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Il museo della memoria. Quattro racconti audiovisivi per la Casa Museo Antonino Uccello

Foto di Antonino Uccello da C'era una volta..una casa museo, 1980

Antonino Uccello da C’era una volta..una casa museo, 1980

di Fabio Fancello [*]

La più grande poesia

Nel 1971 il poeta ed etnoantropologo Antonino Uccello ha dato vita a una realtà museale che, per chi ha saputo leggerne lo spirito poetico, come il filologo Salvatore Silvano Nigro, rappresenta la sua opera di poesia più importante, ovvero la Casa Museo di Palazzolo Acreide, oggi a lui intitolata.

Sin dalla fondazione, il museo, tra le prime realtà etnografiche siciliane dopo il Museo Pitrè, ha ottenuto grande attenzione nel mondo scientifico, grazie soprattutto all’opera del suo fondatore, divenuto in breve tempo il riferimento per un settore ancora in fase di evoluzione, ma anche sulla stampa e in altri media.

Confrontando le memorie di Antonino Uccello (1980) con le cronache di stampa del tempo (Giardina 1971; Nataletti 1971) e osservando l’attenzione mediatica riservatagli dai contemporanei (Caproni 1959; Sciascia 1959; Budigna 1960), emerge la figura di un intellettuale vissuto in un contesto non ancora in grado di comprenderlo, che ha percepito l’imminente cambiamento di una società, pronta ad abbandonare le fatiche e la sofferenza del mondo contadino per il “sogno” dello sviluppo industriale. Un abbandono che coincide anche con tutti gli elementi che di quel mondo contadino hanno fatto parte: tradizioni, ritualità e memoria.

La Casa Museo di Palazzolo Acreide fu un museo, raro nel suo genere e atipico nella sistemazione, divenuto rapidamente un centro di aggregazione culturale di fama internazionale, tuttavia snobbato dalle istituzioni dell’epoca e da una certa “cultura alta”. A questa importantissima realtà, simbolo della conservazione e della riscoperta della memoria e della cultura popolare, sono stati dedicati svariati servizi televisivi e l’istituzione museale è stata tra gli elementi protagonisti di alcune opere documentaristiche realizzate a scopo turistico per la città di Palazzolo Acreide, come, ad esempio, Da Palazzolo Acreide ad Akrai: il presente e la memoria (1997) di Giovanna Bongiorno 1 e Palazzolo Acreide, l’antica Akrai (2021) di Antonio Centomani. Al museo sono state dedicate anche alcune opere audiovisive monografiche, che offrono letture differenti sul museo, a seconda dei punti di vista dei registi.

La preparazoione del frantoio della Casa Museo, Civiltà contadina1977

La preparazione del frantoio della Casa Museo, da Civiltà contadina di Saitta, 977

La Civiltà Contadina di Ugo Saitta

Il primo documentario risale al 1977 ed è stato realizzato da Ugo Saitta: si tratta di Civiltà contadina 2. L’opera giunge in un’epoca in cui il cinema antropologico fungeva, già da tempo, da controcanto al cinema d’impresa, contrapponendo il realismo e il rigore della ricerca scientifica allo storytelling entusiasta del boom economico in favore del progresso (Fancello 2022).

Il documentario si apre con la contestualizzazione dei luoghi. Si passa dal teatro greco di Akrai, antica sede della cultura ellenica, per poi arrivare all’odierna Palazzolo Acreide, realtà testimone di quel travaglio di vita e cultura legato alla civiltà contadina. L’assetto urbanistico risale, per la maggior parte, alla ricostruzione post-terremoto del 1693, con un denso tessuto di quartieri popolari astante accanto all’architettura degli edifici più ricchi. In particolare, le immagini mostrano il fitto reticolo del quartiere di San Paolo, un tempo parte della città medievale, legando l’immagine di una cultura concreta e rigogliosa al rischio di sparire davanti a uno sregolato avanzamento tecnologico e urbanistico. Un pericolo che appare più evidente quando vengono mostrati alcuni nuovi quartieri, caratterizzati da una crescita edilizia disordinata e irrazionale.

La voce narrante menziona l’impegno di Antonino Uccello, capace di dare una risposta adeguata all’esigenza di recuperare le tradizioni popolari, trasformando un palazzo settecentesco in una Casa Museo, allo scopo di salvare le testimonianze del passato. Al suo interno, il visitatore può riconoscere luoghi, ambienti e oggetti appartenenti alla tradizione agricola, come finimenti per carretto, collari per buoi raffinatamente decorati e altri attrezzi agricoli.

