Nel Mare di mezzo. Per una storia di lungo periodo delle migrazioni mediterranee

General chart of the Mediterranean Sea including the Gulf of Venice, Archipelago and part of the Black Sea with the steampacket routes

General chart of the Mediterranean Sea, London 1846

di Chiara Maria Pulvirenti

È la notte tra il 2 e il 3 ottobre 2013. Al largo dell’Isola dei Conigli un barcone di 20 metri brucia. Si capovolge, si ribalta per tre volte su stesso, poi cola a picco. A bordo ci sono più di 500 persone. Sono migranti partiti da Misurata, per la maggior parte eritrei, alcuni somali: ne sopravvivono 155, tra di loro 40 minori non accompagnati.
Nei giorni immediatamente successivi, il naufragio di Lampedusa sembra una cesura nella storia dei flussi migratori nel Mediterraneo. La Primavera araba, la serie di rivolte e agitazioni che ha interessato Maghreb e Mashrek nel 2011, ha compromesso drammaticamente la stabilità politica, economica e sociale dell’intera area e costretto alla fuga migliaia di persone che si sono riversate sulle coste meridionali del continente europeo in flussi sempre più imponenti. Da allora la rotta del Mediterraneo Centrale è la più battuta e Lampedusa è la meta prediletta, a soli 167 chilometri da Ras Kaboudja in Tunisia.
All’indomani della tragedia, l’opinione pubblica italiana e lo stesso governo si mobilitano e chiedono all’Unione Europea di intervenire per trovare una soluzione alla crisi umanitaria in atto tra Africa e Medio Oriente e alla tragedia che si consuma ogni giorno nello specchio d’acqua che bagna l’Europa meridionale. Il 18 ottobre 2013, pochi giorni dopo il naufragio, il governo italiano guidato da Enrico Letta, per sollecitare le istituzioni sovranazionali ad interrompere il palese immobilismo, autorizza l’operazione militare e umanitaria “Mare Nostrum”, per un impegno finanziario di 9 milioni e mezzo di euro al mese con l’obiettivo di evitare nuove stragi. Per salvare le vite dei migranti in mare e combattere il traffico di esseri umani si pianifica l’impiego di uomini e mezzi della Guardia Costiera, dell’Aeronautica e della Guardia di Finanza per la ricerca e il soccorso delle imbarcazioni anche in acque internazionali a 30 miglia dalle coste italiane. Le operazioni di pattugliamento durano un anno e salvano 189.741 persone, ma si interrompono il 31 ottobre 2014 per cedere il passo a Triton, il nuovo programma di Frontex, l’Agenzia europea per la protezione delle frontiere esterne dell’Unione, inaugurato il 1° novembre di quell’anno. La riduzione del budget è notevole, meno di 3 milioni di euro al mese, e l’intervento limitato al controllo dei confini, a situazioni di estrema necessità e mai su acque internazionali.
L’azione di Save and Rescue (SAR) è dunque fortemente ridotta e i risultati in termini umanitari sono drammatici, nonostante il tentativo di alcune ONG di supplire all’assenza delle istituzioni con proprie navi attrezzate per il recupero e il soccorso dei migranti. Tra il 2014 e il 2017 i flussi sulla rotta mediterranea hanno un andamento incostante, ma i morti aumentano costantemente. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati gli arrivi attraverso le Rotte mediterranee sono 216.054 nel 2014, salgono a un totale di 1.015.078 persone nel 2015, per assestarsi a 362.753 nel 2016. I morti e i dispersi invece continuano ad aumentare dopo la fine di Mare Nostrum: 3.538 nel 2014, 3.771 nel 2015, 5.096 nel 2016.
Nella prima metà del 2017 i migranti arrivati in Europa sono più di 105 mila e i morti e i dispersi superano già le 2.290 persone. I dati delle agenzie umanitarie, delle organizzazioni non governative, dello stesso Ministero dell’Interno italiano sono stati sottoposti in questi ultimi anni alle più svariate letture ideologiche. C’è chi li ha usati per gridare all’invasione e per alimentare ulteriormente la paura che pervade la società attuale di fronte alla crisi economica internazionale, che sembra non dare tregua, e all’emergenza del terrorismo di matrice islamista in Europa; dall’altra parte c’è chi li ha utilizzati per denunciare gli effetti perversi dello sfruttamento e della secolare egemonia occidentale sulle «periferie del mondo». Si tratta di estremi interpretativi che non riescono a cogliere la complessità del tema dei flussi migratori, rinunciando ad affrontarlo da una prospettiva di lungo periodo, capace di compararlo con altri momenti simili della storia e soprattutto di analizzare, se esistono, le opportunità della globalizzazione e le virtuose potenzialità della circolazione di uomini e idee nel Mediterraneo.
