La questione circa la supposta inutilità della filosofia è antica, com’è noto, quanto la filosofia stessa. Essa si ripropone a volte come accesa questione epistemologica; più spesso, e più trivialmente, come luogo comune invocato, sia dall’opinione pubblica che dalla classe politica (che di quella opinione pubblica è espressione o interprete), al fine di screditare la disciplina (e con essa, più o meno inconsapevolmente, pressoché l’intera storia del pensiero umano).
Mi trovavo in viaggio su un treno per Firenze, quando, mentre sentivo altri viaggiatori discettare argutamente sul tema, leggevo: «La speleologia del pensiero hölderliniano qui proposta risponde implicitamente alla domanda: in che modo il pensiero tragico oggi può aiutarci a pensare?» (Piazzese, 2025: 16, corsivo mio).
Può davvero la filosofia, dialogando con la poesia tragica, aiutarci a pensare le questioni del nostro tempo? Può l’esercizio ermeneutico sul pensiero tragico fornire un orientamento anche all’essere umano di oggi? La risposta ad entrambi i quesiti è affermativa, nella misura in cui il “fardello dell’interpretazione” (Piazzese 2025: 13) è, sia esso concettualizzato o meno dal soggetto che interpreta, una costante necessaria di ogni esperienza umana; così come comune ad ogni vita umana è il tragico quale carattere dell’esistenza, pervasa dall’inestricabile intreccio di necessità e libertà, di dolore e di speranza, di conoscenza e di apertura al possibile: soglia liminale al non-ancora accaduto, inquietante eppure necessaria; al pari dell’ignoto, il non-ancora conosciuto, il non-ancora detto.
In Dire l’ignoto. Saggio su Hölderlin (Apalós, 2025), Stefano Piazzese offre al lettore un pregevole saggio scientifico su un argomento circoscritto (il pensiero tragico nella poesia di Friedrich Hölderlin), senza però rinunciare alle potenziali implicazioni del tema per il lettore contemporaneo; si tratta di una scelta resa possibile dallo stesso portato metastorico e metafisico del logos filosofico (il quale, per il carattere universale dei problemi che affronta, si rivolge agli uomini di ogni tempo), ma anche dello stesso tema del tragico, nella misura in cui, essendo esso “fenomeno fondamentale” sensu Gadamer,
«attingervi significa intraprendere un sentiero filosofico in grado di pensare le sfide e i problemi del presente, del nostro presente, e formulare a partire dal dissidio che lo anima, dalle lacerazioni sociali ed esistentive che lo attraversano e dalle contraddizioni che in esso e da esso emergono, risposte in grado non solo di penetrare negli aspetti più insidiosi dell’esistenza del singolo e della vita sociale, ma pure di porre un argine al nichilismo dilagante in tutte le sue forme e mantenere così uno sguardo sul reale che rinunci a risolvere le sue aporie e contraddizioni attraverso formule logiche che tradiscono la vita» (ivi: 17).
Il legame fra Hölderlin e la filosofia è stato riconosciuto e affrontato ampiamente già a partire dalla fine del XIX secolo da diversi autori, secondo approcci diversi, come dimostra la ricca e approfondita bibliografia citata nel testo. Piazzese traccia una dettagliata sintesi dello stato dell’arte delle ricerche sul rapporto fra il pensiero tragico e la poesia di Hölderlin; ma sarebbe inesatto ridurre il volume a questo, già di per sé notevole, lavoro di ricerca. L’autore, muovendo dalla tesi, di matrice heideggeriana, di una coappartenenza (die Zusammengehörigkeit) di pensare e poetare nelle opere di Hölderlin, propone quale aspetto fondamentale di tale rapporto «il tentativo di dire l’ignoto» (ivi: 27). L’originalità del lavoro risiede dunque nell’aver messo a tema un concetto – l’ignoto – che la critica aveva precedentemente individuato in relazione a Hölderlin, ponendolo però, come cifra caratterizzante di un «sentiero ermeneutico» (ivi: 15): ossia, del dire l’ignoto. L’apparente aporia si risolve nello spirito tragico che irrora la parola, insieme poetica e filosofica, di Hölderlin.
