Scordia, 5 giugno 2026
Nell’ambito degli eventi previsti dalla “Settimana della cultura”, lo scorso 5 giugno la città di Scordia ha ospitato il convegno di studi Valorizzare, connettere, innovare: il futuro dei musei etnoantropologici. L’iniziativa si proponeva – come obiettivo finale – l’individuazione di strategie di gestione, tutela e valorizzazione del “Museo civico etno-antropologico e archivio storico ‘Mario De Mauro’” che, fondato da Nuccio Gambera, può ormai vantare un’attività quasi cinquantennale.
Ponendo al centro dell’iniziativa il ruolo esercitato e ricoperto dai “piccoli etnografici musei” [1] e dagli ecomusei presenti sul territorio siciliano, il convegno si è configurato, pertanto, come un’importante occasione di approfondimento e confronto sui temi proposti, anche attraverso l’individuazione di fondamentali concetti-chiave, quali futuro, comunità e rete. La necessità di valorizzare il patrimonio materiale e immateriale, unita all’esigenza di promuovere un momento di confronto basato sulla circolazione di buone prassi o, semplicemente, di proposte innovative, ha reso possibile che l’interesse attorno all’iniziativa fosse ampio e condiviso, con una discreta partecipazione da parte della cittadinanza e la presenza di un parterre di relatori in grado di approfondire e trattare tematiche tra loro eterogenee.
Futuro comunità rete, s’è detto: questi imprescindibili concetti-chiave hanno rappresentato e dovranno rappresentare il faro in grado di guidare la rotta dei museografi di ambito antropologico che verranno. Da oltre un ventennio, del resto, il dibattito di stampo antropologico-museale ha raggiunto una straordinaria densità e una altrettanto cospicua partecipazione [2].
D’altronde, la museografia etnoantropologica ha, in Italia, radici forti e profonde, con esempi prestigiosi di impegno individuale e associativo: basti pensare al Museo etnografico siciliano, inaugurato a Palermo nel 1909 da Giuseppe Pitrè e poi rivitalizzato a metà anni trenta da Giuseppe Cocchiara; al Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari, nato sulla base delle raccolte etnografiche di Lamberto Loria, poi confluite nell’allestimento di Paolo Toschi di metà anni cinquanta. Si pensi ai tanti, fondamentali esempi di museografia regionale: da Giuseppe Šebesta, con il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige (TN) [oggi noto come METS - Museo etnografico trentino San Michele], fino a giungere ad Ettore Guatelli, con il suo affascinante e, per certi versi, onirico museo di Ozzano Taro (PR). Numerosissime e variegate sono le esperienze siciliane: dalla casa-museo di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide (SR) all’esperienza del Museo internazionale delle marionette ‘Antonio Pasqualino’ di Palermo, fino a giungere al Museo delle tradizioni silvo-pastorali ‘Giuseppe Cocchiara’ di Mistretta (ME), inaugurato nel 2007 sotto la conduzione di Sergio Todesco, passando per le esperienze dell’Ecomuseo “I luoghi del lavoro contadino e dei mestieri” di Buscemi e Palazzolo Acreide (SR), sorto su iniziativa di Rosario Acquaviva, e del Museo Etnografico ‘Nunzio Bruno’ di Floridia (SR), intitolato alla memoria del suo fondatore e oggi confluito nel più vasto network ecomuseale Sistema Rete Museale Iblei, in grado di raggruppare ben undici comuni dell’area siracusana.
Quest’elenco sommario, affrettato e certamente lacunoso, vuole soltanto rappresentare il dinamismo che ha permeato e continua a permeare l’ambito della museografia etnoantropologica italiana, che continua a ripensare sé stessa e rinnovare con vigore le proprie idee e strategie, facendo proprie istanze e teorie provenienti anche da oltre confine [3]. Un esempio, in tal senso, è rappresentato dalla diffusione anche in Italia del sistema degli ecomusei e di quella dialettica connessa allo sviluppo locale affermatasi in chiave globale grazie al pensiero di Hugues de Varine, che da oltre 50 anni rappresenta una tra le personalità di maggior riferimento in tema di gestione ecomuseale.
