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Pasta di Gragnano per Charlie Hebdo

 La vignetta di Felix sul terremoto ad Amatrice

La vignetta di Felix sul terremoto ad Amatrice

di  Nino Giaramidaro

Un cane che ulula alla luna pisciando sulle tombe. Forse Karl Kraus, visionario dai pensieri appuntiti, aveva avuto la veggenza che un giorno un Felix francese avrebbe usato l’ironia per mingere sulle tombe: le macerie facenti funzioni di sepolcri nei paesi del centro Italia colpiti dal terremoto del 24 agosto scorso. Felix, che non è il noto e familiare gatto dei fumetti, ma un umano – senza esagerare. Vorrei immaginarmelo: il volto, la figura, i piedi posati sulle dieci e dieci, ma non arrivo oltre la Faber Castell che lui maltratta.             

I saecula saeculorum sono brizzolati di imbecillorum secondo i quali la matita non serve solo a mettersela dove, con eleganza siciliana, suggerisce il ministro Alfano, ma anche per scarabocchiare, pure con tratto greve, quadratini o rettangoli che si dovrebbero chiamare vignette. Satiriche.

Questo Felix inimmaginabile non deve amare molto gli italiani, anche quelli non terremotati. Le sue figure che li dovrebbero rappresentare circoscrivono volti appesantiti dai pregiudizi, asimmetrie sarcastiche, bruttezze da ceffi infrequentabili, ombre di disprezzo; insomma, descrizione studiata da qualcuno dotato di un malanimo che nemmeno il sorriso riesce ad alleviare. E, a quanto si vede, non gli debbono piacere neanche le lasagne: disegnate da dilettante della forchetta, senza quella adesione di chi possiede un principio di epa, con pochissimo sugo e, secondo me, anche sciape. Del resto, in un motel del nord Italia degli anni ’70, io vidi un’intera famiglia francese che mangiava spaghetti sconditi come contorno a un pezzo di carne. Li tagliavano con il coltello.

Credo anche che questo Felix sia pure oltraggiato da una tendenza forte alla grandeur: i riferimenti al suo nom de crayon, nickname – nome falso, possiamo tradurre – sono l’Arabia Felix, quell’oramai infelice terra di bellezza – in bocca boli di qat e il rilucere alla cintura della irrinunciabile jambija – dove oramai tutto si scrive con la “mano sporca”, la manu manca, la izquierda spagnola che mi fa ricordare la manu scherda degli spadaccini siciliani sin nei Quaranta del Novecento. Lì una battuta di spirito può essere contraccambiata da una tracciatura di Kalashnikov.

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La vignetta pubblicata dopo le protesteinternazionali

L’altro è il Gatto Felix, americano, prima star dei cartoon, che esauriva le sue lievi e surreali storie in sei strisce e che nell’Italia fascista si chiamò Mio Mao. Anche se rimase un gatto nero, con tutto quello che comporta al di qua delle Alpi un felino di tale colorazione.  Ma le vignette ruino-eduli di Felix farciscono di stupore perché vengono da una città dove c’è la Rue du Chat-qui-Pêche, 26 metri di fantasia larga un metro e ottanta. Poeti, scrittori e musicisti si sono ispirati a questa grandezza di esprit che si spalanca al numero 9 del Quai Saint Michel, nel quartiere della Sorbonne, sulla Rive Gauche del nostro mito. Felix la conosce, sa di dovere salvaguardare questo patrimonio parigino? Sembra un milite inconnu del pennarello nei panni di un padre snaturato che ammazza il figlio di un altro. Malgrado conosca – si può esserne certi – la distanza di Cassiopea dalla Terra, Felix, credo con la mano sinistra, ha scarabocchiato quelle vignette.

Un pegno da una lira, avrebbe detto Petrolini. Fa arrabbiare anche l’intelligenza. Perché se un’idea piace non è detto che sia giusta. Infatti, pareri collettivi su giornali e web dicono: «Tantissimi non riescono a capire in che modo possa far ridere l’ironia sulle vittime di un evento catastrofico come il terremoto». E sì, c’è il sarcasmo in agguato, la più bassa forma di arguzia. Ma soprattutto si possono “leggere” quelle figure come un testacoda della satira: sangue e morte di disgraziati che facciano ridere chi ha l’elitario coraggio di comprare la rivista francese.

