di Sergio Ciappina
Lo studio che segue rappresenta l’analisi formale, e non contenutistica, delle principali fallacie logiche che ricorrono nella cosiddetta “oratoria di crisi”; si esime cioè da qualsiasi considerazione politica ed etico-morale su quanto affermato all’interno dei discorsi politici che si propone di analizzare. L’oratoria di crisi o, più correttamente “comunicazione di crisi”, è la gestione strategica dei messaggi e delle informazioni da parte di un’organizzazione o di un ente per rispondere a un evento critico che minaccia la sua reputazione e la sua operatività qualunque essa sia.
Il 24 settembre di quest’anno il primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu, ha pronunciato un discorso di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il cui testo è reperibile in rete [1] e sul quale si è ampiamente dibattuto in merito a toni e contenuti. Il discorso contiene un’articolata argomentazione che ha come principale obiettivo la difesa delle ragioni e del comportamento dell’esercito di difesa israeliano, IDF, nella campagna di guerra seguita al blitz terroristico compiuto dai miliziani di Hamas il 7 ottobre 2023 in territorio israeliano uccidendo e sequestrando complessivamente circa milleduecento cittadini israeliani.
Da un punto di vista della comunicazione la prima cosa che appare evidente è che, visto che l’IDF agisce sotto l’esclusivo controllo dell’attuale governo d’Israele, il discorso di Netanyahu giustifica e autoassolve per estensione l’operato suo proprio e quello del governo da lui stesso presieduto. Quello che interessa in questa sede è però analizzare attraverso quali passaggi salienti e con quali artefatti retorici viene costruita quella che, da più parti, è stata definita una “difesa ad oltranza”.
La cosa che più colpisce leggendo per la prima volta il testo è l’incessante ripetizione del verbo “vincere” che viene proferito ben diciassette volte e messo in relazione, per altrettante volte, con il concetto di “non avere altra scelta”; il tutto avviene nei trentacinque minuti circa della durata dell’intero discorso: una tale scelta argomentativa non lascia ovviamente spazio, appunto, ad alcuna mediazione. È una posizione abbastanza frequente nella comunicazione di crisi: l’altro, chiunque esso sia, ci ha messo nella situazione di non poter agire altrimenti e di perseverare quindi nella nostra opera.
Questa struttura argomentativa ci riporta a un altro famoso esempio di oratoria di crisi formulato esattamente centouno anni fa: il 3 gennaio 1925, Benito Mussolini interviene alla Camera dei deputati e chiude la lunga parentesi di crisi cresciuta intorno al delitto Matteotti. In questo testo Mussolini si assume la responsabilità di tutti gli atti di violenza che avevano contrassegnato l’annata 1924, dalla campagna elettorale che si era conclusa il 6 aprile 1924 con la vittoria della lista fascista fino all’uccisione del deputato socialista. Dopo questo discorso l’atmosfera di anti-mussolinismo che aveva attraversato il Paese cambia radicalmente il suo corso: seguono misure repressive che pongono fine definitivamente allo Stato liberale e che nel giro di venti mesi conducono alla fine di ogni forma legale di opposizione con la messa fuorilegge dei partiti e l’arresto di tutti gli oppositori politici. L’importanza del discorso del Capo del Governo non sta solo nella rivendicazione della responsabilità delle violenze, ma soprattutto nel proporre e riuscire a imporre, attraverso una costruzione retorica in cui apparentemente Mussolini “gioca in difesa”, un nuovo ordine nazionale, sancendo di fatto la nascita della dittatura.
A questo punto è d’obbligo enunciare la seguente premessa metodologica: nel presente elaborato si valuta la forma degli argomenti, non il valore etico e morale degli autori e dei contenuti. Le stesse tecniche ricorrono in gran parte dell’oratoria politica, quindi la loro presenza comune sul piano della forma non prova un’equivalenza di fini morali e politici (costituirebbe essa stessa una fallacia logica denominata “falsa analogia”).
Vediamo pertanto il contesto: quello di Netanyahu è il discorso di un capo di governo in carica davanti a un’assemblea internazionale, con replica possibile. Il nucleo fattuale (7 ottobre, missili iraniani, ostaggi) è documentato, mentre sono contestate a Israele la condotta della guerra, le cifre e l’accusa di genocidio. Quello di Mussolini è il discorso di un capo di governo sospettato di responsabilità nel rapimento e nell’omicidio di Giacomo Matteotti (giugno 1924), davanti a una Camera senza l’opposizione ritiratasi sull’Aventino [2].
La sintesi critica del discorso di Netanyahu evidenzia come esso sia costruito su un impianto retorico coerente ed efficace: alterna fatti verificabili (Entebbe, il 7 ottobre, le uccisioni di civili israeliani) con generalizzazioni non verificabili (ringraziamenti privati, cifre sulla violenza dei coloni senza fonte) e giudizi assoluti (genocidio come “menzogna del secolo”, esercito “più morale del mondo”) che chiudono il dibattito anziché aprirlo. La tecnica ricorrente più significativa è l’uso della sofferenza individuale documentata e reale come argomento a sostegno di conclusioni politiche generali, un passaggio logico che genera forte impatto emotivo ma che, tecnicamente, non costituisce dimostrazione delle tesi più ampie (proporzionalità della guerra, accuse di genocidio, legittimità di specifiche politiche sui territori) a cui viene agganciato.
Procediamo quindi con la rilevazione delle fallacie logiche principali presenti nel discorso tenuto il 24 settembre 2026 da Benjamin Netanyahu davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Cominciamo dall’apertura:
“Se in quest’aula ci sono altri codardi morali che non se ne sono ancora andati…”
Fallacia: avvelenamento del pozzo (poisoning the well). Prima ancora di esporre argomenti, chi dissente o lascia l’aula viene etichettato come moralmente vile. Questo pre-condiziona l’uditorio rimasto a respingere qualunque futura obiezione come proveniente da persone già squalificate, aggirando il bisogno di confutarle nel merito.
La “linea rossa” di 14 anni fa:
“Promisi che avrei impedito… Ed è esattamente quello che abbiamo fatto”.
Qui c’è un’omissione selettiva della cronologia: tra la promessa del 2011 e l’attacco del 2026 sono intercorsi accordi (JCPOA, poi ritiro USA nel 2018), anni di diplomazia fallita e altre dinamiche. Presentare l’esito attuale come compimento lineare di una promessa di 14 anni prima, costruisce una narrazione di coerenza retrospettiva che ignora i passaggi intermedi, comprese scelte politiche israeliane e americane controverse in quel periodo.