Gli Archivi e la memoria delle comunità
Al convegno di Scordia, chi scrive ha avuto la possibilità di applicare concetti e principi tipici della riflessione antropologica al ruolo esercitato dagli Archivi di Stato nella costruzione della memoria e dell’identità di un territorio. Per meglio comprendere in che modo effettuare una rilettura degli Archivi di Stato secondo una prospettiva non soltanto storiografico-archivistica ma anche etnoantropologica, occorre tuttavia effettuare una necessaria ricostruzione di alcuni passaggi normativi che hanno configurato, ad oggi, questi istituti culturali. Presenti in ogni capoluogo di provincia italiano, gli Archivi di Stato sono uffici periferici del Ministero della cultura [4]. Tuttavia, non sempre è stato così. Fino al 1974, anno in cui fu istituito il Ministero per i beni culturali e ambientali, gli Archivi di Stato costituivano delle diramazioni del Ministero dell’interno, con compiti, dunque, di custodia e carattere di “segretezza”: la possibilità di accedere alla consultazione della documentazione qui conservata era limitata, connessa a particolari esigenze di ricerca storica. La transizione verso il Ministero per i beni culturali e ambientali ha comportato, pertanto, un’apertura degli Archivi di Stato verso l’utenza esterna, verso la cittadinanza. Quest’aspetto si rafforzò ulteriormente trent’anni dopo quando, nel 2004, entrò in vigore il D.lgs. 42, meglio noto come Codice dei beni culturali e del paesaggio, che disciplina le misure di tutela, salvaguardia e valorizzazione di beni culturali e paesaggio.
Proprio i concetti di tutela, salvaguardia e valorizzazione sono i pilastri attorno ai quali si struttura il D.lgs. 42/2004, in linea con quanto prescritto dall’art. 9 della Costituzione, secondo cui «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Ma, mentre i principi di tutela e salvaguardia del patrimonio culturale e paesaggistico ricadono tra le competenze esclusive del settore pubblico, per quanto riguarda la valorizzazione il Codice auspica forme di compartecipazione tra pubblico e privato, secondo un principio di sussidiarietà orizzontale. In particolare, l’art. 6 del Codice stabilisce che
«la valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, anche da parte delle persone diversamente abili, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura. […]. La Repubblica favorisce e sostiene la partecipazione dei soggetti privati, singoli o associati, alla valorizzazione del patrimonio culturale».
In parole povere, lo Stato – e tutte le sue diramazioni locali – deve sorreggere e incentivare l’iniziativa di singoli individui o associazioni, favorendone la relativa azione nei processi di promozione del patrimonio pubblico.
Ad analoghi obiettivi, esattamente un anno dopo, mirava la “Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società”, trattato internazionale risalente al 2005, meglio conosciuto come Convenzione di Faro, dal nome della città portoghese presso cui la stessa fu stipulata. Ratificata dall’Italia soltanto nel 2020, la Convenzione di Faro mette in evidenza il diritto all’eredità culturale da parte delle comunità. In ciò, la compartecipazione dei cittadini ai processi e ai programmi di patrimonializzazione culturale diventa non sono necessaria ma anche indispensabile. Dal sito ufficiale del Consiglio d’Europa, si può liberamente scaricare un file pdf in lingua italiana, nel quale si sottolinea come
«la Convenzione di Faro enfatizza importanti aspetti del patrimonio culturale in relazione ai diritti umani e alla democrazia. Promuove una più ampia comprensione del patrimonio e delle sue relazioni con le comunità e la società e incoraggia i cittadini a riconoscere l’importanza di oggetti e siti del patrimonio culturale attraverso i significati e i valori che questi elementi rappresentano per loro» [5].
Dal punto di vista della riflessione etnoantropologica, il concetto probabilmente più rilevante che emerge dalla lettura della convenzione è quello di comunità di eredità, gruppo coeso di persone accomunate dalla comune attribuzione di valori a un insieme di aspetti riguardanti il patrimonio culturale della propria comunità di appartenenza. In base a tale condivisione, la comunità di eredità, nota anche come comunità patrimoniale, andrà considerata come soggetto coinvolto nei processi di valorizzazione e trasmissione, alle generazioni future, del patrimonio culturale. I musei e, per traslato, gli istituti culturali diventano essi stessi luoghi di patrimonializzazione delle comunità che intendono rappresentare, in un’ottica di dialogo, inclusione sociale e costruzione di un’identità dinamica.