Le immagini provvedono a mostrare ognuno degli ambienti, a partire dal frantoio, che con fatica è stato riportato al suo aspetto originario, dove la macina per la frantumazione delle olive è pronta ad animarsi per svolgere il lavoro di sempre. Infatti, per l’occasione, l’impianto viene messo in funzione, alla presenza di persone che, a detta del narratore, vi avevano già lavorato per lungo tempo.

Il piccolo teatro dei pupi della casa Museo da Civiltà contadina di Saitta, 1977

Il piccolo teatro dei pupi della casa Museo da Civiltà contadina di Saitta, 1977

La Casa Museo è sorta, non con finalità nostalgiche, ma per perpetuare, attraverso gli oggetti, il significato umano e culturale della vita e della fatica dei contadini, capaci di gesti armoniosi che esprimono un senso della vita che andrebbe recuperato.

Si passa poi al maiazzè, antico magazzino padronale nel quale andavano conservate le derrate e i raccolti delle annate agrarie, che ora accoglie una collezione di oggetti d’uso e di artigianato artistico, come utensili e pitture su vetro. Sono prevalentemente oggetti di fattura contadina, essenziali nel loro essere e nati dalle mani di artigiani. Manufatti che raccontano i modi di vivere e l’evoluzione di un certo antagonismo tra umili e potenti, raccolti all’interno di un contesto ambientale che attribuisce loro «la credibilità delle cose vive». Anche negli alimenti, nelle forme di formaggio e di pane e nei dolci, mostrati davanti alla telecamera, si perpetua il ricordo di una vita scandita da un ciclico ripetersi di costumi e usanze, qualche volta severe, altre fantasiose. Si mostrano, di seguito, delle statuine votive, accuratamente modellate, che forse rappresentano un’iconografia ingenua, ma che insieme ad altri manufatti esprime l’intimo sentimento religioso dell’arte popolare.

Nella vecchia stalla, dal pavimento ad acciottolato, sono presenti testimonianze del teatro dei pupi, con un palco, che era stato appositamente realizzato dal puparo Don Ignazio Puglisi di Sortino, e una schiera di pupi, anche delle raffigurazioni atipiche, come ciclopi o garibaldini. A essi si aggiungono i fondali dei cantastorie, altri cimeli in legno intagliato e dipinto e chiavi di carretto in ferro battuto, tipici di quella forma artistica. Lo stesso ambiente custodisce anche dei giocattoli, in legno, latta o cartapesta, che erano lo svago principale dei bambini delle famiglie subalterne.

Le sequenze conclusive sono dedicate ai due ambienti più importanti del museo, la casa ri masseria e la casa ri stari 3.  Nella prima, tutto torna ad animarsi, restituendo il significato della vita contadina, mentre viene ripresa una donna che impasta il pane e un’altra che usa un antico telaio. La stessa frutta, utilizzata come decorazione delle travi, non rappresenta un ritorno al passato, ma l’esigenza di dare autenticità ai luoghi. La casa ri stari è invece un ambiente ricco di oggetti legati alla semplice quotidianità, dalle raffigurazioni religiose al cannizzu, contenitore cilindrico che custodiva il grano, posto accanto al letto. Sono elementi che rafforzano il fascino del museo, che il narratore finisce per definire quasi un anti-museo. È in quest’ultimo ambiente che si conclude il documentario, nel quale rivivono gesti simbolo, ormai fuori dal tempo, ma scanditi dai tanti protagonisti di una civiltà prossima a sparire.

Il documentario conclude un percorso che Saitta aveva intrapreso a partire dal 1960, cercando di rimarcare l’evoluzione nel costume dei siciliani e di recuperare, attraverso l’esposizione di oggetti d’uso comune e di artigianato artistico, il senso della cultura contadina. Una forma di cultura sicuramente elementare, ma armoniosa, che rischia di sparire se snaturata e involgarita dal disordinato sviluppo tecnologico. Il cambiamento e i pericoli che incombono sull’eredità contadina, diventano più evidenti dove la crescita edilizia avviene in modo disordinato e irrazionale. Il regista parte infatti dalla città, dalla stratificazione tipica del periodo, distinguendo tra vecchio e nuovo, mentre la speculazione edilizia diventava invasiva e il saccheggio del territorio appariva inarrestabile.

