di Giacomo Cuttone
Artista, etnoantropologo e catalogatore di beni culturali, Isidoro «Sino» Passanante ha dedicato la propria vita alla ricerca, alla valorizzazione delle tradizioni siciliane e alla salvaguardia della memoria storica della sua comunità. Dalla collaborazione con Silvio Benedetto alla nascita del Museo della Civiltà Contadina, il suo percorso racconta un impegno culturale che meriterebbe di essere ricordato con un gesto concreto.
Ci sono persone che lasciano un segno nella storia di una comunità senza mai cercare la ribalta. Lo fanno attraverso il lavoro quotidiano, la curiosità, la passione per la conoscenza e la capacità di riconoscere, anche negli oggetti più umili, il valore di una memoria collettiva. Isidoro Passanante, per tutti semplicemente Sino, è stato una di queste persone.
Originario di Campobello di Mazara, Sino è scomparso nel giugno del 2023, all’età di 73 anni, lasciando un patrimonio di esperienze e testimonianze che attraversa l’arte, l’etnoantropologia e la ricerca sui beni culturali. La sua è stata una vita dedicata alla Sicilia, alle sue tradizioni e alle radici di una civiltà che rischia di smarrire il ricordo di sé quando vengono meno le persone capaci di custodirne la storia.
L’ho conosciuto negli anni Settanta, a Palermo, quando frequentava l’Accademia di Belle Arti insieme a Vita Gulotta, che sarebbe diventata sua moglie e che, in seguito, avrebbe insegnato Arte presso l’istituto Pirandello di Campobello di Mazara. Erano anni di fermento culturale, di incontri e sperimentazioni, nei quali l’arte cercava nuovi linguaggi e nuovi spazi per confrontarsi con la società. Sino, artista e uomo di cultura, seppe vivere quella stagione con partecipazione, intrecciando il proprio percorso con quello di altri protagonisti della scena artistica.
Tra le esperienze più significative della sua giovinezza vi fu la collaborazione con l’artista italo-argentino Silvio Benedetto, con il quale lavorò per diversi anni, partecipando anche a progetti di grande impegno creativo.
Nel 1974 contribuì alla realizzazione della monumentale installazione Mamma, ho trovato dei magnifici fiori che meritano di essere colti, conosciuta anche come Il Cristo dei Minatori o Cristo del Politeama. L’opera venne dipinta a Caltanissetta e montata a Palermo, nei pressi del Teatro Politeama, alla vigilia di Natale del 1974. Le sue dimensioni, circa 33 metri per lato, ne fecero un intervento artistico di straordinaria imponenza, destinato a inserirsi nel dibattito sul rapporto tra arte, spazio pubblico e società. L’installazione fu successivamente rimossa dopo una controversia con l’amministrazione comunale, sindaco di allora Vito Ciancimino.
La presenza di Passanante tra i collaboratori dell’opera, ricordata nella biografia artistica di Benedetto, restituisce un tassello importante del suo percorso. Prima ancora che ricercatore e catalogatore, Sino era stato un uomo che aveva scelto di confrontarsi direttamente con l’arte, con la sua forza espressiva e con la possibilità di trasformare lo spazio urbano in un luogo di riflessione collettiva.
Un’altra parentesi, diversa ma ugualmente significativa, lo portò sul grande schermo. Nel 1987 partecipò al film Il Siciliano (The Sicilian), diretto da Michael Cimino e interpretato da Christopher Lambert. Un’esperienza che rappresentò una parentesi particolare nella sua vita, accanto a un impegno culturale che avrebbe assunto sempre più il carattere della ricerca e della conservazione della memoria.
È soprattutto nel lavoro di ricerca etnoantropologica che emerge il contributo più profondo di Sino Passanante alla sua comunità. La storia del Museo della Vita e del Lavoro Contadino, conosciuto anche come Museo della Civiltà Contadina o Museo Etnoantropologico di Campobello di Mazara, è legata in maniera significativa al suo nome. La fondazione del museo risale al 1972 ed è associata alla professoressa Anna Falcone, a Isidoro Passanante, a Vita Gulotta e ad Antonino Cusumano.
Nella prima sede di via Roma, Sino partecipò attivamente alla ricerca, alla raccolta e alla catalogazione dei reperti, contribuendo a costruire un percorso di documentazione della cultura materiale campobellese. Non si trattava semplicemente di mettere insieme vecchi attrezzi e utensili, ma di restituire dignità e significato agli oggetti attraverso i quali generazioni di uomini e donne avevano costruito la propria esistenza.
