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Pacchiana, pakkiana. Genealogia di una parola-ferita in dialogo con Alice Minervini

Pacchiana, Oleksandra Horobets, XX Biennale Mediterranea

Pacchiana, Oleksandra Horobets,
XX Biennale Mediterranea

di Tiziana Chiappelli

Sull’importanza della genealogia (anche sentimentale) delle parole 

Ci sembra di conoscere una parola quando sappiamo usarla. Ma la familiarità può ingannare: ciò che appare ovvio nel presente porta con sé una storia di spostamenti di significato e di valori sedimentati nei contesti in cui la parola è circolata (Williams, 1983). Anche i giudizi estetici che sembrano descrivere qualità naturali possono far valere come legittima una misura storicamente costruita (Bourdieu, 1979, 1982). Seguire la genealogia di una parola significa ricostruire il percorso attraverso cui è arrivata a nominare e valutare il mondo, e chiedersi che cosa facciamo noi stessi quando la pronunciamo: quali categorie d’identità rende familiari e quali confini traccia (Appiah, 1996, 2018).

Non ricordo il momento preciso, ma ricordo bene l’insegnamento. Da piccola, mia madre mi spiegò il significato di una parola. Ricordo l’orgoglio di poterla usare nel modo appropriato e, soprattutto, di poterla rivolgere a ciò da cui era importante prendere le distanze. Non conoscevo ancora le categorie grammaticali: non avrei saputo dire che era un aggettivo. Ma avevo capito bene che cosa designava e che usarla mi distingueva da qualcosa da cui era importante prendere le distanze. Solo riflettendo adesso riesco a comprendere che quell’orgoglio non veniva soltanto – o forse non tanto – dall’aver imparato una parola che mi sembrava più elevata del lessico ancora in formazione di una bambina quale io ero all’epoca: esso veniva anche, e forse soprattutto, dal fatto che quella parola collocava me – e la mia mamma – fuori dal cattivo gusto che metteva all’indice.

Era bello pensare che, con una semplice parola, potessimo indicare tutto ciò che non volevamo essere: persone di cattivo gusto. Non mi chiedevo chi avesse stabilito quel significato così svalutativo né su quali storie poggiasse. Mi bastava che la parola tracciasse una linea netta: da una parte ciò che sentivamo di essere, dall’altra ciò da cui volevamo distinguerci. Solo oggi riconosco che quella linea non era affatto innocente. La parola sembrava limitarsi a descrivere, mentre in verità giudicava, separava, assegnava posti, stabiliva gerarchie. E mi domando da dove venisse quella misura e come, nel tempo, avessimo imparato a considerarla naturale.

Nel mio percorso di studi in filosofia, la distinzione di Frege tra Sinn e Bedeutung mi ha aiutato a comprendere che un’espressione presenta ciò di cui parla secondo un certo modo – il suo senso – e rimanda a qualcosa, il suo riferimento o significato (Frege, 1892). Già allora intuivo che questa distinzione, pur essenziale, non esauriva la complessità del nostro modo di parlare del mondo e di strutturarlo per renderlo intelligibile. Gli studi successivi in filosofia analitica hanno allargato il mio orizzonte e una svolta ulteriore è arrivata con la riflessione sulla teoria e la pratica del senso, sul modo in cui le parole prendono forma negli usi e nelle relazioni sociali, contribuendo a orientare ciò che vediamo e il modo in cui lo interpretiamo (Bourdieu, 1982). Le categorie d’identità di Appiah mi aiutano oggi a pensare le parole come una cartografia: ci orientano e ci collocano, tracciano confini che possiamo abitare o mettere in discussione (Appiah, 1996, 2018). Nel mio ricordo, quella parola era come un balcone da cui guardare dall’alto ciò da cui non volevo farmi toccare; insieme, una piccola mappa del gusto, con un hic sunt leones tracciato oltre il confine dell’ammissibile.