Saitta, che aveva guardato con entusiasmo alle prospettive di progresso, prende tristemente atto del loro fallimento, scegliendo di contrapporre a un senso di benessere alquanto distorto, il recupero della tradizione, proprio attraverso l’opera scientifica di Antonino Uccello. In un museo “vivo” come la Casa Museo, Saitta fa sì che si mettano in scena i momenti del passato, come la panificazione, la tessitura e la spremitura delle olive, ultime testimonianze di un mondo che appare ormai condannato e destinato a scomparire.

Nel finale, in contrappunto alle immagini statiche dei pupi siciliani esposti nel museo, ridotti ormai a “reperti”, Saitta monta un sonoro ambientale già utilizzato vent’anni prima per un altro documentario, I pupi siciliani (1976), con l’intenzione di restituire agli oggetti il loro spirito originale e una certa vitalità. Ma come fa notare anche De Filippo (2012: 57-58), fallisce nel suo intento. Alla fine è proprio questo fallimento a marcare il distacco tra il mondo poetico di ciò che è stato e la contemporaneità prosaica tipica della società dei consumi.

L'esibizione dei Cilliri da C'era una volta..una casa museo, 1980

L’esibizione dei Cilliri da C’era una volta…una casa museo, 1980

L’inchiesta-racconto della RAI

Nel 1980 la RAI produsse un documentario, C’era una volta…una casa museo 4, diretto da Nuccio Vara. Il film, attraverso il commento parlato, riportava l’attenzione sulla Casa Museo di Antonino Uccello, all’epoca chiusa da oltre un anno.

Quella di Uccello era stata una delle prime iniziative siciliane orientate alla conservazione della cultura contadina, realizzata all’interno di un antico palazzo settecentesco da lui acquistato, che racchiudeva tutti gli ambienti tipici della masseria contadina. Uccello giunse alla sistemazione del museo dopo un lungo lavoro di documentazione e raccolta portato avanti negli anni, coinvolgendo anche i contadini del luogo, mentre le campagne palazzolesi divennero osservatorio privilegiato per tentare di ricostruire la storia e la cultura delle classi subalterne siciliane. Pienamente consapevole dei meccanismi di appiattimento tipici della società contemporanea, Uccello vi opponeva un’azione culturale tesa alla salvaguardia antropologica delle classi sfruttate, per impedire che i valori indotti dalla società dei consumi distruggessero tutto il patrimonio orale e materiale prodotto nelle varie epoche storiche dalle popolazioni iblee.

Con un taglio da inchiesta, il narratore racconta che l’iniziativa della Casa Museo era stata osteggiata dai politici palazzolesi, che impedirono la socializzazione dell’esperienza all’intera cittadinanza, privandola di momenti reali di vita culturale. Le stesse autorità regionali a cui Uccello si era rivolto per regionalizzare il museo, diedero inizialmente una scarsa rilevanza al problema, costringendo svariate volte l’antropologo a chiudere temporaneamente il museo, i cui costi di gestione si erano fatti eccessivi (Ottaviano, 1979).

Nel 1979 Uccello si spense a causa di un male incurabile, proprio mentre era in corso una dura polemica con l’allora Assessore Regionale all’Istruzione sulle modalità di inventariazione dei reperti del museo, finalmente pronto all’acquisizione da parte della Regione Siciliana.

Attraverso alcune interviste, condotte dall’etnoantropologo Luigi Lombardo, ex allievo dello stesso Uccello, e una sequenza di fotogrammi degli ambienti interni alla struttura, gli amici del poeta e antropologo ripercorrono gli anni in cui la Casa Museo era un centro culturale internazionale in piena attività. Lo stesso Lombardo racconta delle manifeste intenzioni di Uccello di realizzare un museo dedicato alla cultura contadina, nel quale riuscì a coinvolgere un gruppo di giovani, tra cui artigiani, contadini e amici personali, avvicinatisi spontaneamente.

L’edificio fu restaurato con un contributo molto modesto, insufficiente a pagare degli operai per l’intera ristrutturazione, per cui l’apporto dei collaboratori si rivelò decisivo. Lombardo descrive i locali del museo, come la casa ri stari e la casa di massaria, i luoghi dove il contadino trascorreva gran parte del suo tempo, quando non era al lavoro, elencando alcuni dei manufatti custoditi al loro interno, come il cavastivali, ricavato da un aratro spezzato, secondo la logica popolare di non buttare via niente, ma di riutilizzare il possibile.

