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Il museo che verrà: un dialogo mediterraneo sui futuri, da Napoli al Golfo

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di Mario Cusmai

Giovedì 24 settembre, nella sala barocca del Complesso monumentale di Donnaregina, a Napoli, si è aperto il Convegno di Futures Studies 2026 con una tavola rotonda dal titolo speculare – «Il museo del futuro, il futuro del museo» – dedicata alla memoria di Michele Lanzinger, per anni direttore del MUSE di Trento e, fino a pochi mesi fa, presidente di ICOM Italia. È stato lui, più di chiunque altro in Italia, a insistere sull’idea che un museo potesse smettere di essere un deposito di reperti e diventare un luogo che allena lo sguardo sul possibile. La tavola rotonda che ne ha raccolto l’eredità, aperta al pubblico e volutamente informale – niente slide, niente tempi contingentati – ha messo in fila cinque modi diversi di intendere questa eredità: dal museo come «dispositivo epistemico e performativo» capace di mettere in scena futuri plurali, all’interrogativo, spinoso e necessario, se il futuro stesso del museo non rischi di essere già colonizzato da un’unica narrazione; dalla conservazione intesa come pratica anticipatoria, alla cartografia partecipativa del fundraising culturale come strumento di foresight. Tra i contributi, anche un caso applicativo su una mostra immersiva veneziana dedicata ai punti di forza personali – ma su questo tornerò, brevemente, più avanti.

Colpisce, ascoltando questi interventi, quanto il dibattito italiano sui «Musei dei Futuri» – la rete promossa da ICOM Italia e da Ecosistema Futuro di ASviS, ancora giovane ma in rapida crescita – resti, nella sua elaborazione teorica, largamente autoreferenziale rispetto al resto del Mediterraneo. Eppure, se si allarga lo sguardo di poche centinaia di chilometri, ci si accorge che la domanda posta a Napoli – che cosa deve diventare un museo perché smetta di essere solo un archivio del passato – ha già ricevuto, sulle due sponde di questo mare, risposte radicalmente diverse tra loro, e proprio per questo istruttive.

Dubai, Museo del futuro

Dubai, Museum of the Future

A Dubai, il Museum of the Future – inaugurato nel febbraio 2022 – ha scelto di rispondere con un gesto architettonico che non lascia spazio all’ambiguità: una facciata ellittica di acciaio percorsa da calligrafia araba, illuminata da chilometri di LED, che riporta tra le sue iscrizioni una frase attribuita allo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum – il futuro appartiene a chi sa immaginarlo, progettarlo e realizzarlo. È un museo che si presenta esplicitamente come laboratorio vivente, e che rivendica, insieme alla proiezione verso l’avanti, una memoria lunga: quella dei secoli in cui il sapere arabo-islamico fu all’avanguardia scientifica. A poca distanza, Sharjah – capitale culturale del mondo arabo per l’UNESCO fin dal 1998 – ha costruito negli anni una delle reti museali più fitte della regione, in cui il Museum of Islamic Civilization racconta il patrimonio meno come reperto da ammirare e più come deposito di sapere da cui continuare ad attingere. Sono due grammatiche diverse di uno stesso impulso: l’anticipazione come spettacolo tecnologico da un lato, come continuità di una civiltà che si racconta attraverso i propri oggetti dall’altro.

Marsiglia, MuCem, Musee Civilisations Europe Mediterranee

Marsiglia, MuCEM, Musee Civilisations Europe Mediterranee

Sull’altra sponda, il registro cambia ma la domanda resta la stessa. Il MuCEM di Marsiglia lavora da anni sul crinale tra memoria e futuro del bacino mediterraneo – la mostra dedicata nel 2022 all’Emiro Abd el-Kader ne è un esempio limpido, perché racconta una figura ottocentesca di dialogo interreligioso non per nostalgia, ma per interrogare da lì le forme possibili di convivenza euro-mediterranea di oggi. E un esperimento ancora più fresco, tuttora in corso, è quello di Matera e Tétouan, capitali mediterranee della cultura e del dialogo 2026: nel programma «Terre Immerse», il MUSMA di Matera ha fatto dialogare il proprio ventennale con l’Atlante Babelico dell’artista marocchino Hassan Echair, dedicato alla città di Tétouan – due patrimoni dell’umanità, uno europeo e uno nordafricano, che si scambiano immagini non per celebrare un passato acquisito, ma per costruire insieme un immaginario di ciò che potranno ancora diventare.