Alcuni usi, però, sono così familiari e incorporati nel linguaggio e nel pensiero che facciamo fatica a vedere la luce rossa lampeggiante, il segnale d’allarme che dovrebbe avvertirci: «ATTENZIONE! Pregiudizio in corso». Quanto più una parola ci è familiare, tanto più facilmente il giudizio che porta con sé appare come una semplice descrizione: la usiamo senza attrito e le categorie che attiva sembrano qualità oggettive delle persone o delle cose. Per molto tempo anch’io ho usato quella parola come un termine ben connotato, senza interrogarmi sulla sua storia e sulle distanze che tracciava. Solo ripensando a come l’avevo appresa mi sono resa conto che avevo interiorizzato un modo di concepire il mondo, una mia scala di valutazione del gusto estetico. Cieca per decenni al rosso del segnale d’allarme, ho però sentito suonare la sveglia quando mi sono imbattuta nella ricerca artistica di Alice Minervini: il suo lavoro mi ha permesso di fermarmi nell’uso automatico-automatizzato del termine e di riascoltare più a fondo una parola tutt’altro che marginale nella costruzione della mia identità: pacchiano, a partire dalla sua forma sostantiva, pacchiana. È allora che ho riconosciuto in pacchiano una parola-ferita: una parola che reca le tracce di gerarchie storiche e che, nei suoi usi, può continuare a produrre svalutazione e invisibilità. La ferita non appartiene alla parola in sé; si manifesta nelle relazioni e nei giudizi che essa rende possibili, spesso presentandoli come naturali. Riconoscerla mi ha permesso di ricostruire una genealogia e di interrogare anche la posizione di chi la pronuncia.

Ma da dove viene questa parola? La Treccani registra pacchiano come voce meridionale «di etimo incerto» e, come sostantivo maschile, lo definisce «contadino, villano»[1]; al femminile, riferisce soprattutto alla contadina nelle vesti tradizionali, colorate e vistose. Come aggettivo, «per estensione», nell’uso comune indica ciò che è «privo di buon gusto e di stile, vistoso, grossolano» (Treccani, s.v. «pacchiano»). Il Nuovo De Mauro data la voce al 1607 e registra sia l’accezione regionale legata al contadino vestito con il costume tradizionale sia quella corrente riferita a persone o cose prive di finezza e buon gusto (De Mauro, s.v. «pacchiano»). La data dell’attestazione non basta, da sola, a stabilire quando e attraverso quali passaggi si sia consolidato il valore estetico negativo ma di sicuro, per me, attribuire l’aggettivo pacchiano a una cosa, equivaleva a dire che era brutta, eccessiva, non equilibrata, esteticamente riprovevole, slittando quasi nell’ambito morale. Le attestazioni letterarie offrono un ulteriore tracciato. Nella Vaiasseide di Giulio Cesare Cortese, pubblicata a Napoli nel 1612, pacchiano compare nella sequenza ingiuriosa «Brutto, anchione, pacchiano, marranchino» (Cortese, 1612, canto V: 58). Nel Cunto de li cunti di Giambattista Basile, pubblicato postumo fra il 1634 e il 1636, il tavernaro pensa di ingannare «lo pacchiano d’Antuono» (Basile, 1634–1636, giornata I, trattenimiento I). In questi contesti la parola accompagna la rappresentazione di una persona semplice e credulona, esposta all’astuzia altrui: è già svalutativa, ma non esprime ancora necessariamente il giudizio estetico contemporaneo. Un vocabolario napoletano del 1888 traduce inoltre pacchianella con «forosetta, villanella, contadinella» (Nuovo vocabolario tascabile del dialetto napoletano, 1888, s.v. «pacchianella»). Le fonti attestano così una traccia rurale e una posizione subordinata pur non documentando, da sole, il passaggio dalla figura sociale all’aggettivo estetico ma certamente prefigurando la costellazione di significati che assumerà in tempi più recenti.

