Stampa Articolo

Donne e memoria pubblica. Appunti

Navi Pillon

Navi Pillay

Anne Carson

Anne Carson

di Franca Bellucci 

Donne e vita, donne e storia: in mente i due nessi sono collegati da tempo, oggetto di riflessione e anche di operatività: l’asse di una vita, se così si può dire. Ma ora, alla data delle assegnazioni dei Nobel, alla seconda settimana di questo ottobre, in cui vengono alla ribalta donne di grande, coltivata, socievole originalità – Navanethem “Navi” Pillay, sudafricana, che ha ricevuto il Premio per la pace, Anne Carson, canadese, il Premio per la letteratura – mi convinco che la cultura nella dimensione femminile non può più considerarsi un diversivo di cui trattare in futuro.

Del resto, però, non sono certo le meditazioni nel silenzio di una stanza, che equivalgono a soggetti sociali. Certo occorre un cantiere di raggio ampio, e forse già germinante, tra constatazioni e bisogni simili, pur se qui, ora, si ignorano. Intanto, però un tale cantiere è un auspicio, un tema di riflessione che così potrebbe essere formulato: “le impronte delle donne nella storia culturale”. Sul tema, intanto, mi accingo a assemblare incontri e riflessioni disparate, riguardando al percorso di vita, come insegnante, operativa in classe, e anche dedita a aggiornamenti in alcuni periodi. È comunque da auspicare il varo di un cantiere vasto che, avendo per tema le donne, ne ponga al centro il contributo pubblico, e ne ipotizzi livello e modi della dispersione nel racconto culturale.

Al momento, per altro, è la pubblicazione delle notizie su donne – protagoniste che mi convince sulla valenza di una sintesi nuova e larga da ipotizzare nell’ambito di una ricerca, magari beneficiando di operatori esperti, nei vari settori. Certo, così che i modi del protagonismo delle donne siano proposti in tutti i campi – la storia, la scienza, la vita sociale, la letteratura, l’arte –. Sarebbe una buona base per affrontare la discussione e il confronto con tutte le generazioni, a partire dai giovani in formazione.

Il tema mi è risultato chiaro con l’assegnazione a due donne di due premi Nobel importanti: Navanethem “Navi” Pillay, sudafricana, che ha ricevuto il premio per la pace, Anne Carson, canadese, quello per la letteratura. Il rilievo assunto dalle notizie è stato grande, specialmente in una attualità così tormentata da contrasti di difficile composizione: tanto più ha rivestito un significato forte il fatto che due premi Nobel siano stati assegnati a donne le cui tesi sono affermate con coraggio.

Per entrambe, il riconoscimento segnala una lunga, coerente, attività esercitata con tenacia. Ma “tenacia” è un termine inadeguato: sembra afferire al temperamento, a un dato soggettivo irripetibile. L’avvenimento, invece, va commentato considerando l’ostilità espressa da potenti competitori. Giunta la proclamazione, risalta la validità dell’opera, nei due diversi campi, delle due studiose, davvero esemplari, tali da dare prestigio alla cultura. Considero i due ambiti come attrezzature importanti della civiltà: la Letteratura, che è meditazione di stili, di epoche, di comunicazione; il Diritto, che norma la convivenza ai vari livelli, evolvendosi nelle forme storiche e nei contatti nuovi che si verificano. Navi Pillai è una giudice di altissimo profilo, che ha operato secondo dottrina e secondo giurisprudenza, fino a dedicarsi in particolare all’ambito dei “diritti umani”, quello che è il diretto bersaglio dei potenti: contestato non di rado nel concetto stesso, come del resto vediamo proprio nell’attualità di supremazie impositive. Navi Pillai si formò al tempo del Sudafrica segregazionista, divenendo poi, nel 1995, dopo la rivoluzione che vide Nelson Mandela presidente, prima donna non bianca nominata giudice nell’Alta Corte sudafricana. Fu quindi membro del Tribunale per il Ruanda, di cui infine divenne presidente: è il tribunale che ha valutato lo stupro come potenziale crimine di genocidio.  

