Il mito di Scanderbeg nell’universo culturale della sua nazione

   

Giorgio Castriota Scanderbeg, opera di Odhisé Paskali

Giorgio Castriota Scanderbeg, opera di Odhisé Paskali

    di  Alberto Frasher

Il 7 agosto 2016 lo scrittore Pierfranco Bruni ha pubblicato un articolo molto interessante sulla figura mitica di Giorgio Castriota Scanderbeg, eroe nazionale degli albanesi. Nel suo articolo lo studioso interpreta l’importanza dei messaggi che l’opera del principe albanese trasmette alla realtà europea attuale. L’articolo è più che una riflessione. Si considera l’opera di Scanderbeg dal punto di vista delle sue eredità culturali più importanti. «Ma non basta la storia da sola a rileggere un personaggio e un contesto di civiltà. Occorre necessariamente una interpretazione reale sui processi storici» (Bruni, 2016).

La interpretazione, infatti, del fatto storico non può eludere la realtà culturale, poiché, sempre citando Bruni:

«Scanderbeg è un personaggio complesso. Certamente la sua lotta fu, come si è già detto, una lotta per l’indipendenza di un popolo, ma non fu solo questo. Fu soprattutto una lotta per la difesa di quelle radici antiche che il popolo albanese tuttora rivendica, ma non fu neppure solo questo. Fu in modo particolare una lotta di un mondo contro un altro e quindi fu lo scontro tra due culture, due civiltà, due religioni»

Forse per la prima volta nella storia europea un leader politico e militare ebbe l’idea di riunire tutte le nazioni cristiane ad affrontare un  pericolo che veniva da lontano, da un mondo culturalmente molto diverso. Per la prima volta la ragione dell’azione comune era la consapevolezza di dover difendere il proprio bacino culturale minacciato dall’espansione violenta di un’altra cultura. Questa visione dell’eroe albanese anticipa il pensiero occidentale di un’identità culturale europea di cui il Cristianesimo è uno degli aspetti fondamentali.

Senza nulla aggiungere al pensiero lucido di Bruni, vorrei contestualizzare l’opera di Scanderbeg e il relativo significato nella realtà culturale della sua nazione per meglio comprenderne la parabola. Il mito di questo straordinario eroe non è un fulmine a ciel sereno, ma espressione della storia e dell’universo filosofico culturale della sua nazione. Scanderbeg e le sue lotte da un lato e il tragico destino degli albanesi prima e dopo di lui dall’altro.

Berat, disegno di C.Cockerell, 1813

Berat, disegno di C. Cockerell, 1813

  Un popolo di antiche tradizioni

Il Cristianesimo in Albania è antico quanto il primo annuncio degli Apostoli. Fu lo stesso San Paolo ad annunciare il Vangelo durante le soste dei suoi viaggi nelle varie regioni del Paese: «Così da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo» (Lettere ai Romani: 15, 19).  Già 58 anni dopo la nascita di Cristo la città di Durazzo aveva la sua comunità di cristiani e un vescovo, San Cesare, nativo della stessa città. Dopo San Cesare, fu un altro concittadino, Astio, a diventare vescovo di Durazzo e santo dopo la morte. Astio fu arrestato e crocifisso per ordine del prefetto romano dell’Illiria, Agricolao. Nel IV secolo, quasi tutto il Paese era evangelizzato, con 50 sedi vescovili ripartite in tutto il territorio.

Scrive Giorgio Otranto, storico dell’antico Cristianesimo:

«Notevole fu il contributo che gli Illirici diedero alla compagine imperiale durante la grave crisi politico-istituzionale del III secolo: alcuni valenti generali illirici divennero imperatori, da Claudio detto il Gotico (268-270) ad Aureliano, definito restitutor orbis, a Probo (276-282), a Caro, Carino, Numeriano (282-285), a Diocleziano (285-304), il grande riformatore che divise il territorio illirico in due provincie. Nei secoli successivi il Cristianesimo conobbe una particolare fioritura in Illirìa, dove furono costituite numerose diocesi e si svolse un animato dibattito teologico, che contribuì notevolmente allo sviluppo del Cristianesimo» (Otranto, 1992: 38)

Indro Montanelli, nel suo libro Storia di Roma, affascinato dalla figura di Teuta di Scutari, la descrive come la più grande regina della storia antica (Montanelli, 1958: 47).

