere di quanto essi siano delle realtà che «restano all’angolino per la loro condizione plebea di origine, puzzando di rustico, evocando mondi arcaici e tradizioni di paese» (Lattanzi, Padiglione, D’Aureli), partecipando nel Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004) di una sorta di patrimonio minore.
Arturo mi parla come la sua scelta museale è maturata attraverso la conoscenza personale di alcune delle più rilevanti esperienze museografiche etnografiche italiane, vedi quella del Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro, da cui però il suo allestimento museale si discosta un po’ proponendo una forma museografica ibrida. L’allestimento museale di Arturo non è infatti di tipo naturalistico come lo è quello di tanti altri musei etnoantropologici, vedi per es. la “Casa-museo Antonino Uccello” di Palazzolo Acreide, in cui vengono ricostruiti gli ambienti di vita degli “oggetti esemplari” appartenenti alle comunità locali, in quanto per motivi non solo di spazio non gli era possibile farlo.
Diversamente dal museo di Arturo, l’esperienza museografica del museo di Ettore Guatelli, come evidenzia un suo fine interprete come Pietro Clemente, si caratterizza per essere un’opera “tutt’altro che ingenua” e “tutt’altro che artificiosa”, nel proporre un allestimento museografico dal «fortissimo impatto scenografico caratterizzato da graffiti materici tramite i quali Guatelli – attento raccoglitore di storie e testimonianze oltre che di oggetti – ha potuto scrivere il mondo dei padri e dei nonni con gli oggetti del lavoro appesi alle pareti» (Clemente, 1999: 69, 75).
Allargando lo sguardo oltre il caso del museo etnoantropologico Arturo Panascia, c’è da evidenziare come le non felici sorti dei piccoli musei spontanei etnoantropologici non dipendono solo dai limiti materiali e conoscitivi della rappresentazione museografica da loro proposta (vedi le mancanze di fondi per proporre l’uso di tecnologie multimediali con cui rappresentare visualmente il patrimonio immateriale, animato da pratiche, saperi, valori che configurano delle forme di vita), ma dal fatto che
«la proprietà di tali beni non è dello Stato ma degli enti regionali, locali, delle associazioni e dei privati, dove le sovrintendenze sono molto poche interessate a essi [perché] gli ambiti scientifici dei funzionari per lo più appartengono all’archeologia, alla storia dell’arte e all’architettura» (Lattanzi, Padiglione, D’Aureli, ivi) [6].
Diversamente dai piccoli musei spontanei etnoantropologici, i musei archeologici (locali o regionali) beneficiano in un certo qual modo del valore conoscitivo proposto dalla collaborazione con il lavoro di ricerca che archeologi accademici di università italiane o straniere realizzano attraverso le loro campagne di scavo, che vedono coinvolti studiosi maturi o in formazione. Una collaborazione che fa sì che, dove questa è presente, la narrazione museografica archeologica conosce continui nuovi apporti conoscitivi, in termini sia tematici sia stilistici negli allestimenti museografici.
Arturo consapevole di questo limite, ha preso contatti con la Sovrintendenza di Catania per la catalogazione e il vincolo della sua collezione museografica e sta lavorando, insieme alle sue collaboratrici più vicine, la moglie Loredana e la figlia Clara, per elaborare piani allestitivi e di fruizione – anche digitale – quanto più semplici ma efficaci nel narrare lo scorrere del tempo storico-sociale e del suo tempo personale attraverso gli oggetti esposti.
Arturo cerca di fare del suo museo uno “spazio di incontro”, come afferma sua moglie Loredana, accogliendo indicazioni e suggerimenti da parte del mondo accademico etnoantropologico, e ospitare progetti di ricerca che vedono coinvolti studenti e docenti nei propri locali. Il museo Panascia è ancora solo parzialmente operativo nel contesto urbano, ma pur nella sua breve vita ha già instaurato collaborazioni con importanti realtà culturali, associazioni ed enti locali, quali il Festival “Le Vie dei Tesori”, la Società di Storia Patria, l’Università della Terza età, BCsicilia, Aitho Entertainment, Archeoclub, Sicilia Gaia, Circolo Svizzero, Tour de Sens, la Corale di musica popolare Unica Vuci, i pupari Mangano e Insanguine; non ultima per importanza la recentemente nata Rete dei musei e delle collezioni private, con la quale propone dei programmi educativi come “Il museo va a scuola” e le visite guidate per le scolaresche di ogni ordine e grado.
Dalla museografia etno- antropologica alla “grande impresa patrimoniale”
La “grande impresa patrimoniale” (Palumbo, 2006, 2025) viene inaugurata nel 2003 dalla convenzione UNESCO sul patrimonio immateriale, ed è stata tradotta sia nel grande «entusiasmo istituzionale, intellettuale e popolare per il patrimonio culturale» e il desiderio di partecipare all’azione patrimoniale, che ha visto anche la collaborazione del mondo degli antropologi. Sia nel significativo ridimensionamento della riflessione sul farsi della cultura popolare nel mondo contemporaneo nelle sue nuove forme (Dei, 2018), come se le sue forme si fossero congelate a quelle concepite dalla tradizione di studi inaugurata da Culture egemoniche, culture subalterne di Alberto Mario Cirese (1971).