Dalla pacchiana alla pakkiana: il senso di una ricerca artistica 

Quando le chiedo da dove sia nata la sua ricerca sulla pacchiana, Alice Minervini torna con la memoria a un ricordo: 

«Quando stavo tornando in Italia dopo tanti anni a Londra, ho ritrovato una foto di mia nonna che mi è rimasta impressa. Mi ha colpito molto la composizione: un sentiero nel bosco in primo piano e, quasi fuori campo, mia nonna e una sua amica che indossavano il costume tradizionale tenendosi per mano. Parlando con mia nonna ho scoperto che l’abito si chiama pacchiana e da lì è un po’ iniziata la mia ossessione. Questi abiti, diffusi in varie parti del Mezzogiorno, sono riccamente decorati e sfuggivano alla modestia cattolica o alle logiche produttiviste del lavoro. È difficile risalire all’etimologia con certezza, ma è altamente probabile che venisse da “pacchia” quindi la “pacchiana” come abito dei giorni di festa e per estensione la donna che lo indossava. Il senso derogatorio in cui viene usato oggi il termine testimonia una serie di oppressioni legate al genere, alle origini rurali e ai sentimenti antimeridionali. Facendo eco alle controculture e alle rivendicazioni transfemministe, la mia pratica è un tentativo di formulare una genealogia affettiva del pacchiano come Camp Nostrano. Questa tensione intrecciava vari percorsi di vita e ricerche sull’immaginario dell’italianità, sul sentimentalismo e sui retaggi fascisti nella costruzione dell’identità di genere, che avevo iniziato a sviluppare dopo gli studi in Visual Cultures a Londra. Inizialmente era quasi uno scherzo tra amiche, un alter ego alle feste fino a diventare la mia ricerca di dottorato e pratica artistica. Intrecciando storie di femminilità, canoni estetici classisti e la moda camp, mi interessa esplorare idee legate alla “pakkiana” attraverso il lavoro di artisti e rivendicazioni transnazionali».
La nonna di Alice con la pakkiana

La nonna di Alice con la pakkiana

La vicinanza tra pacchiana e pacchia apre un’altra pista. Nella sua interpretazione, Alice Minervini propone una derivazione diretta del nome da pacchia, che rimanda a un immaginario di festa e piacere: secondo la Treccani pacchia definisce una condizione facile e spensierata, associandola anche all’abbondanza del mangiare e del bere (Treccani, s.v. «pacchia»). La parentela etimologica resta incerta, come ricordano i dizionari ma qui acquista valore la sua risonanza affettiva e interpretativa, non un’origine dimostrata. Le due parole sembrano infatti partire da una radice comune per poi dipanarsi in direzioni diverse: da una parte piacere e abbondanza, dall’altra un giudizio estetico dal netto sapore svalutativo.

Nel racconto di Alice Minervini, la ricerca comincia inizialmente quasi come un gioco: un alter ego da indossare alle feste che però diventa nel tempo un progetto di dottorato e una pratica artistica multisituata. È in questo passaggio che si può leggere lo slittamento da pacchiana a pakkiana. Il raddoppio della k rende visibile sulla pagina una presa di parola: la figura storica e il termine gravato dallo stigma diventano un nome che l’artista-ricercatrice può abitare, trasformare e usare per autorappresentarsi. In questa lettura, la scelta grafica segna il passaggio dalla figura storica alla figura di autorappresentazione. Il suo progetto, Per una Genealogia Affettiva del Camp Nostrano, mette in dialogo la tradizione del costume, la storia del genere e una pratica estetico-politica contemporanea.

Nel progetto di Alice Minervini, il Camp Nostrano si richiama alla riflessione di Susan Sontag sul Camp come sensibilità legata all’artificio e all’esagerazione, situandola però in una genealogia affettiva del Sud Italia (Sontag, 1964). A partire dall’abito della pacchiana e dai saperi che vi si sono depositati, Alice Minervini rilegge la pacchianeria e l’ornamento come codici capaci di raccontare appartenenze, memorie e forme di presenza a lungo svalutate. Il «nostrano» nomina questo radicamento, mentre la ricerca lo mette in dialogo con pratiche artistiche e archivi transnazionali. Il Camp Nostrano diventa così, nel suo lavoro, una pratica di risignificazione: riprendere segni gravati dallo stigma e farne strumenti di autorappresentazione e resistenza estetica, in dialogo con la disidentificazione di Muñoz (1999).