Johann von Hahn (1811-1869), grande filologo e specialista della storia dell’Albania, della sua lingua e cultura,  dopo studi approfonditi scrive:

«Gli Albanesi sono i discendenti diretti dei Pelasgi, antenati dei Greci e dei Romani. La loro lingua, che si è conservata quasi intatta, è la lingua albanese di oggi» (dall’opera di Jacque E., 1995: 35-36)

I risultati di Hahn sono stati ampiamente condivisi dalle scuole anglosassone, tedesca, austriaca, svedese e altro. Il tedesco Theodore Mommsen (1817-1903), per fare un esempio, grande storico e filologo, premio Nobel per la letteratura, arriva alle stesse conclusioni di Hahn. Credo che gli studi sulla storia e la cultura di una nazione siano decisamente più credibili quando arrivano da specialisti dei Paesi non confinanti.

Dopo una lunga permanenza in Albania (1938-marzo 1939) Montanelli scrive: «Gli albanesi sono dei fratelli speciali, sono gente di poche parole, generosi, onesti, di parola  e  molto ospitali»  (Albania, una e mille, Torino, Paravia, 1939).

Gli imperatori di stirpe illirica e provenienti dalle regioni dell’Illiria furono condottieri e riformatori di grande personalità. Uno di loro fu Costantino il Grande, originario della Dardanìa (Illiria). Con l’Editto di Milano (313 d.C.) Costantino riconobbe al Cristianesimo la libertà di culto e il paganesimo divenne tollerato. Da allora il Cristianesimo cominciò ad affermarsi come religione di stato. Con la riforma di Diocleziano l’Illiria divenne terra di confine tra l’impero bizantino e quello romano. Non c’era traccia di slavi nei Balcani fino al VII secolo. L’Illiria settentrionale faceva riferimento alla Chiesa di Roma, mentre le regioni del sud  alla Chiesa bizantina.  Lo scisma del 1054 trovò gli albanesi tutti cristiani, quindi cattolici o ortodossi. La lingua era il fattore che teneva in vita la consapevolezza di una nazione dalle tradizioni culturali che caratterizzavano l’identità di un unico popolo antico.

L’Illiria e successivamente le regioni dell’Albania hanno segnato la frontiera tra l’Occidente e l’Oriente, tra il cattolicesimo e la Chiesa bizantina. L’inizio dell’invasione turca trovò in Albania una popolazione di cattolici e ortodossi senza conflitti di religione. In altri Paesi dei Balcani la religione si identificava con  la nazione e questo era causa di conflitti con le minoranze. Gli albanesi avevano da sempre visto nella lingua la ragione dello stare insieme, come una nazione unica, a prescindere dal credo religioso. Questa circostanza determinò la necessità della tolleranza religiosa, come condizione imprescindibile per l’esistenza della nazione. La lingua e non le religioni, come discriminante tra le varie nazioni, rende più emancipato lo spirito e il pensiero del cittadino. Diceva Maria Venturi, un’italiana rimasta per decenni in Albania dopo la seconda guerra mondiale per poi rientrare e morire nel suo Paese natale: «In Albania ho capito che se gli uomini credono veramente in Dio, non guardano se sei cattolico, ortodosso, ebreo o musulmano. Ognuno prega a modo suo e tutti si rispettano a vicenda».

I cattolici di Scutari durante il mese di Ramadan, in presenza dei concittadini musulmani, non bevevano nè mangiavano rispettando il loro digiuno, cioè il totale divieto di cibo e acqua durante il giorno. La tolleranza reciproca,  consolidata nei secoli, ha fatto della diversità una ricchezza e ha salvato l’esistenza della nazione. Loro vivono le differenze di religione senza pregiudizi, né fanatismi. Solo nel corso del XX secolo, il Vaticano ha proclamato più di 40 albanesi martiri della fede e della libertà.