Ogni strumento, ogni utensile, ogni testimonianza del lavoro agricolo o artigianale raccontava un frammento di vita. Dietro un attrezzo per la coltivazione dell’olivo, uno strumento per la lavorazione dell’uva o un oggetto utilizzato nella produzione casearia si nascondevano conoscenze tramandate, gesti ripetuti per decenni, relazioni sociali e consuetudini che avevano dato forma all’identità di un territorio.
È proprio questa la differenza tra una semplice collezione di oggetti e un museo etnoantropologico: il primo conserva le cose, il secondo cerca di restituire loro la voce. E Sino, con il suo lavoro meticoloso, contribuì a fare in modo che quella voce non andasse perduta.
La raccolta, arricchita nel tempo anche grazie all’impegno della professoressa Anna Falcone, è stata trasferita dalla sede originaria di via Roma al Baglio Florio, nella contrada Cave di Cusa, all’ingresso dell’area archeologica. Qui il Museo della Civiltà Contadina conserva testimonianze della tradizione rurale campobellese, dal ciclo del grano a quello dell’olio e della vite, fino alla produzione casearia e agli antichi mestieri. Accanto agli strumenti agricoli trovano spazio le testimonianze delle attività di falegnami, fabbri, pescatori e cordai, in un racconto che restituisce la complessità della vita quotidiana di un tempo.
Il Baglio Florio, storica struttura rurale ottocentesca legata alle attività agricole del territorio, costituisce una cornice particolarmente significativa per questo patrimonio. Le sue stanze non ospitano soltanto reperti, ma custodiscono una parte della storia sociale ed economica di Campobello.
L’impegno di Passanante nella salvaguardia della cultura materiale siciliana non si limitò alla sua città. Un altro contributo importante fu quello offerto al Museo dell’Agricoltura di Baglio Biesina, a Marsala, dove si dedicò al recupero e al restauro di utensili e attrezzi destinati all’esposizione museale. Anche in questo caso il suo lavoro andava oltre la semplice conservazione. Recuperare un oggetto, restituirgli leggibilità e renderlo nuovamente fruibile significava salvare una testimonianza concreta del mondo contadino, evitando che finisse dimenticata o dispersa.
Per decenni Sino lavorò inoltre per la Regione Siciliana come catalogatore di beni culturali, attività che svolse fino al pensionamento, avvenuto alcuni anni prima della morte. Un mestiere paziente, spesso lontano dai riflettori, ma essenziale per identificare, descrivere e documentare il patrimonio storico e artistico.
La sua professionalità si accompagnava a una curiosità autentica per le cose antiche e per i significati che esse portavano con sé. In questo percorso si colloca anche la sua amicizia con Sebastiano Tusa, archeologo e figura di primo piano nella valorizzazione del patrimonio culturale siciliano. La sua attività di ricerca proseguì negli anni, mantenendo vivo il legame con le tradizioni del territorio.
Nel 2019 Passanante collaborò alla mostra La cultura del mare, allestita all’hotel Admeto di Marinella di Selinunte. In quell’occasione si occupò anche della tradizione della pesca lungo la costa di Mezzogiorno, contribuendo a raccontare un mondo nel quale il mare non è soltanto un elemento del paesaggio, ma una presenza che ha modellato il lavoro, le abitudini e l’identità delle comunità costiere. Quella partecipazione testimonia la continuità di un interesse che aveva accompagnato tutta la sua vita: ricercare, raccogliere e trasmettere conoscenze, facendo emergere il valore culturale delle pratiche quotidiane e dei saperi popolari.
Sino apparteneva a una generazione che ha compreso quanto fosse urgente documentare un patrimonio destinato a trasformarsi rapidamente. La modernizzazione, il mutamento dei sistemi produttivi e la scomparsa degli antichi mestieri rischiavano infatti di cancellare non soltanto oggetti e strumenti, ma anche le parole, le tecniche e i racconti che li accompagnavano.
A distanza di tre anni dalla sua scomparsa, credo che il modo più giusto per ricordare Sino Passanante sia quello di legare il suo nome proprio al luogo al quale ha dedicato una parte importante della propria esistenza. Perché dunque non intitolare a Isidoro «Sino» Passanante il Museo della Civiltà Contadina di Campobello di Mazara, oggi ospitato al Baglio Florio?