Quanto asserito a proposito della (in)utilità della filosofia vale, in Hölderlin, anche per la parola poetica. In quanto la sua poesia è indirizzata al tragico, e il tragico inerisce all’esperienza ermeneutica di ogni soggetto, egli è l’archetipo del poeta che, volgendo il proprio canto alla tragicità della vita umana, «può far luce sul nostro cammino, sulla pólis che abitiamo come animali politici e animali dotati di linguaggio permettendoci di costruirla, de-costruirla e di ripensarla criticamente e senza posa» (ivi: 29-30). In un mondo abbandonato da Dio e nel tempo del disincanto del mondo, la risposta alla domanda: “A che i poeti?” è, non a caso, analoga a quella posta in apertura della presente nota: “A che i filosofi?”. Se la poesia di Hölderlin, così come il suo pensiero tragico, ha precise radici storiche nei convulsi anni che precedono e seguono la Rivoluzione francese (ivi: 94), nonché nel Romanticismo tedesco, di cui pure è una voce originale (ivi: 31, 56-57), il suo pensare-poetare assume valore metastorico.
Il saggio di Piazzese argomenta e approfondisce la tesi per cui il tragico è elemento caratterizzante del pensare-poetare di Hölderlin tramite l’analisi di alcune sue opere: prima la tragedia incompiuta La morte di Empedocle (cap. I), successivamente le traduzioni di due tragedie di Sofocle, Edipo il Tiranno (cap. III) e Antigone (cap. IV) e le relative annotazioni dello stesso Hölderlin; non prima di aver affrontato il tema del “tradurre speculativo” del poeta svevo (cap. II). Infine l’autore si concentra sulla relazione fra il tema del tragico e il concetto di aorgico (cap. V) e sulla musicalità del “sentimento del mondo” hölderliniano (cap. VI). Esula dagli scopi di questa breve nota approfondire nel dettaglio i singoli capitoli del libro; si cercherà, piuttosto, di fornire degli spunti di interesse a partire da alcuni passaggi selezionati, pur nella consapevolezza del rischio di incorrere in una riduzione di complessità, che non renderebbe giustizia né all’oggetto dell’opera, né al suo autore.
Nel primo capitolo, “La morte di Empedocle” è letta come emblema della tensione tragica fra organico/arte e aorgico/natura; in tale tensione si fa strada l’ignoto, il quale «si presenta nelle fattezze dell’estraneo poiché, essendo al di là di ogni argumentum i cui confini dianoetici sono ben definiti, è parola-evento che lacera il σύστημα», ossia il discorso che cerca di risolvere la contraddizione di diversi logoi, tenendoli insieme in una sintesi definitiva, rispetto alla quale l’ignoto si colloca irrimediabilmente oltre (ivi: 39-40). Ciò non conduce ad alcuna conclusione nichilista: essendo l’ignoto non abdicazione dal lógos, bensì «eccedenza del lógos» (ivi: 43), lo spirito tragico si esprime come una dialettica, in cui dissonanza e armonia coesistono e si alternano in una dinamica che apre al possibile e all’ignoto (inteso, appunto, come ciò che travalica il lógos), inaugurando scenari imprevisti (ivi: 43-44).
In tale contesto, la physis si configura per Hölderlin, secondo lo spirito greco, come fondamento di tale divenire o, per meglio dire, «la fonte intransigente del differire, un’ontologia ospitante il dolore» (ivi: 45). L’ermeneutica sorge proprio dal dolore per la scissione; essa è «l’aspetto preminente della vita umana, […] che fa dell’uomo animal interpretans, creatore di significati e di leggi per cui gli enti, gli eventi e i processi che nel mondo si danno implicano costantemente tale sforzo interpretativo senza il quale si avrebbe come esito il nefasto trionfo dell’informe» (ivi: 51). Nell’ultimo grido di Empedocle prima di darsi la morte, l’ignoto appare come ciò che il pensiero ancora non conosce perché non ancora detto: sconosciuto, quindi (das Unbekannte) (ivi: 53), ma anche insospettabilmente e «perennemente vicino» (ivi: 38). L’annullamento della scissione fra Universale e Particolare avviene, in Empedocle, al prezzo del suicidio/sacrificio: la morte, eliminando la singolarità dell’individuo, apre al Tutto, all’assoluto: tale è il prezzo di dire l’ignoto (ivi: 53-54).
