In un’opera del 1956, L’uomo è antiquato, il filosofo tedesco Günther Anders ci ha insegnato che l’essere umano si è ormai fatto inadeguato rispetto alla sua stessa tecnologia. Avendo le macchine preso il sopravvento, esse hanno reso l’uomo antiquato, incapace come questi è divenuto di comprendere e controllare la portata di strumenti un tempo “addomesticabili” e adesso sfuggiti alla possibilità di un reale controllo umano.
A seguito della mutazione antropologica determinata da molti fenomeni connessi alla produzione e al consumo nel mondo capitalistico, tra i quali la scomparsa dell’artigianato e la produzione in serie, l’uomo ha smarrito il legame con il proprio lavoro e con gli oggetti prima manipolabili. La sua azione quotidiana si riduce a semplici gesti di “fagocitazione degli oggetti”, e l’individuo si ritrova alienato tanto da se stesso che dagli altri, sperimentando una solitudine che viene mascherata da benessere materiale.
In questa critica che Anders rivolge alla società di massa e ai mass media (ai tempi in cui lui scriveva la televisione, ma ai nostri certamente i social) emergono due evidenze:
- i media non si limitano a registrare e comunicare ciò che avviene nella realtà, ma sostituiscono la realtà stessa, creando un fantasma che il consumatore scambia per il mondo reale. E ciò fanno attraverso narrazioni, mai ingenue ma sempre pilotate e rispondenti a interessi ideologici, economici o di potere.
- l’uomo, ridotto a ricettore passivo di tali narrazioni, perde la capacità di fare esperienza diretta e critica, diventando un consumatore pigro di quanto gli viene narrato.
Il concetto cardine dell’opera è il dislivello prometeico, che indica la divaricazione tra la capacità umana di produrre e la sua capacità di immaginare e comprendere gli effetti di ciò che ha prodotto. L’uomo è diventato figlio delle sue macchine, le quali si evolvono a una velocità immensamente superiore a quella biologica ed etica dell’umanità. Poiché la tecnologia diventa onnipervasiva, i mezzi tecnici si trasformano in fini ultimi. Le macchine, sollevandoci da incombenze e decisioni, finiscono per sostituirci anche nel pensiero, riducendo l’essere umano a un’appendice del sistema produttivo e mediatico. Tutto ciò ha comportato in molti l’atrofizzazione della memoria e dell’esperienza.
Michel Foucault ci ha insegnato che in ogni società la produzione del discorso è al tempo stesso controllata e selezionata, in modo da scongiurarne i poteri e i pericoli, volgendolo innanzitutto ai fini del controllo da esercitare sui destinatari. Ciò vale in misura eminente nel caso delle narrazioni relative all’identità, ai conflitti, alla politica e all’economia, alle visioni del mondo, alla pubblicità, e in genere a tutti gli ambiti che riguardano gli equilibri tra i poteri in una data società.
In questa sede proporrò alcuni esempi di come tale involuzione abbia inciso pesantemente sul livello etico, direi di civiltà, delle società contemporanee:
- Identità selettive e identità inclusive.
- La guerra e le retoriche.
- La maschera e il volto. Cosmetiche del potere e altro.
- Intelligenza artificiale simia naturae.
- La retorica politica e le sue contraddizioni.
- La pubblicità e la realtà effettuale.
- Un apologo: Berlusconi all’inferno.
L’importanza delle narrazioni nella costruzione dell’identità emerge potentemente nella vita sociale e politica del mondo in cui oggi viviamo. Narrazioni e identità costituiscono ormai un binomio indissolubile non solo per gli individui, ma anche per le organizzazioni, i gruppi sociali e le nazioni.
La questione identitaria è oggi più che mai centrale nella riflessione teorica contemporanea, ma suscita sentimenti e scelte di campo contrapposti. In realtà il concetto di identità è da ritenere oggi superato, da non promuovere, dannoso in quanto veicolante atteggiamenti culturali integralisti e chiusi al confronto e alla dialettica tra le diversità. Ciò, senza naturalmente disconoscere le capacità aggregative del termine, in grado di fornire orizzonti condivisi e orgoglio di appartenenza.