2-copertina-il-rovescio-della-nazione-_conelliLa storia sociale della parola aiuta a precisare la posta in gioco. Nel Seicento, il termine pacchiano marca una distanza fra città e campagna e compare già in usi ingiuriosi; questa opposizione non coincide ancora con quella fra Nord e Sud che si consolida dentro la costruzione dell’identità nazionale italiana. Dopo l’unificazione, il Mezzogiorno viene spesso rappresentato come arretrato, rurale e collocato in un tempo precedente rispetto alla modernità attribuita al Nord (Dickie, 1999; Moe, 2002; Schneider, 1998; Esposito, 2023; Conelli, 2022). La riflessione gramsciana sulla questione meridionale lega il divario territoriale alla struttura sociale nazionale e alla costruzione di alleanze; la richiamo qui come una genealogia politica del problema, non come prova della storia di pacchiano (Gramsci, 2005). Non si tratta di far discendere automaticamente l’antimeridionalismo dalla storia della parola, ma di osservare come una figura rurale e meridionale possa essere riletta entro una gerarchia che assegna al Sud i segni della mancata modernità. Si tratta di rendere esplicito il Northern gaze, ovvero lo sguardo che assume il Nord come punto d’osservazione non marcato e colloca il Sud nella posizione di oggetto da classificare: arretrato, pittoresco, eccessivo.

In questo progressivo approfondimento tematico, Alice Minervini sottolinea come le vesti della tradizione trasmettano motivi decorativi e saperi manuali che nel quotidiano rischiano di passare inosservati e di scomparire nell’epoca del prêt-à-porter. Insieme all’artista calabrese Tommaso Leone, che ha realizzato abiti per il Museo Regionale del Costume di Tiriolo, la sua ricerca incontra la complessità concreta della costruzione artigiana del costume: 

«Tommaso Leone mi raccontava che ci vogliono più di cinquanta metri di ricami per fare una pacchiana. L’abito varia da paese a paese, anche a distanza di pochi chilometri, però ci sono parti ricorrenti. Di solito l’abito comprendeva una camicia bianca, detta suttana; u pannu, il panno di lana avvolto sul corpo; u jippune, il corpetto; il dubriettu, una sopragonna plissettata; il grembiule, detto mantisinu; e il vancale, lo scialle tessuto al telaio. Spesso la colorazione delle gonne indicava anche lo stato maritale della donna ed esistevano varie declinazioni in base agli usi quali la pacchiana per sposalizi, la pacchianella per le bambine, la pacchiana da lutto». 

Osservata da vicino, la trama decorativa rivela tecniche, lavoro e codici sociali. Ciò che il gusto dominante riduce a ornamento – e a un’arte femminile, per questo probabilmente considerata minore – custodisce competenze e memorie, con saperi che cambiano e si articolano da un paese all’altro. La descrizione dell’abito come «vistoso», eccessivo, può essere letta insieme alla visibilità del corpo, dei saperi e delle appartenenze di chi lo indossa. La storia del costume ha infatti reso visibile la questione dello sguardo. Al pari di un Northern gaze, la pacchiana subisce quello che Laura Mulvey ha chiamato il male gaze, una lente per interrogare la costruzione visiva del corpo femminile come oggetto dello sguardo maschile, allargando la domanda alle convenzioni che organizzano il guardare e l’essere guardate (Mulvey, 1975; Berger, 1972). Qui il richiamo è analogico e mantiene il proprio contesto d’origine: aiuta a domandare chi osserva la pacchiana, secondo quali codici e da quale posizione. Recuperare la figura storica e il contesto culturale della pacchiana, e rivederlo in chiave femminista e decoloniale aiuta a spogliare di stigma negativo il vestito e il nome che lo designa: 

«Gli abiti, al contempo artefatti materiali e sentimentali, spesso tramandati di madre in figlia, – spiega Alice Minervini – creano una genealogia alternativa e trasmettono di generazione in generazione motivi decorativi e saperi manuali in via di sparizione. Lungi da una nostalgia reazionaria o dalla volontà di musealizzare, mi interessa esplorare la pacchiana come contronarrazione, immaginando nuove possibilità di lettura per un’estetica che non era necessariamente emancipatoria nel suo contesto originario, ma che può essere riattivata oggi in una prospettiva intersezionale». 

