Patrimonio culturale e conflitti armati. La Dichiarazione di Abu Dhabi

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Palmira (ph. Niglio)

di Olimpia Niglio

Nel 2013 la rivista “Predella” dedica il n.32 al tema monografico il Dono dei padri. Il patrimonio culturale nelle aree di crisi, curato da Elena Franchi che nell’editoriale afferma:

«[…] La devastante esperienza della Seconda guerra mondiale aveva dimostrato che le nuove guerre non erano più dirette solo a obiettivi militari, ma colpivano anche i centri abitati, la popolazione civile, il patrimonio culturale. È la “guerra totale”, che assimila i soldati ai civili e travolge tutte le risorse di un Paese, con il ricorso ad armi più potenti e nuove strategie, alla guerra economica, alla guerra psicologica».

Gli eventi degli ultimi anni non solo non hanno cambiato questo scenario proposto già durante l’ultima guerra mondiale ma per di più lo ha rafforzato nonché degenerato in quanto ad essere colpito in prima istanza, oggi più di ieri, è soprattutto il patrimonio umano, così come dimostrano gli eventi terroristici che negli ultimi tempi stanno trafiggendo fortemente la cultura occidentale.

Simbolo di questa tragica realtà è la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche a Berlino, distrutta dai bombardamenti anglo americani durante il secondo conflitto mondiale, restaurata come rudere a memoria proprio degli eventi bellici che colpirono tutta l’Europa ed oggi (19 dicembre 2016) scenario di una nuova modalità di conflitto, ossia quella terroristica che annienta l’uomo, le sue tradizioni, la sua cultura e l’eredità. Quest’ultimo concetto ben espresso nella Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società del 2005 (meglio nota come Convezione di Faro) che non solo riconosce «[…] la necessità di mettere la persona e i valori umani al centro di un’idea ampliata e interdisciplinare di eredità culturale […]». ma in più rimarca l’importanza del valore proprio dell’eredità culturale individuato saggiamente come risorsa per lo sviluppo sostenibile e per la qualità della vita, in una società in costante cambiamento.

Tuttavia il patrimonio umano ha costituito un riferimento importante già a partire dalla Convenzione di Ginevra del 1864 che prevedeva proprio la protezione delle vittime nei conflitti armati e la tutela della popolazione civile, temi poi ribaditi nelle successive Convenzioni di Ginevra del 1906, 1929 e 1949. In realtà, su questi temi, sin dall’inizio del XX secolo si sono susseguiti numerosi documenti normativi internazionali finalizzati a regolamentare e controllare l’uso della forza e i danni alla popolazione civile. In relazione a questo tema il 24 ottobre del 1945 con la Carta di San Francisco venne ratificata la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (O.N.U.).

Si è dato così origine all’elaborazione di numerosi documenti aventi la funzione proprio di far conoscere e diffondere la cultura contro i conflitti armati. Tra le principali finalità esposte nella suddetta Carta delle Nazioni Unite , all’art. 1, comma 3 si legge quanto segue:

«[…] Conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali di carattere economico, sociale culturale od umanitario, e nel promuovere ed incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione». 

Alla salvaguardia del patrimonio umano (Niglio, 2016) si lega poi la tutela del patrimonio realizzato da quest’ultimo, ossia quanto più comunemente indicato come “bene culturale” che proprio durante i conflitti armati, e non solo, è stato ed è oggetto di grande distruzione nonché dispersione, anche mediante forme di mercato illegale. Tuttavia, sin dalla fine del XIX secolo iniziano a diffondersi le prime norme per la difesa del patrimonio storico-artistico in occasione di conflitti armati, in un’epoca in cui inizia proprio a delinearsi una coscienza internazionale che si mobilita sempre più a favore della salvaguardia dei beni culturali e della loro importanza per le comunità a cui appartengono.

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Berlino. Kaiser wilhelm gedachtniskirche (ph. Niglio)

 Fu lo Zar Nicola II di Russia che promosse la prima Conferenza di Pace dell’Aja, tra il 18 maggio e il 29 luglio del 1899, durante la quale furono adottate le prime convenzioni e approvati gli accordi internazionali vincolanti in tema di patrimonio culturale durante i conflitti armati. A questa prima conferenza ne seguì una seconda sempre all’Aja tra il 15 giugno ed il 18 ottobre del 1907 proprio per confermare e ratificare quanto stabilito già nel 1899 e codificare così i diritti internazionali durante le guerre. Ed è proprio in queste convenzioni che furono espressamente previste alcune regole fondamentali per la tutela dei beni culturali.