1-mappa-dei-migranti-sulle-rotte-mediterranee-nel-2017-ultimo-aggiornamento-02102017-fonte-unhcrOggi infatti sul tema dei flussi migratori si misurano i paradossi della società globale. Mentre la rivoluzione dei trasporti e delle telecomunicazioni rende la circolazione di uomini e merci sempre più semplice e il mondo uno spazio virtualmente spalancato, la risposta della politica e dell’opinione pubblica alla globalizzazione è di estrema chiusura: si erigono muri, si proteggono le frontiere, si richiamano nostalgie isolazio- niste. La crisi di credibilità della Unione Europea, il successo di vecchi e nuovi populismi in molti Paesi del continente, la stessa Brexit rispondono a questa paura, nella forma certamente “liquida”, come è stata definita da Bauman, ma dura e discriminante nelle conseguenze pratiche. Se oggi il processo di integrazione europea è pesantemente condizionato dagli effetti perversi della mondializzazione, è però pure vero che di fronte ad altre globalizzazioni l’Europa ha reagito in un modo molto diverso. A raccontarcelo è la storia del XIX secolo, l’epoca in cui l’Illuminismo, la rivoluzione dei trasporti, quella industriale, il 1789 francese, la crisi dei vecchi sistemi imperiali indicarono nel cosmopolitismo la via da intraprendere per il cambiamento globale.
In quegli anni, durante i quali l’identità europea iniziò a consolidarsi intorno ai tavoli dei grandi congressi per la pace, nei salotti dei diplomatici, sui campi di battaglia delle prime guerre per l’affermazione dei princìpi liberali, il mar Mediterraneo fu vivo e attivo protagonista come luogo di incontro e conflitto, di scambio e collaborazione, piattaforma e laboratorio politico per l’elaborazione di nuova pratiche e linguaggi politici. I migranti di quel tempo, nei panni degli esuli politici, degli avventurieri, dei pellegrini, dei marinai, degli intellettuali, rappresentarono un rapidissimo vettore di nuovi modelli di sviluppo economico e politico, di innovazione sociale e culturale, e furono capaci di collegare gli angoli più disparati del pianeta dalle coste dell’Atlantico alla Spagna, dall’Italia alla Tunisia, dalla Gran Bretagna all’Egitto, dalla Grecia al Belgio, dal Portogallo alle isole Ionie. Furono i promotori di idee liberali e reazionarie, rivoluzionarie e controrivoluzionarie, radicali e moderate, patriottiche e cosmopolite, ma tutti abituati a misurare il passo su scala internazionale in un’epoca in cui gli Stati nazionali erano un artificio ancora da venire. Parlavano già di fratellanza europea, declinando il concetto intorno a diversi significati politici e utilizzavano con consapevolezza e sagacia gli strumenti messi a disposizione dalla modernità: navi e treni a vapore su cui viaggiare, gazzette e riviste su cui scrivere, piazze, chiese e mercati da cui annunciare le proprie idee, pur invocando in alcuni casi nostalgici ritorni al passato. Erano cattolici, atei e musulmani, laici e prelati, rappresentanti delle amministrazioni statali d’ancien régime, degli imperi, dei più moderni regimi costituzionali, dei primi Stati nazionali, militari, dissidenti politici e intellettuali engagés, di solito uomini, a volte donne, tutti accomunati dalla volontà di sfruttare le opportunità di cambiamento che la galoppante civilisation pareva aprire a tutti.
La storia è sempre storia contemporanea, diceva Benedetto Croce, poiché risponde alle suggestioni del presente e i più recenti lavori storiografici sul Mare Nostrum e sulla storia dello sviluppo e delle contraddizioni del pensiero e della politica moderna sembrano dimostrarlo. Il Mediterraneo e l’identità europea sono intimamente legati e studiarne il rapporto da una prospettiva storica di lungo periodo oggi serve ad offrire risposte e modelli interpretativi ad alcune delle questioni più scottanti dell’età contemporanea.