“Se non l’avessimo fatto, oggi saremmo tutti morti”:
Fallacia: argomento controfattuale non dimostrabile presentato come certezza. Non viene fornita alcuna evidenza di un piano iraniano di attacco imminente e letale contro l’intera popolazione israeliana; è un’affermazione categorica su uno scenario alternativo, funzionale a giustificare retroattivamente qualsiasi costo dell’azione militare come l’unica alternativa alla morte di massa.
“Molti leader ci hanno ringraziato in privato”.
Affermazione non verificabile e non falsificabile per costruzione: essendo dichiarazioni private, non possono essere confermate né smentite dal pubblico. Viene usata per sostenere che l’opposizione pubblica di alcuni Stati sia ipocrita, ma la premessa stessa sfugge a ogni controllo.
Il 1967 e il “colonialismo”:
“Una striscia di terra… un terzo dell’uno per cento della superficie del mondo arabo. Eppure, accusano Israele… di colonialismo”.
Qui c’è uno strawman (argomento fantoccio) della critica: le accuse di colonialismo rivolte a Israele riguardano tipicamente le pratiche negli insediamenti in Cisgiordania e la gestione dei territori occupati dal 1967, non le dimensioni del territorio israeliano rispetto al mondo arabo. Confrontare l’estensione geografica è una metrica irrilevante rispetto al contenuto specifico dell’accusa (natura del controllo su popolazione e territorio, non superficie totale).
Il “sono stati loro a inventare il termine” rivolto a Regno Unito e Francia, che accusano Israele di pratica genocidaria, è un tu quoque (anche tu) puro: non confuta l’accusa, ma sposta l’attenzione sulla legittimità di chi accusa. Anche se l’ipocrisia storica di potenze coloniali è un fatto reale, non dice nulla sulla fondatezza o meno dell’accusa specifica.
“Non si tratta di territori… si tratta dell’esistenza di uno Stato ebraico”.
Questa è un’affermazione politica legittima da sostenere, ma va notato che semplifica una posizione binaria su un conflitto in cui buona parte del dibattito internazionale (inclusi accordi come Oslo, la Road Map, le risoluzioni ONU) riguarda esplicitamente i confini e i territori. Presentare “territori vs. esistenza” come alternativa esclusiva è un falso dilemma che esclude la possibilità, sostenuta da attori diplomatici per decenni, che entrambe le dimensioni siano in gioco contemporaneamente.
Il racconto su Yoni Netanyahu ed Entebbe:
Narrativamente potente, storicamente verificabile nei fatti principali (Entebbe 1976 è documentata). Da un punto di vista logico, tuttavia, funziona come trasferimento di pathos: l’eroismo del fratello nel 1976 viene collocato subito prima delle affermazioni sulla guerra attuale, creando un ponte emotivo che lega l’autorevolezza morale guadagnata dal racconto personale alla legittimità delle scelte politiche successive – un collegamento che è retoricamente efficace ma logicamente non stringente perché l’eroismo di un individuo in un episodio non dimostra la correttezza di politiche di stato decenni dopo.
Il 7 ottobre 2023:
La descrizione dei crimini di Hamas è ampiamente documentata da fonti indipendenti (ONU, giornalisti, commissioni d’inchiesta) nei tratti essenziali (uccisioni di civili, sequestri, violenze). Qui la fallacia non è nella descrizione dei fatti, ma nell’uso funzionale che se ne fa immediatamente dopo: la enormità del crimine di Hamas viene utilizzata come premessa implicita per respingere in blocco, più avanti nel discorso, qualsiasi critica alla condotta militare israeliana successiva – una forma di non sequitur: la gravità della provocazione iniziale non determina automaticamente la correttezza di ogni azione di risposta.
Il calcolo:
“40.000 americani / 16 volte l’11 settembre”.
Fallacia: falsa equivalenza per estrapolazione proporzionale. La proiezione demografica (1.200 morti su 10 milioni di abitanti trasposto su 330 milioni di americani) è aritmeticamente corretta ma logicamente fuorviante come argomento politico: il trauma nazionale, la risposta militare “giusta” o le conseguenze geopolitiche non scalano linearmente con la popolazione. È un espediente retorico per amplificare l’empatia del pubblico americano presente, non un argomento sulla proporzionalità della risposta.
“Guerra su sette fronti… Paese delle dimensioni del New Jersey”.
Argomento di tipo appello alla simpatia per il sottodimensionato, efficace retoricamente, ma che nasconde un’omissione: non viene menzionato il sostegno militare, di intelligence e finanziario ricevuto da Israele da parte di Stati Uniti ed altri alleati, che è un fattore rilevante per valutare il reale “equilibrio di forze” nella narrazione Davide-contro-Golia.
Sezione sulla violenza dei coloni:
“150 delinquenti che hanno causato 2 o 3 morti”.
Qui la fallacia più chiara è il cherry-picking statistico senza fonte (fallacia dell’evidenza incompleta). I numeri (“150 delinquenti”, “2 o 3 morti” contrapposti a “migliaia di attacchi terroristici” subiti dai territori israeliani) sono presentati senza attribuzione a nessuna fonte verificabile, mentre ONU, B’Tselem, OCHA e altre organizzazioni pubblicano dati diversi e più articolati sulla violenza dei coloni, spesso in contraddizione con questa minimizzazione. L’assenza di fonte in un contesto di cifre contrapposte è essa stessa un problema metodologico, non solo una scelta retorica.
L’appello diretto a Macron:
Il racconto della morte di Netanel Shukrun [3] è un fatto tragico riportato con dettagli specifici verificabili indipendentemente. Da un punto di vista logico, l’uso della tragedia individuale come argomento contro la posizione diplomatica della Francia (nel merito, ad esempio, del riconoscimento di uno Stato palestinese) è un altro caso di trasferimento di pathos: la sofferenza reale di una famiglia non costituisce, di per sé, una confutazione di una posizione politica sui confini o sul riconoscimento statale.
Il ringraziamento al Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump:
Passaggio politicamente allineato, non fallace di per sé, ma è da notare che omette completamente le voci critiche interne agli USA, incluse le parti dell’establishment militare e diplomatico, sulla gestione della crisi, presentando un consenso bipartisan americano che nella realtà politica statunitense è tutt’altro che unanime.
“L’esercito più morale del mondo”.
Fallacia: asserzione superlativa non falsificabile. “Il più morale del mondo” è un giudizio comparativo assoluto per cui non viene fornito alcun criterio di misurazione né confronto sistematico con altri eserciti. È uno slogan, non una proposizione verificabile.