Le donne quale soggetto consapevole della storia: è un argomento che solo per pochi tratti, per poche situazioni, per lo più individuali, ottiene qualche spazio, magari qualche cattedra, qualche collana editoriale. Viene spontaneo considerare qui, nel territorio prossimo, le cronache spesso oscure: si evidenzia una difficoltà frequente nel commisurare gli impulsi affettivi con i ruoli, con gli usi, con le disponibilità del quotidiano, nell’attualità sociale e sociologica.

Può accadere che in tale contesto si rivitalizzino nomenclature apprese negli studi organizzati: lo si è visto con “il patriarcato”, una delle aree di riflessione, riproposta quando la relazione del maschio verso la donna è impositiva fino alla violenza e all’assassinio. L’antico istituto familiare, noto con diverse varianti in antico, può essere una suggestione da considerare anche oggi: per vaga somiglianza, in un tempo che scorre molto più rapido, e con diversi nessi di autorità.

Le riflessioni sulla condizione delle donne sono state un tema anche lungo la mia vita professionale. In conformità con gli usi dell’attuale istituzione scolastica, mi sono limitata allo spazio del Mediterraneo, specialmente antico. La sensibilità preliminare, poi le informazioni acquisite, sono state anche oggetto di una riflessione e di una collaborazione, qualificate e collettive. Maturò infatti entro la Società italiana delle storiche, verso il 2015, il progetto di un’opera che, nello stile dei programmi e dei testi scolastici in uso, dall’antico alla contemporaneità, avesse come tema specifico le donne.

11Vale la pena di ricordare quel percorso: è pure una delle esperienze che mirano a incidere sulla convivenza, rafforzando la considerazione delle donne. Il testo alla fine realizzato, raccoglieva in una prima parte gli studi specifici sugli istituti sociali attenti alle donne, con il contributo di molti docenti universitari, mentre una équipe operativa – di cui facevo parte, avvalendomi dell’esperienza di Liviana Gazzetta e di Alessandra F. Celi –, nel volume I secoli delle donne. Fonti e materiali per la didattica della storia [1]. Pur introducendo molte attenzioni innovative – oltre ai saggi di argomento sociale, l’attenzione ai linguaggi figurativi e una informazione succinta sugli studi sociali nelle varie aree del mondo – il libro asseconda scansioni tipici dei programmi scolastici.

L’intensa esperienza compiuta nella compilazione ha avuto per me ricadute di riflessione ampia, di ulteriori ricerche, persino di reinterpretazione, tanto dei segmenti della vita, come delle letture che mi avevano accompagnato. Particolari già insignificanti, potevano diventare significativi, perfino esporsi a una critica sociologica. Un ambito specifico su cui riverberavo la critica era quello delle opere già utilizzate nelle letture con i pre-adolescenti della scuola media. Poteva essere Padre padrone di Gavino Ledda, o Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia.

Ripenso ora in particolare a C’era due volte il Barone Lamberto, di Gianni Rodari. Già a suo tempo questa lettura era stata importante: mi aveva portato alla Grammatica della fantasia, agli esercizi lessicali per il potenziamento degli alunni, alla convergenza con il metodo di Monte Olimpino – esponendo in base a sequenze –, come lo avevo conosciuto in un’esperienza guidata da Teresa Mattei. Tornare a quel delizioso libro inserendolo nelle meditazioni sulle condizioni storiche delle donne fu come spostarsi dal tema a una cornice ben più frustrante: mi resi conto che l’interesse educativo che ammiravo, aprendo alla fiducia in sé, alla divergenza, alla creatività, si innestava su un tratto storico che intanto si era cessato di raccontare: quello di Ada Prospero, vedova di Piero Gobetti e poi, dal 1937, coniuge di Ettore Marchesini. Lo specifico settore della pedagogia attiva era stato sua competenza, espressa in particolare fondando riviste pedagogiche, tra cui quel «Giornale dei genitori», di cui nel 1968, alla morte della Prospero, divenne direttore Rodari.