Nel tradurre teoretico di Hölderlin applicato alle tragedie Edipo il tiranno e Antigone di Sofocle, oggetto del secondo capitolo, l’originario (ovvero il coabitare di dissidio e armonia) emerge quale cifra caratterizzante dell’ignoto, e ciò conduce al paradosso: «La poesia hölderliniana è in cammino presso le lande problematiche del paradosso annunciato dall’ignoto che si presenta a fronte della vita istituita, delle sue strutture sociali e politiche definite, dell’esistenza che incessantemente compie lo sforzo di dimorare entro i margini cristallizzati di una forma; ma l’originario è sempre prossimo e senza posa vuole venire alla luce» (ivi: 55-56). Del “tradurre speculativo” di Hölderlin sono stati dati, nel corso dei secoli, giudizi disparati: se Schiller, Goethe o Schelling ritenevano inaccettabile il derogare alla letteralità del testo, la critica più recente ha riconosciuto che «il tradurre di Hölderlin non aveva come presupposto l’arricchimento del patrimonio filologico delle tragedie sofoclee o il consolidamento della loro ieratica monumentalità, ma il protendersi del pensiero verso ciò che è comune al poetare e al pensare, ossia l’esilio» (ivi: 58). In tale operazione, il poeta svevo è certamente agevolato sia dal portato teoretico della lingua greca, sia dal suo essere anche filosofo; «d’altronde il filosofo, proprio in quanto tale, non può rimanere entro i confini della filologia» (ivi: 59). Pertanto, in Hölderlin «traducere è davvero un trans-ducere, un condurre se stesso e il lettore da Sofocle al di là dello stesso Sofocle» (ivi: 64). Fondamentali nell’ermeneutica del poeta/filosofo svevo sono i concetti di dislocazione verso l’ignoto, notte, apertura al nuovo: la luce del possibile emerge dalla notte ad illuminare il mondo e la vita, delimitate dell’ignoto; il nuovo si dà comunque nello spazio del tragico, per cui alla scintilla si accompagna pur sempre l’inquietante (das Unheimliche) (ivi: 66).
Oggetto del terzo capitolo è la vicenda di Edipo quale emblema del portato ontologico dell’ignoto: il ribaltamento categorico che egli esperisce, «per cui non gli è più possibile tornare indietro ed essere chi era prima» (ivi: 73), rivela il carattere irreversibile del divenire a seguito dell’aver udito l’ignoto (il non-ancora conosciuto, ciò che va oltre il lógos). Ciò conduce alla consapevolezza della necessità del dolore e alla sua accettazione proprio in quanto ananke che intride l’esistenza, senza tuttavia porre un’equivalenza fra esistenza e dolore: «lo sguardo filosofico di Hölderlin alla vicenda di Edipo è incline semmai a tratteggiare i lineamenti di un pensiero capace, in una vita che indaga, di stare nella contraddizione, di cercare e di fare esperienza dell’aporia che non ha vie d’uscita se non nell’accettazione stessa del dolore» (ibidem).
