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Il diritto alla bellezza di Cervantes

miguel_de_cervantes_1605_el_ingenioso_hidalgo_don_quixote_de_la_manchadi Massimo Canevacci 

                                                                    «Orbene io sostengo che chi legge molto e molto viaggia, molto vede e molto sa».                      Don Chisciotte/Cervantes 

Ho letto per la prima vota (confesso) tutto il Don Chisciotte di Miguel Cervantes. Avevo sempre sentito elogi su questo libro, fondativo della letteratura occidentale, ma avevo una sorta di pigrizia intellettuale e anche un po’ di preconcetto. Ricordo alcune sequenze del film che Orson Welles non riuscì a finire, ma che mi colpirono per la potenza espressiva con cui il cavaliere errante colpiva con la lancia lo schermo del cinema galoppando col suo ronzino sullo squarcio dell’oltre. Poi per un motivo banale, ho scaricato sul mio Kindle il libro e ho cominciato a leggerlo per pigrizia. Mi colpì subito la critica alla realtà o, se vogliamo usare un termine attuale, al realismo. I fatti, le cose, gli esseri tutti non sono mai solo quello che appaiono, ma hanno un potere che libera l’immaginazione e sposta la realtà del potere della poesia. Per questo il cavaliere errante è considerato un pazzo, anche se parla con grande capacità storica, filosofica e letteraria su molti argomenti, lasciando le persone a bocca aperta, indecise se si trovano di fronte a un folle catturato da eccessi di fantasia o a un bizzarro sapiente irregolare. 

Lo scudiero Sancho Panza si presenta sotto l’aspetto di una sapienza popolare, anche da astuzie esplicite di diventare governatore di un’isola; ma le sue continue citazioni di proverbi, veri o inventati, detti a decine e sempre contestuali, fanno quasi infuriare la dotta formazione di Don Chisciotte. Eppure è lui, lo scudiero, che pensa a mangiare, dormire, alla salute e come affrontare ogni novità che si trovano di fronte. Infine, è sempre lui ad avere una carica di umorismo, di simpatia, di allegria “basso corporea”, come direbbe Bachtin che lo rende accettato da tutti, principi o popolani. Per questa sua simpatia, diventa governatore di una specie di isola, ma dopo alcune settimane capisce che non è il suo stile di vita. Anche se amministra la giustizia con saggezza, non si sente libero di poter dormire o mangiare quando vuole. Per questo annuncia le dimissioni e preferisce tornare s svolgere la cura del suo strano padrone, cui è molto affezionato: «Io, Sancho, – dice Don Chisciotte – nacqui per vivere morendo, e tu per morire mangiando». 

Don Chisciotte e sanco Panza, di Gustav Dorè

Don Chisciotte e Sancho Panza, di Gustav Dorè

Naturalmente non voglio fare l’analisi del libro, non ne ho la competenza e neanche la capacità. Quello che seleziono è un frammento che mi ha colpito profondamente per la sua acutezza, la sua libertà e anche una estrema attualità sulla condizione femminile. Il frammento selezionato non esprime la totalità o complessità dell’opera: eppure si legge con attenzione partecipata questa dichiarazione di una donna, particolarmente bella e ricca, che rifiuta l’amore di un giovane, e che non si sente colpevole per le scelte drammatiche sulla sua vita. Lei rivendica l’autonomia e soprattutto la libertà delle e dalla sua bellezza, di cui non è responsabile e per questo sceglie una vita diversa da quella che normalmente è prevista per una persona leggiadra come lei. Questa citazione esprime la visione di Cervantes: «La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini. Per la libertà si può e si deve mettere a repentaglio la vita; la schiavitù invece è il peggiore dei mali che agli uomini possano toccare». 