s-l1600-21Mi resi conto allora che, proprio mentre la consapevolezza culturale del Paese diventava palese, convinceva la più ampia società, le citazioni delle donne autrici nei decenni anteriori scomparivano. Tuttora credo che queste osservazioni abbiano base e siano da superare ricostruendo la storia socio – politica del Paese. La storia stessa di Goliarda Sapienza, divenuta clamorosa dopo l’affermazione del suo romanzo L’arte della gioia, prima nelle lingue tedesca e francese, e solo nel 2008 divenuto noto in italiano, conferma le osservazioni. Il periplo narrato dell’umano, la storia, mi dicevo, dà accesso a tutti i soggetti attestabili, o ne ferma qualcuno alle porte, facilitando i giochi strategici del controllo?   

Ma un altro dato focalizzai, riconsiderando la favola del vecchio Barone Lamberto, che, alienando la voce dal corpo decrepito, introduceva voci giovani educate a ripetere il suo nome, giorno e notte, così potendo farsi beffe del tempo e mirare all’eternità. Ma degli umani, e particolarmente delle donne, si considerava la voce, cioè il colore, gli effetti specifici, la testimonianza appropriata, infine?

In effetti il problema era consistente: nelle varie articolazioni delle cattedre di Storia delle donne un’attenzione speciale andava alle “voci scartate”, alle fonti trascurate in genere nelle compilazioni anteriori, e particolarmente agli scambi epistolari e alle scritture autobiografiche delle donne. In parallelo, dilettandomi in qualche misura della storia contemporanea, mi si evidenziò che contro la voce delle donne esistevano preclusioni. Un esempio era la formale esclusione dal canto in chiesa, operata con il motu proprio De musica sacra, che Pio X aveva varato nel 1903. Il testo infatti specifica che il canto gregoriano è vietato alle donne – essendo tale esercizio riserbato a chi virtualmente può divenire sacerdote –, e, per le note acute, è da sostituire eventualmente con la voce dei ragazzi [2]. La prescrizione oggi è tacitamente accantonata: ma ancora vigente.

Una circostanza limite, comunque inquietante: apre alla domanda su quali e quante censure i soggetti, avendo poteri, o imitando, a cascata, poteri superiori, abbiano operato sulle donne sopprimendone le testimonianze o interpolandole. All’epoca della compilazione del testo di storia, sentendomi coinvolta nelle responsabilità, feci, come dire, delle “prove a campione”, con donne sui cui autografi stavo lavorando. Essendo mogli di uomini importanti, potevo riconoscerle nelle missive inviate nella cerchia ben nota: invece risultavano segnate come “anonime”.

Già: ma se le voci delle donne fossero rimaste, negli archivi delle scritture, quanto sarebbero diverse le interpretazioni, anche rimanendo identici gli istituti pubblici? La perdita è irrecuperabile: eppure, anche solo prospettare ipotesi di spazi cancellati, trasmette una forma di disagio. Un avvicinamento lo offre pensare alle cancellazioni di Emilio Isgrò: tali da cambiare la prospettiva al testo, da esaltarne talora il significato, tal altra da aprire spazi per nuove meditazioni e nuove espressioni. O forse, più inquietante, il cretto di Burri che sovrasta le macerie di Gibellina.

Personalmente, non so pensare all’assenza della voce delle donne secondo una critica storica. Il gran vuoto mi espone al senso di disagio: come quando mi confronto con i richiami alla Sibilla, nella trasmissione di testi di vario tipo, un insieme disparato di accenni sparsi, ma convergenti, che presuppongono un retroterra storico; come, del resto, gli oracoli sibillini di Roma, un’esperienza plurisecolare che attraversò le esperienze più travagliate della vita pubblica.