Come spiega il narratore, con le ambizioni di diventare un centro di aggregazione culturale rivolto ai giovani e ai contadini del luogo, Uccello tentava costantemente di coinvolgerli nei momenti più significativi della vita del museo. È in questo contesto che si inserisce l’intervento di don Paolo Leone, contadino esperto di lavorazione artistica del legno, che ha partecipato all’allestimento del trappitu e della casa di massaria. In dialetto siciliano, Leone racconta la sua esperienza nella fase dei lavori di sgombero e di riallestimento del palazzo, diventando decisivo, come Anna, la moglie di Uccello, anch’ella di origine contadina, nello spiegare al fondatore come andavano ricostruiti gli ambienti.

Mentre il contadino racconta, la telecamera mostra alcune delle sue sculture. Un canto popolare introduce a un’altra delle attività di ricerca di Uccello, quella dedicata ai canti popolari tipici del mondo contadino. Uccello, che era anche un insegnante e un etnomusicologo, per conto della stessa RAI, dedicò grande attenzione ai canti religiosi, di lavoro e d’amore, appartenenti alla cultura popolare, considerati come un patrimonio da salvaguardare e difendere gelosamente. Tendeva, quindi, a diffidare dalle operazioni di riproposizione della musica popolare che ignoravano il contesto storico e sociale da cui il canto era stato raccolto, la funzione culturale che esso assolveva e le modalità espressive con cui veniva realizzato. In tal senso, aveva intrapreso una collaborazione con un gruppo musicale, i Cilliri, composto da musicisti come il percussionista Antonio Paguni e il cantautore Carlo Muratori, spesso presenti all’interno delle iniziative del museo. Dopo aver eseguito insieme al gruppo un canto popolare, Ju sugnu nta la valli di Minnola, proprio Muratori, oggi musicista affermato a livello internazionale, racconta delle divergenze che a volte si creavano con Uccello, per disparità di vedute ed esigenze, che per i musicisti non erano solo culturali, ma legate allo spettacolo e a scelte artistiche. Riferisce il consiglio di Uccello sul limitare la rappresentazione di spettacoli come le novene solo a luoghi specifici, come la stessa Casa Museo, mantenendo l’alterità rappresentata dai canti, considerati alternativi alla cultura borghese. Un’alterità rispetto alla classe dominante che andava mantenuta costantemente.

L'ebanista Gianno Malignaggi spiega a De Seta il resauro di un collare di buoi raffigurante San Giorgio , da Dedicato a Antonino Uccello, 2003

L’ebanista Gianno Malignaggi spiega a De Seta il restauro di un collare di buoi raffigurante San Giorgio , da Dedicato a Antonino Uccello, 2003

La sistemazione del museo comportò diversi anni di duro lavoro, che andava dalla ricerca degli oggetti, al loro restauro, fino alla collocazione dei manufatti all’interno degli ambienti del museo. Come racconta Gianni Malignaggi, restauratore ed ex collaboratore di Uccello, quando si aprì la Casa Museo, si discuteva su come effettuare il restauro, probabilmente uno dei momenti più delicati di questo lavoro. Non doveva essere un restauro tradizionale che inseguiva il bello, ma uno che guardava al vero. Anche gli oggetti rotti dovevano restare rotti, come forma di rispetto per i manufatti stessi e per ciò che rappresentavano.

Uno degli appuntamenti più importanti per la Casa Museo era il Natale, quando si allestiva il presepe e Uccello sceglieva personalmente e meticolosamente le statuette, tutte provenienti da botteghe artigiane dell’area iblea. Una novena cantata dai bambini precede il commento di Giovanni Leone, altro storico collaboratore di Uccello e curatore di ogni edizione del Natale all’interno del museo. Il presepe veniva cambiato ogni anno, mentre quello dell’anno precedente veniva distrutto. Si privilegiava un allestimento ispirato a paesaggi locali, a quartieri del paese e anche alle campagne di Palazzolo. Uno dei concetti alla base dell’allestimento dei presepi era la fedeltà a un certo tipo di ambiente, di società e di cultura.