L’attacco a Qatar e alla Turchia e al suo presidente Erdogan
Il lungo elenco di accuse a Erdogan (curdi, armeni, giornalisti, Cipro) è fattualmente basato su elementi reali e documentati: la repressione della stampa, la questione curda, il negazionismo del genocidio armeno sono tutti temi con solida documentazione internazionale. Tuttavia, la loro funzione argomentativa qui è strumentale: vengono elencati non per essere discussi nel merito, ma per screditare preventivamente qualsiasi critica che la Turchia possa muovere a Israele, indipendentemente dal contenuto di quella critica. È un caso da manuale di ad hominem circostanziale, ovvero si afferma che la fonte è cattiva e quindi se ne ignora il contenuto; il che non rappresenta affatto una confutazione logica dell’argomento turco.
Inoltre, attribuire il “lavaggio del cervello” antisemita quasi esclusivamente al finanziamento del Qatar semplifica un fenomeno, ossia quello delle percezioni pubbliche di Israele, che ha cause molteplici e documentabili in modo più articolato.
La citazione del colonnello Spencer:
“Israele ha fatto più di qualsiasi altro esercito nella storia per prevenire le vittime civili”.
Fallacia: appello all’autorità isolata (cherry-picking di fonti). Spencer è una fonte reale e qualificata, ma la sua opinione viene presentata come se chiudesse un dibattito su cui esistono valutazioni molto diverse da parte di altre autorità comparabilmente qualificate come giuristi internazionali, ex ufficiali di altri eserciti, organizzazioni come Human Rights Watch o Amnesty International, la Corte Internazionale di Giustizia. Citare una sola autorità favorevole, senza menzionare il disaccordo esistente tra esperti, è una forma di selezione ad hoc delle fonti.
Le domande retoriche su vaccini e aiuti alimentari:
“Quale regime genocida somministra un milione di vaccinazioni… consente due milioni di tonnellate di cibo?”
Fallacia: domanda retorica come sostituto della prova (loaded question). La logica implicita è: azione umanitaria A esclude accusa B. Ma le accuse di condotta problematica nei conflitti contemporanei riguardano tipicamente la proporzionalità delle vittime civili, l’accesso umanitario ostacolato o ritardato, e la distinzione tra combattenti e civili e non l’assenza totale di ogni gesto umanitario. Un singolo dato positivo non confuta un’accusa complessa articolata su altri parametri.
“Accusare Israele di genocidio è la più grande menzogna del secolo”
Fallacia: petitio principii (assunzione della conclusione). L’affermazione categorica sostituisce l’argomentazione: non vengono affrontati nel merito i rapporti di organismi indipendenti, inclusa la Corte Internazionale di Giustizia, che ha ritenuto “plausibile” il rischio di violazioni della Convenzione sul genocidio in una fase del procedimento e vengono semplicemente dichiarati falsi per definizione retorica.
L’attacco a Mamdani neoeletto alla carica di Sindaco di New York
Questo è il passaggio più densamente ad hominem del discorso. Analizziamolo voce per voce:
- “Annovera tra i suoi amici Hasan Piker” [4] → guilt by association (fallacia associativa): le opinioni di un conoscente vengono attribuite implicitamente al bersaglio.
- “Sua moglie ha messo ‘Mi piace’…” → attacco tramite un familiare, non tramite dichiarazioni dirette del sindaco.
- “Si è rifiutato di condannare tutto questo” → onere della prova invertito: il silenzio o il non-commento su fatti altrui viene equiparato a complicità, senza che sia lo stesso Mamdani ad aver affermato quelle posizioni.
Nessuna di queste tecniche confuta eventuali posizioni politiche di Mamdani su Israele; costruisce piuttosto un ritratto di colpevolezza per associazione.
“I tempi in cui gli ebrei erano vittime indifese sono finiti”
Non fallace di per sé come affermazione storica, ma funziona come premessa implicita che collega automaticamente la forza militare alla sicurezza, escludendo dal discorso ogni riflessione su strategie alternative di sicurezza come la diplomazia e la deterrenza senza escalation, come se l’unica alternativa alla debolezza storica degli ebrei fosse soltanto l’attuale approccio militare.
“Fratellanza delle democrazie o Fratelli Musulmani?”
Fallacia: falso dilemma già segnalato in precedenza. In questo punto specifico, riduce l’intero spettro di posizioni critiche verso Israele, che include partiti laici, governi democratici e ONG secolari, alla sola alternativa rappresentata da un “islamismo radicale”, cancellando la varietà reale delle posizioni critiche esistenti.
L’Iran: con Starlink …
“il popolo iraniano sarà libero”
Passaggio coerente con posizioni consolidate della politica estera israeliana; il gesto simbolico del dispositivo Starlink è teatrale, ma non contiene fallacie logiche specifiche: si tratta soltanto di propaganda politica dichiarata, non un argomento mascherato da logica. In ultima analisi potrebbe rappresentare un elogio interessato verso la tecnologia sviluppata da una delle società create dal multimiliardario statunitense Elon Musk.
La citazione di Mark Twain
Fallacia: appello all’autorità storica fuori contesto: anche se autentica, la citazione di Twain sulla resilienza ebraica del 1899 viene utilizzata per legittimare rivendicazioni territoriali e politiche del 2026; un salto logico tra ammirazione culturale e storica per un popolo e legittimità di specifiche decisioni politiche contemporanee su confini, insediamenti o gestione del conflitto.
Chiusura biblica:
“L’eternità di Israele non verrà meno”.
Chiusura retorica coerente con il registro civile-religioso adottato in tutto il discorso; non introduce nuove fallacie logiche, ma consolida la cornice escatologico-provvidenziale usata più volte mediante il richiamo a un non ben precisato destino storico e a una controversa sopravvivenza millenaria, come sostituto implicito di argomentazione politica contingente. Il destino “eterno” diventa così una risposta indiretta a domande molto specifiche e contemporanee su confini, diritti dei palestinesi e diritto internazionale.
Vediamo adesso di realizzare la stessa analisi della sola struttura formale del discorso tenuto dal Presidente del Consiglio dei ministri italiano al Parlamento del Regno d’Italia il 3 gennaio 1925.
La sua costruzione retorica è senz’altro una difesa che si trasforma in minaccia. Si parte da una finta autoaccusa, si passa a una serie di negazioni e di appelli emotivi, e si arriva a un ultimatum con la scadenza di 48 ore. Nelle settimane successive iniziarono davvero la chiusura dei circoli, gli arresti e la stretta sulla stampa, fino alle leggi, cosiddette “fascistissime”, del 1925-26. Come detto, il discorso arriva dopo il sequestro e l’assassinio di Giacomo Matteotti (giugno 1924), la secessione dell’Aventino e la pubblicazione, a fine 1924, dei memoriali che chiamavano in causa l’entourage di Mussolini. Il nome di Matteotti non compare mai nel testo. Questa omissione è la più grande fallacia dell’intero discorso: una gigantesca fallacia denominata “ignoratio elenchi”, cioè la risposta a una domanda diversa da quella posta. L’accusa vera è la responsabilità per l’omicidio di un deputato, mentre il discorso risponde a un’altra accusa, molta più comoda da respingere.
