Stampa Articolo

L’attualità della lezione di Manfredi Nicoletti nell’era dell’intelligenza artificiale

9788849255003_0_0_536_0_75di Isabella Daidone 

Che cosa genera una forma? E soprattutto, che cosa la rende necessaria? Sono domande che attraversano da sempre l’architettura, ma che oggi, mentre gli algoritmi e l’intelligenza artificiale consentono di produrre in pochi istanti un numero potenzialmente illimitato di configurazioni spaziali, assumono un significato nuovo. Una questione che riporta al centro la ricerca di Manfredi Nicoletti, figura singolare del secondo Novecento italiano sul quale Antonietta Iolanda Lima ha scritto un libro di grande interesse, consentendo di cogliere la singolarità di un personaggio la cui formazione cosmopolita è un intreccio di incontri, relazioni, eventi mai banali, sempre dotati di quel senso particolare che dona ricchezza. 

Entriamo quindi nel libro, nei suoi contenuti plasmati da una struttura organica che si svela attraverso una narrazione diacronica. Nato a Rieti nel 1930 e morto a Roma nel 2017, Nicoletti attraversa più di mezzo secolo di cultura architettonica seguendo una traiettoria autonoma, alimentata da una curiosità verso l’arte, la scienza, la natura e le possibilità della tecnica. La sua formazione inizia lontano dalle aule universitarie, nello studio romano di Giacomo Balla, dove ancora adolescente entra in contatto. Seguono gli studi di Architettura a Roma, l’esperienza al Massachusetts Institute of Technology, gli incontri e i viaggi attraverso paesaggi e culture differenti. Esperienze che non si sovrappongono semplicemente, ma contribuiscono a costruire una visione nella quale la forma architettonica diventa espressione di molteplici relazioni.

Mentre una parte significativa della cultura architettonica italiana degli anni Settanta e Ottanta si interroga sulla città storica e sulla tipologia, Nicoletti rivolge la propria attenzione ai sistemi naturali, ai fenomeni di crescita e trasformazione. Studia le conchiglie, le spirali, le rocce, le configurazioni prodotte dall’erosione e le forme che nascono dall’interazione tra materia ed energia. La natura rappresenta per lui una straordinaria possibilità di conoscenza.

Nicoletti cerca di comprendere i meccanismi attraverso cui quegli organismi prendono forma. La geometria, nei suoi disegni diventa uno strumento di indagine, un modo per esplorare possibilità ancora sconosciute. La matita accompagna il pensiero, lo mette alla prova, ne registra esitazioni e trasformazioni. Il progetto assume così il carattere di una ricerca nella quale il risultato non è interamente prevedibile fin dall’inizio.

Una ricerca che pone anche una questione fondamentale per l’architettura degli interni, troppo spesso considerata una disciplina limitata alla definizione degli ambienti racchiusi entro un involucro. Se la forma è il risultato di un sistema complesso di relazioni, lo spazio interno non può essere pensato come conseguenza secondaria dell’edificio, né come superficie da organizzare e rivestire successivamente. È il luogo nel quale quelle relazioni diventano esperienza, nel quale la geometria incontra il movimento dei corpi, la luce modifica la percezione delle distanze, la materia costruisce atmosfere e l’uso mette continuamente alla prova le intenzioni del progettista.

In questa prospettiva, l’architettura offre una chiave di lettura fertile anche per comprendere l’opera di Nicoletti. Si tratta di riconoscere che il valore di un’architettura non risiede esclusivamente nell’immagine che restituisce alla città o al paesaggio, ma nella qualità delle esperienze che rende possibili. Lo spazio prende significato attraverso le relazioni che accoglie, i comportamenti che consente, le trasformazioni che gli abitanti introducono nel tempo.

Il Central Concert Hall di Astana, in Kazakistan

Il Central Concert Hall di Astana, in Kazakistan

Il Central Concert Hall di Astana, in Kazakistan, rappresenta forse uno degli esempi più evidenti di questa continuità tra organismo architettonico e spazio interno. La grande costruzione, conosciuta come il Fiore della steppa, si presenta nel paesaggio urbano attraverso superfici che evocano il movimento dei petali, ma la sua complessità non si esaurisce nell’immagine esterna. Al suo interno una grande piazza coperta, di circa tremila metri quadrati, costruisce uno spazio collettivo capace di accogliere i cittadini durante tutto l’anno, proteggendoli dalle condizioni climatiche estreme. L’edificio trasforma così l’idea stessa di interno, che assume una dimensione urbana e diventa luogo di attraversamento, incontro e permanenza.

La sala principale, con i suoi rivestimenti lignei, i dispositivi per il controllo acustico e i sistemi mobili che consentono differenti configurazioni, mostra come l’architettura possa essere pensata attraverso l’interazione tra forma, tecnica, percezione e uso. Il suono, la luce, il movimento e la disposizione delle persone partecipano alla definizione dello spazio. La dimensione interna non è dunque separabile dalla ricerca strutturale e ambientale che genera l’edificio. È parte della sua stessa ragione progettuale.