Il missionario italiano Padre Severino Consolaro, scrive nel 2005 dopo anni di permanenza in Albania:

«Nell’Albania di oggi la vera povertà non è la fame; io vedo una nazione tranquilla, non ricca né particolarmente povera, ma con tanta dignità. A volte si ha l’impressione che essi abbiano perduto la memoria storica dei potenziali umani notevoli che hanno, anche se nei secoli questa terra è stata esempio di coraggio, di eroismo e di santi. In questo meraviglioso Paese non esistono differenze. Sant’Antonio ha unito in un’unica comunità: cattolici, ortodossi, musulmani e bektascì, tutti insieme»   (Consolaro, 2005: 4) .

Straordinaria la sua testimonianza!

 Skanderbeg in battaglia, 1564

Skanderbeg in battaglia, 1564

Giorgio Castriota Scanderbeg

Scanderbeg era uno dei figli del principe Gion Castriota di Emathia, una regione importante per la posizione strategica, per la cultura e la storia dell’Albania. Gion fu sconfitto dai turchi e i suoi figli portati via nelle scuole militari in Turchia e convertiti all’Islam. Con una carriera straodinaria Giorgio fu promosso generale e sopranominato Scanderbeg. Nonostante le sue brillanti e vittoriose battaglie non si è mai trovato a suo agio. Una religione imposta da chi aveva sconfitto suo padre e messo a ferro e fuoco il Paese e un ambiente culturalmente deprimente fecero prevalere la nostalgia per la sua identità d’origine. Durante la battaglia contro il Re ungherese Huniadi (1443), disertò, sostenuto da 300 militari albanesi della sua armata. Fu questo il rientro di Giorgio Castriota nel suo Paese natale, dove abbracciò il Cristianesimo, religione della sua adolescenza e degli antenati. L’Islam non era la sua religione, ma una conseguenza della presenza obbligata nella corte del sultano.

Scanderbeg, rientrato nel suo Paese, trovò una nazione in parte cattolica e in parte ortodossa che già conosceva e senza mai conflitti tra di loro. L’eroe albanese si impegnò seriamente a respingere l’offensiva dell’impero  ottomano in espansione che minacciava tutta l’Europa cristiana. Lui individuò nel Cristianesimo il pilastro dell’identità comune per la sua nazione e per l’intera Europa che, unite, dovevano contrastare l’offensiva turca. Dal 1443 fino al 1468 Scanderbeg inflisse sconfitte e perdite incalcolabili alle armate ottomane senza il minimo appoggio da parte degli Stati europei.

Papa Callisto III  lo battezzò Atleta di Cristo e Difensore della Fede. Ancora in vita Scanderbeg è stato glorificato come un mito da parte dell’intera Europa cristiana che lo considerava “una figura eroica più grande della vita”. A distanza di sei secoli dalla nascita la valutazione dell’opera di Scanderbeg non è possibile a prescindere dal contesto filosofico e culturale della sua nazione e dell’epoca. Scrive Giorgio Otranto:

«L’Europa in quella tragica occasione, non seppe essere all’altezza delle sue migliori tradizioni e, nonostante gli aiuti promessi soprattutto da Alfonso di Aragona e da Pio II, lasciò Giorgio Castriota Scanderbeg a combattere da solo contro la potenza degli eserciti ottomani. La duplice impresa di unificare il Paese politicamente e di legarlo in modo stabile al sistema degli Stati occidentali era un disegno lucido e moderno, direi drammaticamente moderno, una sorta di ardita intuizione, di cui l’Europa è ancora oggi debitrice a Scanderbeg e all’Albania » (Otranto, 1992: 44).

In tutte le lingue ci sono state opere dedicate all’eroe albanese: poemi dall’Europa agli Stati Uniti d’America, libri di storia, quadri che hanno immortalato le sue battaglie e circa 300 ritratti in vari castelli dal Mediterraneo al nord Europa. Troviamo il perchè della sua gloria nel pensiero di D. Bargini, che i contemporanei di Scanderbeg avevano ben compreso:

«Ove Scanderbeg non avesse arrestato con le eroiche schiere albanesi le irruenti e barbare orde asiatiche fanatizzate da truci conquistatori, l’Europa sarebbe stata preda dei Tartari, la Spagna dei Mauri, il Centro d’Europa degli Unni e dei Visigotti»  (Bargini, 1913: 20).