L’esordio
«Non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi».
Fallacie e artifici: finta modestia (captatio benevolentiae), argumentum ad ignorantiam, onere della prova rovesciato, falso dilemma. Rifiutare il voto presenta un’assenza di garanzie come una scelta magnanima. In realtà un voto politico sarebbe stato un controllo parlamentare, e il controllo è proprio ciò che si vuole evitare.
La sfida sull’articolo 47 («c’è qualcuno che si voglia valere…?») è retoricamente brillante e logicamente scorretta. Presuppone che l’assenza di una messa in stato d’accusa equivalga a innocenza, e questo è un appello all’ignoranza. Ma l’accusa formale era impossibile per ragioni strutturali: la Camera era dominata dalla maggioranza fascista, uscita da elezioni segnate da violenze, e le opposizioni erano fuori dall’aula. Mussolini sfida il silenzio che lui stesso ha prodotto. Il costo di un’accusa è inoltre scaricato su chi la formula, che dovrebbe farlo davanti all’imputato e ai suoi sostenitori armati.
«Sono io che levo in quest’Aula l’accusa contro me stesso».
Fallacia: confessione strategica (preemptive confession). Accusarsi in forma generale neutralizza le accuse specifiche. Chi si dichiara colpevole di tutto, come si vedrà più avanti al quindicesimo punto in analisi, quello centrale, non può più essere interrogato su nulla. Anche la «chiarificazione assoluta» e la «sosta» con i «compagni di viaggio» sono già un messaggio agli alleati liberali e conservatori, un avviso che il rapporto sta per cambiare.
«Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo».
Fallacie: argomento fantoccio (straw man), argumentum ad ignorantiam, spostamento dei paletti (moving the goalposts), falsa analogia (appello alla paura del comunismo), benaltrismo (whataboutism). Le accuse riguardavano gruppi di fedelissimi, legati all’ambiente del Viminale e della stampa del regime, che agivano per intimidire e colpire. Mussolini le riduce a «avrei fondato una Ceka», e poi definisce la Ceka solo con la versione sovietica, con 150.000-160.000 giustiziati. Poiché l’Italia non ha avuto un terrore di massa di quella scala, «la Ceka italiana non è mai esistita». È un falso confronto di scala: per smentire un’accusa di violenza politica organizzata si alza la soglia fino a un livello che nessuno aveva contestato.
La cifra sovietica è poi attribuita a «statistiche quasi ufficiali». Il «quasi» è un vago appello all’autorità, privo di fonte. Il richiamo alla Russia attiva, inoltre, il bersaglio emotivo dell’anticomunismo, che con l’accusa non c’entra nulla.
«Nessuno mi ha mai negato… una discreta intelligenza, molto coraggio ed un sovrano disprezzo del vile denaro».
Fallacia: argomento del carattere (ovvero l’ethos come prova), irrilevanza. L’intelligenza, il coraggio e l’indifferenza al denaro non dicono nulla sulla colpevolezza o sull’innocenza. L’enumerazione di virtù personali sostituisce l’argomento.
«…la violenza per essere risolutiva deve essere chirurgica, intelligente e cavalleresca. Ora le gesta di questa sedicente Ceka sono state sempre inintelligenti, incomposte e stupide».
Fallacie: definizione persuasiva, no true Scotsman (nessun vero scozzese), contraddizione implicita, eufemismo. In particolare, con l’espressione “nessun vero scozzese” ci si riferisce a una fallacia argomentativa che consiste in una ridefinizione ad hoc del contenuto di una propria affermazione che contiene una generalizzazione non motivata, al fine di sottrarsi a un’obiezione che la confuta. Qui avviene un’ammissione quasi involontaria. Se la Ceka «non è mai esistita», come può avere «gesta»? E come può essere «sedicente», cioè auto-proclamata? Dire che tali gesta esistono ma sono «stupide» riconosce l’esistenza di azioni violente di matrice fascista e le critica solo per la qualità estetica. Il criterio di giudizio è «intelligente e cavalleresca»: il problema non sarebbe la violenza ma la sua goffaggine. Inoltre «violenza che non può essere espulsa dalla storia» è una giustificazione fatalistica, un appello alla “natura, non ben definita, delle cose”.
«Ma potete proprio pensare che io potessi ordinare nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, potete pensare che io potessi ordinare un’aggressione alle dieci del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato durante il mio governo? Risparmiatemi signori, di pensarmi così cretino».
Fallacie: argumentum ad incredulitatem, appello all’emozione del Santo Natale, falso dilemma, cui prodest utilizzato come prova, petizione di principio (petitio principii). L’argomento è: sarebbe stato stupido ordinarlo, io non sono stupido, dunque non l’ho ordinato. Ci sono tre fallacie in questo passaggio. La prima: la convenienza non è una prova, perché chi commette un reato non agisce sempre in modo razionale e vantaggioso. La seconda: si assume che l’unica forma di responsabilità sia l’ordine esplicito e diretto. In un sistema in cui i capi creano un clima, tollerano e coprono, questa è una definizione artificialmente stretta che infatti sarà smentita al quindicesimo punto analizzato. La terza: il riferimento al «giorno successivo a quello del Santo Natale» è puro appello emotivo, perché la data non ha alcuna capacità probatoria.
«…dopo un successo così clamoroso che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni…» [5].
Fallacie: appello alla popolarità (band wagon), autoelogio come argomento, irrilevanza, falsa causalità, appello alla pietà e alla stima per l’avversario. Il ragionamento è: avevo appena pacificato l’aula, quindi non posso aver voluto violenze. Ma un discorso conciliante non dimostra che altri non abbiano agito, né che il leader non abbia tollerato o promosso quelle azioni. L’«atmosfera idilliaca» è affermata, mai dimostrata, e il consenso di «tutta la Camera» è dichiarato dall’interessato. Il passaggio sul «certo coraggio» dell’avversario, che «rassomigliava al mio», è un’inversione retorica: si mostra stima per la vittima per rendere implausibile l’idea di averle fatto del male.
«Sono cervellini di grillo quelli che pretendevano da me… gesti di cinismo… oppure dei gesti di forza».