Messe una accanto all’altra, queste esperienze suggeriscono che il «museo dei futuri» non è un genere unico da esportare, ma un campo di tensione feconda tra grammatiche diverse – e che il rischio, per chi lo teorizza da una sola sponda, è proprio quello di scambiare la propria versione per l’unica legittima. È un rischio che l’antropologo dei futuri Ziauddin Sardar ha chiamato, con formula efficace, «colonizzare il futuro»: anche l’immaginazione del domani può essere imposta da chi ha i mezzi per rappresentarla a chi, semplicemente, la riceve. Vale per la tecnologia quanto per l’umanesimo patrimoniale: nessuno dei due può arrogarsi, da solo, la custodia critica del futuro. Il compito, semmai, è mettere le due grammatiche in dialogo – riconoscendo che la calligrafia araba sulla facciata di Dubai e le cave di tufo di Matera pongono, con linguaggi opposti, la stessa domanda: che cosa possiamo ancora diventare, insieme, a partire da ciò che siamo stati?

Matera, MUSMA

Matera, MUSMA

È una domanda che, a ben vedere, riguarda anche il senso più profondo del lavoro condotto da studiosi come Roberto Poli e Riel Miller sulla futures literacy: non la capacità di prevedere, ma quella di usare l’immagine dei futuri per trasformare il presente – un prerequisito, prima ancora culturale che tecnico, perché nessuna comunità può immaginare futuri desiderabili percependosi come passiva o isolata. Ed è forse questo, più di ogni tecnologia espositiva, ciò che accomuna davvero i musei del Golfo e quelli del Mediterraneo latino: non il linguaggio con cui espongono il patrimonio, ma la scommessa condivisa che il patrimonio stesso – arabo, europeo, mediterraneo – possa tornare a funzionare come sistema anticipatorio, e non solo come custodia.

Di questa tensione feconda tra grammatiche diverse, la tavola rotonda di Donnaregina è stata, senza volerlo dichiaratamente, una piccola messa in scena. Ad aprirla è stato l’astrofisico Giovanni Covone, da poco alla guida della Fondazione IDIS-Città della Scienza, con un intervento che ha fissato il tono dell’intero pomeriggio: i musei, ha sostenuto, dovrebbero incarnare un ruolo pubblico preciso, quello di sostenere la cittadinanza nell’esplorare futuri preferibili su criticità reali, attivando una vera e propria agency civica; i contesti museali, in questa prospettiva, diventano anche luoghi capaci di sollecitare forme di citizen science, restituendo al pubblico un ruolo di soggetto e non di semplice spettatore della conoscenza.

È stata Carlotta Poli, subito dopo, a portare la conversazione sul terreno più scomodo – e, per questo, più necessario. Rifacendosi alla seconda legge di Jim Dator, secondo cui ogni idea utile sul futuro dovrebbe apparire, in un primo momento, ridicola o impossibile, Poli ha proposto di decolonizzare l’immaginario museale da tre ossessioni che raramente vengono messe in discussione: quella tecnologica, per cui la realtà virtuale e l’intelligenza artificiale risolverebbero da sole le contraddizioni strutturali dei musei, mentre rischiano piuttosto di simulare il cambiamento lasciando intatte le gerarchie esistenti; quella culturale in senso stretto, che affida al museo il compito di validare, nella selezione di ciò che merita memoria, stereotipi di razza, classe e genere – un’eredità che i Critical Heritage Studies, da Laurajane Smith a Françoise Vergès, hanno ormai ampiamente documentato; e quella, infine, del museo come azienda, piegato al linguaggio del ritorno sull’investimento e troppo spesso disponibile, ha osservato Poli riprendendo Eleonora Belfiore, a farsi palcoscenico di artwashing per governi e capitali in cerca di legittimazione. La sua non voleva essere, ha precisato citando Donna Haraway, una voce universale ma una voce situata – e proprio per questo più onesta nel proporre il museo non come luogo pacificato, ma come spazio sicuro per idee non sicure.

Un registro più costruttivo, ma non meno esigente, ha attraversato l’intervento di Eleo Stacchiotti, che ha presentato L.O.O.P. – Living Objects, Open Perspectives, un caso applicativo sviluppato al MAXXI di Roma nell’ambito di un workshop sull’intelligenza artificiale per l’accessibilità museale. Pensato per le collezioni extraeuropee di un museo etnografico di origine coloniale, il sistema fa dialogare due racconti sullo stesso oggetto – quello scientifico degli archivisti e quello, spesso rimasto orale e sommerso, delle comunità di provenienza – senza forzarli in un’unica sintesi autorizzata. Stacchiotti ha insistito su un punto che ha attraversato, in filigrana, l’intero pomeriggio: la tecnologia non sostituisce l’immaginazione, ma può abilitarne la coesistenza plurale, a patto che resti trasparente il grado del suo stesso intervento – pena la stessa illusione di autenticità che Poli aveva appena messo in discussione.