È il caso di quanto accaduto nell’ultimo quinquennio all’Archivio di Stato di Ragusa, presso cui si sono innescati dei meccanismi virtuosi che hanno condotto la comunità locale a una sempre maggiore partecipazione alle iniziative programmate e realizzate dall’Istituto e, progressivamente, a un processo dal basso che ha determinato un vero e proprio fenomeno di patrimonializzazione di sé stessa. Per comprendere tutto questo occorrerà fare ricorso ad esempi concreti, relativi ad eventi svolti nel periodo 2021-2026.
Alla scoperta di Ragusa e del suo paesaggio culturale
Nel corso dell’arco temporale in questione, l’Archivio di Stato di Ragusa ha stipulato diversi accordi di partenariato, tanto con enti pubblici – Comune di Ragusa, Università e numerosi istituti scolastici di tutta la provincia – quanto con associazioni locali, tra le quali, in primo luogo, la Società ragusana di storia patria e l’Archivio degli Iblei. Ma soprattutto, in virtù del successo riscontrato da alcune iniziative di valorizzazione, è aumentata la collaborazione attiva e partecipe da parte della comunità locale, che ha riconosciuto la memoria delle proprie radici culturali come un fondamentale elemento da tutelare, salvaguardare e trasmettere alle generazioni future. Questo si è tradotto in pratiche, dal basso, di riconoscimento identitario.
La prima di tali esperienze è stata resa possibile grazie a un progetto ideato e condotto da Chiara Ottaviano, già docente di Storia e sociologia della comunicazione di massa al Politecnico di Torino, nonché fondatrice e presidente dell’APS Archivio degli Iblei. Coinvolgendo altre istituzioni, tra le quali lo stesso Archivio di Stato, il Comune di Ragusa, il Carat – Ecomuseo Ragusa e la Struttura Didattica Speciale di Ragusa – Università di Catania, sin dall’anno scolastico 2021/22 il progetto denominato Alla scoperta di Ragusa e del suo paesaggio culturale ha coinvolto decine di insegnanti e centinaia di studenti di Ragusa. Il progetto, infatti, si configura come un laboratorio di public history destinato tanto ai docenti degli istituti scolastici – di ogni ordine e grado – di Ragusa quanto ai loro studenti, con il coinvolgimento diretto di singoli cittadini, chiamati a fornire le loro testimonianze e mettere a disposizione le proprie esperienze e conoscenze. «L’obiettivo generale» del progetto, possiamo leggere nel relativo sito web, «è stata la conoscenza della storia della città e del suo paesaggio culturale come esito di un’attività di concreta ricerca attraverso l’uso di fonti diverse, comprese quelle iconografiche e quelle orali» [6].
Nel corso delle cinque edizioni del progetto, sono stati realizzati 43 laboratori tematici – con la produzione di altrettanti cortometraggi – che hanno registrato la partecipazione di oltre cento docenti delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie, ma soprattutto circa 1.700 studenti, dai 4 ai 18 anni. Quindici dei 43 laboratori hanno visto il coinvolgimento diretto dell’Archivio di Stato di Ragusa, che ha ospitato dapprima gli insegnanti, per una presa di contatto con il patrimonio documentale presente e, successivamente, i rispettivi studenti, che hanno ricostruito le storie dei loro progetti laboratoriali attingendo, in tal modo, direttamente alle fonti di prima mano [7]. Assolutamente di non secondaria importanza la presenza e il contributo offerti dalla cittadinanza ragusana, che si è fatta essa stessa comunità di eredità, attraverso la condivisione delle conoscenze e la narrazione di microstorie. In tal modo, quella visione dal basso della cultura e della relativa identità, promossa e stimolata dalla Convenzione di Faro, ha trovato una sua espressione compiuta, determinando diversificati processi di patrimonializzazione delle tante storie locali di questa realtà periferica d’Italia in un percorso complesso, condiviso e dinamico di trasmissione intergenerazionale delle conoscenze e di quel vasto patrimonio immateriale rappresentato dalle radici del proprio territorio. Sin dalla prima edizione del progetto, visione dal basso e condivisione delle conoscenze e del patrimonio sono state le chiavi del successo di questo riuscitissimo esperimento di public history. Da subito, del resto, è stato cruciale l’apporto determinato dalla partecipazione di privati cittadini, portatori di saperi e memorie fondamentali nella scoperta, da parte dei più giovani, delle proprie radici identitarie. Ascoltare, dalla viva voce dei testimoni della memoria, le tante microstorie caratterizzanti il passato della città di Ragusa è divenuto il valore aggiunto del progetto.