Fallacie: ad hominem (derisione), falso dilemma, appello all’esperienza di guerra (appeal to authority/experience), argomento fantoccio (strawman). La domanda «che cosa dovevo fare?» presenta solo due opzioni, il cinismo o la forza. Si omette la terza e ovvia: lasciare che la giustizia ordinaria facesse il suo corso, perseguendo i responsabili e i mandanti, ovunque portassero. Chi chiedeva questo diventa uno «stratega con gli spillini», un imboscato, contrapposto a chi «mangiava la trincea».
«Io ho liquidato in 12 ore una rivolta di guardie regie… in 48 ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù».
Fallacie: non sequitur, prova per autocelebrazione, vaghezza (perché il «grande generale di una nazione amica» è anonimo). Il fatto di aver agito con energia in altre occasioni non prova nulla sulle accuse di cui si discute. Al contrario, mostra che quando vuole Benito Mussolini agisce rapidamente e con efficacia, il che rende più, non meno, grave la mancata azione contro i responsabili. Gli episodi sono riportati sulla sola parola dell’oratore.
«Pena di morte? Ma qui si scherza, signori! … Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo».
Fallacie: argomento fantoccio (strawman), diversivo (red herring), appello alla legalità formale. Nessuno aveva accusato Mussolini di voler introdurre la pena di morte. È un’accusa inventata per poterla respingere con indignazione, in un registro di moderazione. Il passaggio ha un valore storico amaro: la pena di morte fu reintrodotta nell’ordinamento nel novembre 1926 per i reati contro la sicurezza dello Stato, e giudicata da un Tribunale speciale. L’argomento della «regolarità del giudizio» non regge alla prova dei fatti.
«…secessione anticostituzionale e nettamente rivoluzionaria… campagna immonda e miserabile… c’era veramente un accesso di necrofilia».
Fallacie: linguaggio caricato (loaded language), equivocazione, poisoning the well, appello alla vergogna, asserzione semplice (bare assertion), tu quoque. In particolare, l’asserzione semplice, o fallacia dell’asserzione (nota anche come ipse-dixitismo), si verifica quando una premessa viene introdotta come conclusione senza alcuna base probatoria.
La secessione dell’Aventino fu una protesta politica: i deputati dell’opposizione abbandonarono i lavori. Definirla «anticostituzionale» e «rivoluzionaria» è un’etichetta, non un argomento, perché non si spiega quale norma sia violata. La stampa è accusata di «menzogne», ma nessuna notizia specifica è smentita. E la frase sulle «inquisizioni su quello che succedeva sotto terra» fa riferimento alla ricerca del corpo di Matteotti, trasformando l’indagine sul crimine in un fatto morboso e immorale, cioè spostando la colpa dagli autori a chi indaga.
«Il giorno 11 settembre qualcuno volle vendicare l’ucciso e sparò su uno dei nostri migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca».
Fallacie: appello alla pietà, tu quoque, falsa equivalenza. L’ambiguità è fortissima: «vendicare l’ucciso» è una formula che ammette che qualcuno è stato ucciso, ricordiamo qui che Matteotti non viene mai nominato, e subito la mette sullo stesso piano della morte di un fascista. Le «sessanta lire in tasca» sono un dettaglio emotivo, irrilevante per la questione di fondo.
«Reprimo gli illegalismi. Non è menzogna quando dico che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti».
Fallacie: affermazione non verificabile, depistaggio (red herring), argomento fantoccio (strawman). La sequenza anaforica «non è menzogna» e la citazione del Parlamento riaperto, del giuramento della Milizia e della nomina dei generali rivolgono una difesa contro un’accusa che nessuno aveva fatto: nessuno diceva che il Parlamento fosse chiuso. Le centinaia di fascisti in carcere sono assimilabili ai fascisti di stampo mazziniano/repubblicano [6] che verranno definitivamente tolti di scena arrestandoli in massa dopo l’attentato contro Vittorio Emanuele III, inscenato a Milano il 12 aprile 1928, senza che contro di loro ci fosse un’accusa derivante da indagini di polizia [7]. Dimostrare che «alcune cose formali sono state fatte» non dimostra che il governo abbia rispettato la legge nella sostanza. Da notare anche che la «Milizia» è uno strumento di partito, assorbito nello Stato.
«…piego questa assemblea riottosa e riluttante, e dico: siano accettate le dimissioni» [8].
Fallacie: contraddizione interna, appello alla propria autorità, ingratitudine come argomento. Qui Benito Mussolini si vanta di aver piegato la Camera con il suo «prestigio». Chi può piegare a piacimento un’assemblea è chi la controlla: la narrazione del leader assediato da forze che non governa si indebolisce. Subito dopo, la «riforma elettorale» è presentata come «gesto normalizzatore», e l’assenza di gratitudine dell’opposizione è presa come prova della sua cattiva fede.
«Assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.»
Fallacie: equivocazione sul termine «responsabilità», motte-and-bailey, falso dilemma, argomento fantoccio (strawman). In particolare, la motte-and-bailey fallacy è un errore argomentativo informale che coinvolge due posizioni distinte ma correlate: la bailey rappresenta una tesi controversa e difficile da difendere, che è quella che l’argomentatore desidera realmente promuovere. La motte rappresenta una tesi modesta, ovvia e facilmente difendibile. La fallacia si verifica quando un sostenitore avanza la posizione controversa (bailey) ma, quando viene sfidato, ritira la sua affermazione per difendere solo quella modesta (motte), agendo come se le due fossero equivalenti per evitare di dover difendere la posizione originale. Il termine è stato coniato dal filosofo Nicholas Shackel nel 2005.
Siamo al centro di tutto il discorso. La responsabilità assunta è politica, morale, storica: aggettivi che escludono quella penale, la sola che avrebbe conseguenze. È un’assunzione di colpa a costo zero, e infatti nessun tribunale seguì. Mussolini difende la «posizione facile» (la responsabilità generale, indimostrabile e innocua) per evitare la «posizione difficile» (la responsabilità per i fatti specifici e per i mandanti).
«Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda!».
Fallacie: argomento fantoccio (strawman), retorica del martirio, appello all’emozione. La frase è chiaramente una sfida: l’oratore si presenta come perseguitato per «frasi storpiate». Il termine «storpiate» è un modo per dire che le accuse sono falsificazioni, senza provarlo.
«Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa!».
Fallacia: falso dilemma. O è solo olio di ricino e manganello, o è solo passione della gioventù. Non si ammette l’ipotesi più ovvia, che entrambe le cose siano vere. Anche l’immagine dell’«associazione a delinquere» è condizionale («Se… a me la responsabilità») e fa slittare il piano: l’oratore non dice che lo sia stata, dice che se lo fosse stata ne risponderebbe, e subito dopo trasforma tutto in «clima storico, politico, morale», un’attenuante che spersonalizza i fatti.