cavarero-il-canto-delle-sireneUna riflessione su voci femminili scomparse può considerarsi quella che avanza la filosofa Adriana Cavarero in un recente libro, Il canto delle Sirene, Roma, Castelvecchi, 2025. L’autrice, in modo originale, esamina la situazione che, nel libro XII dell’Odissea, collega Ulisse alle Sirene. Molto prima, nel 2020, mi aveva incuriosito un titolo molto simile, uscito presso Laterza, della filologa Laura Pepe, La voce delle Sirene: si tratta però di un’opera storico-filologica, che, assumendo l’episodio omerico, nel libro XII dell’Odissea, dell’incontro di Ulisse con le Sirene, come esempio fondativo dell’arte seduttiva, sviluppa una riflessione che verte tutta sulla tecnica retorica. Questa tecnica, espone l’autrice, tutta inscritta com’era nell’ambito del costume previsto per gli umani maschi, ne connotava la morale, da differenziare rispetto a quella attribuita al costume femminile, di innata spregiudicatezza. Particolare prerogativa delle donne, infatti, è la seduzione, una vera arte: capace di indurre la sospensione del libero arbitrio. Soprattutto il libro si concentra sull’esercizio maschile delle arti, considerando che la vita civile riguarda gli uomini. In quanto, poi, il parlare in pubblico era un’arte necessaria per la società greca, si affermarono quei sofisti, che fornivano «agli incompetenti gli strumenti necessari perché questi sembrassero (sembrino) saperne di più dei competenti» (ivi: 126). Platone assistette turbato al cambiamento, in cui si affermarono i sofisti: essi non si preoccupavano infatti «della verità, ma solo dell’apparenza (…non badando) ai contenuti, ma solo al fine»: quello, cioè, del successo. Tuttavia il filosofo non poté bloccare il cambiamento, né rendere comprensibile la ricerca di verità operata da Socrate: il suo lungo disquisire fu attribuito a «grande arroganza», all’atteggiamento tipico del «supponente» (ivi: 161).

Laura Pepe sulle donne greche non aggiunge molto: ne segnala qualche presenza intravista nelle narrazioni di alcune orazioni: è Omero che riserba loro la più intensa presenza, sia nell’Odissea, in cui spicca la tensione di Ulisse verso l’ambiente familiare, sia nell’Iliade in cui è viva l’attrattiva che il «ritornare a casa, dalle mogli e dai figli» mantiene (ivi: 190). È una continuità, dai poemi alla storia culturale successiva, fino agli alessandrini, la cura dell’arte della persuasione: il parlare argomentato, quello attento alla mozione degli affetti smuove «sentimenti positivi e nobili: l’onore, la coesione, il senso di appartenenza a una collettività» (ivi: 194).

9788858142363_0_0_536_0_75Se Laura Pepe in nome delle Sirene riafferma l’apparato della retorica, arte specifica coltivata dai Greci e da loro oggi raccolta da chi instaura l’odierna società tecnologica, lo scavo nel testo dell’Odissea che Adriana Cavarero azzarda, rispetto ai diversi statuti di uomo e donna, è molto più innovativo. Il riferimento è al suo recente libro, Il canto delle sirene, Roma, Castelvecchi, 2025.  Il ragionamento che Cavarero conduce, anch’essa considerando il XII libro dell’Odissea, cioè l’episodio di Ulisse di fronte alle Sirene secondo le cautele suggerite da Circe, ha finalità e considerazioni ben diverse. Dissolta via via l’interpretazione che le Sirene cantino con intenzione d’agguato contro Ulisse, la tesi è che esse cantino per sé, per il piacere collettivo di passarsi il canto, e che, riguardo alla qualità, il canto sia onnisciente. Da questa considerazione si affaccia una rinnovata interpretazione della poesia epica. È, dice l’autrice, situazione nota che «gli aedi, i rapsodi che cantano presso le corti, sono tutti uomini (… tuttavia) la prima voce è una voce di donna» (ivi: 22). È anche atteggiamento oggi diffuso che alle donne sia «riservata una naturale tendenza alla vocalità, sia questa un canto sublime, una nenia per infanti o un gemito sessuale…» (ivi: 23 – 24).

Tempio C di Selinunte, Metopa, Perseo con Atena decapita Medusa, 540-510 a.C.

Tempio C di Selinunte, Metopa, Perseo con Atena decapita Medusa, 540-510 a.C.

