di Letizia Bindi
Lo spopolamento delle aree interne italiane non può essere ricondotto a una sola variabile. Esso riguarda, insieme, demografia, economie locali, accesso ai servizi, mobilità, scuola, sanità, abitabilità, trasmissione patrimoniale, rappresentazioni del futuro e forme di cittadinanza. La Strategia Nazionale per le Aree Interne ha definito questi territori non in base a un generico carattere rurale o marginale, ma a partire dalla distanza dai principali centri di offerta dei servizi essenziali: istruzione, mobilità, servizi socio-sanitari. Questa definizione è importante perché sottrae le aree interne alla sola retorica paesaggistica e le colloca nel campo dei diritti di cittadinanza territoriale.
I dati demografici confermano la dimensione strutturale del problema. Al 1° gennaio 2024 nelle aree interne vivevano circa 13,3 milioni di persone; tra il 2014 e il 2024 la popolazione residente in questi territori è diminuita del 5%, contro l’1,4% dei centri, con un’intensità maggiore nei comuni periferici e ultraperiferici. La dinamica nazionale non è meno significativa: nel 2025 Istat stima 355 mila nati e 652 mila decessi, con un numero medio di figli per donna sceso a 1,14; nello stesso tempo la popolazione resta sostanzialmente stabile grazie alla componente migratoria. Le previsioni demografiche aggiornate su base 2024 indicano, nello scenario mediano, un possibile passaggio da circa 59 milioni di residenti a 54,7 milioni entro il 2050.
È entro questa cornice che il turismo delle radici, le politiche di ritorno e il rapporto con le comunità italiane all’estero possono essere discussi. Non come soluzione sostitutiva alle politiche ordinarie — scuola, sanità, trasporti, casa, lavoro, welfare locale — ma come possibile componente di una strategia più ampia di ripopolamento. La diaspora italiana non costituisce una riserva demografica pronta all’uso, né gli italo-discendenti possono essere immaginati come soggetti destinati naturalmente a rientrare. Il rapporto con l’origine è più discontinuo, più selettivo e più ambivalente. Può produrre viaggi, ricerche genealogiche, investimenti, soggiorni temporanei, accesso alla cittadinanza, mobilità di studio, lavoro da remoto, ma anche disinteresse, consumo episodico, appropriazione simbolica o aspettative irrealistiche.
La letteratura sul roots tourism e sul legacy tourism consente di precisare questo punto. McCain e Ray (2003) hanno definito il legacy tourist come un viaggiatore mosso non soltanto dalla fruizione del patrimonio, ma dalla ricerca di un legame personale con antenati, luoghi familiari e radici genealogiche. Paul Basu (2007), studiando la diaspora scozzese, ha mostrato come i viaggi genealogici siano pratiche di costruzione narrativa del sé, attraverso cui individui dispersi in storie migratorie frammentate cercano di produrre un senso di casa, appartenenza e continuità. Coles e Timothy (2004) hanno collocato tali pratiche nel campo più ampio delle diasporiche, nelle quali turismo, memoria, appartenenza e transnazionalismo non sono separabili.
Per l’Italia, il progetto Italea del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale rappresenta il principale dispositivo specificamente dedicato agli italiani all’estero e agli italo-discendenti interessati a riconnettersi con luoghi, costumi e culture familiari. Il MAECI indica inoltre una crescita del fenomeno: 6,6 milioni di viaggiatori delle radici nel 2024, una stima di 7,4 milioni nel 2026 e circa 5 miliardi di euro di flusso economico in entrata nel 2024. Il Primo rapporto sul turismo delle radici in Italia aveva già segnalato, tuttavia, la necessità di colmare un vuoto conoscitivo e metodologico, adottando un approccio non solo promozionale ma anche analitico e territoriale.
Il punto critico è che le “radici” non sono un dato naturale. Sono un lavoro culturale. Vanno cercate, ordinate, raccontate, archiviate, rese visibili, spesso anche ricostruite. Non coincidono necessariamente con la storia effettiva dei luoghi, ma con ciò che le famiglie migranti hanno selezionato, trasmesso o rimosso. La casa degli avi, la festa patronale, il pane, l’olio, il dialetto, la fotografia, il cognome, il cimitero, la chiesa del battesimo possono diventare dispositivi di riconoscimento, ma anche elementi di una memoria semplificata. Torna utile la nozione di staged authenticity di MacCannell (1973): il rischio è, infatti, che l’autenticità anche in questo caso venga prodotta come scena per il visitatore, riducendo il territorio a cucina, folklore, dialetto e nostalgia standardizzata; un fascio di significati che si caratterizza ormai come vera e propria categoria patrimoniale e di marketing, spesso interconnessa con i nuovi nazionalismi ed essenzialismi identitari.