Anch’io sono stato recentemente un po’ coinvolto in una “grande impresa patrimoniale” in una realtà locale in provincia di Enna, Leonforte. L’ho fatto assumendo però una postura etica e politica di tipo trasformativo (Ingold, 2020) cercando di incorporare l’idea del “patrimonialismo progressivo” (Palumbo, 2025: 443), incentrato nell’impegno implicato della ricerca demologica e antropologica nei processi di patrimonializzazione (Broccolini, 2021; Clemente, 2022; Clemente e Rossi, 2023). Un “patrimonialismo progressivo” che nel concreto è consistito nel cercare di animare una certa riflessività pubblica riguardo certi desideri patrimoniali, come i rischi di oggettivazione e essenzializzazione di determinate tradizioni popolari (saperi, pratiche, rituali) che in certi casi tendono verso una loro mercificazione culturale, tipica delle dinamiche politico-culturali conservatrici delle destre (storiche e contemporanee) [7].
La collaborazione all’impresa patrimoniale ha avuto luogo a Leonforte, ed è stata animata dal desiderio patrimoniale manifestato dall’associazione culturale “Tesori di Sicilia”, incentrata intorno alla tradizione popolare delle “tavolate” di san Giuseppe, attraverso la co-organizzazione di un convegno dal titolo “Cerere e la Terra del grano: i simboli del pane”. Una iniziativa culturale volta a valorizzare «il patrimonio culturale di Leonforte e promuovere il legame tra territorio, memoria e comunità», focalizzando l’attenzione sul «valore simbolico e identitario del pane, tra storia, antropologia, biodiversità e tradizioni popolari siciliane», in particolar modo quello incorporato nei pani cerimoniali votivi chiamati “cuddure”, posti ritualmente nelle “tavolate” di san Giuseppe non solo di Leonforte, ma anche in altre comunità siciliane che manifestano la loro devozione popolare per il santo [8].
Ho preso parte a questa iniziativa culturale patrimoniale cercando di sollecitare una certa riflessività riguardo il continuo viaggio nel tempo e nello spazio che esperiscono le tradizioni popolari, che le porta a assumere nuove forme e nuovi contenuti, correndo anche i rischi di una loro mercificazione. Riflessività che ho cercato di indurre tra il pubblico attraverso il coinvolgimento di alcuni studiosi internazionali (inglesi e americani), che hanno documentato sia come in alcune comunità della diaspora italiana in alcuni Stati degli Stati Uniti (New York, Texas) la tradizione popolare delle “tavolate” votive di san Giuseppe è stata tramandata oltre Oceano, fungendo dall’importante ruolo sociale di riconoscimento comunitario e di connessione con le originarie comunità di provenienza.
Così in Puglia, dal punto di vista simbolico e materiale, il “cibo di san Giuseppe” (pane, pasta e legumi) è stato trasformato in un brand alimentare, che nel non rispondere allo spirito popolare di essere donato gratuitamente ai partecipanti alle tavolate votive, funge anche da risorsa economica per i loro produttori. L’occasione pubblica del convegno è servita a cercare di far riflettere il pubblico, attraverso un decentramento dello sguardo oltre la dimensione localistica e regionale, sia su come certe tradizioni popolari, in questo caso quella delle le “tavolate” di san Giuseppe, conoscano una loro continua ridefinizione dei contenuti simbolici, materiali, e del loro ruolo; sia su quanto è più importante cercare di salvaguardare dal punto di vista culturale e sociale la devozione popolare rituale che presiede l’organizzazione familiare delle “tavolate” di san Giuseppe, come fanno faticosamente ancora diverse famiglie leonfortesi motivate da vario tipo di “grazie ricevute”, che cercare di soddisfare il desiderio patrimoniale dell’Unesco per avere una maggiore visibilità.
Nuovi spazi di creatività e di partecipazione: la stagione ecomuseale nella Sicilia del sud-est
Se come si è detto la museografia etnoantropologica siciliana, nonostante vanti una sua peculiare presenza a livello regionale [9], conosce un suo certo declino per via dei limiti delle sue forme di narrazione museale, non si può non sottolineare che in alternativa alla “grande impresa patrimoniale”, volta all’acquisizione del riconoscimento internazionale dell’Unesco e tendente al folclorismo identitario e nazionalista, con l’istituzione regionale nel 2014 della legge n. 16 sugli Ecomusei, si è andato ad alimentare una sorta di “patrimonialismo progressivo” (Palumbo, 2025: 443). Il carattere progressivo del patrimonialismo ecomuseale deriverebbe dal suo essere orientato dal basso ai fini di creare nuovi spazi di creatività culturale e di partecipazione democratica, attraverso politiche e pratiche patrimoniali propositive, più che conservative, con cui dar vita a una società civile consapevole delle criticità sociali e ambientali dei territori in cui si abita.