La riflessione su cui, dunque, la filosofa si incentra è la presenza della voce nella storia: sensibile infatti alle caratteristiche, la fisicità e la consistenza, che questo mezzo rendono un soggetto agente, storico, interculturale. Questo soggetto, per altro, subito interpella un’altra capacità fisica: l’ascolto. Di fronte a questo binomio fisico basilare, voce-ascolto, dice la Cavarero, vanno in crisi i paradigmi culturali attuali – ma si salveranno forse, è mia considerazione, Les Annales, la “Nouvelle Histoire” dunque, con lo statuto attento all’operatività. Gli altri paradigmi culturali non si curano della voce come mezzo espressivo: privilegiano infatti l’attenzione alla ricezione nella società ammessa come appannaggio del gruppo maschile, procedendo di fatto su una metà della realtà umana, che invece resta in relazione dialettica nel suo complesso.

Ho potuto seguire on-line la presentazione del libro alla Scuola Normale di Pisa, il 19 febbraio scorso, presente la stessa Cavarero. È stato un evento intenso, in cui io spettatrice mi sono sentita coinvolta. Dall’autrice ho assunto che nel parlare efficace il focus è di fatto tragicamente dimezzato, concernendo solo gli uomini: l’immagine che per me questo scempio andava rappresentando era quella della Gorgone spaccata dalla spada di Perseo, così come mostra una metopa arcaica nel tempio di Selinunte. Ho tuttavia palpitato in cerca di conclusioni alternative: ricordando che, come mi capita di intrattenermi con bambine, leggo loro una fiaba contemporanea di Paola Caridi, Il volo di Nura, ambientata a Gerusalemme, dove la bimba Nura ha esperienze notturne di voli, che incontrano luoghi, usi culturali da assimilare, personaggi da interpretare o, piuttosto, da reinterpretare correggendo, quindi riconoscendo che la cultura è trasmissione, dal passato all’oggi. Non può essere questo, mi dico, un metodo con cui le donne riacquistano il canto come testimonianza storica?

caridiTanto più, dopo la profonda meditazione indotta dallo studio, si conferma la volontà di uscire dall’impasse. Nella lettura che successivamente ho fatto, personalmente ho diviso le argomentazioni del saggio in due parti: quella della reviviscenza omerica, poi quella della rilettura, compiuta a partire da Theodor W. Adorno, e poi ripresa da altri grandi intellettuali, che lo hanno conosciuto o che lo hanno preso a guida. Nella falsa pacificazione successiva alla Grande Guerra, in un contesto che, avvicinando le sponde atlantiche, superava il concetto di “nazione”, ma rivitalizzava quello di “impero”, si definì infatti un particolare ambiente di condivisione sociale, attraversato da linguaggi culturali specifici come la poesia, la filosofia, la musica. Ne furono protagonisti, accanto a Adorno, un poeta come Eliot, che rinnovò allora il suo linguaggio, e altri letterati, come Kafka e Brecht.

La mia suddivisione, osservo, è sbilanciata, separando dal primo capitolo tutti i successivi, dal secondo al nono: del resto è lei stessa che, in un’intervista[3]. indica gli intellettuali cui guarda. Nell’ottica della scrittrice la composizione è molto più armoniosa: tutti i titoli, dopo il secondo, a esclusione di quello centrale, riguardante Kafka, menzionano il canto. Vale poi per sintesi l’ultimo capitolo: Cantare, filare, tessere storie, che come un cerchio che si chiude torna a menzionare tutti i temi trattati.

La geografia culturale che fa da sfondo alle riflessioni filosofico-letterarie di Adriana Cavarero non scaturisce da un suo arbitrio: la contemporaneità che diffonde e uniforma la tecnologia e il macchinismo è osservata nei manuali storici come un blocco di comuni interessi nelle sfere direttive, e di particolare sollecitazione verso gli uomini, ammessi in massa nei nuovi procedimenti produttivi. La trattazione degli storici non vuole trascurare le donne: si arricchisce infatti il panorama menzionando “donne di alcune categorie”: letterate, scienziate, in presenze sporadiche, in qualche modo eroiche. Nomi, insomma, piuttosto che ambienti o problematiche. In situazioni autonome dai processi produttivi si fanno pure conoscere problematiche culturali di associazioni e singoli: testimoni delle tradizioni e delle contraddizioni, del divario tra l’apparire e l’essere: una cultura che alimenta la connessione tra Europa continentale, Regno Unito, gli USA. Tra riviste, moda, arte, la presenza delle donne fu fervida: sarebbe tra i fatti culturali rilevanti, se non ci fosse la cattiva abitudine, a distanza di tempo, di lasciare cadere gran parte della memoria.