In occasione dell’inaugurazione delle mostre, Antonino Uccello aveva l’abitudine di invitare i pasticceri del paese a preparare i dolci tipici della gastronomia iblea. La richiesta rispondeva soprattutto alla necessità di evitare che la tradizione gastronomica del mondo popolare potesse essere dimenticata e soppiantata dai prodotti della grande industria dolciaria italiana, sempre più in voga all’epoca. L’intervento di Salvatore Corsino, storico pasticcere di Palazzolo Acreide, coincide con un elenco sterminato di prodotti che, grazie ad Uccello, sono stati riscoperti e tornati in voga, anche oggi. Tra ricordi e aneddoti legati all’allestimento e alle varie manifestazioni, le interviste hanno la finalità di ricostruire il pensiero del poeta Uccello, la cui visione di salvaguardare un mondo che stava scomparendo, consentiva di dare voce alla cultura degli ultimi.

Agli amici del “professore”, come spiega lo stesso Luigi Lombardo in conclusione, era rimasta una doppia tristezza. Da un lato, il vuoto incolmabile lasciato dalla scomparsa dell’artefice demiurgo della Casa Museo, dall’altro, l’amarezza di vedere le porte del suo “capolavoro”, chiuse al mondo esterno.

La festa di San Paolo a Palazzolo Acreide, da Dedicato ad Antonino Uccello, 2003

La festa di San Paolo a Palazzolo Acreide, da Dedicato ad Antonino Uccello, 2003

La dedica di Vittorio De Seta

Nel 2003 Vittorio De Seta firma il mediometraggio Dedicato ad Antonino Uccello 5. Come raccontato in un’intervista dallo stesso regista (Gullo 2003), il documentario era il suo modo per saldare un debito verso Uccello. I due, accomunati dalla passione per la documentazione della cultura popolare siciliana, si erano incontrati nel 1978, poco prima della scomparsa dell’antropologo, per una videointervista che doveva rientrare in un ciclo di documentari sulla Sicilia prodotto alla RAI. Tuttavia, dei due nastri in cui era incisa l’intervista, uno per le immagini e l’altro per il sonoro, il secondo andò perduto. Nonostante De Seta avesse tentato di ricostruire l’audio, anche facendo leggere le labbra a dei sordomuti, non riuscì a recuperare il materiale. Considerò quest’opera come un modo per ripagarlo di una mancanza.

Introducendo il pensiero di Uccello, De Seta contrappone, senza alcun commento, le immagini del mondo contadino e del lavoro nei campi, con quelle delle industrie e del lavoro in fabbrica. Se la moglie Anna Caligiore ne ricorda l’esperienza di maestro elementare e la devozione degli alunni che si presentavano a scuola solo quando c’era lui, l’ebanista Gianni Malignaggi si sofferma sul grande sacrificio personale con cui Uccello ha condotto le sue ricerche e sul grande fascino esercitato verso i giovani. Grazie a lui molti hanno imparato a comprendere il valore del mondo contadino e a leggere la società in altro modo, persuasi della necessità di salvaguardare il patrimonio culturale.

Per il musicista Carlo Muratori, la poesia di Uccello scaturiva dal suo amore per un mondo che aveva cercato di proteggere. Il suo successo fu determinato dal fatto che il ricercatore manteneva un animo da poeta dentro di sé, che gli consentiva di attribuire a ogni manufatto un messaggio poetico, oltre che una funzione etnologica.

Il poeta Sebastiano Tanasi ne ricorda la forza d’animo, capace di spingerlo a spostarsi al centro della Sicilia solo per intervistare un pecoraio o parlare con uno che raccontava u cuntu 6 e che gli consentiva di mettere a loro agio gli interlocutori, spingendoli ad aprirsi. Il luogo che aveva creato, la Casa Museo, non era un semplice museo, ma un luogo in cui, grazie alla partecipazione di certi personaggi, Uccello riusciva a far rivivere ognuno degli oggetti raccolti. Nonostante la laurea in lettere, aveva sempre lasciato intendere di non aver conseguito alcun titolo, probabilmente perché si trattava di qualcosa di acquisito soprattutto per sua cultura personale, di cui non voleva vantarsi. Soleva definirsi un potente: «dui su i putenti, cu iavi assai e cu nun avi nenti» 7.