3-franc%cc%a7oise-verges_un-femminismo-decolonialeLa prospettiva decoloniale di Françoise Vergès invita a interrogare le gerarchie coloniali e il rischio che il femminismo del Nord si presenti come norma universale (Vergès, 2020). La pacchiana è quindi esplorata attraverso un progetto artistico e di ricerca che guarda al costume come a un immaginario capace di trasformarsi nel presente, senza fissarlo in una tradizione cristallizzata o folklorizzata.

Essa diventa allora il punto di partenza per pensare un Camp Nostrano, una contronarrazione che intreccia il meridionale, il popolare, il sentimentale, il femminile e che apre nuovi usi per segni estetici prima liquidati come eccessivi o di cattivo gusto. 

«Sicuramente, la rilettura in chiave transfemminista è influenzata profondamente dalle artiste e amicizie, dalle feste e dai movimenti che attraversiamo. Anche la dimensione di diaspora meridionale mi permette di guardare ai ricami e alle arti decorative e vederci un valore che magari nel quotidiano non è riconoscibile». 

Tra ricerca e performance, Alice Minervini va esplorando anche archivi e istituzioni, fra cui il Museo Regionale del Costume di Tiriolo e l’Archivio Memoria Trans Argentina. 

«Mi è sempre interessato guardare a cosa è escluso dal canone e perché; come se queste narrazioni ed estetiche ‘minori’ conservassero, proprio nella loro marginalità, la potenzialità dell’altrimenti. Guardare il pacchiano come una forma di Camp Nostrano significa allora spostare il punto di vista: smettere di osservare una cultura popolare attraverso la lente di un gusto legittimato dall’alto, ma valorizzare il senso di piacere, l’eccesso, l’ironia e l’artificio che la attraversano. Facendo eco al nazional-popolare gramsciano, rivendicare il pacchiano come Camp Nostrano è un tentativo di prendere spazio; una riappropriazione politica delle genealogie che sono state a lungo considerate periferiche, femme, rurali, meridionali, popolari e immaginare la loro riscrittura in divenire».  

Il richiamo di Alice Minervini al nazional-popolare gramsciano apre una domanda su quali tradizioni popolari vengano riconosciute come parte della cultura nazionale e su quali restino ai margini. Nel Quaderno 21, § 5, Gramsci lega il problema al rapporto fra intellettuali e popolo e alla distanza della cultura nazionale italiana dalle classi popolari (Gramsci, 1975). In questo dialogo, la pacchiana non è semplicemente recuperata come segno folklorico: diventa un punto da cui interrogare chi possiede l’autorità di rappresentare la cultura locale e di attribuirle valore.

4-antonio-gramsci-la-questione-meridionaleRivendicare una genealogia affettiva del pacchiano, dice Alice Minervini, «è innanzitutto un gesto di autofiction, un tentativo di autorappresentazione che va oltre i modelli di femminilità imposti sui nostri corpi per rivendicare tutto ciò che è eccessivo, volgare, ornamentale come espressione politica». 

Secondo la sua riflessione, il Camp Nostrano mette in relazione la sensibilità Camp – artificio, teatralità, melodramma, eccesso – con storie e geografie specifiche e con la possibilità di dis-identificarsi dai modelli socialmente imposti e diffusi. Alice Minervini descrive questo movimento come un tentativo di «prendere spazio», di riappropriarsi di genealogie considerate periferiche, rurali, meridionali e popolari, declinate al femminile. In modo solo apparentemente paradossale, commenta Alice, «più vado in profondità nel processo di decostruzione, più divento pacchiana» alludendo al movimento che non si limita a recuperare un costume o una tradizione ma interroga ciò che quel recupero e quella rilettura possono fare nel presente. 