Come è noto gli ecomusei sono animati e motivati dall’aspirazione di «superare la concezione tradizionale del museo [di tipo etnoantropologico], come spazio di custodia della memoria [inerente il mondo popolare], democratizzando l’approccio al patrimonio materiale e immateriale delle comunità, promuovendo la partecipazione dal basso e inducendo movimenti riflessivi su ciò che i luoghi di appartenenza significano per le persone che li abitano, e sulle iniziative da intraprendere per determinarne la loro futura configurazione» (Colazzo, Manfreda, Palmisano, 2025: 9). Un’aspirazione che intende promuovere la riappropriazione [non solo] simbolica dei territori e l’attivazione di nuove progettualità incentrate sulle comunità locali, per cercare di sperimentare anche nuove forme di governance territoriali attraverso la gestione diretta dei patrimoni culturali (materiali e immateriali), confrontandosi con le sfide dell’inclusione sociale, della sostenibilità e della democrazia culturale. A partire dall’assunto che tutti i musei (sia quelli tradizionali con le loro raccolte artistiche, etnoantropologiche, archeologiche; sia quelli di altra natura come quelli digitali, interattivi), “sono sempre spazi discorsivi […] che comunicano [attraverso apparati testuali come pannelli, didascalie, e non testuali come supporti di tipo estetico o iconografico] un progetto di tipo estetico, scientifico, evocativo, affettivo, memoriale, politico o critico» (Broccolini-De Grazia, 2025: 55), Alessandra Broccolini e Maria De Grazia estendono la prospettiva ecomuseale del suo fondatore, Hugues de Varine, che parla dei “tre pilastri” del patrimonio (2021: 153), costituiti dal territorio, il patrimonio e la comunità, sostenendo che l’ecomuseo, nel suo progetto discorsivo partecipato tra gli altri tre, si configura come il “quarto pilastro del patrimonio” (Broccolini-De Grazia, ivi: 63).
Come si è evidenziato sopra, alla base degli ecomusei vi è una visione partecipativa del patrimonio territoriale (ambientale e culturale allo stesso tempo, materiale e immateriale), che va dalla sua identificazione e gestione, proponendo una concezione aperta, plurale e integrata con il territorio. Nel loro non basarsi su delle collezioni esclusive e pensati attraverso una gestione dal basso, e sulle aspettative identitarie delle comunità, e non come il prodotto di visioni intellettuali esterne ai loro bisogni, gli ecomusei propongono un “patto” tra la comunità e il suo territorio che si configura come un rapporto costruttivo. La mission degli ecomusei si configura dunque attraverso il coinvolgimento partecipato degli abitanti di un determinato territorio, attivando forme di interpretazione e di salvaguardia del proprio patrimonio (ambientale e culturale).
Attualmente gli ecomusei che le diverse commissioni regionali siciliane nominate hanno riconosciuto sono circa 17, ma ve ne sono anche altri che sebbene non abbiano ancora ricevuto il riconoscimento istituzionale operano nei diversi territori regionali. Tra i diversi territori siciliani che vedono una presenza di questi presidi territoriali, urbani e extra-urbani, non solo di tipo patrimoniale ma anche ambientale, la Sicilia orientale vanta una maggiore rappresentatività (area etnea e area degli Iblei).
In questo contesto voglio focalizzare l’attenzione sugli universi di discorso su cui si basano gli spazi narrativi di due ecomusei dell’area etnea, “l’Ecomuseo del castagno” di Milo sull’Etna, e “l’Ecomuseo del Simeto” che coinvolge diverse comunità che si affacciano su questo ampio comprensorio territoriale, con cui ho instaurato delle collaborazioni istituzionali (l’Università di Catania), nell’ambito sia di esperienza di ricerca che di “terza missione”.
Nella legge regionale di Istituzione degli Ecomusei in Sicilia, gli Ecomusei vengono definiti come
«una forma museale, mirante a conservare, comunicare e rinnovare l’identità culturale di una comunità. Esso costituisce un patto con il quale una comunità si impegna a prendersi cura di un territorio e si attua attraverso un progetto condiviso e integrato di tutela, valorizzazione, manutenzione e produzione di cultura di un territorio geograficamente, socialmente ed economicamente omogeneo, connotato da peculiarità storiche, culturali, materiali ed immateriali, paesistiche ed ambientali» (Art. 2 G.U.R. n. 28, 2014).