Un progetto nel quale, dunque, si sono intrecciate tre modalità di trasmissione del sapere: quella erudita, grazie all’apporto offerto da esperti del settore (docenti universitari, ricercatori, liberi professionisti); quella garantita dall’uso delle fonti, grazie alla consultazione di materiale di prima mano, qual è quello costituito dal patrimonio documentario d’archivio; quella pubblica, che ha previsto la modalità di trasmissione orale, attraverso la narrazione di testimoni viventi, portatori di memorie o semplici appassionati di storia locale.
Ogni anno, al termine di ciascuna edizione del progetto, i prodotti audiovisivi realizzati dai vari laboratori sono proiettati in occasione di una vera e propria festa, celebrata nello scenario di Piazza San Giovanni, sempre gremitissima di pubblico, curioso di scoprire esso stesso gli esiti dei vari percorsi di ricerca. Una festa in cui è la storia, declinata nelle sue molteplici sfaccettature, a ergersi a protagonista principale della scena: chiunque – negli anni – si sia trovato a prendere parte all’evento conclusivo del progetto Alla scoperta di Ragusa e del suo paesaggio culturale si è emozionato di fronte alla scoperta (o alla riscoperta) di un tassello della propria memoria identitaria, che è stato utile riesumare per rinverdire le radici dell’appartenenza comunitaria .
La città del petrolio. 70 anni di storia a Ragusa
A seguito delle ricerche effettuate dalla Gulf Oil Company, il 28 ottobre 1953 la città di Ragusa scopriva che, a quasi duemila metri di profondità, il proprio sottosuolo ospitava un vasto giacimento di petrolio. Per circa un decennio, fino alla metà degli anni sessanta, Ragusa assurse all’onore delle cronache, tanto nazionali quanto internazionali, per l’importanza del proprio bacino petrolifero. Le enormi quantità di oro nero estratto in quel decennio fecero ipotizzare che si potesse raggiungere, almeno a livello regionale, l’autonomia energetica, tanto che Ragusa venne ribattezzata, di volta in volta, come “la città del petrolio” o il “Texas d’Italia”. Ciò portò all’affermarsi di un immaginario complesso di percezioni attorno alla realtà estrattiva e industriale del capoluogo ibleo e, allo stesso tempo, alla diffusione di una retorica di esaltazione dell’evento legato alla scoperta del greggio, la cui relativa descrizione assunse i tratti della narrazione epica.
Nel giro di poco tempo e per un lasso temporale di qualche anno, la trivella sarebbe divenuta il simbolo più rappresentativo dell’immaginario di un intero territorio, tanto che, in quegli anni, nasceva a Ragusa un periodico ribattezzato proprio in tal modo. Inoltre, prese corpo tutta una serie di iniziative editoriali finalizzate a promuovere l’immagine di Ragusa come potenziale meta turistica, grazie alla presenza, all’interno del proprio territorio, degli impianti di estrazione del petrolio. La pervasività dell’immaginario petrolifero nella cultura grafica e nella messinscena identitaria di quegli anni è tale che persino l’Amministrazione comunale della città di Ragusa, nel biglietto d’auguri fatto circolare in occasione delle festività natalizie del 1954/55, utilizzò l’immagine della prova del fuoco eseguita presso il pozzo di petrolio sito nei pressi di contrada Pendente (vicino all’attuale casa circondariale). L’immagine di un’enorme massa di fumo nero sovrastante la città diveniva, in tale circostanza, non tanto un richiamo ai rischi derivati dall’inquinamento e dalla possibilità del diffondersi di disastri ambientali, quanto lo strumento tramite il quale veicolare un messaggio di auguri destinato all’intera popolazione.
Ricordiamo, del resto, che se oggi riconnettiamo tale tipologia di immagini a fenomeni come l’inquinamento, i disastri ambientali, le malattie oncologiche e tanto altro ancora di negativo, all’epoca nulla di tutto questo era percepito: quella tipologia di immagini richiamava esclusivamente quel “çiauru di sordi” di cui parlano gli anziani intervistati da Davide Bocchieri all’interno della propria tesi di laurea in Antropologia culturale [8]. La coscienza sui possibili rischi legati all’estrazione petrolifera sarebbe emersa soltanto dopo qualche decennio.