Il disegno lucido e moderno, di cui parla G. Otranto, quella sorta di ardita intuizione dell’eroe vanno compresi nella loro complessità. Era un’idea maturata da una lunga esperienza di guerre tra due culture, tra due modi diversi di concepire la libertà delle nazioni e tra sentimenti religiosi culturalmente assai distanti. L’idea che le identità di tali popoli possano avere aspetti fondamentali in comune è molto originale. Scanderbeg riuscì a unificare i principati albanesi, cattolici e ortodossi, nella resistenza contro chi voleva imporre con la forza delle armi un’altra religione e un’altra cultura ben lontane da quelle europee. In sostanza, la sua intuizione, il suo disegno partono dall’esperienza della sua nazione: cattolici e ortodossi insieme in un universo culturale che raccoglieva tutti in una famiglia.

Karl Popper nel ventesimo secolo considerava logica e reale un’identità culturale europea, pur riconoscendo le identità particolari delle nazioni. Lui poneva alla base dell’identità culturale europea quattro pilastri: il razionalismo greco, la religione cristiana, lo spirito critico e la coesistenza delle idee più diverse  (Pera, 2002: 100-104).

Sarebbe interessante chiedersi com’é possibile la coesistenza del razionalismo greco e della teologia. Penso che questo miracolo abbia potuto onorare la storia europea grazie allo spirito critico e alla coesistenza delle idee più diverse. Il razionalismo greco è stato una punta di diamante nella natura dei popoli mediterranei. Probabilmente è stata questa caratteristica a creare in noi europei una vera apertura mentale. Ovviamente nella storia del Cristianesimo non è stato facile fare pace tra razionalismo greco e teologia. Il problema della conoscenza tra teologia e scienza ha vissuto un’evoluzione anche conflittuale, ma fortunatamente il rapporto tra i due punti di vista gradualmente ha trovato un relativo equilibrio.

L’idea di Scanderbeg di credere in un’azione comune dei popoli europei in difesa della loro identità culturale, di cui il Cristianesimo era l’anima e la bandiera, era più che compatibile con la realtà culturale dell’Albania e si è vista realizzata, come la storia ha già confermato nei secoli.

Icona bizantina albanese

Icona bizantina albanese

Codici medioevali albanesi e l’umanesimo 

Nel periodo che va da sec. XV al sec. XVII l’Albania conobbe un intenso movimento culturale di umanisti vicini al suo mondo cattolico. Tra gli umanisti potrei citare Marin Barleti (1450-1512), Gion Buzuku (1499-1577) e Pjeter Budi (1566-1622), Frang Bardhi (1606-1643) e Pjeter Bogdani (1625-1689), la cosiddetta Plèiade delle 5 B (Plèiade 5B). L’opera di Barleti sulla storia di Giorgio Castriota, conobbe numerosissime pubblicazioni in tutte le lingue principali a partire dalla prima edizione veneta del 1512.

La più grande opera degli umanisti era la liturgia nella lingua materna. In Europa si è partiti timidamente con le traduzioni della Bibbia. In Italia i primi furono Malerni (Venezia, 1471) e Antonio Martini (1780), condannati da Papa Pio VII nel 1820.

Il problema principale era la conversione della liturgia nella lingua materna.  La prima edizione a stampa del messale Romano fu nel 1474, ma in latino. Solo la riforma del 1965 portò all’utilizzo delle lingue nazionali nella liturgia. Il primo Messale in lingua italiana entrò in vigore nel 1970, mentre l’ultimo Messale in latino era stato pubblicato nel 1962 da Giovanni XXIII. Nel 2007 Benedetto XVI con il suo Motu proprio Summorum Pontificum consentì ai sacerdoti di usare liberamente il Messale in latino del 1962 senza l’autorizzazione dell’ordinario diocesano. Così anche in altri Paesi europei. In Francia nel 1951 Anne-Marie Malingrey pubblicò il manuale: Initiation au latin de la messe, nella cui introduzione scriveva:  «a uso di coloro che non sanno il latino ma sono desiderosi di capire la preghiera della Chiesa per associarsi a essa con intelligenza» (Malingrey, 1951: 7). Ovviamente questi Paesi di antiche e ricchissime tradizioni culturali hanno avuto le loro buone ragioni per non introdurre la lingua materna nella liturgia.