La nostalgia, allo stesso modo, si costituisce come nodo antropologico inalienabile. Svetlana Boym (2001) distingue tra nostalgia restaurativa e nostalgia riflessiva: la prima tende a ricostruire una casa perduta, proiettando sul passato una pienezza immaginaria; la seconda accetta la frattura, la distanza, l’impossibilità di un ritorno pieno. Michael Herzfeld (2004) ha parlato di “nostalgia strutturale” per indicare quelle rappresentazioni che collocano in un passato idealizzato un ordine morale più integro, più comunitario, più autentico. Applicate alle aree interne, queste categorie permettono di leggere una tensione centrale: il paese evocato dalla diaspora non è sempre il paese storico, né il paese contemporaneo. Può essere un paese affettivo, costruito per frammenti, nel quale le cause dell’emigrazione — povertà, disuguaglianze, assenza di terra, gerarchie familiari, subordinazione femminile, conflitti sociali, scarsità di opportunità — vengono spesso attenuate o rimosse.
La memoria migratoria rischia così di diventare una memoria senza conflitto. Si ricorda la partenza, ma non sempre le condizioni che l’hanno resa necessaria; si celebra il sacrificio, ma non sempre le forme di esclusione che lo hanno prodotto; si valorizza la continuità familiare, ma non sempre le rotture, i fallimenti, le vergogne, le rimozioni, le seconde partenze, i ritorni mancati. Una politica delle radici che non assuma questa complessità può produrre una forma di nostalgia amministrata: efficace sul piano turistico, ma debole sul piano conoscitivo e talvolta regressiva sul piano politico.
Anche il ritorno va sottratto alla sua rappresentazione lineare. La letteratura sulle migrazioni di ritorno ha da tempo mostrato che il rientro non è una semplice inversione del movimento migratorio. Cassarino (2004) ha insistito sul ruolo della preparazione al ritorno, della mobilitazione di risorse materiali e immateriali e delle condizioni socio-istituzionali del contesto di arrivo. Kuschminder (2017) ha ulteriormente mostrato che le strategie di reintegrazione variano a seconda del tipo di migrante di ritorno e delle condizioni in cui il rientro avviene, con effetti molto diversi sulla possibilità di contribuire allo sviluppo locale. Non tutti i ritorni sono positivi; non tutti producono rigenerazione; non tutti i rientranti trovano spazi di inserimento. In alcuni casi il ritorno genera frustrazione, conflitti proprietari, aspettative disattese, competizione con i residenti, consumo immobiliare, estraneità linguistica e culturale.
Questa cautela vale ancora di più per gli italo-discendenti. Nel caso delle seconde, terze o quarte generazioni non si torna sempre in un luogo già vissuto. Si entra piuttosto in relazione con un’origine mediata, ricevuta attraverso racconti familiari, fotografie, oggetti, ricette, documenti, pratiche religiose, forme linguistiche residue. Stuart Hall (1990) ha mostrato che l’identità culturale non è un fatto compiuto, ma una produzione continua, costruita dentro rappresentazioni, posizionamenti e fratture storiche. Avtar Brah (1996), con il concetto di diaspora space, ha spostato l’attenzione dal solo soggetto diasporico allo spazio relazionale in cui si incontrano chi parte, chi resta, chi arriva, chi viene incluso e chi viene escluso. Per questo parlare di italo-discendenti senza parlare anche di nuovi migranti, neo-residenti, lavoratori stranieri, giovani locali e cittadini naturalizzati significa produrre una gerarchia implicita tra appartenenze genealogiche e appartenenze sociali.
Qui si apre un secondo livello critico, più politico. Le politiche rivolte alla diaspora possono essere orientate in senso inclusivo, transnazionale e cooperativo; ma possono anche essere catturate da un immaginario etnico-nazionale, nel quale la discendenza diventa prova di appartenenza più forte dell’abitare, del lavorare, del partecipare. La letteratura sul long-distance nationalism ha mostrato come le comunità disperse possano contribuire a immaginare la nazione a distanza, attraverso voto, lobbying, mobilitazione, appartenenze simboliche e forme di intervento politico rivolte alla patria di origine.