Ne conseguì che, agli occhi degli stessi ragusani, la città iblea iniziò a identificarsi con l’immagine della trivella o, ancor più frequentemente, con quella delle torri estrattive (i cosiddetti derrick). Tali rappresentazioni, in tutti i prodotti a stampa dell’epoca (cartoline postali, immagini promozionali della città, la copertina di una guida turistica poi mai pubblicata), furono sempre associate e accostate a quelle degli elementi architettonici più caratteristici del capoluogo ibleo: dal portale di San Giorgio alla cattedrale di San Giovanni, dai Giardini iblei di Ragusa Ibla ai due ponti della città (ricordiamo che il terzo, il Ponte San Vito, fu realizzato negli anni sessanta proprio grazie ai fondi – le royalties – pervenuti grazie alle estrazioni petrolifere). La storia recente della città, pertanto, non può fare a meno che intrecciarsi con quella legata alla scoperta e all’estrazione del petrolio e alla successiva nascita di un comparto industriale connesso alla lavorazione di materie plastiche e conglomerati bituminosi.
Quando, pertanto, nell’autunno 2023, approssimandosi il settantesimo anniversario della scoperta del giacimento petrolifero, l’Archivio di Stato di Ragusa iniziò a pianificare la realizzazione di un evento legato a tale ricorrenza, la cittadinanza rispose spontaneamente e in modo singolare.
A settant’anni esatti da quella scoperta, il 28 ottobre 2023 l’Archivio di Stato di Ragusa organizzò un convegno di studi ospitato presso l’auditorium della locale Camera di Commercio, e, presso la propria sede, una mostra documentaria e di cimeli d’epoca [9]. Nelle settimane precedenti l’inaugurazione dell’esposizione, sparsasi in città la voce sull’imminente iniziativa, numerosi cittadini si offrirono di contribuire, mettendo a disposizione, in prestito, materiale di vario genere: dai ritagli di giornale alle foto d’epoca, dai documenti originali agli attestati di servizio, fino a giungere alle divise degli operai dell’epoca, come giacche ed elmetti della celebre A.B.C.D [10].
Il senso di appartenenza della comunità ragusana assumeva i contorni, dunque, di una partecipazione volontaria ed entusiasta, traducendosi nella volontà collettiva di manifestare il ricordo di un recente passato, incarnato dalle esperienze dirette di nonni e genitori, e nei confronti del quale, pertanto, esprimere tutto il proprio orgoglio. La memoria dell’esperienza petrolifera, così, si sublimava in forme patrimonializzate del ricordo, riaffermando nel tempo presente quella identificazione di un intero territorio a un periodo storico connotato da un’esperienza industriale in grado di lasciare una traccia indelebile nella rappresentazione, da parte della comunità locale, del proprio passato.
Territorio ibleo e patrimonio archivistico
Al fine di celebrare il settantesimo anniversario della sua istituzione, nel dicembre 2025 l’Archivio di Stato di Ragusa ha promosso e organizzato due giornate di studi, intitolate Territorio ibleo e patrimonio archivistico, realizzate grazie al supporto di organismi locali quali il Comune di Ragusa, la Società ragusana di storia patria e l’APS Archivio degli Iblei. Pensato, nelle sue linee essenziali, già un anno prima, il convegno ha registrato una lunga fase preparatoria, durante la quale è stata pubblicata una call for papers, alla quale hanno risposto oltre trenta studiosi di varia estrazione disciplinare e territoriale. Ne è risultata una presenza piuttosto variegata di ricercatori, provenienti sia dall’ambito locale ma anche da atenei di varie città italiane (Bologna, Firenze, Siena, Roma Tor Vergata, Napoli Federico II, Palermo, Messina, Catania).
Le giornate di studi, suddivise in quattro sessioni di lavori, si sono svolte il 12 e 13 dicembre, facendo registrare una nutrita partecipazione di pubblico e suscitando grande interesse presso la cittadinanza. In particolare, è stata la prima sessione, svoltasi la mattina di venerdì 12 dicembre, a ottenere i numeri più eclatanti, anche grazie al coinvolgimento di alcuni istituti scolastici della città. L’intera prima parte dei lavori, difatti, è stata riservata alla narrazione delle esperienze svolte in Archivio dal pubblico più giovane. È così che si sono alternate le relazioni di alcuni docenti di scuole secondarie di I grado, ma anche quella di un’insegnante della Scuola dell’Infanzia “Bruno Munari”, che ha descritto l’entusiasmo provato dai suoi giovanissimi alunni, in visita qualche mese prima all’Archivio di Stato per sfogliare alcuni registri notarili di inizio Settecento, mostrati loro per descrivere i percorsi di ricostruzione della città dopo il devastante terremoto dell’11 gennaio 1693.