Nell’Albania del XV secolo con le invasioni turche e l’inizio delle conversioni forzose da parte degli ottomani, gli umanisti riuscirono a completare la conversione della liturgia nella lingua albanese. Un documento del vescovo albanese Pal Engelli (1417-1470), stretto collaboratore di Scanderbeg e umanista di grande erudizione, contiene la formula del battesimo in albanese. Il documento, datato 8 novembre 1462, ha 37 pagine e si conserva nella Biblioteca Medicea di Firenze. Il lavoro di convertire nella lingua materna la liturgia, probabilmente, è iniziata molto prima di quella data. Lo fa credere la terminologia  in albanese della liturgia e successivamente anche della Bibbia, che fa impressione per la sua originalità e ricchezza. Vorrei ricordare che San Girolamo (sec. IV),  nato a Stridone in Illiria, ha fatto la prima traduzione della Bibbia in latino. Ma questo sarebbe un altro aspetto molto interessante.

Martin Lutero nel 1537 pubblicò in tedesco la Bibbia (1537), un libro che solo pochissimi erano in grado di leggere. Il vescovo cattolico Gion Buzuku (1499-1577) di Scutari, invece, tradusse in albanese il Messale. Correva l’anno  1555 ed era in corso il Concilio di Trento (1545-1563). Nei primi anni del Seicento il vescovo di Sapa, Budi, ordinò ai parroci della sua diocesi di fare le preghiere in albanese. «Dio, disse lui, vuole conversare con i fedeli solo nella lingua materna»

Pregare in lingua materna rende il credente consapevole del rapporto con Dio. L’idea di comprendere le nostre azioni, il loro significato appartiene alla visione illuminista della nostra vita. Budi e Bogdani nei loro scritti ritenevano l’ignoranza causa principale dell’infelicità e della povertà dell’Uomo.

Gli umanisti del mondo albanese esprimevano verità e sensibilità che troviamo nei codici medioevali dei loro principati. Ci sono princìpi di comportamento molto interessanti nei loro codici. Per fare qualche esempio, riportiamo due di questi codici:

1.         Quando l’uomo con la penna in mano incontra l’uomo con il fucile, quest’ultimo è un uomo morto.

2.         Non amare l’avversario, ma abbi cura del suo onore.

3.         La casa dell’albanese è di Dio e dell’ospite.

Nel primo codice vedo la loro convinzione sulla forza del sapere. Infatti, il primato dell’Uomo trova la sua ragione nel sapere e non nella forza fisica. Nel secondo codice è evidente l’idea di dover rispettare il pensiero dell’altro, pur non condividendolo. E questo mi riporta in mente Voltaire che diceva: «Non sono d’accordo con te, ma darei anche la vita perché tu possa esprimere la tua idea». L’opera degli umanisti di convertire la liturgia nella lingua materna fu un miracolo e un monumento di cultura. La Chiesa cattolica è diventata scuola della lingua materna. La preghiera in chiesa, in famiglia e nella meditazione personale salvò la lingua della nazione dall’impoverimento e dalle infiltrazioni indesiderate della lingua dell’invasore.

 Ritratti di Skanderbeg

Ritratti di Skanderbeg

 La vendetta dell’invasore

Cercherò di spiegare come mai l’Albania è diventata la terra delle tante religioni a partire dall’alba delle religioni monoteise. Perché proprio in Albania una fetta consistente della popolazione si è convertita all’Islam?

Negli altri Paesi dei Balcani l’invasione ottomana è stata quasi immediata e senza una resistenza duratura nel tempo come nel caso dell’Albania. Dopo la morte di Scanderbeg la guerra d’invasione da parte dei turchi è continuata per quasi un secolo. La ribellione contro l’invasore è stata presente in ogni periodo del dominio turco. Non ci sono stati segni di resistenza armata contro il domino turco da nessun’altra nazione dei Balcani. Le armate turche rimasero bloccate nelle regioni dell’Albania per un lungo periodo e videro fallire il sogno dei sultani di conquistare l’Occidente, perchè l’Albania è stata da sempre terra di ponte tra Oriente e Occidente. Tutte le crociate dei cristiani sono partite dal porto di Durazzo. I turchi per avanzare verso l’Europa occidentale dovevano conquistare il Paese di Scanderbeg, cosa che non hanno potuto fare per 25 anni. Sostanzialmente la sottomissione totale dell’Albania fu un processo lungo, complesso e sanguinario che durò per più di un secolo.