sapegno-figlie-del-padreAl momento, ripercorro il fenomeno, che può definirsi novecentesco, e collegato con il concetto culturale di “Occidente” seguendo il trattato letterario di Maria Serena Sapegno, Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale, Feltrinelli, 2018. L’autrice interpreta il fenomeno come generato dall’amore – competizione con il padre, e speculare con la postura delle eroine della letteratura classica, particolarmente con quelle della tragedia greca: «Ifigenia, Elettra, Antigone… E Atena, la più pura delle figlie nata solo da uomo, priva di ogni contaminazione materna»: così, a p. 242, la sintesi di Cristina Comencini, che, conferma la prospettiva dell’autrice nella postfazione al libro, Libere di essere doppie. Personalmente, avverto la forza della cultura consegnata dall’Antico come un repertorio che ci è giunto come residuo, in repertori tutt’altro che integri: così che vale trarne stimoli e riflessioni, fissandone le interpretazioni come ipotetiche e in parte ingannevoli, riflettendo ampie e tutt’altro che chiare zone della contemporaneità.

Non ho conosciuto finora Anne Carson, la studiosa insignita del Premio Nobel: le cronache informano [4] che anche dell’Antico è raffinata interprete, ma prediligendo l’arte del frammento, da estrarre e ricomporre, e rivisitando i contesti e il cosmo servendosi dell’interstizio e della fluidità. Uno stile, dunque, si direbbe dalle recensioni, che padroneggia il tessuto culturale, la molteplicità dei debiti, per farsi conoscere nella personale irrepetibilità.

È evidente, una storia con protagonisti costituiti tanto da donne come da uomini sarebbe una formula tanto equa, quanto astratta al momento: ma sconcerta verificare sia le discriminazioni del tempo vissuto, sia le ricomposizioni infedeli e arbitrarie a distanza di tempo, spacciate come storia: si assiste infatti a una specie di industria aggiuntiva, nel presente, che estrae da documentazioni riposte soggetti, o addirittura movimenti che pure sono stati attivi e coinvolgenti: una sconcertante mutilazione a posteriori, che sottrae terreno fertile a valori quali la continuità, l’esemplarità, la speranza, alla fine. Tengo a portata di mano delle opere che, per il modo con cui sono state pensate e realizzate, considero esemplari nel rapportarsi alla memoria delle donne. È stato dirompente, in questa sconcertante mutilazione a posteriori, l’impegno, tanto faticoso quanto riuscito, dell’artista e storica Lea Vergine che nel 1980, con la mostra L’altra metà del cielo, diede luce a oltre cento artiste vissute nel secolo scorso, nello spazio tra Europa e le Americhe. Ne possiedo l’esito in forma di libro, nell’edizione presso il Saggiatore del 2005. Ecco: è un universo quello che scorre, dalle singole biografie alle problematiche, alle opere, ai sodalizi, alla circolazione, alle foto esemplificatrici di opere e persone, ai lacerti delle pagine teoriche, alla verifica dei depositi archivistici: è una cura tutta per donne, messa in opera da una donna, con aiuti limitati. Efficace: quella mostra fissò un canone valido a livello internazionale. Una fatica grande e illuminata. Nel risvolto di copertina è riportato il commento ammirato [5] con cui Giorgio Manganelli accompagnò con la sua meraviglia quella mostra. L’avere di fronte buoni progetti – realtà culturali ricostruite, richiami motivati e sofferti, che superano i contrasti: sono queste le situazioni che danno motivazione a operare, da soli o facendo gruppo.

lea-vergine-laltra-metadellavanguardiaTra i buoni progetti, su cui vale soffermarsi, in una ricerca da auspicare metodica, di paradigmi interpretativi, annovero le esplorazioni in depositi di scrittura cronologicamente lontani dal tempo della composizione. La realtà cui penso è quella dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, voluta da Saverio Tutino nel 1984: vi si raccolgono storie personali che in particolare vogliono commentare, integrare, contestare i fatti, come sperimentati – e patiti – da testimoni.