Ma la più ampia e sentita partecipazione di ragazzi si è avuta grazie alla presenza di alcuni studenti di liceo, che nel corso dei mesi precedenti – nell’ambito di percorsi di Educazione civica previsti dai rispettivi curricula scolastici – avevano frequentato l’Archivio per effettuare ricerche relative, rispettivamente, al periodo risorgimentale e alla Liberazione dal nazifascismo. Questi studenti, appartenenti alle classi IV e V del Liceo Classico “Umberto I”, hanno così portato in scena due emozionanti teatralizzazioni: nel primo caso, in cui sono stati coinvolti gli studenti del quarto anno, questi hanno costruito una sceneggiatura e rappresentato uno spaccato inedito del Risorgimento in area iblea, riletto e reinterpretato grazie alle carte della corrispondenza epistolare tra Antonio Statella e la figlia Caterina, nelle settimane immediatamente successive allo sbarco in Sicilia delle truppe garibaldine [11]. Dopo aver ricoperto il ruolo di Ministro degli esteri del Regno delle Due Sicilie per circa un decennio [12], Antonio Statella fu nominato Presidente del Consiglio dei Ministri, il 13 marzo 1860, da Francesco II. Tale carica ebbe vita brevissima, concludendosi in soli tre mesi, durante i quali avvenne lo sbarco dei Mille. L’epistolario con la figlia costituisce una testimonianza fondamentale per ricostruire le vicende di tale decisiva fase risorgimentale, attraverso una privilegiata lente d’osservazione, attraverso la quale si riesce a percepire quanto la monarchia borbonica sottovalutasse le potenzialità e l’impatto delle “camice rosse”.
La teatralizzazione dell’epistolario tra Antonio e Caterina Statella, portata in scena dagli studenti, ha focalizzato la propria attenzione sul gap generazionale esistente tra padre e figlia e, di conseguenza, su come ciò si tradusse in termini di approccio di fronte agli eventi di quel periodo, anche in virtù del fatto che quest’ultima osservava l’evoluzione degli eventi dalla sua dimora catanese, mentre il padre continuava a svolgere il proprio ruolo politico dalla sua residenza di Napoli, capitale – ancora per poco – del Regno [13]. Storia politica, questioni di genere, strategie militari si intrecciano, dunque, in questa interessante corrispondenza: i giovani attori hanno abilmente sintetizzato le principali questioni attorno a cui si dipana il rapporto tra i protagonisti dello scambio epistolare, restituendo le chiavi di un contesto altrimenti poco noto, non soltanto al vasto pubblico ma persino alla storiografia risorgimentale. Un pezzo di patrimonio immateriale del territorio ibleo, in tal modo, è stato restituito alla collettività, riconoscendo la centralità del ruolo della memoria degli eventi per la conoscenza della propria storia. Una storia che, nel caso specifico, non va interpretata esclusivamente in una chiave localistica quanto, bensì, in un’ottica più estesa, connessa ad eventi di più ampia portata e di più esteso interesse.
Analogamente, a ottant’anni dagli eventi che portarono alla Liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista, gli studenti dell’ultimo anno hanno approfondito le carte, recentemente riordinate e inventariate, del fondo Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale di Ragusa contenente, tra le altre cose, importanti testimonianze relative a partigiani di origine iblea [14]. In particolare, la vicenda di Antonio Brancati, giovane studente di medicina arruolatosi tra le milizie partigiane e poi morto a seguito del rastrellamento nazifascista di Monte Bottigli (Maiano Lavacchio, prov. Grosseto), ha scosso la sensibilità degli altrettanto giovani allievi del locale Liceo Classico e, nella versione da essi stessi teatralizzata, quella del pubblico presente in sala. Anche in questo caso, lo spunto per la costruzione della narrazione è stato fornito da un documento di prima mano: la lettera d’addio, scritta ai genitori dallo stesso Antonio Brancati poco prima di essere fucilato, la cui copia – rocambolescamente conservatasi – è stata messa a disposizione dal nipote Giovanni, impegnato nel mantenere in vita la memoria del sacrificio dello zio. Tale lettera, il cui testo è integralmente riportato nel volume Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, è stata un punto di partenza attorno al quale, ancora una volta, si è dipanata una storia che ha consentito la trasmissione di altre storie, così simili tra loro e al tempo stesso originali e uniche [15]. Storie che hanno meritato una rievocazione e che meritano di essere commemorate e trasmesse in modo intergenerazionale. Storie che costituiscono un patrimonio da salvaguardare e tramandare, poiché parte di un’identità collettiva.