Tra le finalità prioritarie degli Ecomusei, indicate nel dispositivo legislativo regionale, vi sono:
«a) rafforzare il senso di appartenenza e la consapevolezza delle identità locali attraverso il recupero e la riproposizione in chiave dinamico-evolutiva delle radici storiche, culturali e politico-civili delle comunità;
b) attivare e rendere direttamente partecipi le comunità, le istituzioni culturali e scolastiche e le associazioni locali ai processi di valorizzazione, ricerca, fruizione attiva e promozione del patrimonio culturale-materiale, immateriale-sociale e ambientale della Regione, compresi i saperi tramandati e le tradizioni;
c) conservare, ripristinare, restaurare e valorizzare ambienti di vita e di lavoro tradizionali, utili per tramandare le testimonianze della cultura materiale e ricostruire le abitudini delle popolazioni locali, le relazioni con l’ambiente circostante, le tradizioni religiose, culturali e ricreative, l’utilizzo delle risorse naturali, delle tecnologie, delle fonti energetiche e delle materie impiegate nella produzione agricola, silvicola, artigianale e industriale;
d) valorizzare e diffondere il patrimonio culturale in quanto elemento del territorio, funzionale alla costruzione e rivitalizzazione di reti di attività e servizi volti a promuovere la sostenibilità ambientale e sociale di un’area omogenea ed ad offrire occasione di sviluppo economico, di impiego e di produzione di beni e di servizi e la espressività civile di una comunità;
e) promuovere e sostenere le attività di documentazione, catalogazione, ricerca scientifica e didattico-educativa relative all’ambiente, al paesaggio, alla storia e alle tradizioni locali del territorio, provvedendo, altresì, alla predisposizione dei documenti informativi da mettere a disposizione del pubblico in appositi luoghi o spazi destinati alla documentazione ed informazione;
f) promuovere una pianificazione turistica sostenibile che valorizzi l’intero territorio regionale;
g) promuovere e realizzare percorsi ed itinerari di visita volti alla conoscenza e alla comprensione degli ambienti naturali, del patrimonio territoriale nelle sue componenti ambientali, storico-culturali, produttive e demoetno-antropologiche;
h) promuovere il mantenimento o il recupero di attività tradizionali locali, di antichi mestieri e l’avvio di botteghe-scuola, nell’ottica della conservazione della memoria, dello sviluppo della coesione sociale e della riscoperta degli antichi saperi e mestieri;
i) promuovere l’acquisizione dei presupposti culturali e identitari di una comunità che si vuole riconoscere in pratiche di vita democratica e plurale».
Come si può ben leggere, nell’articolazione dell’universo del discorso legislativo regionale siciliano, dopo avere evidenziato quali sono le funzioni culturali sociali degli ecomusei – comma a), b), i) – vengono identificate quali sono le loro finalità prioritarie, che sono soprattutto di tipo conservativo e patrimoniale – comma c) e h) –, per poi passare a considerare le funzioni di promozione e valorizzazione territoriale pubblica e turistica – comma d), e), f), g).
Una delle due animatrici dell’Ecomuseo del castagno, Lavinia Lo Faro dell’associazione culturale “Trucioli” di Fornazzo (Milo), evidenzia come l’agency museale-patrimoniale è incentrata in senso more-than-human intorno a una importante storica risorsa ambientale identitaria di questo versante del paesaggio etneo, l’albero del castagno.
Come afferma Hugues de Varine
«quando il territorio è chiaramente individuato e viene riconosciuto dalla popolazione, è necessario documentarlo, elaborando un dossier descrittivo il più completo possibile, che costituirà la base del futuro centro di documentazione e delle risorse dell’ecomuseo, prima ancora di realizzare l’inventario del patrimonio. È un’opportunità per elaborare le politiche di sviluppo, identificare le istituzioni che agiscono sul territorio e lo influenzano dall’interno o dall’esterno» (de Varine, 2021: 155).
La storicità ambientale del castagno è data dalla sua profondità temporale, che vede la presenza di diversi alberi monumentali risalenti a diversi secoli addietro, come per es. il grande “Castagno dei cento cavalli”, e altri ancora. Oltre la storicità ambientale del castagno, l’uso del legno di questa pianta risale alla metà dell’Ottocento, quando nelle segherie sul territorio i “legnamai” continuano ancora preparare il prezioso e resistente legname, sia per fabbricare i tetti delle abitazioni degli abitanti montani, sia per fabbricare le botti in cui veniva caricato il vino di questo versante etneo, per essere poi commercializzato via mare attraverso le navi commerciali che approdavano nel sottostante porto di Giarre.
L’ecomuseo del castagno si propone come un «laboratorio di resistenza a sostegno del ri-abitare il paesaggio etneo ed a una nuova cittadinanza ecologica» (Lutri, Lo Faro, Pujades, 2026), perché questa parte del comprensorio montano etneo da diversi anni conosce una criticità sociale come il graduale spopolamento delle famiglie, migrate verso centri urbani etnei che offrono maggiore servizi pubblici di vario tipo (scuole, strutture sanitarie, luoghi di cultura come cinema e teatri), andando in questo modo a indebolire il senso di appartenenza alla comunità originaria di Fornazzo (una frazione di Milo). Un fenomeno sociale che l’ecomuseo affronta prendendosi cura della tutela e valorizzazione della memoria del patrimonio materiale e immateriale di questa parte del territorio etneo, attraverso azioni volte a favorire la “restanza” delle famiglie locali (raccolta di storie di vita di anziani residenti; redazione di mappe di comunità, come strumento di conoscenza partecipata di questa parte del paesaggio etneo; organizzazione di laboratori e mostre d’arte incentrate sulla relazione esperienziale uomo-ambiente-paesaggio; organizzazione di “passeggiate di comunità” sotto la guida di esperti ambientali – accademici e locali –, volte a far conoscere il patrimonio ambientale, flora e fauna, e a creare una maggiore coesione tra gli abitanti ed i turisti).