Sono poi seguiti i trattati di Washington del 15 aprile 1935 per la Protezione delle istituzioni artistiche e scientifiche e dei monumenti storici (noto anche come Patto di Roerich) e certamente più nota la Convenzione dell’Aja del 12 maggio 1954 sulla Protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. In particolare l’art. 4 “Rispetto dei beni culturali” al comma 1 recita che

«[…] Le Alti Parti contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul proprio territorio, sia su quello delle altre Alte Parti contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni, dei loro dispositivi di protezione e delle loro immediate vicinanze, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a deterioramento in caso di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo».

Con riferimento a quest’ultimo, sempre all’Aja, il 26 maggio del 1999 (Francioni, 1999; Gioia, 2000) è stato adottato un altro importante protocollo aggiuntivo nel quale l’art. 6 “Rispetto per i beni culturali” afferma che

«[…] Con lo scopo di assicurare rispetto per i beni culturali in armonia con l’Articolo 4 della Convenzione del 1954:
a) una rinuncia in base all’imperativa necessità militare in conformità con l’Articolo 4 para. 2 della Convenzione può essere invocata solo per dirigere un atto di ostilità contro beni culturali quanto e soltanto finché: I. il bene culturale, per la sua funzione, è stato trasformato in un obiettivo militare; e II. non vi è altra alternativa utile disponibile per ottenere un vantaggio militare simile a quello offerto dal dirigere un atto di ostilità contro quell’obiettivo;
b) una rinuncia in base all’imperativa necessità militare in conformità con l’Articolo 4 para. 2 della Convenzione può essere invocata solo per utilizzare beni culturali per scopi che potrebbero esporli a distruzione o danneggiamento quando e finché non vi sia scelta possibile fra tale uso dei beni culturali ed un altro metodo utile per ottenere un vantaggio militare simile;
c) la decisione di invocare l’imperativa necessità militare sarà presa soltanto da un Ufficiale comandante una forza equivalente ad un battaglione o superiore, o una forza di entità inferiore qualora le circostanze non permettano altrimenti;
d) in caso di un attacco basato su una decisione presa in armonia con il sottopara. (a), sarà dato un efficace preavviso ogni volta che le circostanze lo permettono».

Tuttavia non mancano molte contraddizioni rispetto alla realtà. Anche questo secondo protocollo del 1999, da una parte, evidenzia il riferimento alle esigenze militari limitando così la possibilità di attacco ai soli casi in cui il bene culturale, per sua specifica funzione, è un obiettivo militare; dall’altra introduce anche una nuova tutela rafforzata, per quei beni che costituiscono fondamentale importanza per la comunità, ovviamente il tutto svincolato dall’istituto delle necessità militari (Brocca, 2001). In definitiva, nel protocollo II del 1999 si è inteso sottolineare che il bene culturale è prima di tutto un bene di carattere civile che, in base al principio di distinzione, non può mai essere oggetto di attacco deliberato. Il problema della sua protezione si pone soltanto quando il bene culturale sia divenuto, per sua specifica funzione (bene culturale in generale) o per suo adottato uso (bene sotto protezione “rafforzata”), un obiettivo militare.

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Palmira. Rovine dell’ Arco di trionfo (ph. Joseph Eidafp, Getty Images)

Da tutto questo ne deriva quindi una ragione, se pur assolutamente discutibile, per quanto osserviamo ogni giorno dai media e dal web in merito ai danni irreversibili inferti al patrimonio ereditato dai nostri padri. Non ultimo, e certamente molto noto, il caso della città di Palmira in Siria che a partire da marzo del 2016 è stata ed è tuttora oggetto di danneggiamenti rispetto ai quali nulla hanno potuto le norme e le convenzioni internazionali.

Intanto gli eventi degli ultimi mesi in Europa e in Medio Oriente stanno proprio dimostrando la fragilità delle istituzioni e delle organizzazioni intergovernative che continuano a far appelli, redigere carte e fare riunioni mentre le popolazioni restano soffocate sotto i bombardamenti o, ancor peggio, vittima di attentati imprevedibili e dai quali è difficile difendersi. Quindi tutto questo sta mettendo in forte discussione la libertà umana, le democrazie (là dove esistenti) e di conseguenza la circolazione di idee e lo sviluppo delle nazioni.

A confermare questo impegno istituzionale e normativo internazionale, il 3 dicembre 2016 nell’emirato di Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, è stata adottata la Dichiarazione di Abu Dhabi nell’ambito della “Conferenza Internazionale sulla salvaguarda del patrimonio culturale nelle aree di conflitto” [1]. Questa dichiarazione è stata adottata da oltre 40 Paesi insieme ad organizzazioni internazionali e private nonché UNESCO ed ICOMOS.