«Andare a vivere a Londra a diciannove anni – prosegue Alice Minervini – ha cambiato il mio modo di guardare all’italianità. Questa distanza mi ha permesso di tornare su immagini e riferimenti familiari con uno sguardo nuovo. Mi sono resa conto di quanto un certo stereotipo berlusconiano fosse proiettato sulla mia vita. Queste riflessioni hanno continuato a informare il mio lavoro anche dopo il ritorno in Italia. Nel 2022 ho co-fondato con Sveva Crisafulli e Ilaria Leonetti Two Hours Ago I Fell in Love [Minervini, Crisafulli e Leonetti, 2022], un festival di arti performative che si è tenuto nella ex colonia Novarese per decostruire i retaggi totalitari nell’immaginario contemporaneo di amore, sesso e identità di genere. Il nostro punto di partenza è stato proprio il motto fascista ‘sane, robuste, feconde’ che cristallizza un archetipo antitetico all’immaginario della pakkiana. Durante i miei studi a Goldsmiths ho iniziato a scrivere una lettera d’amore a Pasolini, una (non proprio d’amore) a Berlusconi che poi sono confluite in Comizi d’Emigrazione [Minervini, 2021, Nda] e mi hanno portato a collaborare con Gaia Pellegrini sulla risignificazione dell’immaginario delle veline e di Miss Italia. E più recentemente, leggendo Manifeste pour une démocratie déviante, Amours queers face au fascisme di Coco [Constant] Spina o Femminismo Terrone di Claudia Fauzia e Valentina Amenta mi sono ritrovata in questa nuova ondata di rivendicazioni».

7-comizi-demigrazioneLa performance artistica non si limita a descrivere un’identità: contribuisce a metterla in atto, a renderla visibile e a trasformarla, riattualizzando il presente e decostruendo visioni stereotipate del Sud e del femminile. In questa dimensione, la pratica di Alice Minervini può essere messa in dialogo – con le dovute distinzioni – con la riflessione sugli atti linguistici di Austin (1962) e sulla performatività di genere in Butler (1997): gesti, parole e forme di apparizione producono effetti, diventano fatti e aprono possibilità di riconoscimento.

La trama si allarga poi attraverso incontri e pratiche transnazionali. 

«Il 25 aprile [2026] ho partecipato a un laboratorio organizzato da Carbush insieme a Giovani Palestinesi Firenze, dedicato al tatreez, il ricamo tradizionale palestinese, come forma di espressione identitaria. Una mia amica norvegese mi aveva raccontato di alcuni motivi presenti nei ricami dei bunad, gli abiti tradizionali norvegesi, e della loro relazione con disegni provenienti da altre culture. Mi interessa approfondire queste possibili connessioni, anche a partire dalle affinità che riconosco tra alcuni abiti tradizionali calabresi e palestinesi, soprattutto nell’uso del ricamo e nella possibilità che i motivi decorativi trasmettano significati condivisi».

Un effetto non secondario di questo tipo di indagine artistico-sentimentale è quello di riattivare ricordi e far emergere fili comuni: 

«Mi succede in vari contesti con questa ricerca di trovarmi a parlare con persone di tante nazionalità – racconta Alice Minervini – Per esempio, sono andata a Tiriolo, in questo paesino nella Presila Catanzarese con un mio caro amico Damien Ajavon, che è un artista tessile, sarto Parigino/Senegalese/Togolese e la pacchiana calabrese gli ricordava l’abito tradizionale delle donne in Senegal. Anche soltanto in Calabria, gli abiti Arbëreshë e le pacchiane si sono influenzati tantissimo». 