In realtà l’identità, come molti antropologi hanno messo in luce (in Italia, in particolare, Francesco Remotti), non è una realtà data, né data una volta per tutte e quindi sempre identica a se stessa, ma piuttosto il prodotto di elaborati processi di costruzione, più o meno consapevoli, sempre dinamici e sempre “contaminati”. Se negli ultimi decenni si è venuto affermando un uso strumentale e perverso di tale concetto, ciò è da ascrivere alla sempre maggiore diffidenza che le culture e i gruppi umani hanno sviluppato nei confronti di tutto quanto venga percepito come diverso, in un pianeta in cui la globalizzazione ha ancora di più incrementato i conflitti e i dislivelli tra gli uomini, gli Stati, i popoli. Proprio per questo si avverte oggi l’esigenza di declinare la complessità delle “identità” in ogni direzione, decostruendo le dinamiche sociali e di potere che istituiscono l’identità come realtà immutabile, soliloquio autoreferenziale e arma da puntare su chiunque esibisca tratti culturali diversi.
Marc Bloch in uno scritto del 1921, Riflessioni di uno storico sulle false notizie di guerra, metteva in evidenza come in guerra il contesto di isolamento e paura vissuto nelle trincee favorisse la nascita di uno stato d’animo collettivo incline a credere e poi diffondere dicerie, anche inverosimili. Le narrazioni veicolate nel corso di ogni conflitto favorivano un meccanismo psicologico in base al quale le false notizie trovavano forma allorquando una percezione distorta, un’illusione o un errore iniziale si scontravano con le passioni e i desideri della massa. Come afferma Bloch, la notizia falsa si amplifica grazie alle “innumerevoli bocche” che la ripetono. Nelle trincee, inoltre, la censura militare e l’angoscia costante per la propria sorte creavano un vuoto informativo. La menzogna veniva accolta perché rassicurante, in quanto offriva un capro espiatorio (il nemico crudele) o confermava pregiudizi e speranze già presenti nel soldato.
E non è proprio un meccanismo analogo quello ancora oggi operante nelle spietate guerre contemporanee, non più giocate solo attraverso scontri tra eserciti ma utilizzanti dispositivi micidiali come i droni e forme di comunicazione basate su algoritmi attraverso i quali la guerra viene fatta percepire e accettare come un dato naturale e necessario? Tutto ciò, all’interno di un sistema dominato dalla speculazione nel quale la guerra permanente crea profitti, sulla pelle di centinaia di migliaia di innocenti. Come già annotava George Orwell nel suo Omaggio alla Catalogna, «Una delle più orribili caratteristiche della guerra è che la propaganda bellica, tutte le vociferazioni, le menzogne, l’odio provengono inevitabilmente da coloro che non combattono» (Orwell, 2002: 82).
Le false narrazioni e la cosmetica politica declinano dunque le strategie di comunicazione con cui la percezione pubblica viene sistematicamente manipolata. Le tecniche di storytelling adottate da chi detiene il potere altro non servono che a occultare la complessità dei problemi dietro slogan rassicuranti o notizie create ad hoc. Esse spostano continuamente il confine tra la realtà e le sue rappresentazioni. Ciò viene assicurato attraverso narrazioni tossiche basate su una continua ripetizione di storie parziali, che omettono sistematicamente il contesto o sfruttano stereotipi (es., in ambito politico, il razzismo, la paura del diverso, la denigrazione degli avversari, la misoginia) per orientare l’opinione pubblica.
I messaggi che oggi circolano nell’ambito delle narrazioni della politica hanno ormai assunto la veste di ciò che Jean Baudrillard chiama “simulacro”, ossia di una rappresentazione che ha smarrito qualunque contatto con la realtà, viene spacciata per essa e vive in una dimensione, l’iperrealtà, che ne ha invece preso il posto.
Anche il tema dell’intelligenza artificiale è oggi, in primo luogo, un tema che tocca la realtà del potere. L’I.A. è in mano a pochi soggetti, che hanno tutto l’interesse a creare scarti sempre maggiori tra la realtà e le rappresentazioni che essi vogliono darne. Papa Leone nella sua recente Enciclica “Magnifica Humanitas” ne ha piena consapevolezza:
«Non è possibile dare una definizione univoca e completa dell’I.A.. Ciò che possiamo affermare è che occorre evitare l’equivoco di equiparare questa ‘intelligenza’ a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di ‘apprendere’, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore. […] L’impressione di oggettività che le risposte e le proposte di questi sistemi possono suscitare rischia di farci dimenticare che esse riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti. […] Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. […] In effetti, come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’I.A. tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati. Alla luce del bene comune e della destinazione universale dei beni, questo fenomeno desta seria preoccupazione: piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli» (Leone XIV, 2026: 105-108, 113).