Nella tragedia di Edipo, l’ignoto assume la forma del tremendo, rivelandosi «fonte inesauribile di dolore che incontrovertibilmente intesse la vita dei mortali» (ivi: 76), principio e fine dell’itinerario tragico. Il tragico è orizzonte di senso, per cui accettare l’ineluttabilità del dolore non significa, né per i Greci né per Hölderlin, abbracciare un cupo nichilismo, bensì accogliere con coraggio, sia esistenziale che teoretico, la totalità della vita senza rifuggirne le contraddizioni: «la manifestazione del dolore non preclude la via alla possibilità che la vita possa risorgere anche dopo la tempesta più devastante» (ivi: 78). Il procedere drammatico giunge a cogliere l’essenza del reale mediante una «metafisica della tragedia umana», per la quale l’essenza del reale è «l’essenza dell’esistenza stessa, del dramma di essere nati, del mondo in cui si è gettati, delle strutture ontologiche e degli esistenziali che dicono la finitudine dell’umano, delle esperienze che scaturiscono dall’essere in una determinata situazione e che si aprono misteriosamente, contro ogni volontà, a una forza rigeneratrice persino dinanzi al dolore» (ivi: 84).
Il quarto capitolo è dedicato alla traduzione hölderliniana, altamente speculativa, dell’Antigone: in essa l’ignoto si esprime «come incombere dell’aorgico […] sulle forme definite della pólis, sulla vita della città la cui sopravvivenza è possibile nella misura in cui tale evento venga accolto anche come sfida per pensare il limite delle prospettive scontrantesi» (ivi: 92). L’imporsi dell’ignoto come catalizzatore dello scontro fra Antigone (aorgico, ossia l’informale e il contingente della vita umana) e Creonte (organico, ossia l’eccessivamente formale e l’assoluto della legge divina) (ivi: 96), si risolve come conciliazione tragica fra i due poli di tale dialettica; questo perché la traduzione speculativa di Hölderlin riesce, a differenza dei neoclassici tedeschi, a ravvisare nel tragico non già un concetto cristallizzato nella sua semantica, ma lo stesso pensiero filosofico nella sua accettazione non dissimulata delle contraddizioni del reale (ivi: 92-93). La differenza fra legge e giustizia, che risiede nel carattere contingente della prima e nell’anelito universale della seconda (ivi: 100), è uno dei messaggi più rilevanti ed universali dell’Antigone, vero «fondamento granitico della metafisica occidentale» (ivi: 96).
Nel quinto capitolo il concetto di aorgico riappare nelle categorie della pólis: Empedocle è “politico” in quanto comprende, grazie alla distanza che egli istituisce fra sé e la propria città, le inquietudini che la mettono in crisi (ossia l’irruzione dell’ignoto) e la necessità di farvi fronte tramite una ri-forma (ossia che tuteli l’istituzione dall’ignoto). La dialettica fra evento e forma si ripropone, quindi, come rapporto tra aorgico e organico; e l’aorgico politico si configura come forma istituzionale messa in crisi dell’ignoto (ivi: 104-105).
Il ritratto, o meglio l’analisi, di Friedrich Hölderlin pensatore e poeta, sarebbe incompleta senza il riferimento a un terzo aspetto della sua figura, indagato nel sesto e ultimo capitolo: ossia il rapporto con la musica, alla luce del quale si comprende la musicalità del sentimento del mondo (Weltgefühl) del poeta svevo. Il fatto che egli facesse musica, suonando il flauto e il pianoforte, non è un dato biografico accidentale, ma inerisce sostanzialmente, connotandolo significativamente, al suo poetare e pensare: se la parola di Hölderlin è «un canto che nomina la Terra» (ivi: 120), ossia la Physis come incessante divenire intriso di dolore, ma che a questo non si lascia ridurre, si capisce perché è proprio per mezzo della musicalità che «in Hölderlin si ha il più alto grado di coappartenenza tra poesia e pensiero, la sua filosofia sta nella contraddizione ed è capace di pensare l’armonia delle opposizioni, di teorizzare la lacerazione del vivente» (ivi: 121). Il tema del sacrificio di Empedocle, che ha permesso di accostarlo ora a Cristo, ora a Dioniso, quali altrettante figure del sacro, apre la strada al tentativo, non già di dire l’ignoto, ma di esprimere (poeticamente) il divino: «L’inchiesta sull’uomo si fa canto che nomina la Terra e il canto che nomina la Terra è un modo attraverso cui il poeta e pensatore dice, ancora una volta, il sacro ovvero quel divino che sovrasta, eccede ogni visione poetica» (ivi: 126-127).