Complesso Residenziale Putrajaya

Complesso Residenziale Putrajaya

Anche nell’Ospedale di Agrigento, apparentemente lontano dalle geometrie dinamiche di altre opere, la forma rigorosa si confronta con un sistema complesso di funzioni, percorsi, relazioni e condizioni territoriali. La composizione geometrica diventa un tentativo di dare ordine a una pluralità di esigenze, senza limitarsi ad assecondare passivamente le linee del paesaggio. È un’architettura che pone interrogativi sulla capacità della forma di interpretare e trasformare un luogo, mostrando quanto il rapporto tra necessità funzionale ed espressione geometrica possa essere ricco di tensioni.

Questa complessità restituisce il carattere di un architetto che non appartiene alle scuole e alle genealogie che hanno dominato il dibattito del secondo Novecento. La sua posizione è libera di seguire percorsi autonomi e per questo esposto al rischio di rimanere ai margini della narrazione storiografica

È a questa figura che Antonietta Iolanda Lima dedica il volume Manfredi Nicoletti. Architetto, pubblicato da Gangemi Editore nella collana Architetti e architetture: storia illustrata. Un libro nel quale il metodo della storica emerge già dall’indice [1], concepito non come un semplice elenco di argomenti, ma come la prima costruzione del racconto. Una caratteristica che attraversa il suo lavoro scientifico e che restituisce alla struttura del libro il valore di un vero progetto intellettuale.

Accompagna il lettore attraverso un percorso diacronico che prende avvio dall’infanzia e dalla formazione, i viaggi, le relazioni e la scoperta della natura, per giungere progressivamente alla ricerca della forma e al racconto illustrato delle opere. È la costruzione di una trama nella quale le esperienze continuano a riemergere, trasformandosi e acquistando nuovi significati nelle stagioni successive.

Se Nicoletti esplorava attraverso il disegno e la geometria la possibilità di generare forme a partire da sistemi complessi, oggi gli strumenti computazionali possono produrre rapidamente migliaia di alternative, analizzare prestazioni, simulare comportamenti ambientali e proporre configurazioni spaziali difficilmente immaginabili attraverso i metodi tradizionali.

Manfredi Nicolett

Manfredi Nicolett

È soprattutto nell’architettura degli interni che questo limite diventa evidente. Gli ambienti possono essere rappresentati, modificati e simulati con crescente precisione, ma l’esperienza dello spazio non può essere ridotta alla produzione di immagini o alla soddisfazione di requisiti prestazionali. La questione è comprendere quali condizioni dell’abitare esse producano.

La lezione che possiamo ricavare dalla ricerca di Nicoletti riguarda la tensione tra libertà sperimentale e necessità della forma. La sua fiducia nelle possibilità della tecnica convive con l’attenzione verso i sistemi naturali. Nella disponibilità a sperimentare risiede una parte importante della loro attualità.

Oggi, quando la potenza degli strumenti sembra promettere una libertà formale senza precedenti, il problema dell’architettura resta quello di attribuire senso. E forse proprio l’architettura degli interni, dove il progetto incontra più direttamente la dimensione del corpo e dell’esperienza, può contribuire a riportare la ricerca sulla forma verso la sua ragione essenziale: costruire condizioni di vita, relazioni e possibilità di abitare. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Durante la presentazione del libro a Palermo, Lima ha ricordato quanto tempo dedichi alla costruzione dell’indice e alla ricerca delle parole. Un lavoro che può richiedere mesi, perché l’indice contiene già l’idea dell’intero libro e il titolo assume il valore di una promessa che la narrazione deve mantenere. È un metodo che rivela una profonda vicinanza tra scrittura e progetto: entrambe richiedono una struttura, una gerarchia di relazioni, la capacità di attribuire un significato preciso a ciascuna parte senza perdere di vista l’insieme.

_____________________________________________________________ 

Isabella Daidone, dottore di Ricerca in Composizione architettonica e urbana svolge un periodo di ricerca in Francia presso l’Université Paris IV – Sorbonne, segue il ruolo di   docente a contratto di Progettazione Architettonica presso il Dipartimento di Architettura dell’Ateneo palermitano. Tra i principali riconoscimenti: Segnalazione d’onore (Premio Bruno Zevi) (2014): per la sua tesi di dottorato intitolata “Spazio e Società. Giancarlo De Carlo e la base sociale dell’architettura. Vincitrice della IV edizione Premio Bergamo di Architettura (2011). Premiata in occasione di Expo Milano 2015 (Premio Experia (2015) All’interno del concorso indetto dal Politecnico di Milano, Rai Expo e Padiglione Italia.  Iscritta all’Albo degli Architetti della provincia di Palermo, gestisce lo studio Daidone Architettura & Partnersa Partinico. È autrice di numerosi saggi, articoli e pubblicazioni scientifiche. Gran parte dei suoi studi è dedicata alla figura dell’architetto Giancarlo De Carlo e all’evoluzione delle riviste di architettura come luoghi di dibattito sociale e urbanistico. Collabora inoltre come autrice per riviste di settore come il Giornale dell’Architettura. La sua attività professionale e accademica si concentra principalmente sull’impatto dell’architettura sulla società e sulle interazioni tra lo spazio urbano e i suoi abitanti. 

_____________________________________________________________

 
 
 
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>