La curatela: il prendersi cura. Il museo, luogo di relazioni
Domenica (Mimma) Primerano nel suo libro Ripensare il museo. Il Museo Diocesano Tridentino, 1989-2021 (SilvanaEditoriale, Cinisello Balsamo, 2025) testimonia e ricompone tre decenni di impegno professionale, dedita al museo e al suo patrimonio, assumendo fin da subito compiti di responsabilità; all’inizio semplice segretaria del Direttore Monsignor Iginio Rogger; successivamente conservatrice, dal 1995 vicedirettore e solo nel 2014 formalmente riconosciuta nel suo ruolo apicale. Ci conduce in questo itinerario che ricompone storia e memoria, snodi significativi inerenti all’evoluzione del Museo Diocesano Tridentino in ogni suo aspetto e funzione, contrappuntato da accenti autobiografici. Non occultando ostacoli, diffidenze, difficoltà, ma senza alcuno cenno polemico, evidenziando curvature, anse e rimandi; note corpose e referenze bibliografiche consentono di ricomporre il contesto delle ricerche e del dibattito durante quell’arco temporale.
Ci rende partecipe della trasformazione museografica e museologica che hanno interessato il Museo, a partire dai radicali lavori di restauro che hanno consentito l’apertura al pubblico nel 1995; ampliando gli spazi espositivi, comprendendo tutto il Palazzo Pretorio.
Ogni ambiente risanato e reso abitabile; controllo di umidità e temperatura in ogni sala; studio attento degli apparati comunicativi a corredo; interventi illuminotecnici; analisi dei materiali più idonei per strutture a sostegno; la composizione del percorso lungo il quale si impaginano le opere, secondo meditati criteri per attivare la sequenza di senso e di risonanza tra le testimonianze patrimoniali.
Un cantiere che progressivamente e con pazienza dà vita a un insieme di ambienti da abitare, con un accento forte sulla valenza domestica: “ci sto bene, mi sento a casa, ci ritorno”. Non solo accurata catalogazione affidata ad esperti di diverse discipline, ma forte la tensione ad attuare la funzione sociale di questa istituzione, attore nella e della contemporaneità, ancor di più complessa da interpretare data la specificità del suo essere museo diocesano.
La postura assunta, ben prima di diventarne direttrice, è quella di chi ricerca, riflette e agisce, aggiornando conoscenze e competenze professionali, confrontandosi con le evidenze e le acquisizioni, esito di cambiamenti che connotano il museo, non solo responsabile di custodire conservare esporre, ma nel farlo vivere quale ecosistema integrato con le collettività, singoli e territorio; che non si sottrare nell’affrontare problematiche e ingaggi sempre più prismatici e complessi.
Per dare vita a tutto ciò la chiave a stella è il prendersi cura, assunta nella dimensione attivista, che acquisisce una dimensione pubblica, esposta, comunitaria: per e con collettività plurime e polifoniche.
“Per dirigere un museo ecclesiastico basta la fede”
Riportata in nota a corredo della distillata dissertazione dedicata alla specificità della tipologia del museo diocesano – interrogativo costante e pregnante, inerente al pensiero progettuale e alla prassi museologica attuati da Mimma Primerano durante tutto il suo mandato – è questa la frase assertiva pronunciata da un sacerdote-direttore al convegno dell’AMEI (Associazione Musei Ecclesiastici Italiani) nel 2005.
Presidente (primo laico e prima donna) dell’Associazione per un quinquennio (2015-2020), si è dovuta confrontare con tale sintesi (in quegli anni condivisa da gran parte di coloro che dirigono musei ecclesiastici) che esprime la visione dogmatica, non contemplando alcun contradditorio.
Animata da spirito critico e riflessivo, come deve essere ogni professionista, l’autrice invece ha ragionato in profondità, chiedendosi come coniugare la funzione pastorale con aspetti ed elementi storico-artistici di ogni testimonianza patrimoniale: privilegiarne una o dedicare impegno e confronto affinché iconografia e iconologia, rappresentazioni religiose, siano anche conosciute e riconosciute per la loro valenza estetica? Presenze traslate da contesti d’altrove nello spazio e nel tempo, lacerti di soppressioni e demolizionidi di chiese e conventi, con precise funzioni rituali e devozionali. Come renderle parlanti, vive e dotate di senso? Consapevole che la “fruibilità sacrale” comporta un’alfabetizzazione a linguaggi, codici, simboli complessi: tradurre e non tradire storia e biografia; saper porgere e declinare il passato, suscitando interrogativi e riflessioni dedicati all’essenza antropologica di ogni religione: il dolore e l’allegrezza; il nascere e il morire; il tradimento e la fiducia; i conflitti, le stragi e la speranza.
E ancora, al cuore del problema: «Un museo ecclesiastico può diventare un agente attivo di cambiamento culturale e sociale? Come si relaziona con una comunità composta da un puzzle di culture e fedi diverse? Ma, soprattutto, come affronta il pregiudizio di chi identifica nell’evangelizzazione forzata dei visitatori la sua missione? Assimilandolo a un museo d’arte per occultarne la specificità o valorizzando ciò che lo connota?» fino a giungere alla consapevolezza che il museo è “ciò che fa”.