Nel caso italiano, la storia obbliga a una particolare cautela. Il fascismo cercò di organizzare e controllare gli italiani emigrati attraverso i Fasci italiani all’estero, con l’obiettivo di costruire un sentimento di comunità nella diaspora dentro il quadro degli interessi superiori dell’Italia fascista. Studi sulla Direzione Generale degli Italiani all’Estero negli anni del fascismo mostrano come il regime tentò di promuovere il credo fascista tra gli italiani fuori dai confini e, alla vigilia della guerra, anche forme di rientro in patria; tali tentativi ebbero risultati limitati, ma mostrano la possibilità storica di un uso politico autoritario della diaspora.
Parlare oggi di rischio di polarizzazione politica della memoria migratoria non significa attribuire alla diaspora un orientamento politico naturale o inevitabile. Significa piuttosto segnalare una possibile torsione: la trasformazione della memoria dell’emigrazione in dispositivo di appartenenza etnica, gerarchia culturale e nostalgia nazionale. Il rischio non sta negli italo-discendenti in quanto tali, ma nel modo in cui istituzioni, partiti, amministrazioni, media e operatori territoriali possono costruire il discorso pubblico sulle radici. Una diaspora può essere pensata come rete plurale di relazioni, competenze e memorie; oppure come prolungamento simbolico di una nazione immaginata in termini genealogici. Sono due esiti molto diversi.
Anche sul piano elettorale, la questione è meno lineare di quanto spesso si supponga. Uno studio sul voto degli italiani all’estero nel 2018 ha osservato che, mentre in Italia avanzavano forze populiste e anti-establishment, nella circoscrizione estero continuava ad affermarsi una prevalenza di forze pro-sistema e pro-europee, pur con segnali di cambiamento e crescita di componenti conservatrici e anti-establishment. Una ricerca comparativa sugli elettori non residenti mostra inoltre che gli elettori esterni sono, in media, leggermente meno propensi a votare per forze populiste rispetto agli elettori interni, ma che tale propensione varia in modo significativo in base ai paesi e ai contesti migratori. Questo conferma che non esiste una meccanica politica della diaspora: esistono campi di possibilità, suscettibili di essere orientati in direzioni diverse.
Un terzo livello critico riguarda la cittadinanza. Il legame con l’Italia non si mantiene soltanto per ragioni affettive. Esso può essere alimentato da opportunità molto concrete: accesso alla cittadinanza europea, possibilità di viaggiare e lavorare nell’Unione europea, percorsi di studio, strategie familiari di mobilità, sicurezza giuridica, apertura di mercati professionali. La letteratura sulla strategic citizenship ha messo in evidenza la crescita di un uso strumentale e strategico della doppia cittadinanza; Harpaz e Mateos (2019) parlano di cittadinanza strategica per descrivere pratiche di acquisizione e uso della nazionalità collegate alla mobilità globale, alle disuguaglianze di accesso e al valore dei passaporti. Harpaz ha inoltre mostrato come molte domande di cittadinanza europea siano attivate attraverso ascendenza o origine etnica, trasformando la genealogia in opportunità di mobilità.
Questo elemento non va moralizzato. L’uso opportunistico della cittadinanza non è necessariamente cinismo; può essere una risposta razionale a una geografia globale diseguale, nella quale alcuni passaporti aprono possibilità e altri le chiudono. Tuttavia, per le politiche territoriali italiane esso impone una distinzione: l’accesso alla cittadinanza non coincide con la costruzione di appartenenza; la discendenza non coincide con la partecipazione; il passaporto non coincide con l’abitare. Un italo-discendente può essere cittadino italiano senza avere alcun rapporto effettivo con un comune d’origine; un immigrato stabilmente residente può contribuire da anni alla vita economica, scolastica e sociale di un’area interna senza essere pienamente riconosciuto come parte della comunità.
La riforma del 2025 sulla cittadinanza per discendenza ha reso questa tensione ancora più evidente. La legge 23 maggio 2025, n. 74, di conversione del D.L. 36/2025, ha modificato la disciplina della cittadinanza italiana e ristretto i casi di trasmissione automatica dello iure sanguinis. Alcune sedi consolari hanno sintetizzato la riforma osservando che essa ha ridotto in modo significativo i casi di trasmissione della cittadinanza italiana per discendenza. Nello stesso quadro normativo è stato introdotto un canale di ingresso per lavoro subordinato fuori quota per cittadini stranieri residenti all’estero discendenti da cittadini italiani, provenienti da Paesi di storica emigrazione italiana, tra cui Argentina, Brasile, Stati Uniti, Australia, Canada, Venezuela e Uruguay.