Dopo la morte dell’eroe nel 1468 i turchi scatenarono contro gli albanesi un genocidio che puntava allo sterminio della nazione, colpevole della loro disfatta. Ci fu un genocidio di proprozioni incredibili.

Il cronista bizantino Critoboulos di Imbro (1410-1470), testimone della vendetta dei turchi sotto il comando del califfo Mehmet Fatih, così scrive:

«Loro preferivano la morte per non diventare schiavi degli invasori. Un gruppo di illiriani, non avendo trovato sentieri di ritiro, si sono lanciati nei precipizi degli scogli cercando la morte. Il califfo Fatih, sconfitto alle porte del castello di Kruja, proseguì verso la regione di Dibra e si fermò davanti alla città di Kidhna sul fiume Drin. Tra le mura della città  ventimila anziani, donne e bambini, arrivati dalla campagna,  cercavano di sfuggire alla persecuzione dei turchi. Il califfo ordinò il massacro di tutti i presenti e 20 mila anime innocenti persero la vita sotto le urla “Allah akbar” dei turchi»  (Graciani, 2012: 2-7).

Nel 1690, a causa delle interminabili rivolte dei kossovari albanesi, il sultano decretò lo sterminio totale della popolazione di Kossova portando dalla Crimea un esercito di tartari a fianco dell’esercito turco. Ovunque, con gli urli «A morte gli albanesi e Allah akbar», hanno raso al suolo e massacrato la popolazione in tutte le regioni di Kossova. I turchi riesumarono i resti di Pjeter Bogdani, da poco sepolto, e li buttarono in pasto ai cani nella piazza di Pristina. Bogdani era un vescovo e uno dei padri della prosa albanese  (Graciani, 2012: 2-7).

Lo storico britanico dell’università di Oxford, Noel Malcolm, nella sua storia di Kossova cita il rappresentante del governo britanico dell’epoca a Edirnè: «Lo sterminio dei kossovari da parte dei turchi e dei tartari, con massacri e crimini orrendi ha decimato la popolazione di Kossova»  (Malcolm, 1998: 37).

Per la conversione all’Islam  e contro la lingua materna, i turchi hanno seguito una politica di inaudita violenza, mai inflitta ad altri Paesi dell’impero. La loro politica si riassume in due dei tanti decreti che riguardano solo l’Albania e non altri Paesi dei Balcani:

Chi si oppone alla conversione all’islam perde tutti i suoi beni.

Chiunque diffonde la lingua albanese, pubblica libri in albanese sarà condannato a morte.

Le cronache dell’umanista Marin Barleti riferiscono l’esistenza di annali scritti in albanese già nel XIII secolo, che tuttavia non ci sono giunti, forse perché vennero distrutti durante la dominazione ottomana. L’arcivescovo di Antivari, il francese Brocard, in una relazione del 1332 scrive in latino: «La lingua albanese è completamente diversa dal latino, ma nei loro libri usano l’alfabeto latino».

Il tentativo degli ottomani di sradicare l’identità culturale albanese non ha uguali nella storia di quell’impero. Forse il popolo albanese è l’unico ad aver subìto uno sterminio non solo di natura fisica, me anche e soprattutto culturale da parte degli ottomani. Loro si sono inventati l’imposta del sangue, la più orrenda che la storia abbia mai conosciuto. L’imposta del sangue riconosceva al Sultano il diritto di portare via i figli dei cristiani albanesi e trasferirli in Turchia, convertirli e istruirli nelle scuole militari dell’impero. Tra questi giovani l’impero ottomano ha visto crescere i suoi migliori generali, ministri e capi di governo. La famiglia di origine albanese dei Cyprillì ha governato l’impero per più di un secolo. Il matematico e filosofo albanese H. Tahsin dopo studi approfonditi in Francia  è diventato il fondatore della prima università della Turchia.