Non solo, è anche “chi lo fa”; e dunque indispensabile dotarsi di un organico competente, abile non solo nel custodire e curare il patrimonio, ma renderne esplicita e generativa la potenzialità nell’essere un’infrastruttura sociale di prossimità.
Alle problematiche specifiche della gestione e della sostenibilità, all’intricata situazione economica sono dedicate pagine, che ricompongono gli snodi essenziali caratterizzanti l’auspicabile raggiungimento dell’autonomia finanziaria; e, per il versante giuridico-istituzionale, la predisposizione dello statuto di una futura Fondazione.
Il museo di tutti, per tutti, con tutti
È significativo che Ripensare il museo non titoli solo il volume, ma la parte dedicata ai molteplici progetti per singoli cittadini e comunità, che Mimma Primerano ha ideato, promosso e attivato durante la sua direzione; e ne costituisca la parte più palpitante e pregnante.
Il museo ha senso in un rapporto forte e progressivo con la società civile, diversa nelle diverse realtà, con la cittadinanza intesa come partecipazione piena e quindi come diritto alla conoscenza [1].
Il museo è il pubblico, con l’accento forte e marcato può sembrare un’asserzione anche azzardata, una dichiarazione sbilanciata in modo eccessivo solo verso i destinatari e non considerando l’istituzione, il patrimonio; non è questo l’intento, bensì sottolineare quanto la vita stessa del museo e del patrimonio culturale sia possibile solo se i pubblici ne sono complici, interessati e attivi nel costruire l’attualità del suo significato.
Mimma Primerano ricompone ogni fase (ideazione; progettazione; attuazione; comunicazione; messa alla prova) delle molteplici attività promosse e attivate dal Servizio educativo del Museo Diocesano. Per tutti i pubblici. Ne restituisce le proposte, le scelte metodologiche, gli approdi e le criticità; invitando alla riflessione e al confronto chi si occupa, con compiti e ruoli diversi, nell’ambito dell’educazione al patrimonio, quale educazione alla cittadinanza consapevole e responsabile.
Salda la barra di navigazione di ogni suo agire: la funzione educativa (istituzionale e non accessoria) deve assumere l’ingaggio con la contemporaneità; confrontarsi con il procedere del progetto culturale e le ricerche del museo, con ogni testimonianza patrimoniale e le nuove acquisizioni; prestare attenzione al carattere mobile dei pubblici, alla loro continua evoluzione.
Età, stili di vita, formazione culturale, esperienze pregresse – solo per citare alcuni indicatori significativi – sono elementi che l’autrice e lo staff dei Servizi educativi hanno continuamente aggiornato per costruire una relazione efficace e di senso tra le testimonianze del patrimonio e i destinatari dell’azione educativa, della mediazione.
La sfida sta nel trovare “la misura”, sempre calibrata per ogni utenza: percorsi e attività, sussidi e atti comunicativi efficaci e adeguati. I pubblici, abitanti e non solo visitatori, con le loro multiple identità e appartenenze sono i destinatari del patrimonio; “comunità interpretative”, non afasiche e passive, ma complici nell’attualizzarne il significato.
Elogio della relazione
La presa diretta con la realtà fa sì che il dialogo con artisti contemporanei – antenne sensibili che sanno interpretare urgenze e problematicità del nostro vivere – sia intenso e costante, provocando un altro sguardo. La mostra “Infinito Presente. Elogio della relazione” (2014) ha chiesto ad artisti contemporanei (presenze di rilievo nel contesto nazionale e internazionale) di riflettere riguardo al senso dell’immagine sacra nella società odierna; il tema specifico era quello della croce, simbolo dell’identità cristiana, che le loro opere hanno interpretato.
Museo partecipativo, significa che non rimane indifferente e avulso anche dalle emergenze; ad esempio, la pandemia, che ha colto impreparata e spaurita la comunità. “Il Museo della Quarantena” (2014), inizialmente in versione digitale e poi con un allestimento all’esterno, coinvolge non solo alla cittadinanza, ma ha un respiro nazionale, dedicato alla “vita delle cose” [2] e alla loro presenza domestica durante quella livida stagione. Una collezione di oggetti di affezione, sussidi di compagnia e di aiuto, sorgenti di momenti consolatori, corredati dalla scheda che l’autrice/l’autore ha composto, utilizzando le voci della catalogazione e accompagnata dalla motivazione della scelta.
Tra le numerose iniziative che hanno attualizzato la funzione sociale del Museo Diocesano Tridentino, “Fratelli e sorelle. Racconti dal carcere” (2016-2017) è l’ultima promossa, collegata al Giubileo della Misericordia; un progetto potente. Per Mimma Primerano: «… non solo quello che più mi ha coinvolto professionalmente e umanamente, ma quello che meglio interpreta la funzione di un museo ecclesiastico». Oltre alla mostra e agli incontri, il percorso di relazione con alcuni reclusi è contrassegnato da una matrice di determinazione coraggiosa nella relazione (difficile e osteggiata) con questa umanità dolente presso la Casa Circondariale di Spini di Gardolo, nuova sede del carcere prima ubicato nel centro storico urbano. E dunque sottratto non solo alla vista, ma all’attenzione e alla riflessione da parte della comunità cittadina, inerenti alle problematiche distintive di questa realtà.