Napoli, un momento del convegno

Napoli, un momento del Convegno

Alessia Strozzi, funzionaria di conservazione del Ministero della Cultura, ha spostato l’attenzione su un territorio apparentemente più tecnico ma altrettanto politico: quello della conservazione come pratica anticipatoria. Il suo intervento ha proposto di leggere il patrimonio dissonante – le eredità su cui la memoria collettiva resta divisa – non come un problema da risolvere una volta per tutte, ma come una risorsa generativa capace di alimentare negoziazione e apprendimento sociale: la conservazione, in questa cornice, smette di essere solo tutela della materia e diventa infrastruttura di resilienza collettiva.

A chiudere il giro di interventi è stato un contributo corale – Federica Rubino, Paola Borrione e Rossella Lombardo, della Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura – dedicato all’Atlante italiano del fundraising culturale, un esercizio di foresight partecipativo condotto attraverso una consultazione Delphi-informed con quasi quaranta professionisti del settore. Il dato più interessante emerso dalla loro ricerca non riguarda tanto le traiettorie tecnologiche o relazionali del sostegno privato alla cultura, quanto uno scarto: tra l’alta rilevanza attribuita a certi trend e la bassa preparazione percepita per affrontarli, con la professionalizzazione del settore – competenze, ruoli, governance – indicata come condizione abilitante prima ancora che le tecnologie o i modelli partecipativi possano funzionare davvero.

whatsapp-image-2026-09-26-at-08-41-00Tra questi interventi, anche chi scrive ha portato un piccolo caso applicativo – un percorso immersivo veneziano pensato per allenare i punti di forza caratteriali individuali, letto come possibile prerequisito esperienziale della futures literacy, nella stessa cornice di rete dei Musei dei Futuri richiamata da Covone in apertura e, non a caso, nello stesso solco del «buon antenato» di Roman Krznaric evocato altrove nel pomeriggio: un tassello minore, tra i molti discussi quel giorno, che si aggiunge volentieri al mosaico più ampio della conversazione.

Nel loro insieme, i cinque interventi hanno restituito un campo tutt’altro che pacificato: tra chi chiede al museo di decolonizzarsi dalla tecnologia e dal capitale, chi la vede come alleata purché trasparente, e chi sposta l’attenzione sulla conservazione o sulle infrastrutture economiche che rendono possibile tutto il resto. È la stessa pluralità di grammatiche, in fondo, che si osserva allargando lo sguardo dal Golfo al Mediterraneo latino: nessuna delle due sponde – né, si direbbe ora, nessuna delle voci raccolte a Donnaregina – può arrogarsi da sola la custodia critica del futuro. Il compito, ancora una volta, è tenerle in dialogo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Riferimenti bibliografici
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Dator, Jim. Advancing Futures: Futures Studies in Higher Education. Westport: Praeger, 2002.
Gharaati, F., Saijo, T., Hirasawa, T., Sho, K., & Mahdavinejad, M. Imaginary future generations in sustainable adaptive reuse of industrial heritage sites: A participatory futuristic approach in Japan. Habitat International, 2026: 170
Haraway, Donna J. “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective.”, Feminist Studies 14, no. 3 (Autunno 1988): 575-599.
Haraway, Donna J. Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene. Durham: Duke University Press, 2016.
Lonzi, Carla. Sputiamo su Hegel e altri scritti. Milano: Scritti di Rivolta Femminile, 1974.
Krznaric, Roman. Come essere un buon antenato. Un antidoto al pensiero a breve termine. Edizioni Ambiente, 2023.
Miller, Riel. Futures literacy: A hybrid strategic scenario method, “Futures” vol. 39, n. 4, 2006.
Miller, Riel, editor. Transforming the Future: Anticipation in the 21st Century. UNESCO and Routledge, 2018.
Peterson, Christopher, and Martin E. P. Seligman. Character Strengths and Virtues: A Handbook and Classification. Oxford UP and American Psychological Association, 2004.
Pierantoni, Isabella. Il secolo delle generazioni. Scoprire il capitale multigenerazionale e anticipare il future. Il Mulino, 2026.
Poli, Roberto. Working with the Future: Ideas and Tools to Govern Uncertainty. Bocconi UP, 2019.
von Foerster, Heinz. Observing Systems. Intersystems Pubblications, 1981.
Wallach, Ari. Longpath. Divenire i grandi antenati di cui il nostro futuro ha bisogno. Un antidoto alla mentalità del breve termine. Rubettino, 2025.

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Mario Cusmai, futurista e play coach, lavora presso INAPP su temi di innovazione delle metodologie didattiche esperienziali; collabora con la Fondazione Italiana Studi di Futuro ed è referente per il Centro Italiano per l’Apprendimento Permanente (CIAPE), Area Foresight e Futures Literacy.

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