Queste innovazioni possono essere lette in due modi. Da un lato, segnano il passaggio da una cittadinanza puramente simbolico-genealogica a una logica di legame effettivo, lavoro e reinsediamento. Dall’altro, rischiano di costruire canali preferenziali fondati sull’ascendenza, mentre altri migranti, già presenti o potenzialmente interessati ad abitare i territori interni, restano sottoposti a percorsi più complessi e meno riconosciuti. Il nodo non è quindi solo giuridico, ma politico: quale idea di appartenenza sostiene le politiche di ripopolamento? Una cittadinanza di sangue, una cittadinanza di residenza, una cittadinanza di utilità economica, o una cittadinanza integrata fondata su diritti, doveri, partecipazione, accesso ai servizi e responsabilità territoriali?
Anche le proposte legislative recenti devono essere lette criticamente. La proposta di legge 1439 del 2023 presentata dall’On. Fabio Porta alla Camera propone semplificazioni amministrative per favorire il rientro dei giovani italiani e “italici” dall’estero, collegando esplicitamente il tema al contrasto di spopolamento, denatalità e carenza di competenze. La proposta 2055 del 2024 presentato dall’On. Augusto Curti e altri, mira a favorire la permanenza o il rientro dei giovani laureati nelle aree interne, montane e periferiche. Il disegno di legge Senato 1495 presentato nel 2023 dall’On. Vito De Palma riguarda invece incentivi fiscali per il rientro in Italia di pensionati che trasferiscono la residenza fiscale da Paesi extra-UE a piccoli comuni inclusi nelle aree SNAI.
Si tratta di misure diverse, accomunate dal tentativo di trasformare la mobilità in leva territoriale. Ma non tutte le misure di rientro sono automaticamente positive. Gli incentivi ai giovani qualificati possono rafforzare le competenze locali, ma anche produrre politiche selettive che ignorano lavoro manuale, cura, agricoltura, servizi e popolazione non laureata. Gli incentivi ai pensionati possono generare presenza e consumi, ma anche insediamenti passivi, fiscalità di vantaggio senza partecipazione, pressione immobiliare o residenzialità debole. Le semplificazioni per italo-discendenti possono ridurre ostacoli burocratici, ma anche creare canali differenziali di accesso fondati sulla genealogia. Una politica di ripopolamento dovrebbe dunque essere valutata non solo sul numero di ingressi o residenze attivate, ma sulla qualità dell’abitare che produce: scuola, lavoro, partecipazione, fiscalità locale, welfare, relazioni, uso continuativo delle case, integrazione linguistica, equilibrio con i residenti.
Il confronto con la Spagna può essere utile. Il Piano spagnolo contro il reto demográfico è stato costruito come politica trasversale di coesione territoriale, con 130 interventi e oltre 10 miliardi di euro di investimento. Nel 2026 il governo spagnolo ha presentato una seconda Strategia nazionale per l’equità territoriale e il reto demográfico (https://www.miteco.gob.es/es/prensa/ultimas-noticias/2026/febrero/el-gobierno-presenta-la-ii-estrategia-nacional-para-la-equidad-t.html), dichiarando l’obiettivo di fare del nascere, restare o tornare al paese non un gesto eroico, ma una possibilità reale di vita. In parallelo o quasi, nel 2022, la Ley de Memoria Democrática (https://www.boe.es/eli/es/l/2022/10/19/20/con) ha aperto percorsi di nazionalità per discendenti di spagnoli esiliati, con una proroga del termine di presentazione delle domande. Il punto non è assumere la Spagna come modello, ma osservare una differenza di impostazione: memoria, cittadinanza, ritorno e territorio possono essere pensati dentro un quadro strategico unitario, non come misure isolate.