Antica cartolina

Antica cartolina

Una figura tragica nel dramma del suo popolo

Pierfranco Bruni, facendo riferimento allo scrittore albanese I. Kadarè, più volte candidato al premio Nobel, parla della cultura di un popolo attraversata dal pericolo di fuga. La storia conferma tale pericolo, ma non è stato in grado di darne una motivazione e comprenderne i veri significati. La fuga degli albanesi è stato un comportamento individuale e collettivo dovuto a una realtà che altri popoli non hanno mai conosciuto. Parlerei di cristiani perseguitati fino allo sterminio fisico e culturale, delusi da un’Europa che aveva tradito convinzioni e sacrifici biblici in difesa dell’identità e della dignità loro ed europea. Devo sottolineare un fatto straordinario della storia che accomuna gli albanesi agli ebrei: gli arberesh, esuli dall’Albania dopo la tragica fine del Paese, dopo cinque secoli di presenza in Italia continuano a conservare viva in famiglia la lingua albanese e a rispettare il rito originale della loro Chiesa, quella prima dell’esodo. In occasione delle feste tradizionali loro ballano le danze del Paese d’origine, ormai da secoli lontano. Impressionante la forza delle loro tradizioni!

Comunque loro non erano esuli poveri e bisognosi di aiuto, ma famiglie di cattolici benestanti e ben istruiti nei Paesi occidentali. Sarebbe interessante riportare un dato poco citato dalla letteratura e dalle cronache del dopoguerra del XX secolo: i tedeschi durante la seconda guerra mondiale non hanno potuto catturare neanche un ebreo perchè durante gli anni dello sterminio questi hanno vissuto presso le famiglie albanesi delle zone remote del Paese. Questo miracolo fu possibile grazie all’ospitalità dei cittadini e all’opera e al coraggio del primo ministro albanese dell’epoca, Mithat Frasheri che, ancora giovane, era stato nominato governatore della Palestina e Amministratore Straordinario di Jerusalemme.

Anche la recente emigrazione albanese va compresa nelle sue ragioni storiche e nei significati più importanti: un popolo che non ha voluto la seconda guerra mondiale, ma l’ha subìta e si è trovata improvvisamente con uno stato sfasciato dall’egemonia comunista. Il regime del dopoguerra in un batter d’occhio s’inventò gli strumenti più diabolici della repressione. Molti di loro, dopo mezzo secolo di un totalitarismo che non hanno mai scelto nè amato, avevano maturato il diritto di volgere le spalle all’incubo che ancor’oggi tormenta l’anima e la mente di chi ne è stato vittima.

I flussi migratori trovano la radice nelle differenze abissali non giustificate tra le varie regioni del mondo. Guerre, povertà e terrorismo. L’informazione e le forme di comunicazione non sono quelle di un secolo fa. La migrazione che ha delle cause oggettive difficilmente potrà essere fermata. Oggi e nel futuro prossimo è l’Europa che deve affrontare con realismo e tolleranza le grandi differenze che si stanno creando tra diverse nazioni e religioni.

Tirana, monumento a Skanderbeg

Tirana, monumento a Skanderbeg

In Albania le diversità religiose in presenza di uno stesso background culturale hanno garantito la coesistenza pacifica e sostanzialmente anche l’armonia delle varie religioni. Oggi la realtà europea affronta lo stesso problema: i tamburi dei media non smettono di sottolineare le differenze senza mai cercare le ragioni che rendono possibili lo stare insieme e la coesistenza pacifica. I giornali, per fare un esempio, usano espressioni a volte provocatorie e oggettivamente errate come, «il loro Dio» e altro. Invece andrebbe approfondito ciò che unisce e non ciò che divide. Mi spiego meglio. Islam e Cristianesimo sono religioni monoteiste e i credenti ne sono consapevoli. Non c’è un loro Dio e accanto a lui un altro, il nostro. Siamo tutti figli dello stesso unico Dio. La differenza sta nei bacini culturali e filosofici diversi in cui la teologia si è formata nel corso dei secoli, per i cristiani come anche per gli altri. Il Cristianesimo ha trovato l’idea fondamentale nel mondo ebraico (storia, Vecchio Testamento e profeti) e ha formato la propria teologia nel bacino del razionalismo greco. Pure l’Islam nasce come religione monoteista, ma la sua teologia è nata in un bacino culturale diverso dal razionalismo greco. Questa differenza comporta un altro fatto importante: il razionalismo greco respira insieme ad altre due caratteristiche fondamentali, che secondo  Karl Popper, costituiscono il cuore dell’identità culturale europea. Queste due caratteristiche sono lo spirito critico e la convivenza delle idee più diverse. Probabilmente nei tre pilastri considerati da Popper, razionalismo, rispetto delle idee altrui e spirito critico, dobbiamo cercare la circostanza che ha reso più emancipati i popoli europei e il Cristianesimo come religione.