Nel documentario trovavano spazio anche Rosario Acquaviva, oggi direttore de I luoghi del lavoro contadino e ideale continuatore dell’operato di Antonino Uccello nella vicina Buscemi e presso il mulino ad acqua Santa Lucia di Palazzolo, e Giovanni Leone, altro collaboratore di Uccello, che racconta della realizzazione dei presepi per la Casa Museo, nei quali scelsero di inserire elementi e luoghi del paese.

Come ricordato da Luigi Lombardo e da Gianni Malignaggi, Uccello era un ateo, di inclinazione materialista e gramsciana, che si prodigava di realizzare eventi in occasione delle festività religiose. La sola visione della statua di San Paolo, patrono di Palazzolo Acreide e protettore del mondo contadino, portato a spalla dai devoti e accompagnato dal viaggio scalzo delle donne in processione, era qualcosa che lo commuoveva, nonostante avesse uno spirito laico molto profondo. La sua, infatti, era una forma di religiosità popolare molto distante da quella ufficiale.

Se non fosse scomparso prematuramente, Uccello non avrebbe mai smesso di raccogliere, conservare e ordinare oggetti e manufatti. La sua sete di verità e bellezza era qualcosa di inestinguibile, come si addice a un vero poeta.

Il documentario concede ampio spazio alle interviste, ma l’opera non ha nulla di celebrativo e non parla solo di Uccello e della Casa Museo. C’è molta Sicilia, sia del passato che del presente, con inserti di alcuni dei lavori precedenti di De Seta, come Parabola d’oro, delle cattedrali nel deserto che hanno deturpato le coste e dello smog delle ciminiere di Gela.

Fondali di vantastorie e  chiavi di carretto in una ala del Museo, da Antonino Uccello e la Casa Museo 2011

Fondali di Cantastorie e chiavi di carretto in una ala del Museo, da Antonino Uccello e la Casa Museo 2011

L’ultimo ricordo di Aiello e Di Maio

Nel 2011 Giuseppe Di Maio e Alessandro Aiello firmano quello che, ad oggi, sembra essere il documentario più recente dedicato alla Casa Museo, Antonino Uccello e la Casa Museo. Introdotto da immagini d’archivio sul lavoro nei campi, il documentario si apre con una voce narrante che recita dei brani tratti dalle prime pagine de La Casa di Icaro, il libro di memorie dell’etnoantropologo.

Anche per questo film si sceglie la forma dell’intervista, che diventa una ricerca tra i ricordi di chi ha vissuto l’epopea della Casa Museo ed è stato accanto al professore. Insieme agli inserti di fotografie legate al mondo contadino, la citazione di brani dall’autobiografia di Uccello è una soluzione che i due registi adottano più volte nel corso dell’audiovisivo, introducendo gli interventi e contestualizzandoli. Nell’autobiografia Uccello spiega come è nato il suo interesse per il mondo contadino, racconta delle sue frequentazioni quando viveva in Brianza e anche della sua attività di ricerca, anche per conto della RAI.

Il primo intervistato è Gianni Malignaggi, che racconta che Uccello si avvicinò alla civiltà contadina di Palazzolo dopo aver ottenuto un incarico come insegnante in una scuola rurale in contrada Aguglia 8, che lo ha avvicinato a questo mondo e in cui ha conosciuto anche la moglie Anna, che insieme ai suoi futuri suoceri e ad altri contadini, era parte di quel mondo di lavoratori della terra da cui rimase affascinato. Ha cominciato a interpretarlo con la visione poetica, poiché era proprio dalla poesia che nasceva la sua figura di intellettuale. Si sposò e andò in Brianza dove rimase diversi anni e conobbe una serie di personaggi, tra scrittori, intellettuali o artisti, come Ernesto Treccani, Vanni Scheiwiller e Pietro Manzoni e si legò moltissimo a quel mondo culturale. Non è stato solo un raccoglitore di oggetti, ma è stato colui che di quegli oggetti ha spiegato il significato, perché ognuno di quei manufatti, a prescindere dalla sua funzione, aveva una storia dietro, che è quella della Sicilia e della storia della civiltà contadina.

Le parole di Uccello descrivono la composizione della sua raccolta, tra le collezioni più complete della Sicilia, con manufatti provenienti soprattutto dalle province di Siracusa e Ragusa, e nastri magnetici contenenti materiale etnomusicale, realizzati grazie al supporto del Centro Nazionale di Studi di Musica Popolare – Accademia Nazionale di Santa Cecilia. A questo patrimonio di cultura popolare ha dato una casa, presso il settecentesco Palazzo Ferla, sito in un quartiere popolare, non stravolto dai cambiamenti urbanistici.