«…questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento fino ad oggi».
Fallacia: contraddizione. Mussolini ammette qui di aver creato il clima che ha reso possibile la violenza. Ma, al terzo punto qui analizzato, aveva negato ogni responsabilità diretta. Le due cose sono compatibili solo a patto di accettare una nozione di responsabilità che non coincide con ciò che l’accusa contestava, ed è proprio quello che il testo ottiene.
«…il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: basta! La misura è colma!».
Fallacie: appello al popolo (ad populum), ipostatizzazione («il popolo», «l’Italia vuole»), post hoc e giustificazione retroattiva, falsa analogia. «Il popolo» qui è un soggetto unico che parla attraverso il capo. Nessuna prova è offerta di questa volontà. L’ammissione «sono stato io che ho voluto che le cose giungessero a questo punto estremo» e «ho saggiato il Partito» trasforma retroattivamente la crisi in una messa alla prova pianificata: una spiegazione non falsificabile, che trasforma ogni esito (anche il fallimento) in un successo. La metafora del metallo battuto con il martelletto è una falsa analogia: gli uomini non sono metalli e la lealtà non si misura così.
«…in Italia oggi chi è fascista rischia ancora la vita! Nei soli mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi…».
Fallacie: colpa per associazione, brutta china (slippery slope), falsa causa, appello alla paura, dati non verificabili, cherry-picking. In particolare, la fallacia della brutta china è un errore di ragionamento in cui si sostiene che un piccolo primo passo porterà inevitabilmente a una catena di eventi negativi, senza fornire prove sufficienti per tale catena causale.
L’etichetta «sfondo repubblicano» è un’insinuazione: le opposizioni sarebbero nemiche della monarchia, e quindi dello Stato. Non c’è alcuna prova. Poi si attribuisce all’Aventino, che era un’astensione parlamentare, la responsabilità degli omicidi e degli incendi, come se fosse la causa diretta di ogni violenza in Italia: post hoc ergo propter hoc. Le statistiche («undici fascisti uccisi») non hanno fonte, e soprattutto non sono confrontate con le vittime della violenza fascista, il che rende la selezione dei dati arbitraria. L’immagine della testa «ridotta un’ostia sanguinosa» è un puro dettaglio macabro, che serve a eccitare l’emozione e non a documentare.
«Un caposquadra della Milizia ferito… Un conflitto fra carabinieri e sovversivi a Genzano… il diretto 192 preso a sassate…».
Fallacie: generalizzazione indebita (hasty generalization), prova aneddotica, appello alla paura, enfasi su fatti insignificanti, contraddizione con quanto detto sopra.
Da una lista di incidenti locali (spesso minori: canti di «Bandiera rossa», petardi, un treno colpito da sassi, «donne scalmanate») si conclude un «risveglio sovversivo su tutta la linea». Sono episodi sparsi, in zone diverse, nell’arco di tre giorni, e non provano nulla né sul loro coordinamento né sul loro significato politico. Il mescolamento di fatti gravissimi (omicidi) e banali (sassate a un treno) è un trucco per gonfiare la gravità percepita.
C’è poi una contraddizione evidente: poche righe prima Mussolini aveva definito la stampa un teatro di menzogne «immonde e miserabili». Ora si appoggia ai «giornali di ieri e di oggi» come fonte della sua documentazione. La stampa è inaffidabile quando lo accusa, e attendibile quando lo difende.
«Quando due elementi sono in lotta e sono irreducibili, la soluzione è nella forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia e non ci sarà mai».
Fallacie: generalizzazione assoluta, falso dilemma, minaccia (argumentum ad baculum), petizione di principio, appello alla Storia. La storia conosce innumerevoli conflitti risolti con compromessi, elezioni, riforme. «Mai» e «sempre» non reggono. Soprattutto: l’«irriducibilità» è un presupposto, non una dimostrazione. Il conflitto è dichiarato irriducibile, quindi la forza è l’unica via. Ma chi decide che è irriducibile è chi ha la forza. Questa frase contraddice del tutto la linea precedente di «normalizzazione» e «convivenza»: il discorso di conciliazione del 7 giugno è ora presentato come un tentativo fallito, e il fallimento è imputato agli altri.
«Se io la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo la mettessi a scatenarlo, oh, vedreste allora…».
Fallacia: minaccia (argumentum ad baculum), (in contraddizione sostanziale con il terzo punto di quest’analisi).
Questa frase è l’ammissione più rilevante dell’intero testo. Se Benito Mussolini può «comprimere» e «scatenare» il fascismo a volontà, allora tutta la violenza squadrista che non ha represso è una scelta, non un fatto che gli sfuggiva di mano. La difesa «non potevo sapere, non ho ordinato» crolla per sua stessa ammissione. La minaccia è esplicita («vedreste allora…») e rivolta ai presenti.
«…gliela daremo con l’amore, se è possibile, o con la forza, se sarà necessario».
Fallacie: falso dilemma, eufemismo, ipostatizzazione («l’Italia vuole»).
L’alternativa «amore o forza» è fasulla e il «se sarà necessario» è lasciato alla decisione di chi parla. «Nelle 48 ore successive… la situazione sarà chiarita su tutta l’area» è un ultimatum, tra l’altro mantenuto.
«…non è capriccio di persona, non è libidine di governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la Patria».
Fallacie: petizione di principio, appello al patriottismo, appello al movente (argument from motive), negazione enfatica. In particolare, l’argomentazione basata sul movente, nota anche come appello al movente, è una fallacia logica in cui una richiesta viene respinta o accettata basandosi esclusivamente sulle motivazioni sospette o dichiarate del suo proponente, piuttosto che sul merito delle prove o della logica presentate. Sono motivazioni dichiarate dall’interessato, quindi non verificabili, e la negazione dei moventi «ignobili» serve a escluderli senza discuterli. Il patriottismo diventa un salvacondotto morale per qualsiasi atto, secondo il vecchio schema per cui l’amore della Patria esonera dal rendere conto.