Questa assoluta verità per gli albanesi significa: «Siamo figli dello stesso Dio». Per loro non potevano esserci che la tolleranza e la convivenza come princìpi cardini di esistenza. Le due religioni riconoscono, addirittura, gli stessi profeti, Abramo per ebrei e cristiani, Ibrahim per i musulmani. Mosè per noi e Mussà per loro. Talmente evidente questa ragione di coesistenza da considerare di cattivo gusto non accorgersene in teoria (conoscenza) e nei fatti (propaganda).

Allora cosa dire di Scanderbeg? Lui non poteva condividere la rigidità e il fondamentalismo islamico che ferivano la sua nostalgia per gli affetti e la pace del proprio mondo d’infanzia. Lui, nato e diventato adolescente in famiglia, aveva la piena consapevolezza del suo mondo e del pericolo che minacciava il suo popolo. Giorgio Castriota Scanderbeg è una figura che ormai appartiene alla leggenda. Le impossibili vittorie contro una delle forze militari più  pericolose di tutti i tempi e la difesa dell’integrità fisica e culturale del suo Paese e dell’Europa cristiana fecero di lui un mito vivente, una delle figure più gloriose della storia dell’Occidente. Le sue ardite intuizioni, come scrivono G. Otranto e P. Bruni, ci richiamano alla rivalutazione della sua intera opera dal punto di vista dell’Europa moderna e delle tante questioni che dalla nostra civiltà aspettano una risposta.

Scanderbeg è una figura profondamente tragica e, con lui, anche il suo popolo. Il dramma della sua parabola consiste nelle scelte, nelle convinzioni  e nei sacrifici. Lui portò avanti la lotta contro le armate ottomane sostenuto dalla fedeltà dei suoi principi cattolici, ma solitario e ferito dal silenzio dell’Europa.  Forse fu lui il primo a prevedere  e a comprendere la dimensione e la gravità delle sofferenze estreme che il suo popolo doveva ancora affrontare: la tragica vendetta ottomana con uno sterminio fisico e culturale, mai visto prima.

Dialoghi  Mediterranei, n.22, novembre 2016
Riferimenti bibliografici
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http://www.castriotascanderbeg.it/2-i-volti-dei-primi-castriota-scanderbeg/29-i-volti-dei-primi-castriota-scanderbeg-nel-museo-pietro-cavoti
Bruni P., Scanderbeg: Maometto è la falsa fede. La vera  fede è Cristo, agosto 2016, <>
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Pera M., La Martinella, Rubbettino editore, Cosenza, 2002

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Alberto Frasher, nato a Tirana, laureato in Matematica (1967), è stato ricercatore e uno dei principali autori della riforma dell’istruzione matematica per tutti i livelli dell’istruzione pubblica. Ha ottenuto un dottorato di ricerca in Matematica presso l’Università di Tirana e  presso l’Università Statale di Pavia. Le sue ricerche e le opere, che riguardano studi sulla matematica, le scienze e le arti, sono state pubblicate in lingua albanese, greca, slava e italiana. Nel 2000 ha pubblicato il romanzo L’amara favola albanese (Rubbettino editore). Il suo libro di saggistica The Magic of National Renaissance (Tirana, 2015; Toronto, 2016) analizza l’universo filosofico e culturale dell’Albania. Ultimamente ha mandato alle stampe il romanzo Il sogno di un musicista.

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