La proposta nasce da una considerazione semplice: quel museo racconta la memoria della comunità e Sino ha contribuito in maniera determinante a costruirla. Il suo lavoro di ricerca e catalogazione, svolto fin dalla prima sede di via Roma, costituisce una parte importante della storia stessa dell’istituzione.
Intitolargli il museo non significherebbe attribuire a un solo uomo il merito di un’opera collettiva. Vorrebbe dire, piuttosto, riconoscere il contributo di chi ha dedicato tempo, competenze e passione alla sua realizzazione, insieme ad Anna Falcone, Vita Gulotta, Antonino Cusumano e a quanti, negli anni, hanno contribuito a custodirne e arricchirne il patrimonio.
Per questo rivolgiamo un appello all’assessore alla Cultura, all’Istruzione, alla Legalità e all’Arte del Comune di Campobello di Mazara, Fabiana «Bia» Cusumano, affinché possa farsi promotrice di una riflessione su questa proposta, coinvolgendo l’amministrazione comunale, gli studiosi, le associazioni culturali e la cittadinanza.
Sarebbe un gesto dal valore simbolico e civile, ma anche un’occasione per rilanciare il ruolo del museo nella vita culturale del territorio. Un luogo dedicato alla memoria contadina può diventare anche uno spazio di educazione, ricerca e partecipazione, capace di mettere in dialogo le generazioni e di raccontare alle nuove leve da dove provengono le proprie radici.
Quando, nel giugno del 2023, arrivò la notizia della sua morte, il sindaco di allora, Giuseppe Castiglione, lo ricordò come un concittadino illustre per meriti artistici e come un protagonista attivo della vita culturale di Campobello, sottolineando il suo contributo alla conoscenza delle radici della civiltà locale. Parole che restituiscono il senso di un’esistenza spesa senza clamore, ma con una dedizione profonda. Sino non è stato soltanto un artista, un collaboratore di Silvio Benedetto o un catalogatore di beni culturali. È stato un uomo che ha saputo riconoscere nella memoria una risorsa per il futuro, dedicandosi a salvare ciò che il tempo, inevitabilmente, tende a cancellare.
Ricordarlo oggi significa anche interrogarsi sull’immagine che Campobello di Mazara vuole dare di sé. Una comunità non può essere raccontata soltanto attraverso i fatti di cronaca, per quanto dolorosi e significativi possano essere. Esiste un’altra storia, fatta di cultura, arte, lavoro, impegno civile e persone che hanno scelto di valorizzare il proprio territorio. Sino Passanante appartiene a questa storia. La sua vicenda dimostra che la cultura non è un ornamento, né un’attività riservata a pochi: è uno strumento attraverso il quale una comunità riconosce sé stessa e trova la forza di progettare il proprio domani.
Se è vero, come recita una celebre frase attribuita a Fëdor Dostoevskij, che «la bellezza salverà il mondo», Sino ha dedicato un’intera vita a cercarla, riconoscerla e preservarla. L’ha cercata nell’arte, negli oggetti della civiltà contadina, nelle tradizioni marinare, nei gesti degli antichi mestieri e nelle tracce lasciate da chi ci ha preceduto. Intitolargli il Museo della Civiltà Contadina sarebbe un modo concreto per continuare quel lavoro. Non soltanto una targa sulla facciata del Baglio Florio, ma un impegno a mantenere viva la memoria di un uomo che ha contribuito a costruire quella del suo paese.
Perché le comunità non si distinguono soltanto per ciò che producono o per ciò che attraversano, ma anche per le persone che scelgono di ricordare. E Campobello di Mazara ha il dovere, e forse anche l’occasione, di ricordare Sino Passanante nel luogo che più di ogni altro testimonia il valore della sua opera.
Dialoghi Mediterranei, n.82, novembre 2026
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Giacomo Cuttone, ha compiuto gli studi presso il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Come pittore e grafico, ha esposto in numerose collettive, ha realizzato diverse mostre personali ed illustrato libri di poesia e riviste letterarie. È autore di numerosi scritti di arte, politica e satira. Canto dei bambini perduti (2013) è il titolo della sua ultima opera che presenta illustrazioni su china insieme a poesie di Gianmario Lucini.
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