La figura del cavaliere errante elaborata da Cervantes anticipa il romantico wanderer, il passeggio del flaneur, il cammino degli Hobo, i movimenti del perdigiorno: lui rifiuta il realismo dei fatti, perché sa bene che nel corpo delle cose si annuncia l’altro, l’immaginazione poetica, la visione cavalleresca, lo sguardo sincretico. Con questa sua arte i codici si mescolano, fantasia e realtà non sono divise o oppositive, bensì transitive. La sua semiotica non riproduce ciò che è, né lo sistematizza con ordine mono-logico, ma vi colloca accanto i suoi desideri, la sua poesia, le sue visioni: per questo Don Chisciotte della Mancia sviluppa una semiotica sincretica, una logica indisciplinata che viene presa per follia dalle persone “normali” in quanto vede oltre: trapassa gli oggetti, insegue amori, aborre ingiustizie.

Su questo tema, la giustizia e il desiderio, ho selezionato la difesa che la bella Marcela presenta davanti a tutti i suoi accusatori. Sono rimasto stupito per l’assoluta modernità dei valori espressi da Marcela/Cervantes. Tutti gli uomini l’accusano di essere un mostro di insensibilità, dura, fredda, impermeabile all’amore che ha portato il bel giovane Grisostomo al penoso suicidio. E lei, Marcela, è giudicata colpevole della sua morte. Quando improvvisa lei appare davanti a tutti e inizia a svolgere un lungo discorso sul motivo per cui ha rifiutato il bel giovane, rivendicando la libertà di decidere lei, donna, chi amare.

Marcela, da Don Chisciotte di Gamba Ambrosoli

Marcela, da Don Chisciotte, a cura di Gamba Ambrosoli

Come la storia ha dimostrato, se l’infelice Grisostomo si uccide per amore nell’era cavalleresca, nell’era della borghesia e del patriarcato trionfante saranno le donne ad essere uccise dal maschio rifiutato. Questo testo rappresenta la legittimazione del rifiutare l’amante da parte della donna amata in nome della sua autonoma decisione. In Cervantes, la donna è libera di amare chi vuole e Marcela è un’eroina in anticipo sui valori ancora non del tutto condivisi: lei è la bellezza libera…  

Marcela: Non vengo Ambrogio per nessuna delle cose che hai detto, bensì per difendermi io stessa e per fare intendere quanto sbagliano tutti coloro che dei patimenti e della morte di Grisostomo, a me danno la colpa. Perciò prego quanti qui siete di presentarmi attenzione. Il cielo mi fece, a quanto voi dite, bella, tanto bella che, senza poter punto resistere, la mia bellezza vi costringe ad amarmi; in cambio poi dell’amore che mi dimostrate, dite e perfino volete che io sia obbligata ad amare voi. Capisco, per il naturale intendimento che Dio m’ha dato, che tutto ciò che è bello fa che si ami, ma non arrivo a capire che la bellezza a causa dell’essere amata, appunto perché bellezza, debba riamare chi l’ama. Senza dire che potrebbe darsi che l’innamorato di ciò che è bello fosse brutto; ed essendo quel che è brutto degno di repulsione, non va punto di dire: ‘Ti amo perché sei bella: tu mi devi amare sebbene io sia brutto’. Ma, pur dato il caso che siano uguali in bellezza, non ne viene che abbiano ad essere uguali i desideri, poichè non tutte le bellezze innamorano, essendovene di quelle che sono una gioia per gli occhi ma non soggiogano il cuore. Se tutte le bellezze innamorassero e soggiogassero, sarebbe un gran viluppo e smarrimento delle voglie che non saprebbero più su quale bellezza posare; perchè, essendo infiniti gli esseri belli, infinite dovrebbero essere le voglie; mentre il vero amore non soffre divisione, dev’essere spontaneo e non già costretto. Così stando le cose, perché volete voi che io sottometta a forza il mio volere, non da altro obbligata se non dal dire voi di amarmi? Ditemi, del resto: se il cielo, come mi ha fatto bella, mi avesse fatto brutta, sarebbe forse giusto che io mi lamentassi di voi perchè non mi avete amato? Tanto più che dovete considerare che non io ho scelto la bellezza che ho; che tal quale essa è, me l’ha data il cielo per suo favore, non per averla io chiesta né scelta. E la bellezza in donna onesta è come fuoco acceso discosto o spada aguzza: quello non brucia nè questa ferisce chi non vi si avvicina. L’onore e la virtù sono ornamenti dell’anima, senza dei quali il corpo, se pur sia bello, non deve parer bello. Se poi l’onestà è una delle virtù che più adornano e abbelliscono il corpo e lo spirito, perché deve perderla colei che è amata perché bella, assecondando l’intendimento di colui, che per il suo solo piacere, cerca di fargliela perdere? Io nacqui libera e per poter vivere libera scelsi la solitudine dei campi. Son fuoco che sta discosto e spada messa in luogo lontano. Coloro che ho innamorato con la mia presenza, ho disingannato con le parole; e se i desideri si alimentano di speranze, non avendone io data alcuna a Grisostomo né ad alcun altro di essi, ben si può dire, insomma, che l’uccise piuttosto la sua ostinatezza che la mia crudeltà. Se io lo avessi tenuto a bada, sarei stata falsa; se lo avessi appagato, avrei agito contro la mia più cara intenzione. Disingannato, volle ostinarsi si sentì disperato, pur non essendo odiato. Vedete un po’ ora se si può ragionevolmente incolpare me di quel ch’egli ebbe a soffrire! Si dolga chi è ingannato; ma non mi si dica crudele nè omicida colui a cui io non faccio promesse. Come sapete, io posseggo ricchezze mie proprie e non bramo le altrui; sono indipendente di carattere e non mi piace di assoggettarmi; non amo né aborro nessuno; non scherzo con l’uno, né mi spasso con l’altro. I miei desideri si limitano a queste montagne» (cap. XIV). 