Il documento presenta un incipit molto propositivo e più volte ribadito anche dalle convenzioni sopra citate. In particolare afferma che il patrimonio culturale è specchio della comunità, dell’uomo ed ancora è custode di memoria collettiva nonché testimone dello spirito creativo e produttivo. Intanto, però, i conflitti armati e terroristici stanno mettendo violentemente in crisi questo patrimonio attaccando proprio le sue radici per smantellare tradizioni e certezze relative all’identità culturale dei popoli. Infatti senza il patrimonio umano e culturale, la memoria è cancellata per sempre e di conseguenza il futuro è compromesso. Ovviamente non sono mancate esperienze molto simili anche nel recente passato sia in Occidente come in Oriente.

Se solo riflettiamo sulla storia europea nel nuovo continente americano al principio del XVI secolo o sugli avvenimenti più recenti che hanno caratterizzato l’Europa orientale subito dopo il secondo conflitto mondiale, facilmente risaliamo a quei popoli che sono stati sottomessi a nuovi regimi totalitari, demolitori di riferimenti culturali e che solo dopo la caduta del muro di Berlino, nel novembre 1989, hanno iniziato un processo di ricostruzione identitaria tuttora in corso. Tutto questo sta a testimoniare che quanto stiamo assistendo oggi è parte di una storia di luttuosi eventi che non ha mai avuto fine, che seppur per un certo periodo alcune nazioni occidentali hanno vissuto relativamente in democrazia e in pace, questa è stata una situazione solo apparente. Infatti queste stesse nazioni, mentre hanno sostenuto all’interno dei propri confini nazionali princìpi di libertà e democrazia, non hanno fatto ugualmente oltre tali confini, dove invece hanno perseguito e continuato ad affermare forme di supremazia politica e culturale mettendo così in discussione le culture locali. Questi stessi metodi oggi, in Occidente, stanno rimettendo in gioco proprio quella libertà culturale e quella democrazia che queste stesse nazioni occidentali altrove hanno invece mascherato dietro forme di neocolonialismo, provocando così dissensi e scontri culturali.

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Palmira. Rovine del tempio di Bel (ph. Joseph Eidafp, Getty Images)

Proprio queste ultime sono state fautrici di iniziative finalizzate a cambiare i destini di tanti popoli ed è su questo tema che forse vale la pena fare qualche riflessione concreta, in quanto l’omologazione e la supremazia solo di alcune culture non hanno favorito né favoriranno quel dialogo interculturale fondamentale per il futuro dell’umanità, caratterizzata da un’infinita moltitudine di tradizioni e di culture che è corretto rispettare in tutte le sue forme.

Solo rimettendo al centro delle discussioni il rispetto delle diversità culturali (Dichiarazione universale dell’UNESCO sulle diversità culturali, Parigi 2 novembre 2001; Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali, Parigi 20 ottobre 2005) possiamo pensare concretamente di costruire il futuro del mondo, perché la diversità culturale è importante così come la biodiversità per qualsiasi forma di vita. In questo modo la diversità culturale è il patrimonio comune dell’Umanità e deve essere riconosciuta e affermata a beneficio delle generazioni presenti e future.

Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
Note
[1]   ABU DHABI DECLARATION ON HERITAGE AT RISK IN THE CONTEXT OF ARMED CONFLICTS
Declaration text adopted by the representatives of more than forty States, International and private organizations among which UNESCO:
«As a mirror of mankind, a guardian of our collective memory and a witness to the extraordinary creative spirit of humanity, world cultural heritage represents the foundation of our common future.
Today, armed conflicts and terrorism, across all continents are affecting millions of men and women, without sparing their centuries-old heritage. Extremists violently – and often deliberately – attack the cultures of the countries of the people they devastate, seeking to destroy the heritage which belongs to us all.
Threatening, attacking, destroying, and looting heritage represents a strategy to weaken the very foundations of the identity of peoples, their history, and the environment in which they build their lives. Without this heritage, their memory is erased and their future is compromised. Heritage, in all its diversity, is a source of collective wealth that encourages dialogue. It is a vehicle for closer relations, tolerance, freedom, and respect. Its destruction is a threat to peace, as is the illicit trafficking of cultural property that often emerges in times of crisis.
Therefore, as Heads of States and Governments, and their Representatives, International Organizations and Private Institutions, we are gathered here, in Abu Dhabi, United Arab Emirates, to reaffirm our common determination to safeguard the endangered cultural heritage of all peoples, against its destruction and illicit trafficking. We have decided to collectively join forces.
We commend the call made by the Director General of UNESCO and express support for the Global Coalition “Unite for Heritage,” launched to protect our shared heritage from destruction and trafficking. We welcome the “Strategy for the Reinforcement of UNESCO’s Actions for the Protection of Culture and Promotion of Cultural Pluralism in the Event of Armed Conflict.”
We need to ensure respect for universal values, in line with the international conventions of The Hague of 1899, 1907, 1954, and the latter 1954 and 1999 Protocols, which require us to protect human life, as well as cultural property in times of armed conflict. This process has to be carried out in close liaison with UNESCO, which has worked tirelessly since 1954 to protect heritage, to combat illicit trafficking, and to promote culture as an instrument to bring people closer together and foster dialogue.
In the spirit of universality and the principles of the UNESCO conventions, we are committed to pursuing two ambitious, long term, goals to guarantee the further mobilization of the international community for the safeguarding of heritage:
The creation of an international fund for the protection of endangered cultural heritage in armed conflict, which would help finance preventive and emergency operations, fight against the illicit trafficking of cultural artefacts, as well as contribute to the restoration of damaged cultural property.
The creation of an international network of safe havens to temporarily safeguard cultural property endangered by armed conflicts or terrorism on their own territory, or if they cannot be secured at a national level, in a neighbouring country, or as a last resort, in another country, in accordance with international law at the request of the governments concerned, and taking into account the national and regional characteristics and contexts of cultural property to be protected.
At this conference, we, as Heads of States and Governments, and their Representatives, International Organizations and Private Institutions unite for heritage in support of international efforts to safeguard cultural heritage threatened by armed conflicts and terrorism. A follow up conference in 2017 will help assess the implementation of the initiatives launched in Abu Dhabi and the first projects financed by the international fund.
We recognize the eminent role of the United Nations and its institutions, and particularly of UNESCO, as the only UN organization mandated for the protection of culture, and call upon the United Nations Security Council to support us in achieving these goals, in full accordance with the United Nations Charter».
Riferimenti bibliografici
Abu Dhabi Declaration (2016)
http://www.icomos.org/en/what-we-do/image-what-we-do/401-heritage-at-risk/8262-icomos-adopts-the-abu-dhabi-declaration-on-heritage-at-risk-in-the-context-of-armed-conflicts
Brocca M. (2001), La protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, Aedon, rivista di arti e diritto online, Fasc. n. 3, dicembre. http://www.aedon.mulino.it/archivio/2001/3/brocca.htm
 Consiglio d’Europa (2005), Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società, Faro 27 ottobre 2005.
https://www.coe.int/it/web/conventions/full-list/-/conventions/treaty/199
Franchi E. (2013), Dono dei padri. Il patrimonio culturale nelle aree di crisi, inPredella”, numero monografico, vol. n. 32, Pisa.
http://www.predella.it/index.php/cerca/2014-05-20-06-07-38/39-issue32/indice.html
Francioni F. (1999), Uno scudo blu per la salvaguardia del patrimonio mondiale, Società italiana per la protezione dei beni culturali, Edizioni Nagard, Milano: 178.
Gioia A. (2000), La protezione dei beni culturali nei conflitti armati, in Protezione internazionale del patrimonio culturale: interessi nazionali e difesa del patrimonio comune della cultura, a cura di F. Francioni, A. Del Vecchio e P. De Caterini, Milano: 71-99, in part. 79.
Niglio O. (2016), Il Patrimonio Umano prima ancora del Patrimonio dell’Umanità, in “Cities of memory” International Journal on Culture and Heritage at Risk, Vol. 1, n.1, Anno I, Edifir, Firenze: 47-52.
UNESCO (2001)Dichiarazione universale dell’UNESCO sulle diversità culturali, Parigi 2 novembre 2001
http://www.unesco.org/new/fileadmin/MULTIMEDIA/HQ/CLT/diversity/pdf/declaration_cultural_diversity_it.pdf
UNESCO (2005), Convention on the Protection and Promotion of the Diversity of Cultural Expressions
http://portal.unesco.org/en/ev.php-URL_ID=31038&URL_DO=DO_TOPIC&URL_SECTION=201.html
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Olimpia Niglio, architetto, PhD e Post PhD in Conservazione dei Beni Architettonici, è docente titolare di Storia e Restauro dell’Architettura comparata all’Universidad de Bogotá Jorge Tadeo Lozano (Colombia). È Follower researcher presso la Kyoto University, Graduate School of Human and Environmental Studies in Giappone. Dal 2016 in qualità di docente incaricato svolge i corsi Architettura sacra e valorizzazione presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Santa Maria di Monte Berico” della Pontificia Facoltà Teologica Marianum con sede in Vicenza, Italia.

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