È in questa prospettiva che il caso di Castel del Giudice in Molise può essere assunto non tanto come modello pedissequamente replicabile, ma come contesto di osservazione. Il progetto supportato dall’Università degli Studi del Molise e dal Centro di Rigenerazione che si è costituito nel quadro del Progetto omonimo finanziato dal Bando Borghi Linea A del Ministero di Cultura, descrive Castel del Giudice come laboratorio di rigenerazione integrata, orientato al ripopolamento e all’attivazione di funzioni per una nuova abitabilità nelle aree interne. Il percorso locale sul turismo delle radici ha posto al centro l’Ufficio degli Arrivi e dei Ritorni come punto di partenza per ricostituire capitale relazionale e nuove possibilità economiche per le aree interne. Un successivo incontro ha definito l’Ufficio dei Ritorni come spazio fisico per le comunità molisane nel mondo interessate a riscoprire le origini, con servizi di ricerca genealogica, assistenza al ritorno nei luoghi familiari e percorsi personalizzati.
L’aspetto più interessante di questa ipotesi non è l’ufficio in sé, ma la sua possibile funzione infrastrutturale. Un Ufficio degli Arrivi e dei Ritorni non dovrebbe essere un ufficio turistico potenziato, né un archivio celebrativo dell’emigrazione, né un dispositivo di marketing identitario. Dovrebbe piuttosto funzionare come infrastruttura territoriale di mediazione tra archivi, comuni, parrocchie, associazioni della diaspora, scuole, università, imprese, servizi sociali, politiche abitative, operatori culturali e soggetti migranti. La sua funzione primaria non sarebbe convincere al ritorno, ma ridurre gli attriti che rendono difficili visite lunghe, soggiorni di studio, esperienze lavorative, recupero abitativo, investimenti leggeri e inclusione.
Un dispositivo di questo tipo dovrebbe operare su più piani.
Il primo è conoscitivo: mappare la diaspora non come elenco identitario, ma come rete di relazioni, associazioni, competenze, luoghi di origine, famiglie, case, terreni, memorie, disponibilità alla collaborazione. Il secondo è archivistico: digitalizzare, ordinare e rendere accessibili registri anagrafici, atti parrocchiali, fotografie, lettere, registri cimiteriali, memorie orali, senza trasformarli in scenografie nostalgiche. Il terzo è formativo: preparare operatori comunali, guide, archivisti, mediatori culturali e associazioni locali a una domanda che non è semplicemente turistica. Il quarto è abitativo e lavorativo: collegare viaggio breve, permanenza temporanea, studio, tirocinio, lavoro da remoto, impresa culturale, agricoltura multifunzionale, artigianato, servizi alla persona, recupero edilizio. Il quinto è inclusivo: orientare chi arriva, italo-discendente o meno, nei sistemi locali della lingua, della scuola, della sanità, dell’amministrazione, del lavoro e della partecipazione.
L’esperienza delle radici che è stata al centro nel 2024 dell’anno dedicato al turismo connesso con il rientro e ritorno degli italodiscendenti, può produrre anche economie e scambi culturali non riducibili alla visita genealogica. RLa nozione di “rimesse sociali” proposta da Peggy Levitt (1998) indica il flusso di idee, comportamenti, identità e capitale sociale che si muove dalle comunità di arrivo verso quelle di origine. Applicata alle aree interne italiane, questa prospettiva consente di leggere le comunità della diaspora non solo come destinatarie di offerte turistiche, ma come soggetti capaci di attivare scambi formativi, reti commerciali, progetti culturali, archivi partecipati, collaborazioni agroalimentari, recuperi di cultivar, artigianati, pratiche artistiche e memorie materiali. Una mia recente ricerca sugli “alberi viaggianti” e sugli olivi portati da migranti italiani in Argentina e Patagonia (Bindi, in press) mostra, ad esempio, come le migrazioni non spostino solo persone, ma anche piante, tecniche, gesti agricoli, immaginari alimentari e forme di paesaggio affettivo.
Tuttavia, anche queste opportunità vanno trattate criticamente. L’agroalimentare e l’artigianato possono diventare strumenti di collaborazione transnazionale, ma anche oggetti di patrimonializzazione superficiale. Il rischio è che l’olio, il pane, la vite, il frutto antico, il tombolo, la ceramica, il legno o la pietra vengano separati dalle economie reali e trasformati in icone di un’italianità astratta. Il lavoro sulla diaspora dovrebbe invece mantenere il legame tra memoria e condizioni materiali: chi produce, chi possiede la terra, chi lavora, chi eredita, chi resta escluso, chi trae reddito, chi presta cura, chi sostiene i costi della manutenzione del territorio.