Le considerazioni che si possono elaborare viaggiano sulle rette parallele del libero arbitrio, delle libertà naturali e costituzionali che ospitano pure il pensiero degli imbecillorum ricettivi, capaci di abbandonarsi al crepapelle di fronte alla strage degli innocenti. Insomma, sulle piattaforme virtuali al di là del bene e del male – che spesso però incespicano sull’ultimo tragitto nel male – c’è stato un diluvio degno di un secondo Noè; e uno dei paesi vittima del sisma ha comprato la carta bollata. Io, prima di parlare della satira, sua libertà e suo limite, vorrei suggerire due iniziative che mi appaiono le più congrue.

La prima, più urgente, è quella di istituire un numero verde per la raccolta fondi da devolvere all’acquisto di pasta di Gragnano, trafilata in bronzo, e degli ingredienti necessari all’amatriciana, da inviare per posta assicurata a Felix. Che se in cucina si destreggia come con la matita, si avvelenerà da solo.

Copertina della rivista satirica dedicata alla strage di Bologna nel 1980

Copertina della rivista satirica dedicata alla strage di Bologna nel 1980

La seconda è pagare le spese a Gigi Proietti perché vada a cantare, sempre al gallico, quella bella canzone francese che scorrazzava per le immaginate – da Proietti – ombrose cave anni ’50, dal titolo: “Nun me rompe er ca’”, encomiabile esempio di artistica iterazione. Purtroppo il grande Eduardo non c’è più e non si può invitarlo a replicare per Felix la magistrale interpretazione del “professore” ne “L’Oro di Napoli”. Questo soprattutto dopo che CH ha calato un altro asso: «Abbiamo fatto in passato vignette simili su Bruxelles, il terremoto ad Haiti, e nessuno ha protestato». Che razza di gente questi ritals, non hanno senso dell’humour, dell’humour nero, solo l’umore nero. Mi ricordo di Arthur Bloch: «Mai discutere con un cretino, gli altri potrebbero non accorgersi della differenza».

Qual è il limite della satira? Una tirannia, una dittatura, un regime illiberale sanno trovare la ruvida equivalenza fra tratti di matita e tratti di corda, oppure standard di olio di ricino. La democrazia non ha una risposta: la satira è incommensurabile, incensurabile come tutte le altre vocazioni del pensiero, espressione di libertà; e vacuometro del nulla, anche, poiché il mondo mentale si compiace di intraprendere vie ardimentose per raggiungere celebrati luoghi dell’inutilità e del vano.

Dare giudizi sull’ardore della fantasia, sull’estro (moscone, tafano per gli antichi greci) e persino sul ghiribizzo non è mestiere nella democrazia. Le penne avvelenate si affrettano sul viale del tramonto, le stroncature sono quasi tutte rimaste aggrappate al “secolo breve”, il dissenso intellettuale ha le sembianze di un ago nel pagliaio. Sorvolo, glissato, non detto, silenzio irrorano le alte circonlocuzioni per scansare il sì o il no. Insomma, qualunque “prodotto” dell’ingegno si sottrae al giudizio: dalle installazioni alle vignette, passando per tutti i cieli dell’arte e del pensabile.

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Un altro esempio di satira su Charlie Hebdo

I cretini sono sempre più ingegnosi di coloro che vogliono impedirgli di nuocere. E hanno dalla loro il vocabolario erga omnes sagomato dalla deriva della democrazia, dove il sì ora suona assolutamente sì. Facendo ricorso alle frasi rese quasi illeggibili dall’inutile abuso, possiamo ricordare che la propria libertà una volta finiva – o tentava di fermarsi – dove incominciava quella degli altri. Questa vox clamans in deserto soffre di secolari trasmissioni, deformate dall’orale tanto da trasformarla in “la tua libertà comincia laddove inizia quella degli altri”.

Non credo nel mondo d’oggi vi sia qualcuno che nei suoi brandelli di etica trovi impigliato il senso dell’altrui libertà, del rispetto del prossimo, anche ossimo ossimo.  E mentre si recitano preghiere all’effige dell’Audi A4, Maramaldo si affaccia da ogni angolo, irrompe negli spazi morali; esempio di biasimo sui vecchi libri di storia – col suo nome Fabrizio mai citato perché bello – irrompe dal buio dei secoli per insegnare con larghezza i suoi metodi. Anche a persone che credono spiritoso scrivere: «Circa 300 morti in un terremoto in Italia. Ancora non si sa se il sisma abbia gridato Allah akbar prima di tremare»

Cosa volete che siano  le pisciate – fuori della cassetta – del Felix senza coda.

Dialoghi Mediterranei, n.22, novembre 2016
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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie degli anni sessanta in una mostra dal titolo “Alla rinfusa”.

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