Le mostre site-specific, la piattaforma editoriale collettiva, le pubblicazioni d’artista e i workshop sono parte del metodo con cui questa ricerca produce conoscenza insieme alle comunità, agli archivi e alle persone coinvolte. Alice Minervini racconta come le relazioni e il dialogo hanno contribuito a far nascere molte delle domande e delle piste di lavoro: 

«Le amicizie hanno avuto un ruolo importante in questo percorso. Fin da piccola ho condiviso molti riferimenti con persone legate alla Calabria; anche a Londra, la mia cerchia era in gran parte mediterranea. Molte delle domande che attraversano questa ricerca sono nate anche da queste relazioni e dalle conversazioni che le hanno accompagnate». 

La riflessione sulla memoria si collega poi alla biografia e a un desiderio di reincantare la realtà: 

«Sicuramente c’è una dimensione anche di nostalgia, non necessariamente reazionaria. L’immaginario inizio anni 2000 era molto più colorato, personalizzabile. Nelle mie installazioni gioco molto con l’immaginario di “Cioè”, delle collanine con cuore spezzato, dei souvenirs. Mi sembra che la funzionalità legata a un certo ideale industriale o post-industriale ormai sia disillusa. Quindi c’è un po’ un desiderio di reincantare la realtà che ci circonda, anche a tratti naïf». 
Dos Mares open studios Marseille

Dos Mares open studios Marseille

Per Alice Minervini, la pakkiana è un’estetica che «nasce dall’accumulazione e dalla stratificazione di una moltitudine di elementi che insieme creano un sentimento di eccesso e un desiderio di prendere spazio. Ci disseminiamo negli oggetti della nostra vita».

Gusto nazionale, sguardi e giustizia epistemica 

Dialogando con Alice Minervini e ripensando al modo in cui avevo appreso e usato pacchiano/a, ho riconosciuto appunto una parola-ferita ancora aperta. Questa genealogia riguarda la formazione del gusto. Le classificazioni che fanno apparire alcuni modi di vestire, ornare o convivere misurati e altri eccessivi si costruiscono entro sistemi culturali e rapporti sociali; poi possono presentarsi come criteri universali. Lévi-Strauss aiuta a interrogare il ruolo delle classificazioni e delle opposizioni nella costruzione culturale del senso, mentre Bourdieu mostra come il gusto sia anche una pratica di distinzione e come una misura socialmente situata possa essere riconosciuta come legittima (Lévi-Strauss, 1962; Bourdieu, 1979). La domanda non è soltanto perché un vestito venga giudicato pacchiano, ma chi abbia il potere di stabilire i confini: quali processi storici, sociali e culturali hanno trasformato un certo modo di vestire, apparire o decorare in simbolo del cattivo gusto? E chi e come ha stabilito quali forme di abito, di ornamento o di convivialità debbano essere considerate sobrie, elevate, eleganti, e quali invece grossolane, basse, volgari? Quali raffinate e quali pacchiane?

Emerge qui anche una questione di giustizia epistemica. Quando gli abiti e i saperi di chi li produce e li tramanda vengono liquidati come frivoli, arretrati o privi di valore estetico, possono essere svalutate anche la credibilità di quelle persone e la loro autorità di interpretare ciò che fanno e conoscono. Si restringono inoltre le risorse condivise per comprendere quelle pratiche nei loro contesti e significati. È una dinamica che può essere letta, con cautela, attraverso le nozioni di ingiustizia testimoniale ed ermeneutica di Fricker (2007). La domanda di Spivak su chi possa parlare e su come venga rappresentato il soggetto subalterno aiuta a tenere aperta anche la questione di chi parla per chi, senza supporre che restituire voce sia un gesto semplice o privo di mediazioni (Spivak, 1988). La lettura di Alice Minervini restituisce spazio ai ricami, ai gesti e alle competenze che il giudizio aveva ridotto a ornamento e, spesso, a un sapere minore poiché associato alle donne, e contemporaneamente li inietta di nuova linfa vitale, di nuove letture e interpretazioni.