Come dall’Archivio di Pieve Santo Stefano emergono operatori, che con propria consapevolezza sono stati partecipi di situazioni e di opere, ancora una volta sento consonanza con Les Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre. Un’altra fonte imprevista di testimonianze però viene anche a mente: l’archivio di lettere inesitate, scritte dai soldati italiani al fronte alpino nella prima Grande Guerra, raccolte per l’iniziativa di Leo Spitzer, allora funzionario della censura austriaca e più tardi grande linguista. Le testimonianze raccolte nella cittadina toscana, infatti, si inscrivono in primis nel diritto alla pari dignità di ogni umano e umana, che è capacità di comprendere, di scegliere, di organizzarsi.

La scrittura dei soldati ebbe un valore straordinario: chi maneggia gli umani come automi, magari da compensare con un’ora trascorsa nella casa di tolleranza, non mette in conto che questi, pur stretti nella disciplina, vedono, si confrontano, giudicano, ricordano. 

aa-vv-la-storia-sono-loroSono dunque da meditare i racconti di donne raccolti in una pubblicazione fatta dall’Archivio della cittadina toscana, di recente esposta nel mio scaffale: La storia sono loro. Un secolo di Toscana nei diari di dieci donne (a cura di Gianluca Monastra con l’Archivio Diaristico Nazionale), la Repubblica, 2025. Le scriventi, di epoca e luogo diversi, hanno un versante un po’ polemico, consapevoli di offrire, attraverso proprie situazioni, anche giudizi generali sulle vicende, secondo un punto di vista ufficialmente non previsto.

Una verifica reale, rispetto ai contesti illustrati, insomma, che moltiplica i punti di vista, dunque il valore di fatti altrimenti noti. Ma, in particolare, vale l’attenzione portata a persone, nel caso donne, in precedenza trascurate: a confermare che ogni persona ha uguale dignità e che ogni agire, in qualunque situazione, deve essere di responsabilità.

Infine: vale tornare alla recente situazione salutata con sorpresa, i due premi Nobel assegnati a donne: da cui può trarsi speranza che il riconoscimento della presenza delle donne nell’arco di storia cui siamo giunti si sia affermato, più consistente rispetto ai disconoscimenti. Alle realtà di fatto che si affermano, si aggiunge l’impegno di metodi convincenti, descritti da alcune ricercatrici. Cito Daniela Brogi, cattedratica a Siena: convincente – leggo nella recensione di Giulia Scialpi [6] – il suo metodo per valorizzare presenza e posizionamento «del femminile nel discorso pubblico»: si sposti l’inquadratura dal centro ai margini, mettendo in luce «come il primo – dominio naturale degli uomini – non sia che la minima parte di un intero nascosto, ma già sempre implicato nel ‘visibile’».