L’intervista a Rita Insolia, all’epoca dirigente responsabile della Casa Museo, completa il racconto del materiale raccolto da Uccello insieme alla moglie, a cui ha dato una nuova casa al suo rientro dalla Brianza. Dove può, ricostruisce gli ambienti, come la casa del massaro, in altre sale si limita ad allestire. Lui stesso ha vissuto in quella casa insieme alla famiglia, inaugurando il museo nel 1971 e seguendolo fino alla sua morte nel 1979. Nel 1983 il museo sarebbe passato alla Regione Siciliana, consentendo di conservare la sua raccolta ed evitandone lo smembramento.

Alle parole della dirigente, quasi a metà dell’audiovisivo, si affiancano finalmente le immagini della Casa Museo e dei suoi ambienti, che vengono descritti nel dettaglio, anche se le immagini appaiono statiche, quasi come se fossero state ottenute scorrendo delle fotografie. Proprio le fotografie, a detta della dirigente, avevano un ruolo importante nel mondo contadino.

Lo conferma l’intervento di Giovanni Leone, che menziona l’episodio dell’emigrante ritornato dall’Australia che regalò a Uccello il portafotografie di famiglia, con all’interno delle foto antiche dalle cornici in seta. L’australiano riconobbe Uccello come l’unico in grado di prendersi cura di un materiale prezioso che, se portato in Australia, sarebbe altrimenti andato perduto.

L’obiettivo di Uccello è sempre stato quello di rappresentare la realtà del mondo contadino e di far vivere al museo le varie stagioni e le feste, cambiando aspetto a ogni occasione. Una soluzione che oggi appare attualissima e spesso utilizzata nei musei più innovativi e all’avanguardia, che cambiano periodicamente l’allestimento, spingendo i visitatori a ritornare più volte a vederli.

In conclusione, Gianni Malignaggi azzarda un paragone per nulla forzato tra Uccello e Pasolini, nella comune convinzione che quando scompare un mondo e non se ne crea un altro è un danno per l’umanità. La scomparsa della civiltà contadina, dovuta al consumismo imperante, ha creato un disastro nella società. Uccello è stato un precursore per aver capito prima di tutti che il consumismo avrebbe distrutto non solo la civiltà contadina, ma anche la civiltà stessa. La conservazione non era un fatto ottocentesco di conservare testimonianze di un tempo, ma il tentativo di capire la storia della città e della Sicilia.

Alcune delle fotografie all'interno della Casa  ri stari, da Antonino Uccello e la Casa Museo, 2011

Alcune delle fotografie all’interno della casa ri stari, da Antonino Uccello e la Casa Museo, 2011

Il poeta gentile e il museo “vivo”

Quattro produzioni, quattro decenni diversi, hanno fornito quattro interpretazioni della Casa Museo e dell’opera del suo fondatore Antonino Uccello, seguendone anche l’evoluzione delle vicende nel corso del tempo. Solo il documentario di Saitta, girato quando Uccello era ancora in vita e il museo in piena attività, non utilizza la formula delle interviste, ma adotta una voce narrante e un sottofondo musicale, oltre a mostrare ambienti in piena attività. Forse non è un caso che l’ultimo allestimento della Casa Museo, riaperta il 28 febbraio 2026, dopo quattro anni di chiusura per restauro, sembri ispirato proprio a quello mostrato all’interno del film di Saitta.

Per quanto si parli del museo, anche in maniera accurata, spesso le produzioni avvengono in momenti in cui la struttura è chiusa o parzialmente fruibile, riflettendo l’amaro destino di una realtà museale dall’esistenza spesso travagliata, che tanta amarezza aveva lasciato al suo fondatore.

Dal ricordo degli amici, figure ricorrenti in quasi tutte le opere, i cui volti sono cambiati di produzione in produzione con lo scorrere del tempo, dal brillare dei loro occhi mentre cercano nella propria mente i ricordi più belli e caratteristici di quell’epoca rivoluzionaria, dall’entusiasmo con cui raccontano i vari episodi condivisi con Uccello, emerge un ricordo ancora vivo, di un intellettuale che non avrebbe potuto nascere e vivere in altro luogo che non fosse la Sicilia. Un animo gentile, dalla personalità così determinante da segnare le loro vite, condizionarne gli interessi, i punti di vista e il modo di vedere il mondo e la vita quotidiana.