Riguardo la realizzazione di «reti di attività e servizi volti a promuovere la sostenibilità ambientale e sociale […] offrendo occasione di sviluppo economico, di impiego e di produzione di beni e di servizi», l’ecomuseo ha organizzato e partecipato a diverse iniziative accademiche e istituzionali con altri partner istituzionali (Ente Parco dell’Etna, Università di Catania, Comune di Milo, Zafferana etnea), volte a cercare di promuovere nuove attività economiche sostenibili legate alla risorsa forestale, come la castanocoltura che dal punto di vista sia economico che ambientale rappresenterebbe non solo un’opportunità per la giovane imprenditoria agricola (sviluppando una ben più solida filiera), ma anche un’alternativa ecologica all’uso ceduo delle piante di castagno. Sia il partecipare a iniziative di confronto regionale, nazionale e internazionale tra diverse esperienze ecomuseali, con cui fare meglio rete e scambiarsi best practices. Infine, per cercare di creare una mobilità stradale sostenibile, l’ecomuseo attraverso la partecipazione a un bando nazionale ha acquistato biciclette a pedalata assistita per accompagnare i bambini e ragazzi a scuola.
Alcune di queste attività hanno visto la mia partecipazione e di alcuni giovani ricercatori precari, volte a evidenziare il ruolo di presidi ambientali e culturali che svolgono gli ecomusei non solo nella loro azione di conservazione della memoria patrimoniale locale, ma anche di innovazione nella narrazione patrimoniale (vedi i laboratori e le mostre d’arte), nonché nel cercare di favorire il più possibile la partecipazione della cittadinanza.
Il fondatore dell’ecomuseologia Hugues de Varine sostiene che, a differenza del
«museo tradizionale [in cui i suoi creatori] ne concepiscono la forma, scelgono e gestiscono le collezioni, decidono le mostre e le attività educative, le forme di mediazione e di comunicazione […] l’ecomuseo è invece il prodotto di un patto tra una comunità e il suo territorio: forma, contenuto, attività, modi d’espressione sono frutto di una lenta gestazione che associa individue e gruppi appartenenti alla comunità […] la sua forma non può essere immaginata o definita sin dall’inizio. Evolve con la sua comunità di riferimento» (de Varine, 2021: 153)
L’Ecomuseo del Simeto (EcoSi), formalmente costituitosi nel 2019, prende le mosse proprio da un processo ecomuseale di mappatura di comunità condotta nella Valle del Simeto nel 2009 (un territorio a cavallo tra i monti Nebrodi, gli Erei e il vulcano Etna). Un processo che ha consentito l’elaborazione del suo peculiare universo di discorso, incentrato riguardo al patrimonio storico territoriale su
«l’attenzione e cura verso i luoghi testimonianza della storia e cultura locale, del recupero della memoria e delle tecniche agricole, costruttive, artigianali, in un nesso indissolubile tra la presenza e abbondanza delle acque e il binomio colture-culture».
Riguardo invece le sue funzioni sociali viene evidenziato quanto il
«mettere in relazione il recupero e la cura della memoria collettiva, nelle sue manifestazioni plurali, materiali e immateriali [è rivolto a creare] un processo di rivitalizzazione delle micro-economie locali nel rispetto degli ecosistemi e delle risorse da tramandare alle generazioni future» (www.presidiosimeto.it)
L’universo di discorso dell’Ecomuseo del Simeto prende avvio dal presentare dal punto di vista ambientale e territoriale il comprensorio della Valle del Simeto, andante a configurare
«il bacino idrografico più esteso della Sicilia (4.186 km2) e le sue acque costituiscono tra le più importanti risorse dell’isola. Il Simeto […] delinea e definisce in modo peculiare, il paesaggio di ben tre province (Messina, Enna e Catania), che costituisce un continuum territoriale e paesaggistico unico. La comunità simetina – formata dagli abitanti del territorio – ancor oggi trae vita e sostentamento dalla presenza del Fiume e dei suoi affluenti nella bioregione che esso attraversa. Il Simeto e i suoi affluenti sono espressione della biodiversità. Dal Simeto hanno tratto origine numerosissimi insediamenti antropici, a partire dal periodo neolitico sino ai nostri giorni, concentrati nei centri storici e sparsi nelle aree rurali, che sono espressione e segno tangibile delle civiltà che negli anni si sono susseguite e stanziate sul territorio simetino» (www.presidiosimeto.it).