Il concetto di cittadinanza integrata può aiutare a evitare sia la retorica delle radici sia la riduzione economicistica dei ritorni. Bauböck (2008) ha proposto il principio della stakeholder citizenship, secondo cui le politiche di cittadinanza dovrebbero tenere conto di coloro che hanno un interesse effettivo nel futuro di una comunità politica, includendo tanto immigrati quanto emigrati. Soysal (2012), discutendo i limiti della cittadinanza nazionale, ha mostrato come i diritti dei migranti in Europa abbiano progressivamente messo in tensione la coincidenza tra nazionalità, residenza e appartenenza. Sayad (2002), infine, ha ricordato che emigrazione e immigrazione sono due dimensioni dello stesso fatto sociale totale.
Una politica di ripopolamento coerente dovrebbe dunque evitare di contrapporre italo-discendenti e nuovi immigrati. Le aree interne non hanno bisogno soltanto di discendenti degli emigrati storici, così come non hanno bisogno soltanto di forza lavoro straniera. Hanno bisogno di popolazione, servizi, relazioni, competenze, bambini nelle scuole, lavoro dignitoso, welfare territoriale, case accessibili, mediazione culturale, partecipazione civica. Un Ufficio degli Arrivi e dei Ritorni ha senso se è pensato come piattaforma di cittadinanza integrata: genealogia e archivi, ma anche orientamento amministrativo; turismo delle radici, ma anche abitare temporaneo; rientri italo-discendenti, ma anche inclusione dei nuovi migranti; valorizzazione della memoria, ma anche riconoscimento dei conflitti e delle disuguaglianze.
In questa direzione, il turismo delle radici può essere interpretato come soglia, non come fine. La sequenza più utile non è arrivo-visita-partenza, ma memoria-relazione-visita-permanenza-collaborazione-possibile ritorno. Non tutti attraversano l’intera sequenza. Alcuni restano visitatori affettivi; altri tornano periodicamente; altri recuperano una casa; altri frequentano una scuola estiva; altri usano la cittadinanza per muoversi in Europa; altri ancora possono avviare un’impresa, lavorare da remoto, investire in un progetto locale, sostenere un archivio, partecipare a un programma universitario. Il ritorno verso i territori delle origini in questi anni è e sarà in modo crescente intermittente, reversibile, plurilocale. Non per questo è meno rilevante; ma richiede istituzioni capaci di accompagnare mobilità non lineari.
La questione centrale, allora, non è se la diaspora possa “salvare” le aree interne: una prospettiva di riscatto e di risoluzione che rischia di creare nuove prospettive illusorie. La domanda più adeguata è, piuttosto, se i legami diasporici possano essere trasformati, dentro politiche pubbliche eque, in una componente di infrastrutture territoriali di ripopolamento. La risposta è positiva solo a determinate condizioni: se la memoria viene storicizzata e non mitizzata; se la cittadinanza genealogica non produce gerarchie rispetto alla cittadinanza dell’abitare; se i ritorni vengono accompagnati e non soltanto evocati; se le politiche non si limitano all’evento, al bando o alla promozione; se gli effetti vengono monitorati sul piano sociale, abitativo, lavorativo e non solo turistico; se i nuovi arrivi non vengono usati come soluzione numerica alla crisi demografica, ma riconosciuti come soggetti di diritto.
Ripopolare, in questa prospettiva, non significa restaurare un passato perduto. Significa costruire condizioni di abitabilità.
Le “radici”, in tal senso, possono essere una risorsa solo se smettono di essere pensate come essenza e come nozione evocativa e diventano forme della relazione che chi torna intrattiene con il territorio, le comunità residenti: archivi accessibili, servizi competenti, reti transnazionali, scuola, casa, lavoro, welfare, mediazione, partecipazione. Il ritorno può essere una leva solo se viene sottratto alla nostalgia restaurativa e collocato dentro una politica della cittadinanza integrata. La diaspora può contribuire alla rigenerazione solo se viene riconosciuta nella sua ambivalenza: memoria e opportunità, affetto e interesse, appartenenza e strategia, distanza e partecipazione.