Può, dunque, un saggio filosofico essere d’utilità per il nostro tempo? Sì, perché lo spirito tragico rifugge le secche del cupo nichilismo e dello sconsiderato ottimismo per ricordare, all’essere umano che ne ascolti il lógos, che l’ignoto non è solo ciò che non si conosce, ma è anche l’irrompere della luce; non è soltanto incombere del dolore, ma è anche il dominio del possibile: «Il pensiero tragico hölderliniano testimonia il trionfo del divenire sulle strutture di senso edificate dagli umani, annuncia l’avvento del possibile, prepara la comunità all’irrompere del nuovo e alla responsabilità umana relativa a esso poiché alla domanda “chi è l’uomo?” il poeta-filosofo risponde: colui che molto può («viel vermag er»)» (ivi: 131). La risposta all’interrogativo iniziale si conferma, pertanto, affermativa.
Ogni parola del saggio di Piazzese è pensata, ponderata, accuratamente collocata; tale che l’ordine del pensiero si riflette nel rigore della scrittura. Requisito, questo, indispensabile per ogni lavoro scientifico degno di definirsi tale, come ogni studioso sa; ma che non ogni studioso, occorre ammettere, riesce a perseguire con la stessa capacità. Non solo per l’interesse del contenuto, ma anche per la lezione di stile, dunque, questo volume costituisce una proficua, nonché piacevole, lettura.
In conclusione, questo libro segna una importante tappa negli studi su Hölderlin, giacché, nell’applicare rigorosamente lo sguardo teoretico alla parola poetica, mostra l’inconsistenza degli esasperati (ed esasperanti) specialismi assunti ad ideologia che trattano ogni disciplina come una monade che non solo è indifferente, ma repellente all’altra. Alla base di tale scelta ermeneutica non sta una generica, e pure legittima, visione interdisciplinare della conoscenza, bensì la vicendevole inerenza di pensare e poetare, di filosofia e tragedia: «Hölderlin è testimonianza della coappartenenza di pensare e poetare, di filosofia e tragedia sicché quando si fa riferimento, diretto o celato, a una contrapposizione totale tra linguaggio poetico-tragico (non poetico in generale, attenzione) e linguaggio logico-razionale, come se il primo mancasse di razionalità o di una sua logica, si commette un errore emendabile dall’intera storia della filosofia – non per nulla Hölderlin fa riferimento a una logica poetica (poëtischer Logik). […] Filosofia e tragedia: si tratta di due modi diversi di procedere e di rendere conto della complessità del mondo, ma contigui» (ivi: 81).
Gli esiti fecondi di tale sguardo complesso e complessivo, di cui ogni pagina del libro di Piazzese è una testimonianza evidente, costituiscono di per sé un monito che non dovrebbe essere ignorato. E in questo senso è perfettamente coerente con questo sguardo aperto e dialettico il fatto che le pagine di questo libro siano ospitate da una rivista che fa del dialogo – tra generi, saperi e linguaggi – la propria più profonda “ragione sociale”.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Giovanni Altadonna lavora presso l’Università degli Studi di Firenze, dove svolge la mansione di collaboratore amministrativo. Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze filosofiche presso l’Università degli Studi di Catania con una tesi in Epistemologia avente per oggetto L’erronea misurazione dell’uomo. La critica all’antropologia razziale in Stephen Jay Gould. I suoi interessi di ricerca riguardano la filosofia della scienza e la storia della biologia, con particolare attenzione al neodarwinismo e alla storia della teoria dell’evoluzione. Coltiva per diletto lo studio delle scienze naturali, con particolare riferimento all’entomologia. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni sia nell’ambito delle scienze umanistiche che in quello delle scienze naturali. Attualmente collabora a titolo volontario alle attività di ricerca, divulgazione e conservazione del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, sede “La Specola”.
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