A titolo riepilogativo, abbiamo deciso di sintetizzare in una tabella comparativa le principali fallacie logiche, riscontrate durante l’analisi delle due “comunicazioni di crisi”, connettendole con passaggi relativi che le rivelano.
| Fallacia / tecnica | Netanyahu (testo del 2026) | Mussolini (testo del 1925) |
| Falso dilemma / “non c’è altra scelta” | “Vinceremo, non abbiamo altra scelta”; “fratellanza delle democrazie o Fratelli Musulmani?” | “Quando due elementi sono in lotta e irreducibili, la soluzione è nella forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia”; “con l’amore, se è possibile, o con la forza se sarà necessario” |
| Inversione dell’onere della prova | Le accuse di genocidio sono “la più grande menzogna del secolo”, senza confrontarsi con gli atti giudiziari | “Si è detto che avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo” |
| Confronto favorevole / red herring | “Quale regime genocida somministra un milione di vaccinazioni?” | La Ceka sovietica (150-160.000 giustiziati) come metro: “la Ceka italiana non è mai esistita” |
| Argomento dal carattere e dalla competenza | Storia personale (Yoni), “l’esercito più morale del mondo” | “Discreta intelligenza, molto coraggio, sovrano disprezzo del vile denaro”; le violenze sono “inintelligenti, incomposte e stupide”, quindi non sue |
| Argomento dal buon momento (cui prodest) | Non presente in questa forma | “Potevo ordinare un’aggressione il giorno dopo Natale, dopo il discorso più pacificatore?”: l’inopportunità apparente diventa prova d’innocenza |
| Non sequitur da successi passati | Vittorie militari come prova di ragione morale | “Ho liquidato una rivolta in 12 ore… Corfù in 48 ore”: l’energia dimostrata altrove non prova l’estraneità ai fatti |
| Argomento fantoccio (strawman) | Le critiche ridotte a odio e ipocrisia | Gli avversari avrebbero preteso “gesti di cinismo” e “pena di morte”, che nessuno risulta aver chiesto; il fascismo ridotto a “olio di ricino e manganello” |
| Falsa confessione / elusione | Non presente: nessuna assunzione di responsabilità | “Io solo assumo la responsabilità politica, morale, storica”: ammissione ampia e vaga che sostituisce la risposta sulla responsabilità penale |
| Sfida/rimando a un giudice non imparziale | Non presente | Invoca l’art. 47 dello Statuto (“c’è qualcuno che voglia valersene?”) davanti a una Camera a maggioranza fascista e senza opposizione |
| Ad hominem e derisione | Mamdani (moglie, amici), Erdogan, i delegati “codardi morali” | “Cervellini di grillo”, “strateghi con gli spillini”, campagna di stampa con “accesso di necrofilia” |
| Delegittimazione della stampa | Il Qatar finanzia media e atenei per “lavare il cervello” | “Campagna immonda e miserabile”, “si sapeva di mentire, ma si mentiva lo stesso” |
| Generalizzazione da aneddoti | Attentati ai coloni contro “2 o 3 morti” della violenza dei coloni, senza fonte | Elenco di incidenti (Genzano, Monzambano, Cavaso…) e “undici fascisti uccisi” come prova di un “risveglio sovversivo su tutta la linea” |
| Falsa causa (post hoc) | Il silenzio dei critici e la loro ipocrisia come causa del clima antisemita | Gli incidenti di novembre-dicembre attribuiti all’Aventino (“questa sedizione ha avuto delle conseguenze”) |
| Pathos | Yoni, Neria Leiter, Shukrun | Il fascista ucciso che “aveva sessanta lire in tasca”, il settantatreenne gettato da un muraglione |
| Appello al popolo / identificazione capo-nazione | “Un unico popolo”, il leader parla per Israele | “Il popolo ha detto: basta!”; “l’Italia vuole la pace”; “amore sconfinato per la Patria” |
| Appello alla paura (ad baculum) | Iran, Hamas, il missile sull’ONU | “Se la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo la mettessi a scatenarlo, oh, vedreste allora…” (minaccia per reticenza); “nelle 48 ore successive la situazione sarà chiarita” |
| Negazione del movente altrui / motivo nobile | Difesa dell’esistenza dello Stato | “Non è capriccio di persona, non è libidine di governo, non è passione ignobile, ma amore per la Patria” |
| Rimando all’autorità e alla storia | Bibbia, Twain, col. Spencer | La guerra, l’interventismo, “cinque anni di dura battaglia”, lo Statuto Albertino |
| Legalità dichiarata | “Siamo uno Stato di diritto”; lo Shin Bet contro i coloni violenti | “La pena di morte va applicata dopo un giudizio regolarissimo”; “reprimo gli illegalismi”, “centinaia di fascisti in carcere” |
La precedente tabella evidenzia un andamento retorico comune. Vediamo come e in quali passaggi:
- Rottura iniziale: si stabilisce che l’uditorio è ostile o vile prima di argomentare (B.N.: “codardi morali”; B.M.: “vi siete fatti delle illusioni”).
- Autolegittimazione: l’autore si presenta con la propria storia di coraggio e sacrificio (B.N.: Yoni; B.M.: le trincee, “noi mangiavamo la trincea”).
- Negazione per confronto: l’accusa viene respinta, e non confutata, paragonandola a un male maggiore (B.N.: regime genocida; B.M.: Ceka russa).
- Catalogo di vittime proprie: un elenco di aggressioni e morti dei propri usato come prova che l’altra parte è l’aggressore.
- Inversione dell’accusa: le critiche diventano menzogna, campagna di stampa, ipocrisia.
- Necessità e forza: non c’è alternativa, la storia lo insegna (B.N.: “non abbiamo altra scelta”; B.M.: “non c’è stata mai altra soluzione”).
- Identificazione capo-popolo: B.N.: “un unico popolo”; B.M.: “il popolo ha detto: basta!”.
- Chiusura promissoria: un futuro di ordine e vittoria (B.N.: “vinceremo, l’eternità di Israele”; B.M.: “gliela daremo con l’amore, se possibile, o con la forza, se necessario”).
Va detto che però le direzioni divergono. Netanyahu mobilita consenso esterno contro nemici nominati, in un contesto dove può essere smentito, mentre Mussolini restringe lo spazio interno perché la retorica serve a preparare il terreno per la fine del pluralismo; cosa che l’uditorio dell’opposizione non può più contestare perché preventivamente eliminato.
In altri passaggi i due testi però divergono sensibilmente. In particolare:
- Posizione dell’oratore. Mussolini risponde all’accusa di essere il mandante di crimini politici contro concittadini e parlamentari: è un imputato che parla a giudici che controlla. Netanyahu non risponde a un’accusa formale nel discorso: difende la condotta di una guerra contro nemici esterni, con contestazioni giuridiche aperte (tra cui il mandato della Corte Penale Internazionale, respinto da Israele).
- Bersaglio della forza. Mussolini minaccia l’opposizione e la propria società civile (“stroncare in pieno e definitivamente la sedizione”). Netanyahu parla di nemici armati, regimi e Stati stranieri, anche se etichetta come “antisemite” le critiche contro il suo operato, quello del suo governo e dell’esercito da esso dipendente, confondendo critica politica e odio.