Riguardo la storia della costituzione dell’Ecomuseo del Simeto, viene raccontato che questo è stato incentrato sul
«riconoscimento del paesaggio e dell’eredità comune di Valle da parte da diversi abitanti e lavoratori della Valle”, in coerenza con quanto dichiarato sia dalla Convenzione Europea del Paesaggio (siglata a Firenze nel 2000), sia dalla Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società (siglata a Faro nel 2005). Il lavoro di mappatura ha dato avvio a una stagione di progettualità collettiva, sfociata poi nella nascita del Patto di Fiume Simeto, una nuova forma di organizzazione territoriale che, attraverso una Convenzione Quadro siglata nel 2015, ha messo assieme la società civile organizzata nel Presidio Partecipativo, gli Enti Locali vallivi e l’Università di Catania, per costruire e alimentare un percorso di sviluppo comunitario di lungo termine, mosso da istanze di giustizia ambientale e solidarietà sociale. Tra i temi del Patto, è centrale la questione della rivitalizzazione dell’eredità culturale materiale e immateriale identificata dagli abitanti come eredità comune e opportunità di futuro. Il processo ha assunto esplicitamente un carattere ecomuseale a partire dall’assemblea del Presidio Partecipativo del 2019, durante la quale è stata individuata l’opportunità di ragionare su questa forma organizzativa per aprire il cerchio del coinvolgimento, dando vita e far riconoscere formalmente l’Ecomuseo del Simeto. Durante il periodo della pandemia da Covid-19 è stato avviato un percorso di mutuo-apprendimento in modalità online tra il Presidio Partecipativo e il Gruppo ecomuseo con i docenti e studenti di Progettazione Urbana e Territoriale del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura (DICAr) dell’Università di Catania, in collaborazione con la Prof. Katherine Lambert-Pennington dell’Università del Missisipi» (www.presidiosimeto.it)
Nel “Manifesto dell’ecomuseo” viene inoltre presentata la visione di questo progetto ecomuseale costituito da 11 antenne territoriali,
«L’ecomuseo è un processo dinamico in stretta relazione con la comunità locale, suscettibile di accrescimenti e anche di sostanziali modifiche. La varietà dei caratteri geo-ambientali e il patrimonio culturale diffuso sono gli elementi su cui si fonda il Sistema Territoriale Museo Diffuso della Valle del Simeto. Il Museo Diffuso riunisce memorie e oggetti che rievocano mestieri tradizionali legati all’uso delle risorse naturali, al mondo dei contadini, alle tracce delle popolazioni antiche, alle credenze religiose, alla salvaguardia di oggetti d’arte. È stato pensato, anche, come laboratorio permanente per la custodia e valorizzazione del paesaggio, per avviare un sistema di costante conservazione del territorio e per sottolineare le peculiarità dell’area su cui si opera. Il Museo Diffuso si struttura come un sistema di relazioni fra elementi qualitativamente differenziati, che si identificano in Punti Museali, Laboratori e Itinerari; i quali sono organizzati in Sistemi: Demo-etno-antropologico, Beni Storico-Artistici, Naturalistico e Beni archeologici» (www.presidiosimeto.it)
Tra le diverse attività che le differenti antenne propongono nei loro territori, mi piace segnalare la seconda edizione del partecipato festival di comunità “Facciamo la Valle”, che prende spunto da un modo di dire popolare nel territorio catanese, che fa riferimento al farsi sentire o fare movimento in maniera collettiva, con cui sono state organizzate in partenariato con diversi enti e istituzioni pubbliche differenti tipi di attività, tra workshop di progettazione culturale e territoriale, seminari pubblici, presentazioni librarie, spettacoli di teatro e musica popolare in diverse delle 11 antenne territoriali.
Conclusioni
La spinta propulsiva che la museografia etnoantropologica spontanea siciliana aveva esercitato tra gli anni settanta-ottanta che ha portato a creare in Sicilia circa trentasette musei a suo tempo benvoluti dal pubblico, a partire dalla pionieristica iniziativa di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide, a cavallo del muovo millennio va ad esaurirsi. Come è stato evidenziato tra i motivi del declino museografico di questi rilevanti luoghi della memoria contadina e artigiana, sono da imputare vari fattori di tipo sia culturale che politico-economico.
La limitata situazione di mezzi sia culturali che economici a loro disposizione, come l’incapacità di sapere elaborare delle nuove narrazioni museali più adeguate ai tempi presenti, realizzata possibilmente con strumenti mediali moderni per sostituire la statica narrazione nostalgica della “civiltà contadina”, ha fatto sì che questa col passare delle generazioni ha perso sempre più di rilevanza culturale. Oltre questo fattore c’è da evidenziare quanto i funzionari delle soprintendenze siciliane con formazione di tipo etnoantropologico, nella loro grande limitatezza numerica, non sono stati in grado di creare delle buone relazioni con del personale di ricerca insegnante discipline antropologiche nelle università siciliane.
A questi non poco rilevanti fattori critici, che hanno contribuito a causare il declino dell’interesse istituzionale per la cultura popolare, si sono poi andati a aggiungere dalla seconda decade del nuovo millennio certe criticità create dalla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale varata nel 2003 dall’UNESCO, come l’emergere del desiderio patrimoniale che ha portato diversi contesti locali a cimentarsi sempre più con la “grande imprese patrimoniale”, sperando che dal riconoscimento istituzionale di certi beni patrimoniali (materiali e immateriali, come certe tecniche costruttive, pratiche produttive, rituali festivi popolari, etc.), sarebbero potute venire certe opportunità di sviluppo oltre che di tipo culturale anche di tipo economico, beneficiandone della loro presenza le comunità intere. Un desiderio patrimoniale che invece spesso ha visto generare sulla scala locale, come nel caso del riconoscimento dei “patrimoni umani viventi”, più situazioni conflittuali all’interno delle comunità che un maggiore consenso sociale tra le diverse componenti delle stesse.
Quest’impresa patrimoniale ha visto impegnati a cercare di soddisfare il “desiderio patrimoniale”, oltre che associazioni culturali, enti locali (Comuni e Regioni), anche certi esperti patrimoniali (demologi e antropologi), che con le proprie competenze scientifiche hanno cercato di fare da argine all’affermarsi di politiche patrimoniali eccessivamente conservative, essenzialiste e localiste (le tradizioni popolari) sostenute da forze politiche di destra che come è noto sono di orientamento più conservatore.