Al giorno d’oggi, a me pare, l’intelligenza artificiale ha finito con l’incarnare perfettamente il concetto di “non-luogo” teorizzato da Marc Augé, proponendo ai suoi utenti uno spazio digitale, asettico e globale, privo di una vera identità storica o locale, dove l’essere umano perde la propria unicità per diventare un semplice “utente” in transito.
Le false narrazioni della politica rivelano sempre il drammatico scarto tra ciò che i politici di oggi dicono di essere e ciò che realmente sono, tra ciò che essi dicono di voler fare e ciò che realmente fanno. In un articolo recente (Le infinite bugie della Repubblica, Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2026) Pino Corrias ha efficacemente illustrato tale realtà:
«Silvio costruì un’Italia immaginaria, per interesse privato e sciagura pubblica, spostando con la televisione il confine tra fatto e racconto. Giorgia, con social e smartphone, rende portatili le menzogne. Al tempo remoto di Andreotti, il politico mentiva e sperava, protetto dal buio dell’inchiostro, di non essere scoperto. In quello istantaneo di Giorgia Meloni, la menzogna lampeggia in video, strilla sui social e punta a essere condivisa: “Ceuta è in Europa e la Spagna confina con l’Italia, per questo sospendiamo Schengen”. “A Marcinelle, Landini ha dato le spalle a La Russa e ha offeso la nazione”. “Le accise sui carburanti sono colpa della sinistra”. “Delmastro non ha nulla da nascondere”. “Abbiamo abbassato le tasse”. “Mai così tanti soldi alla Sanità”. “Se i magistrati vincono il Referendum, avremo gli stupratori e i pedofili per strada e tante altre Garlasco”.
La bugia non è più l’incidente della politica. È diventata la sua tecnica. Un materiale da costruzione per l’identità e la vendetta. Silvio Berlusconi l’ha scoperto e usato per primo in forma industriale sia per dire cose pesantissime, “da noi la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”, sia per rendere vera la suprema idiozia di Ruby nipote di Mubarak, giurando “sulla testa dei miei cinque figli”, con la destra bambocciona che applaude in Parlamento.
Per interesse privato e sciagura pubblica, Berlusconi in trent’anni ha costruito un’Italia immaginaria: il Paese del benessere. Dei ristoranti pieni. Della rivoluzione liberale. Delle tasse diminuite. Del milione di posti di lavoro. Dei giudici comunisti che complottano per attribuirgli mafia, tangenti, minorenni. Con la tv ha spostato il confine tra il fatto e il racconto. Ha imposto la somma centralità del leader, il controllo dell’agenda, il vittimismo giudiziario, la costruzione di una verità emotiva capace sempre di prevalere sulla verifica.
Meloni aggiorna la fabbrica delle menzogne. Con i social e lo smartphone le rende portatili. Il comizio diventa permanente: video, tweet, Instagram. Nessuna domanda. Nessuna replica. Nessun giornalista che interrompa, ma solo i Porro, i Sallusti, i Del Debbio che si bevono tutto. Si sceglie un fatto, si ritaglia la parte utile, lo si incornicia per il proprio pubblico. Ogni sbarco diventa un’invasione. Ogni rissa di strada, un’emergenza. Ogni sentenza sfavorevole, un attacco al governo. Ogni protesta, l’anticamera del terrorismo. Una stella a cinque punte disegnata col pennarello sul muro di una scuola, il ritorno delle Brigate rosse…».
L’affermazione dell’identità proclamata da Meloni, ad esempio, (Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana…) viene contraddetta da quanto in realtà la sua politica produce. Alla presunta difesa della condizione femminile fanno da contraltare il taglio dei fondi allo screening per il tumore al seno, la cancellazione dell’opzione donna (una misura di pensione anticipata che consente alle lavoratrici, sia dipendenti che autonome, di lasciare il lavoro con requisiti ridotti), il taglio del 70% delle risorse per i Centri antiviolenza, per non parlare della difesa della famiglia tradizionale, sulla quale è preferibile stendere pudico silenzio, o della presunta “filiazione” ideologica da Paolo Borsellino, vanificata dagli attacchi ai giudici, dalle riforme del suo Ministro della Giustizia, dalla difesa di politici collusi con la mafia. In breve, tutte dichiarazioni di principio e narrazioni disattese dalle concrete iniziative politiche, come mostrano, a ulteriore esempio, i rosari esibiti da Matteo Salvini quale testimonianza di presunti “valori cristiani”, contraddetti sistematicamente da una visione del mondo radicalmente antievangelica.