Le attività laboratoriali hanno consentito a ogni persona di esprimere creatività e saper fare, curiosità e impegno; protagonista di un percorso che ha avuto quale cifra distintiva la pedagogia della speranza [3].
“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni, 8,32)
L’esposizione “L’invenzione del colpevole. Il ‘caso’ del Simonino da Trento, dalla propaganda alla storia” (2019-2020), è stata l’esito di una coscienziosa e approfondita ricomposizione degli avvenimenti storici, che si sono susseguiti fino a legittimare il culto del piccolo Simonino, della cui morte era stata ingiustamente accusata la comunità ebraica trentina nel 1475. Per il rigore documentario, nonché per l’interesse e la partecipazione suscitati viene premiata con il “Grand Prix, Premio Europeo per il Patrimonio Culturale/Europa Nostra Awards 2021”. La motivazione ne sottolinea la rilevanza in quanto: «… concorre alla formazione di un pensiero critico legato ai processi storici; utilizzando un metodo rigoroso, decostruisce un clamoroso caso di fake news del XV secolo. E svela i meccanismi che hanno condotto, attraverso la manipolazione della verità all’invenzione di una storia falsa. Il progetto, frutto di una forte collaborazione con molti ricercatori è un processo tuttora in corso, che avrà un seguito».
Il museo svolge con autorevolezza e affidabilità la funzione di ricomporre la storia, grazie alla presentazione (e alla mediazione) di documenti e testimonianze, attivando il dibattito pubblico, suscitando interrogativi fecondi per l’acquisizione e l’esercizio del pensiero critico, cruciale al fine di essere consapevoli oggi di come e quanto solo la consultazione delle fonti primarie, della costante comparazione di testimonianze consenta di approdare a evidenze che smascherano false verità, carburante per suscitare pregiudizi e forme di propaganda.
Il progetto di Mimma Primerano prevedeva anche la riapertura della cappella del Simonino sita nella chiesa di san Pietro, la cui chiusura aveva coinciso con l’abolizione del culto nel 1965; inserita in un percorso urbano composito (con altre due cappelle dedicate al piccolo martire), sottraendole dallo stato di degrado, visitabili solo con guidati esperti educatori.
La reazione scomposta e ingiustificata da parte di una componente cattolica della cittadinanza, esprimendo con una lettera del gennaio 2021 all’Arcivescovo Monsignor Tisi il timore infondato che tale opera di musealizzazione e di ricomposizione storica riattivasse il culto per il Simonino, ebbe quale esito l’annullamento del progetto (la sezione permanente allestita del museo viene smantellata nel 2022), vanificando gli intenti di rendere accessibili e significanti luoghi del patrimonio abbandonati, azzerando la loro funzione di testimonianze vitali.
Coerente con la probità professionale e l’onestà intellettuale che ha caratterizzato il suo mandato, Mimma Primerano a inizio ottobre del medesimo anno si dimise dall’incarico. Il volume si chiude così.
Ma è doveroso segnalare che in questi anni alla rimozione “fisica” è corrisposta, da parte della nuova direzione, l’interruzione di attività, percorsi e progetti ideati e realizzati da Mimma Primerano al fine di connotare il Museo Diocesano Tridentino quale presenza vitale, in ascolto dei bisogni e delle attese della comunità; interlocutore autorevole che concorre allo sviluppo della consapevolezza critica; agente di cambiamento. Che non si sottrae a un’interrogazione costante, ed elabora chiavi di riflessione e approfondimento anche sugli elementi di frizione e di conflitto nella messa in pagina di narrazioni tematiche. Laboratorio dei saperi, dimora della collettività, fucina (oltre che custode) di memorie e di testimonianze, di cui sa comporre e ricomporre i significati.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] P. Clemente, “Antropologi tra museo e patrimonio”, Antropologia, 2006, n. 7: 158.
[2] R. Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari 2011.
[3] P. Freire, Pedagogia della speranza. Un nuovo approccio a La pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2014.
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Silvia Mascheroni, ricercatrice nell’ambito della storia dell’arte contemporanea e dell’educazione al patrimonio culturale, dall’anno accademico 2003-2004 è docente a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Master “Servizi educativi del patrimonio artistico, dei musei di storia e di arti visive”. È responsabile con Simona Bodo di “Patrimonio e Intercultura”, promosso da Fondazione ISMU, dedicato all’educazione al patrimonio in chiave interculturale (www.patrimonioeintercultura.ismu.org). Sempre con Simona Bodo e Mariagrazia Panigada è co-fondatrice del Gruppo di lavoro “Patrimonio di Storie” (www.patrimoniodistorie.it). Attualmente è coordinatrice del Gruppo di lavoro “Welfare culturale” di ICOM Italia (www.icom-italia.org/gruppo-di-lavoro-welfare-culturale/).Relatrice a convegni e giornate di studi, è autrice di numerosi saggi.
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