Un più concreto argine al dilagare di questo tipo di imprese patrimoniali, in Italia ed in Europa è stato fatto dal diffondersi della prospettiva patrimoniale (e non solo) di tipo ecomuseale, fondata negli anni settanta in Francia da Hugues de Varine, che risponde più a una prospettiva politica di “patrimonialismo progressivo”, che mette al centro la relazione delle comunità con i propri territori di appartenenza, configurandosi gli ecomusei non solo come custodi della memoria materiale e immateriale territoriale, ma anche come presidi ambientali per andare a cercare di gestire in maniera sostenibile le diverse attività produttive nei territori. In Sicilia questa prospettiva patrimoniale è stata varata a livello istituzionale con la “legge di Istituzione degli ecomusei” del 2014, quando la governance regionale era nelle mani di forze politiche di centro-sinistra. Una legge regionale che ha visto riconoscere istituzionalmente circa quindici ecomusei nei diversi territori regionali. In questo contributo, assumendo una prospettiva antropologica applicata e trasformativa, viene mostrato “l’universo narrativo” proposto da due ecomusei presenti nella Sicilia orientale con cui ho avviato delle collaborazioni istituzionali e di ricerca, che con le loro diverse attività proposte nei territori incorporano dal punto di vista politico e territoriale il “patrimonialismo progressivo”, incentrato sulle comunità patrimoniali, che si configurano non solo come di memoria, ma anche come di tutela ambientale e di innovazione sociale. Il patrimonialismo progressivo sostenuto da questi due casi ecomuseali con cui l’Università di Catania è andata a istituire delle buone relazioni di ricerca e di altro tipo, mi porta a condividere la tesi del padre dell’ecomuseologia Hugues de Varine, quando sostiene che «la parola ecomuseo forse è diventata […] una formula magica utilizzata da coloro che vogliono combattere contro la fine programmata del patrimonio vivente per mano dei funzionari della cultura e delle agenzie turistiche» (de Varine, ivi: 67).
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Ringrazio tanto Zaira Raimondo per avermi invitato al Convegno “Valorizzare, connettere, innovare: il futuro dei musei etnoantropologici”, da lei coordinato il 5 Giugno del 2026 per conto del Comune di Scordia.
Note
[1] Tra il maggio e il settembre del 2007 sono stati organizzati dall’Università di Catania e dall’Università di Palermo due momenti di confronto antropologico e museografico, a Ragusa (Maggio 2007) e Palazzolo Acreide (Settembre).
[2] Si veda la sua raccolta di saggi Oggetti, segni, musei: sulle tradizioni contadine (1977)
[3] Ringrazio Arturo Panascia per avermi accolto nel suo museo e avermi aiutato a scrivere un po’ la biografia di questo luogo della memoria etnoantropologica siciliana.
[4] Carmelina Naselli (1894-1971) è stata una umanista e caposcuola nell’Università di Catania degli studi folklorici e delle tradizioni popolari, ricoprendo dal 1950 sino al 1965 una delle tre cattedre di Storia delle tradizioni nell’università italiana, insieme a Giuseppe Cocchiara a Palermo e Paolo Toschi a Firenze. Nel 1935 curò la Mostra di arti popolari siciliane, una delle prime in Italia, che la rese nota a livello nazionale.
[5] Gli oggetti che fanno parte della collezione del museo sono stati acquisiti da Arturo e Loredana o direttamente da alcuni artigiani, contadini o comprati nei mercatini dell’antiquariato in giro per la Sicilia.
[6] Un importante limite evidenziato in un volume curato dal Museo per i Beni e le Attività culturali (2008) dall’artefice del Codice dei beni culturali e del paesaggio, Giuliano Urbani, che ha riconosciuto il valore dei beni DEA. È incredibile come nelle sezioni “beni storico artistici e demoetnoantropologici” delle sovrintendenze siciliane ci siano pochissimi funzionari che hanno una qualche tipo di formazione scientifica etnoantropologica. Un caso emblematico si è avuto recentemente nella sovrintendenza di Siracusa, dove una funzionaria archeologa con formazione etnoantropologica, Laura Carracchia, è riuscita a riconoscere il valore culturale di due importanti storiche realtà museografiche etnoantropologiche, come la Casa-Museo Antonino Uccello di Palazzolo Acreide e il Museo dei luoghi del lavoro contadino di Buscemi, procedendo sia a organizzare nel primo dei nuovi allestimenti museografici, sia a schedare scientificamente il patrimonio materiale del secondo, riunendoli in un unico Ecomuseo.
[7] Si consideri, come evidenzia Palumbo (2025), a livello politico nazionale la legge n. 206 sul cosiddetto “made in Italy”, varata dal governo Meloni nel dicembre 2023, che sin dal suo incipit recita “la presente legge reca disposizioni organiche tese a valorizzare e promuovere, in Italia e all’estero, le produzioni di eccellenza, il patrimonio culturale e le radici culturali nazionali, quali fattori da preservare e tramandare non solo a fini identitari, ma anche per la crescita dell’economia nazionale”, in cui in maniera esplicita il patrimonio culturale viene associato alla dimensione produttiva e cultural-identitaria.