Nel frattempo, il mondo è cambiato, la Sicilia ha da tempo esaurito l’ottimismo verso il progresso e oggi fa i conti con le sue conseguenze. Di fronte a condizioni di benessere diffuso, ci sono ancora classi sociali sofferenti e sfruttate che hanno, come in passato, l’unico obiettivo della sopravvivenza. Nel frattempo, il tanto temuto consumismo è infine riuscito a soppiantare la tradizione.

L’opera di Uccello oggi rimane nella memoria e nelle azioni di chi lo ha conosciuto e ha frequentato il suo museo “vivo”, sapientemente costruito. La sua attenzione a temi come la salvaguardia delle tradizioni e del patrimonio culturale, oggi, assumerebbe anche la forma di una militanza, estendibile anche in campo ambientale, nella difesa delle aree protette e da proteggere, nel trattare i miasmi industriali e le loro conseguenze, nei temi dell’immigrazione e dell’accoglienza. La cura per la memoria permane ancora oggi e va indagata anche nel rapporto che gli uomini hanno con essa, nel modo in cui rispettano la natura, le tradizioni e anche nelle radici del sentimento religioso. Il racconto della Sicilia si è evoluto con la società e questo ha reso strumenti come il documentario, ancora più preziosi per l’approfondimento e il ricordo, ma anche per la sperimentazione del linguaggio audiovisivo.

Uccello è stato un poeta e un ricercatore apprezzato dai grandi intellettuali, ma capace di commuoversi anche davanti alle piccole cose, che ha fatto la fortuna della sua inconsapevole cittadinanza e che ha saputo mostrare ai suoi contemporanei la bellezza della cultura, facendone, con sacrificio, una missione di vita. Ha suggestionato un’intera comunità, esponendosi in prima persona contro la società della distruzione, della cementificazione, della disgregazione del patrimonio artistico e culturale e ha saputo vedere l’arte anche nella semplicità, nelle espressioni di una cultura, economicamente povera, ma dall’alto valore simbolico. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Testo presentato al Convegno di studi Valorizzare, connettere, innovare: il futuro dei musei etnoantropologici, Scordia 5 giugno 2026
Note
[1] https://www.youtube.com/watch?v=R1prB5x0vT0.
[2] https://kaleidos.cricd.it/it/ricerca/iccd/1949.
[3] Letteralmente “la casa dove stare”, dove si trovava la camera da letto, e “la casa di masseria”, dove si svolgevano le attività giornaliere, si cucinava, si tesseva e si trascorreva la quotidianità.
[4] http://www.regionesicilia.rai.it/dl/sicilia/video/ContentItem-0abf7446-7459-4c4a-97b2-55e8f5a3611c.html.
[5] https://kaleidos.cricd.it/it/ricerca/iccd/1930.
[6] Racconto di tradizione popolare, solitamente di tipo epico.
[7] In dialetto: due sono i potenti, chi ha molto e chi non ha niente.
[8] La contrada, a pochi chilometri da Palazzolo Acreide, si trova in realtà in territorio di Noto. L’ex scuola, oggi abitazione privata, è la location di alcuni degli ultimi interventi degli intervistati.
Riferimenti bibliografici
L. Budigna, Pupi e carrettini variopinti ricordano la Sicilia di ieri, «La Settimana Incom Illustrata», 28 aprile 1960.
G. Caproni, Canti del Val di Noto, «La Fiera Letteraria», 21 giugno 1959.
A. De Filippo, Ugo Saitta Cineoperatore. Il cinema come speranza di riscatto per la Sicilia, Bonanno Editore, Acireale-Roma, 2012.
F. Fancello, Il cinema industriale in Sicilia: progresso e trasformazione del paesaggio siciliano, «Stratigrafie del paesaggio – Uomo e ambiente nel paesaggio siciliano», n. 3, 2022: 25-27.
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Fabio Fancello, dottorando di ricerca in “Processi formativi, modelli teorico-trasformativi e metodi di ricerca applicati al territorio” presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Catania e cultore della materia in “Storia dei Nuovi Media” presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Ha studiato cinema d’impresa, documentario antropologico e cinema archeologico. Si interessa di cinema e audiovisivo, cultura popolare, patrimonio culturale e cineturismo e collabora con realtà editoriali e produzioni audiovisive.

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