Questo esempio, così come gli altri precedentemente ricordati, ha dimostrato quanto e come una comunità possa rendersi protagonista di processi autologi di patrimonializzazione, contribuendo a mettere in atto misure di salvaguardia e di valorizzazione delle eredità immateriali di cui essa stessa è portatrice e protagonista. Non poche, in questi ultimi anni, sono state le occasioni in cui tali processi si sono rinnovati, attraverso iniziative eterogenee, che hanno coinvolto esponenti della comunità appartenenti a più generazioni, costruendo reti e contatti in grado di produrre esiti inattesi e sorprendentemente concreti. Testimonianze evidenti di come le relazioni possano contribuire a generare sempre nuove sollecitazioni, rafforzando la memoria storica e rinsaldando l’identità comune.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] testo presesentato al Convegno di studi Valorizzare, connettere, innovare: il futuro dei musei etnoantropologici, Scordia 5 giugno 2026.
Note
[1] Prendiamo a prestito da Vincenzo Padiglione la fortunata locuzione “piccoli etnografici musei”, che la utilizzò per la prima volta nel numero inaugurale della rivista «AM – Antropologia museale», nell’ormai lontano 2002, per definire la proliferazione – per iniziativa spontanea di appassionati, collezionisti o amministratori locali – di musei etnoantropologici di piccole dimensioni, avvenuta in tutta Italia a partire, in particolare, dagli scorsi anni settanta-ottanta (V. Padiglione, Piccoli etnografici musei, «AM Antropologia museale», 2002, 1: 20-24).
[2] Tra i nomi più noti e limitatamente agli ultimi due decenni, vanno citati i contributi di (in rigoroso ordine alfabetico e senza alcuna pretesa di esaustività): Alessandra Broccolini, Pietro Clemente, Fabio Dei, Sandra Ferracuti, Giovanni Kezich, Vito Lattanzi, Vincenzo Padiglione, Berardino Palumbo, Rosario Perricone ecc.
[3] Un momento spartiacque della museografia antropologica italiana fu rappresentato dal seminario di studi “Museografia e folklore”, svolto a Palermo dal 21 al 23 novembre 1967. In tale occasione, Alberto Mario Cirese presentò la relazione I musei del mondo popolare: collezioni o centri di propulsione della ricerca?, con la quale scardinava una vecchia concezione, eccessivamente ancorata a prospettive di raccolta e allestimento tardo-romantiche e tardo-positivistiche dei musei di tradizioni popolari (A.M. Cirese, I musei del mondo popolare: collezioni o centri di propulsione della ricerca?, «Architetti di Sicilia», atti del seminario di studi “Museografia e folklore”, Palermo 21-23 novembre 1967, 1968, 17/18: 13-21). In realtà, l’idea di museo come “laboratorio di ricerca” era già presente in nuce, sebbene mai pienamente sviluppata e messa in pratica, in Giuseppe Cocchiara, quando nel 1935 fece rivivere le collezioni museali di Pitrè nei nuovi allestimenti della Casina Cinese al Parco della Favorita di Palermo: l’idea – poi mai concretizzatasi – di farne un museo en plain air, sul modello dei grandi musei etnografici del nord Europa, rimase soltanto un’utopia e la stessa cosa può dirsi della possibilità di trasformare il ‘Museo Pitrè’ in un laboratorio di ricerca per i giovani studiosi dell’ateneo palermitano (G. Cocchiara, La vita e l’arte del popolo siciliano nel museo Pitrè, F. Ciuni, Palermo 1938).
[4] I nove Archivi di Stato siciliani costituiscono gli unici presîdi del Ministero della Cultura presenti sul territorio isolano. In virtù dello statuto autonomo della Regione, infatti, la gestione di aree archeologiche, musei, parchi e biblioteche dipende normativamente dall’Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana.