- Rapporto con la legalità. Mussolini invoca la legge per svuotarla: dopo il discorso arrivarono sequestri, chiusure di circoli e le leggi del 1925-26. Nel caso israeliano esistono corti indipendenti e stampa libera che possono contraddire il governo, e lo fanno.
- Responsabilità. Mussolini se ne assume una generica (“io solo”) per non risponderne concretamente. Netanyahu non se ne assume nessuna sui punti contestati e non affronta il merito delle accuse.
- Verificabilità. Le affermazioni di Netanyahu sono controllabili in tempo reale. Nel 1925 il contraddittorio era già stato soppresso e le prove successive collegarono gli esecutori al suo entourage.
In conclusione, le due retoriche condividono il repertorio dell’oratoria di crisi: dilemma forzato, controaccusa, trasferimento di pathos, personalizzazione e minaccia.
L’analisi formale, però, non è in grado di distinguere i due testi: a separarli sono il rapporto con i fatti, il bersaglio a cui si rivolgono e le conseguenze che ne derivano.
Il discorso di Mussolini serve a eludere una responsabilità concreta e ad annunciare la repressione. Quello di Netanyahu è invece criticabile per selezione delle fonti, cifre non attribuite e chiusura dei temi controversi, ma si svolge in un contesto in cui le sue affermazioni possono e, pertanto, devono essere contestate.
Serve ancora una volta sottolineare come la critica logica descriva come si argomenta senza per questo sostituirsi al giudizio storico e morale sul contenuto. Quest’ultimo, come di consueto, spetta “ai posteri”.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] La trascrizione integrale del discorso si trova qui: https://www.rightsreporter.org/il-discorso-integrale-di-benjamin-netanyahu-alle-nazioni-unite-2/ (10/26) e qui: https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/823925/assemblea-onu-il-discorso-integrale-assurdo-di-netanyahu-gaza-la-nostra-terra-evitato-un-genocidio-vinceremo-su-tutti.html (10/26)
[2] La secessione dell’Aventino fu la protesta parlamentare del 27 giugno 1924 contro il governo Mussolini, attuata dopo il delitto Matteotti. I deputati dell’opposizione (tranne i comunisti e i liberali) si ritirarono sull’Aventino per denunciare le illegalità del regime, ma la loro scelta di isolamento e la fiducia riposta nel Re si rivelarono politicamente inefficaci.
[3] Netanel Shukrun, un cittadino francese e padre di sei figli residente ad Alei Zahav, è stato ucciso in un attacco terroristico di Hamas presso una sorgente naturale in Cisgiordania (Giudea e Samaria), appena prima dell’inizio dello Yom Kippur nel settembre 2026. Prima di morire, Shukrun avrebbe avvertito il figlio di fuggire, salvandogli la vita. Netanyahu ha citato l’omicidio di Shukrun come prova concreta della presenza e dell’attività di Hamas anche in Cisgiordania, confutando così le affermazioni del presidente francese che ipotizzava l’assenza di un’attività continua e documentata nella regione.
[4] Hasan Doğan Piker (nato il 25 luglio 1991), noto online come HasanAbi, è un commentatore politico di sinistra, Twitchstreamer e influencer statunitense – fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Hasan_Piker (10/26)
[5] Il riferimento è al discorso del 7 giugno 1924 – fonte: Atti parlamentari della Camera dei deputati, lavori del 7 giugno 1924, pp. 236-246 – https://storia.camera.it/regno/lavori/leg27/sed009.pdf (10/26)
[6] Si veda: Enzo Collotti, Fascismo, fascismi, Sansoni, Milano, 1989
[7] Sulla vicenda: Carlo Giacchin, Attentato alla fiera. Milano 1928, Ugo Mursia Editore, Milano, 2012
[8] Il riferimento è alle dimissioni dell’onorevole Francesco Giunta, dimissioni che non sono un evento unico, ma il risultato di varie vicissitudini politiche durante il ventennio fascista.
- Dimissioni da incarichi locali (1919-1920): Giunta diede le dimissioni da tutte le cariche nella sezione fiorentina dell’Associazione Nazionale Combattenti (ANC) dopo essere stato criticato per le sue posizioni “demagogiche ed eversive”.
- Rimosso dalla segreteria del PNF (1924): Dopo il Delitto Matteotti, Giunta fu indagato e temporaneamente “messo da parte” dai vertici nazionali del fascismo, perdendo di fatto la carica di Segretario Nazionale del Partito Nazionale Fascista (che aveva ricoperto dal 1923 al 1924) e venendo sostituito da Augusto Turati.
- Riappacificazione e nuove cariche: Non si dimise volontariamente in blocco, ma fu ripescato nel 1927 da Mussolini come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, carica che mantenne fino al 1932, prima di passare a ruoli di minore rilevanza nazionale e infine a Governatore della Dalmazia nel 1943.
cfr. Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 57 (2001) – https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-giunta_(Dizionario-Biografico)/ (10/26).
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Sergio Ciappina, siciliano di nascita, toscano d’adozione; si occupa di ingegneria dei sistemi informatici e networking strutturale e fornisce consulenza su revisione dei processi decisionali, tecniche della contrattazione e gestione dei conflitti. Ha ottenuto il diploma di laurea in Storia presso l’Università degli Studi di Firenze con una tesi sulle «Radici e evoluzione del pregiudizio antiebraico: un’analisi storico-semantica» pubblicata dall’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC ETS; successivamente ha proseguito gli studi e la ricerca conseguendo il diploma di laurea magistrale in Scienze Storiche con una tesi sulla «Repressione del dissenso intellettuale sotto il fascismo: Giuseppe Rensi e Ernesto Rossi nelle carte della polizia». Nel 2024 ha conseguito il diploma di laurea magistrale in Intermediazione Culturale e Religiosa con la tesi «Il controllo della Chiesa Cattolica sul corpo e sulle libertà delle donne come strumento per la rigenerazione del patriarcato: Venere e Imene al tribunale della penitenza» e concluso il percorso di Perfezionamento in Didattica della Shoah su un progetto dal titolo: «Quello che i libri non dicono e che è importante conoscere». Fa parte della redazione del progetto di ricerca gestito dalla Firenze University Press ‘Intellettuali in fuga dall’Italia fascista’ e del comitato scientifico del nuovo percorso di Perfezionamento in didattica della Shoah «Valori e sfide etiche del XXI secolo nella Didattica della Shoah: memoria intergenerazionale tra Storia, Arti e Nuove Tecnologie». Dal 2025 Cultore della materia in Pedagogia generale per la formazione docenti presso l’Università di Firenze.
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