Davvero, è il momento della torsione del posizionamento, sul tema “donne”, da accogliere nella loro pluralità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] I secoli delle donne. Fonti e materiali per la didattica della storia: edizione Roma, biblink nel 2019, e riedito Roma, Viella nel 2023.
[2] Così, appunto, recita il testo: «13. Ex eodem principio sequitur ut cantores in ecclesia liturgico munere fungantur, ideoque mulieres, cum huius muneris non sint capaces, admitti non possint ad chorum vel ad musicos. Quod si igitur voce acutiore (soprani) vel acuta proxima (contralti) uti velimus, perantiquo ecclesiastico more a pueris hae voces edantur» (“Dallo stesso principio consegue che i cantori adempiano in chiesa a un ufficio liturgico, e perciò le donne, poiché sono adatte allo stesso ufficio, non possono essere ammesse né al coro né tra i musicisti. Se dunque si voglia usufruire di voce abbastanza acuta o di quella prossima all’acuta, secondo l’antichissimo uso si facciano emettere tali voci dai fanciulli”).
[3] Il 10 giugno 2026, Cavarero riceve il Premio Costa Smeralda e la giornalista Francesca Lombardi riporta l’intervista alla filosofa: <https://www.costasmeralda.it/articolo/adriana-cavarero-e-il-richiamo-delle-sirene/>: afferma che si è ispirata a Eliot, poi che il suo personale racconto «passando per Adorno, Kafka e Brecht» va verso «l’esaltazione di un godimento canoro in sintonia con la musica del mondo».
[4] Cfr Alberto Fraccacreta, Per capire davvero Anne Carson, Nobel 2026, bisogna partire dal frammento e dalla poesia come interstizio, in «Avvenire» 12 ottobre 2026: <https://www.avvenire.it/agora/cultura/per-capire-davvero-anne-carson-nobel-2026-bisogna-partire-dal-frammento-e-della-poesia-come-interstizio_114116>.
[5] Giorgio Manganelli parla di artiste «ignorate, scomparse, rintanate, morte e disperse, o pensose sul tema del morire, ormai ignare di se stesse, avevano portato alla strepitosa avventura dell’avanguardia una ricchezza straordinaria».
[6] Giulia Scialpi, recensione a Daniela Brogi, Lo spazio delle donne, Torino, Einaudi, 2022: <https://doi.org/10.4000/narrativa.2328>, in https://journals.openedition.org/narrativa/2328. 44/2022, Scrittrici italiane degli anni Duemila. 
Riferimenti bibliografici
Aa.Vv., La storia sono loro. Un secolo di Toscana nei diari di dieci donne (a cura di Gianluca Monastra con l’Archivio Diaristico Nazionale), la Repubblica, 2025. Le scriventi, d
Caridi, Paola, Il volo di Nura, Milano, Edizioni Terra Santa, 2020
Cavarero, Adriana, Il canto delle Sirene, Roma, Castelvecchi, 2025
Pius PP. X, Motu Proprio De Musica Sacra, AAS, vol XXXVI (1903 – 04): 387 – 395
Rodari, Gianni, C’era due volte il Barone Lamberto, Torino, Einaudi, 1978
Sapegno Maria Serena, Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale. Postfazione di Cristina Comencini, Milano, Feltrinelli, 2018
Società italiana delle storiche, I secoli delle donne. Fonti e materiali per la didattica della storia, a cura di Franca Bellucci, Alessandra F. Celi, Liviana Gazzetta con la collaborazione di Monica Di Barbora, Roma, Viella, 2023
Vergine, Lea, L’altra metà dell’avanguardia 1910 – 1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, Milano, Il Saggiatore, 2005
 
Sitografia
<https://www.avvenire.it/agora/cultura/per-capire-davvero-anne-carson-nobel-2026-bisogna-partire-dal-frammento-e-della-poesia-come-interstizio_114116>.
Francesca Lombardi <https://www.costasmeralda.it/articolo/adriana-cavarero-e-il-richiamo-delle-sirene/>
Alberto Fraccacreta, Per capire davvero Anne Carson, Nobel 2026, bisogna partire dal frammento e dalla poesia come interstizio, in «Avvenire» 12 ottobre 2026:
Giulia Scialpi, recensione a: Daniela Brogi, Lo spazio delle donne, Torino, Einaudi, 2022: <https://doi.org/10.4000/narrativa.2328>, in https://journals.openedition.org/narrativa/2328. 44/2022, Scrittrici italiane degli anni Duemila.

 _____________________________________________________________

Franca Bellucci, laureata in Lettere e in Storia, è dottore di ricerca in Filologia. Fra le pubblicazioni di ambito storico, si segnalano Donne e ceti fra romanticismo toscano e italiano (Pisa, 2008); La Grecia plurale del Risorgimento (1821 – 1915) (Pisa, 2012), nonché i numerosi articoli editi su riviste specializzate. Ha anche pubblicato raccolte di poesia: Bildungsroman. Professione insegnante (2002); Sodalizi. Axion to astikon. Due opere (2007); Libertà conferma estrema (2011).

_____________________________________________________________

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>