9-gayatri-chakravorty-spivak-can-the-subaltern-speak_La questione del gusto nazionale si intreccia così a quella dell’autorialità e del riconoscimento. Un motivo decorativo o una forma estetica possono essere svalutati nel contesto e sui corpi cui sono storicamente legati, per poi acquistare prestigio quando vengono selezionati e rilanciati nel sistema della moda. Sarebbe da indagare in quale misura anche note firme del fashion system riconoscano il debito culturale verso i saperi, i motivi e le tradizioni collettive da cui attingono. È una questione di autorialità collettiva: chi crea, chi trasmette, chi firma, chi riceve riconoscimento e valore economico? Porla come domanda permette di aprire un’indagine senza anticiparne le risposte e di tenere insieme la storia dei segni con le persone e le comunità che li custodiscono.

La ricerca artistica di Alice Minervini mi permette di tornare alla parola-ferita da un altro sentiero. La genealogia attraversa le gerarchie sedimentate nella parola attraverso l’autofiction, la performance, gli abiti, i ricami, gli archivi e le relazioni, riaprendo la possibilità di usare quei segni per autorappresentarsi.

FOTO 10 –  Inserire “Cummar a Fiure, Alice Minervini, Una Boccata d’Arte, Fondazione Elpis foto Giacomo Alberico .jpg”. Didascalia/credit Alice Minervini, Cummar a Fiure, Una Boccata d’Arte, Fondazione Elpis; foto Giacomo Alberico.

Cummar a Fiure, Alice Minervini, Una Boccata d’Arte, Fondazione Elpis (ph. Giacomo Alberico)

Quando dice «più vado in profondità nel processo di decostruzione, più divento pacchiana», la parola diventa un luogo da cui comporre un’immagine di sé, personale e corale, radicata nel Sud e attraversata da incontri transnazionali. La sua pakkiana, fatta di «accumulazione e stratificazione», porta in primo piano ciò che il giudizio aveva ridotto a segno negativo, costituendo la base per un’estetica e una poetica dell’eccesso nostrano: saperi femminili, lavoro artigianale, memorie sepolte, piacere della festa, ornamenti ridondanti e colorati… Nel riconoscimento di questo valore e riflettendo sul solco tracciato dalla parola, grazie alla ricerca artistica di Alice Minervini possiamo finalmente vedere con occhi rinnovati la pacchiana: un costume tradizionale che torna ad essere un luogo fertile e abitato, uno spazio femminile attraversato da storie e saperi antichi ma anche proiettati nel futuro.

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] La storia del termine villano rende esplicito il nesso: deriva dal latino villanus, «abitante della villa», cioè della campagna, e la parola ha successivamente acquisito il senso di persona rozza o maleducata. Nei repertori lessicografici, villano trova come opposto cittadino: affiora così una geografia sociale in cui l’abitante della città può diventare la misura con cui si giudicano i modi di vestire, parlare e comportarsi. Lo stesso slittamento si ritrova nell’evoluzione del termine rustico, derivato dal latino rus, «campagna», e, con una storia diversa ma non troppo lontana, in volgare, da vulgus, «popolo». Sono storie lessicali differenti, ma mostrano quanto facilmente l’appartenenza alla campagna o agli strati popolari si sia caricata di connotazioni di grossolanità e inadeguatezza. 
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Tiziana Chiappelli, PhD, è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive dell’Università di Siena. La sua attività di ricerca si concentra sui processi di inclusione ed esclusione socio-educativa e culturale delle minoranze, con particolare attenzione alle migrazioni internazionali, alla dimensione di genere e alle dinamiche di costruzione e trasformazione delle identità in contesti interculturali. I suoi studi approfondiscono le forme di relazione, conflitto e attraversamento tra culture, con un interesse specifico per le pratiche educative e i processi di cittadinanza in contesti caratterizzati da pluralità linguistica e culturale. Ha partecipato a progetti di ricerca nazionali e internazionali, conducendo studi sul campo in Europa, Nord Africa, Africa Sub-Sahariana, Medio Oriente e America Latina. Dal punto di vista metodologico, si occupa di analisi qualitativa, co-costruzione della ricerca e valutazione di impatto. È autrice di saggi e monografie sui temi delle migrazioni, del genere e dell’interculturalità.

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