Don Chisciotte di Honoré Daumier

Don Chisciotte di Honoré Daumier

La bellezza che costringe ad essere amata contro la volontà (e il desiderio) della donna spinge alla morte: al suicidio ostinato del giovane rifiutato; molto più frequente è (in questi tempi culturali segnati dalla regressione culturale) l’assassinio della bella donna che paga il rifiuto con la vita. L’essere indipendente in generale e ancor meno per una donna non può essere accettato da una visione maschile e patriarcale, che assume il possesso di quel corpo come suo diritto e sua “cosa”. Corpo-cosa che diventa merce in questa idea “maschia”. Non si può amare contro la propria volontà; l’amore ostinato è crudele e annientante: tende ad annientare sé stesso e l’altra da sé. La bellezza non si possiede, dice Marcela: si ammira, si protegge, si rispetta. La bellezza è affine all’alterità, grande tema di questi drammatici giorni. Se l’alterità – l’altro erotico o politico – non si assoggetta al volere del dominante (o che si ritiene erroneamente tale), deve essere soppressa. In questa lettura di Cervantes, chi non si sottomette al potere politico e culturale quale è il patriarcato, che mescola radici arcaiche con perversioni attuali; il sesso come possesso aziona una macchina omicida e bellica che ancora una volta mette insieme l’erotica con il politico. In questa perversa sintesi – ma le sintesi sono sempre perverse – il possesso è sempre dei corpi e dell’alterità, sotto il segno del patriarca dominante. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026

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Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, come Visiting Professor è stato invitato in diverse università europee, a Tokyo (Giappone), Nanjing (China). Dal 2010 al 2017, è stato Professor Visitante in Brasile: lorianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), São Paulo (ECA/USP – Instituto de Estudos Avançados IEA/USP). Tra i suoi libri: La Linea di Polvere. Meltemi, Milano, 2017; Meta-feticismo, Roma, Manifesto Libri, 2022; Stupore Indigeno, Napoli, Mar dei Sargassi, 2023; Cittadinanza Transitiva, Milano, Meltemi, 2024.

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