[5] https://rm.coe.int/la-convenzione-di-faro-la-via-da-seguire-per-il-patrimonio-culturale/1680a11087
[6] https://www.labstoria.it/allascopertadiragusaedelsuopaesaggioculturale/alla-scoperta-di-ragusa-e-del-suo-paesaggio-culturale-il-progetto/
[7] Un elenco parziale dei laboratori ospitati presso l’Archivio di Stato di Ragusa, limitato alle prime quattro edizioni del progetto, è presente in C. Ottaviano, La scuola in Archivio: esperienze inedite e utenti inattesi, in C. Arezzo – V. Cassì – A. D’Amato – C. Ottaviano (a cura di), Carte, storie, comunità. Ricerche d’archivio e territorio ibleo, Abulafia, Ragusa 2026: 43-55 (52-55).
[8] D. Bocchieri, Vischioso disincanto. Pece e petrolio a Ragusa, tesi di laurea in Storia e cultura dei Paesi mediterranei, Università degli Studi di Catania, a.a. 2018/2019.
[9] Diretta conseguenza delle due iniziative è la seguente pubblicazione: C. Arezzo – V. Cassì – A. D’Amato – S. Distefano (a cura di), La città del petrolio. 70 anni di storia a Ragusa, Abulafia, Ragusa 2024.
[10] Nata nel 1951 per lavorare i prodotti derivati dall’estrazione della pietra asfaltica, a seguito della scoperta del petrolio a Ragusa l’A.B.C.D. (Asfalti Bitumi Cementi e Derivati) divenne un vero e proprio gigante del settore industriale minerario, tanto da essere acquisita, nel 1968, dall’ANIC del gruppo ENI.
[11] L’epistolario tra Antonio e Caterina Statella costituisce soltanto una piccolissima parte del Fondo Statella, custodito presso l’Archivio di Stato di Ragusa. Esso comprende una documentazione vastissima, che copre un lungo arco temporale (1315-1945), grazie alla quale è possibile ricostruire la storia di feudi e territori allocati nella parte sud-orientale dell’isola e amministrati, nel corso di diversi secoli, dalle famiglie Caruso e Statella.
[12] Originario di Spaccaforno (odierna Ispica, in provincia di Ragusa), il Principe di Cassaro Antonio Statella ricoprì la carica di Ministro degli esteri, sotto Re Ferdinando II, dal luglio 1830 al marzo 1840.
[13] Un interessante spaccato dell’epistolario tra Antonio e Caterina Statella è contenuto in M. Bonomo, Caterina e le rivoluzioni. Il Risorgimento tra pubblico e privato, in V. Cassì – A. D’Amato (a cura di), Una libera e potente. Giornata di studi sul Risorgimento siciliano (1820-1861), Ministero della Cultura – Direzione Generale Archivi, Roma 2024: 65-102.
[14] Nonostante sia costituito da sole due buste, il fondo Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale di Ragusa contiene una mole ingente e veramente preziosa di documenti relativi al periodo immediatamente successivo allo sbarco alleato in Sicilia, con testimonianze relative ad alcuni partigiani di origine iblea, nonché notizie relative alla riorganizzazione della società e delle istituzioni e ai processi di epurazione presso gli uffici pubblici. In occasione dell’80° anniversario della Liberazione, il 28 settembre 2025 l’Archivio di Stato di Ragusa ha organizzato, in collaborazione con la locale sezione dell’ANPI, una mostra documentaria e di cimeli storici dal titolo “Un Paese da ricostruire. Il Comitato di Liberazione Nazionale nelle carte dell’Archivio di Stato”.
[15] Sulla strage di Monte Bottigli, si rimanda alle seguenti pubblicazioni: Piero Malvezzi – Giovanni Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1975; Corrado Barontini – Fausto Bucci, A Monte Bottigli contro la guerra. Dieci ragazzi, un decoratore mazziniano, un disertore viennese. Fra oralità e storia, La ginestra, Follonica 2003; Marco Grilli, Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia, Effigi, Grosseto 2014.
_____________________________________________________________
Alessandro D’Amato, Dottore di ricerca in Scienze antropologiche e analisi dei mutamenti culturali, è funzionario presso il Ministero della cultura, attualmente in servizio presso l’Archivio di Stato di Ragusa. Autore di studi monografici dedicati alla figura dell’etnologo Giuseppe Cocchiara, ha pubblicato numerosi lavori dedicati ai simbolismi animali e vegetali nelle culture del sud-est della Sicilia. Di recente, insieme a Carmelo Arezzo, Vincenzo Cassì e Chiara Ottaviano, ha curato la pubblicazione del volume Carte, Storie, Comunità. Ricerche d’archivio e territorio ibleo.
_____________________________________________________________