Ma non solo nel nostro Paese sono registrabili scollamenti, tra il dire e il fare, tra la retorica e la realtà effettuale (come amava chiamarla Leonardo Sciascia). Donald Trump, l’aspirante Premio Nobel per la Pace, appena eletto ha garantito che avrebbe posto fine a tutti i conflitti in corso. Da allora, ha dichiarato più volte di aver risolto o fermato sette “guerre infinite” in pochi mesi, citando impegni su Gaza e altre crisi globali in atto. In realtà, in Iran gli Stati Uniti hanno bombardato siti nucleari iraniani, facendo seguire continui bombardamenti nel Golfo di Hormuz; in Iraq l’esercito americano ha ucciso due comandanti dell’ISIS; in Venezuela il Presidente americano ha illegalmente deposto e imprigionato il Presidente Maduro mettendo al suo posto un fantoccio; nei Caraibi gli Stati Uniti hanno affondato imbarcazioni accusate (senza prova) di trasportare droga per conto dei cartelli; in Medio Oriente e in Africa Trump ha appoggiato il genocida Netanyahu e disposto bombardamenti in Siria, nello Yemen e nel Nord Africa contro capi di milizie armate; questo campione della pace ha inoltre minacciato il Canada, la Danimarca e quanti altri Paesi non fossero in linea con le sue mire imperialistiche, e continua a esercitare su Cuba un disumano embargo di medicine e risorse necessarie alla sopravvivenza degli abitanti.
Altro esempio fuori d’Italia di scollamento tra narrazioni e realtà è costituito da Alice Weidel, la leader di AfD (il partito neonazista tedesco che ha stravinto in Sassonia), la quale pur essendo una lesbica dichiarata, unita civilmente con una compagna nata nello Sri Lanka e con lei residente in Svizzera, Paese nel quale paga le tasse e cresce i bambini da entrambe adottati, pare non cogliere la contraddizione che il partito da lei guidato riconosca unicamente l’unione “uomo-donna” come sola alternativa possibile, si opponga ferocemente all’adozione per le coppie gay, proponga un sovranismo assoluto per cui il risiedere all’estero e pagare lì le tasse viene visto come una sorta di “tradimento alla nazione”. Tutto ciò potrebbe definirsi, più con tristezza che con ironia, una totale eterogenesi dei fini…
La persuasione e la rettorica, come Carlo Michelstaedter definiva i due corni del dilemma, caratterizzano anche la dialettica malata sottesa al messaggio pubblicitario. Esso è il luogo d’incontro moderno tra persuasione (l’obiettivo di mutare gli atteggiamenti) e retorica (gli strumenti linguistici e visivi impiegati a manipolare le scelte degli utenti). In questo spazio, la realtà effettuale viene rielaborata, trasformando un prodotto o servizio in un’esperienza emotiva o in uno status desiderabile. Attraverso una singolare trasfigurazione del quotidiano l’oggetto pubblicizzato cessa di essere un bene materiale e diventa la soluzione a un bisogno, un’estensione della personalità del consumatore o la fallace promessa di una maggiore felicità. Già molti anni fa il nostro Lucio Battisti ce lo rammentava in un suo brano (cfr. Un canto brasileiro: https://www.youtube.com/watch?v=fLHe8O7_TYo&list=RDfLHe8O7_TYo&start_radio=1)
Ancora una volta ci soccorre Günther Anders, che nella seconda parte del suo libro (Il mondo come fantasma e come matrice) offre una serie di illuminanti considerazioni:
«Ogni consumatore è un lavoratore a domicilio non stipendiato che coopera alla produzione dell’uomo di massa» (Anders, 2007: 99-102).
«Gli avvenimenti vengono a noi, non siamo noi ad andare verso di loro» (Ivi: 107-110).
«Dato che il mondo ci è fornito in casa, non ne andiamo alla scoperta; rimaniamo privi di esperienza» (Ivi: 110-112).
«Le trasmissioni obliterano la differenza tra cosa e notizia. Sono giudizi camuffati» (Ivi: 151-153).