[8] A Leonforte è stato creato nel 2023 il “Museo della Cuddura”, il cui allestimento museale consiste nella presentazione materiale di questi articolati pani cerimoniali votivi (le “cuddure”), servendosi sia di delle descrizioni inerenti l’articolata simbologia presente in ognuno di essi; e nella presentazione visuale, tramite un video-documentario, del lavoro svolto giorni prima dai membri di alcune delle famiglie leonfortesi, nel preparare oltre che il cibo cerimoniale di diverso tipo (il pane, le verdure, i piatti caldi) anche le vere e proprie “tavolate” in adeguati spazi domestici, in cui i paesani ed i turisti vengono accolti partecipando alla messa in scena in costume del pranzo della sacra famiglia, e a cui poi viene gratuitamente offerto il cibo posto sulle tavolate. A tal riguardo c’è da evidenziare quanto questo particolare museo tematico di tipo etnoantropologico è l’unico del suo genere presente tra le comunità siciliane che organizzano le “tavolate” di san Giuseppe.
[9] Attualmente i musei etnoantropologici siciliani sono circa 37 (tra comunali, regionali e privati), un numero ben superiore ai musei archeologici (regionali e comunali).
Riferimenti bibliografici
Broccolini, A., 2021, “Applicare, usare… o condividere l’antropologia? Per un’antropologia pubblica dei patrimoni culturali”, in Antropologia Pubblica, 7 (1): 245-253.
Broccolini, A., De Grazia, D., 2025, “L’ecomuseo e il quarto pilastro del patrimonio: tra storytelling e metanarrazione”, in DADA. Rivista di Antropologia post-globale, Speciale Ecomusei: 55-91
Cirese, A.M., 1971, Culture egemoniche, culture subalterne, Palumbo, Palermo
Cirese, A.M., 1977, Oggetti, segni musei. Sulle tradizioni contadine, Einaudi, Torino
Clemente, P., 1999, “I confini del museo, il museo dei confini: un viaggio nell’opera di una vita di Ettore Guatelli”, in Clemente, P., Rossi, E., Il terzo principio della museografia. Antropologia, contadini, musei, Carocci, Roma
Clemente, P., 2023, I musei della DEA. Storie, pratiche e pensieri intorno al patrimonio demoetnoantropologico (1982-2008), Bologna, Patron Editore.
Clemente, P. e Rossi, M., 2022, Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche nel nuovo millennio, Palermo, Edizioni Museo Pasqualino.
Dei, F., 2018, Cultura popolare in Italia. Da Gramsci all’Unesco, Il Mulino, Bologna
Glielmi, M.A., 2025, “Ecomusei: spazi di creatività”, in DADA. Rivista di Antropologia post-globale, Speciale Ecomusei: 149-168
Ingold, T., 2020, Antropologia. Ripensare il mondo, Meltemi, Milano
ISTAT, 2013, I Musei, le aree archeologiche e i monumenti in Italia
Il patrimonio museale antropologico. Itinerari nelle regioni italiane: riflessioni e prospettive, 2002, Ministero per i Beni e le Attività culturali, Roma
Lattanzi, V., Padiglione, V., D’Aureli, M., 2015, “Dieci, cento, mille musei delle culture locali”, in L’Italia e le sue regioni, Enciclopedia Treccani
Lattanzi, V., 2021, Musei e antropologia. Storia, esperienze, prospettive, Carocci, Roma
Lutri, A., Lo Faro, L., Pujades, A., 2026, “L’ecomuseo del castagno dell’Etna come laboratorio di resistenza: un sostegno a ri-abitare il paesaggio etneo e a una nuova cittadinanza ecologica”, in Geotema (in corso di pubblicazione)
Palumbo, B., 2003, L’Unesco e il campanile. Antropologia, politica e beni culturali in Sicilia orientale, Meltemi, Roma
Palumbo, B., 2006, “Il vento del Sud-Est. Regionalismo, neosicilianismo e politiche del patrimonio nella Sicilia di inizio millennio”, in Antropologia. Il patrimonio culturale, Meltemi: 43-91
Palumbo, B., 2025, “L’antropologia, la destra e la grande impresa patrimoniale”, in Rivista di Antropologia contemporanea, (2): 435-472
Regione Sicilia, Legge regionale Istituzione degli Ecomusei in Sicilia n. 16 (2 Luglio 2014), in G.U.R. 11 Luglio 2014 n. 28
Reina, G. 2014, (a cura), Gli ecomusei. Una risorsa per il futuro, Marsilio, Venezia
De Varine, H., 2021, L’ecomuseo singolare e plurale, Utopie concrete, Gemona del Friuli.
_____________________________________________________________
Alessandro Lutri, insegna discipline etnoantropologiche (Antropologia ambientale, Antropologia patrimoniale, Antropologia culturale, Antropologia applicata e pubblica) presso il dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania. Accanto al percorso accademico affianca l’impegno civico e politico con innovativi progetti orientati alla riparazione ambientale e paesaggistica, e alla collaborazione con realtà ecomuseali siciliane volte alla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale territoriale.
_____________________________________________________________