Il problema delle aree interne non sarà risolto dagli italo-discendenti, né dai turisti delle radici, né dai pensionati di ritorno, né dai giovani laureati, né dai nuovi immigrati presi isolatamente. Lo si può affrontare e gestire solo nell’intreccio regolato e consapevole di tutti questi flussi, dentro un piano strategico che consideri arrivi e ritorni come infrastrutture sociali, non come eventi eccezionali. In questo senso, lavorare sull’italo-discendenza può aprire opportunità significative, purché venga mantenuto uno sguardo critico: contro la nostalgia come ideologia, contro la cittadinanza come privilegio genealogico, contro la migrazione come risorsa retorica, e a favore di una politica dell’abitare capace di includere chi resta, chi arriva, chi ritorna e chi mantiene un legame a distanza.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Riferimenti bibliografici
Basu Paul (2007), Highland Homecomings: Genealogy and Heritage Tourism in the Scottish Diaspora, London/New York, Routledge.
Bauböck Rainer, 2008, Stakeholder Citizenship. An Idea Whose Time Has Come?, Transatlantic Council on Migration, Migration Policy Institute, https://
Bindi L., in press, Migrant Trees. Biocultural Heritage, Identity and Sustainable Rural Futures in Patagonia, CAFÉ_Culture Agriculture Food Environment, Wiley Pub.
Boym Svetlana, 2001, The Future of Nostalgia, New York, Basic Books.
Brah Avtar, 1996, Cartographies of Diaspora. Contesting Identities, London, Routledge.
Cassarino J.P. 2004, Theorising Return Migration: The Conceptual Approach to Return Migrants Revisited, «International Journal on Multicultural Societies», 6(2): 253-279.
Coles Tim, Dallen Timothy J. (2004), Tourism, Diasporas and Space, London, Routledge.
Hall Stuart, 2021, “Cultural Identity and Diaspora” [1990], in Stuart Hall, Paul Gilroy, Ruth Wilson Gilmore (Eds.), Selected Writings on Race and Difference, Durham, Duke University Press.
Harpaz, Y., & Mateos, P. (2019). Strategic citizenship: negotiating membership in the age of dual nationality. Journal of Ethnic and Migration Studies, 45(6): 843–857. https://doi.org/10.1080/1369183X.2018.1440482
Herzfeld, M., 2004, The Body Impolitic. Artisan and Artifice in the Global Hierarchy of Value, Chicago, The University of Chicago Press.
https://www.migrationpolicy.org/sites/default/files/publications/Baubock-FINAL[1].pdf
Kuschminder K., 2017, Reintegration Strategies: Conceptualizing How Return Migrants Reintegrate. Palgrave MacMillan, Cham.
Levitt, Peggy, 1998, Social remittances: Migration driven local-level forms of cultural diffusion, International Migration Review, 32, 4: 926-948.
MacCannell Dean, 1973, Staged Authenticity: Arrangements of Social Space in Tourist Settings, American Journal of Sociology, Vol. 79, No. 3 (Nov., 1973): 589-603.
McCain Gary, Ray Nina M. (2003), Legacy tourism: the search for personal meaning in heritage travel, Tourism Management, Volume 24, Issue 6: 713-717, ISSN 0261-5177.
Sayad A., 2002, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Soysal Y. N., 2012, Post-national Citizenship: Rights and Obligations of Individuality, The Wiley-Blackwell Companion to Political Sociology: 383-393.
_________________________________________________________________________________
Letizia Bindi, docente di discipline demoetnoantropologiche e direttore del Centro di ricerca ‘BIOCULT’ presso lo stesso Ateneo molisano. Presidente dell’Associazione “DiCultHer – FARO Molise” per la piena attuazione della Convenzione di Faro nel territorio regionale molisano. Si occupa di storia delle discipline demoetnoantropologiche, di rapporto tra culture locali e immagini della Nazione nella storia italiana recente e sulla relazione più recente tra rappresentazione del patrimonio bio-culturale e le forme di espressione digitale. Su un fronte più strettamente etnografico ha studiato negli scorsi anni i percorsi di integrazione dei migranti, alcuni sistemi festivi e cerimoniali, la relazione uomo-animale nelle pratiche culturali delle comunità rurali e pastorali, la transumanza dinanzi alle sfide della tarda modernità e della patrimonializzazione UNESCO. Visiting Professor in varie Università europee, coordina alcuni progetti internazionali sui temi dello sviluppo territoriale sostenibile e i patrimoni bio-culturali (EARTH – Erasmus + CBHE Project con Università Europee e LatinoAmericane) e il Progetto ‘TraPP (Trashumancia y Pastoralismo como elementos del Patrimonio Bio-Cultural) in collaborazione con le Università della Patagonia argentina.
_____________________________________________________________