Anni fa circolava sul web un apologo (Berlusconi all’inferno) che bene illustra la mistificazione pubblicitaria, che però non pertiene solo l’ambito dei consumi ma anche quello delle scelte politiche, come bene mostrano le nostre squallide campagne elettorali:
«Berlusconi, essendo unto dal Signore, scivola e muore. Il paziente San Pietro gli comunica che gli farà trascorrere un giorno all’inferno e uno in paradiso, cosicché lui possa scegliere liberamente dove collocarsi. All’inferno Berlusconi si trova in mezzo a un verdissimo campo da golf, con un club house e tutti i suoi amici politici che gli corrono incontro e lo abbracciano commossi, ricordando i bei tempi andati, quando tutti insieme si arricchivano alle spalle degli italiani. Giocano a golf e poi cenano tutti assieme con caviale e aragosta. Alla cena partecipa pure il diavolo, che si dimostra essere una persona molto cordiale e divertente. Berlusconi si diverte talmente tanto che non si accorge che è già ora di andarsene. Tutti gli si avvicinano e prima che parta gli stringono calorosamente la mano, lasciandolo profondamente commosso. In paradiso Berlusconi passa le successive 24 ore saltellando di nube in nube, suonando l’arpa, pregando e cantando. Il giorno è lungo e noioso, ma finalmente finisce. E quando San Pietro gli chiede di scegliere liberamente dove trascorrere l’eternità, Berlusconi riflette un momento e poi dice: ‘Beh, mi consenta, in paradiso è stato tutto molto bello, però credo che sia stato meglio all’inferno’. Allora San Pietro scrolla le spalle e lo accompagna al piano di sotto. Giunto all’inferno il cavaliere si ritrova in mezzo a una terra deserta e piena di immondizie sparse dappertutto. Vede tutti i suoi amici in tuta da lavoro che raccolgono la spazzatura e la depositano in sacchi neri di plastica. Il diavolo gli si avvicina e gli mette un braccio attorno al collo, in segno di benvenuto. ‘Non capisco…’ balbetta Berlusconi ‘…ieri qui c’erano un campo da golf e un club house, abbiamo cenato a base di aragosta e caviale e ci siamo divertiti un sacco. Ora la terra è solo un deserto pieno di spazzatura e i miei amici sembrano dei miserabili’. Il Diavolo lo guarda, sorride e gli dice: ‘Amico mio, ieri eravamo in campagna elettorale. Oggi, hai già votato… per noi!’».
A noi, destinatari spesso ignari delle ingannevoli narrazioni, cosa rimane da fare? Probabilmente solo sforzarci di coltivare acutezza di sguardo, unita a quella che Papa Leone nell’Enciclica citata chiama “una nuova consapevolezza educativa”, e allenarci giorno per giorno a decostruire i messaggi che ci vengono proposti, rivelandone le retoriche, quanto di sottaciuto, di interdetto, di rimosso essi contengono, e giungendo a cogliere il nocciolo di verità che essi loro malgrado ancora veicolano.
Il nostro compito, il compito di quanti avvertano l’esigenza di mantenere in un mondo complesso come il nostro “occhi aperti nella notte triste, occhi asciutti nella notte scura” (come canta un poeta dei nostri tempi, Francesco De Gregori), è – secondo quanto saggiamente ci suggerisce Roland Barthes – quello di esercitare una continua opera di demistificazione della pretesa del potere di far passare per realtà obiettive e naturali realtà che invece sono costruite con particolari intenti ideologici, egemonici, di sopraffazione. Solo in tal modo potremo sentirci (seppure relativamente) liberi.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Elaborazione di una relazione in Power Point presentata al Convegno “Discernimento e verità. Orientarsi tra informazione, sapere e realtà”, tenutosi a Mandanici, 11-13 settembre 2026.
Riferimenti bibliografici
Günther Anders, L’uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Torino, Boringhieri, 2007.
Marc Augé, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 1993.
Roland Barthes, Miti d’oggi, Milano, Lerici, 1966.Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Milano, Feltrinelli, 1979.
Giulia Bistagnino, Corrado Fumagalli (a cura di), Fake news, post-verità e politica, Quaderno 27, Milano, Fondazione Feltrinelli, 2019.
Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Roma, Donzelli, 2004.
Michel Foucault, L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola, Torino, Einaudi, 1972.
Leone XIV, Magnifica Humanitas. Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2026.
Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Milano, Adelphi, 1996.
George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Milano, Mondadori, 2002.
Francesco Remotti, Contro l’identità, Bari, Laterza, 2001; Id. L’ossessione identitaria, Bari, Laterza, 2017.
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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, Palermo, 1995; Fotografi di paese, Messina, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, Palermo, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, Palermo, 1999; I sentieri di Didyme. Un percorso antropologico, Palermo, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, Palermo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, Messina, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, Patti, 2016; Angoli di mondo. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2020; L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni, Palermo, 2021; Il mio Blog su LetteraEmme, 2 voll., Messina, 2022-2023; Angoli di mondo 2. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2025; Il sacro iridescente. Madreperle incise a soggetto religioso nell’arte popolare, dalle collezioni Basilissi Minnella Todesco, Messina, 2025.
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