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Operazione di salvataggio 24 maggio 2017 (@Moas)

Di mare e diaspore: il dibattito storiografico
Nel 1949, la pubblicazione di una delle opere più famose di Fernand Braudel, La Méditerranée et le monde mediterranée à l’époque de Philippe II, ha inaugurato un nuovo paradigma storiografico destina- to a trasformare radicalmente l’approccio tradizionale alla storia politica, sociale e culturale. Alla lente dello storico, che si muove su un arco temporale di lungo periodo, viene sottoposto un nuovo oggetto e spazio di indagine che non corrisponde più alle categorie del potere, lo Stato e la Nazione, ma a una regione, delimitata da confini climatici e ambientali. È l’inizio di un virtuoso connubio tra Storia e Geografia, binomio che non a caso nella scuola superiore francese corrisponde a quello italiano tra Filosofia e Storia. È un abbinamento di metodologie che permette di ricostruire quello che Lucio Gambi (1972) chiamava «i valori storici dei quadri ambientali», la dimensione dell’interazione tra uomo e natura, che trova una rappresentazione grafica nella cartografia storica, sezione verticale e assonometrica della lunga durata. Si tratta di un’interazione che nell’ottica braudeliana è però caratterizzata da un forte determinismo, da un’intensa subordinazione della comunità umana all’ambiente, in una lettura che dà un grande peso allo studio dei trends demografici ed economici e sembra ignorare il significato delle azioni e delle scelte dei singoli o dei gruppi.
A rilanciare questa interpretazione, ma provando a depurarla dal “meccanicismo climatico” è oggi una nuova generazione di storici, che ha restituito valore, pur in un’ottica temporale centenaria, se non plurisecolare, alla dimensione della contingenza e delle storie individuali, attraverso l’affiancamento delle metodologie dei biografi a quelle degli storici trans- nazionali. È la scuola storica anglofona a farsi portavoce di questo nuovo indirizzo di studi, di cui sono espressione i lavori di David Abulafia, Monique O’Connell ed Eric Dursteler. Il primo è autore di un’importante monografia sulla relazione millenaria tra il Mediterraneo e le diverse comunità umane che lo abitano. È una storia di “mediterranei” molteplici, dei processi di integrazione e disintegrazione delle identità in un mare che da millenni non esaurisce la sua capacità di unire e dividere una pluralità di sistemi economici, politici e culturali spesso contraddittori. Un mare che, nonostante le dichiarazioni di intenti dello storico, rimane nella sua lettura però fortemente vincolante rispetto alla costruzione di gerarchie di potere tra centri e periferie e che sembra costringere Abulafia a tralasciare l’analisi di quelle aree che per la loro collocazione geografica non riuscirono ad emergere come protagonisti nella storia politica ed economica del Mare Nostrum.
Un’impostazione ancora piuttosto tradizionale che viene superata dalla rassegna storiografica compiuta da O’Connell e Dursteler, attenta non solo al racconto delle relazioni economiche e politiche tra gli individui nel mare Mediterraneo dall’epoca romana all’età napoleonica, ma anche a non trascurare l’analisi di una regione, come quella balcanica, spesso ignorata dalla storiografia, ma il cui contributo è stato fondamentale nella definizione delle diverse identità culturali mediterranee. Il centro di questo libro è il racconto delle relazioni economiche, culturali, politiche e religiose tra le persone nella zona del Mare Nostrum e la scelta di aneddoti ad introduzione di ogni capitolo serve anche a restituire dignità alla dimensione “individuale” della narrazione storica.

3L’identità del braudeliano Continente Liquido è il frutto di quegli incontri e della possibilità di circolare trasportando con sé merci, patrimoni di relazioni e idee da una costa all’altra. È la «mobilità» la chiave per comprendere la storia umana del Mediterraneo ed è per questo che diversi storici si sono soffermati in questi anni sull’analisi dei flussi migratori, soprattutto nel periodo in cui l’introduzione della navigazione a vapore ha reso più semplice gli spostamenti nella regione. È grazie ai piroscafi, infatti, che il Mar Mediterraneo nel XIX secolo si conferma più che mai comunità di pensiero e vettore di merci e uomini, che da Napoli a Valletta, da Genova a Barcellona, da Palermo a Marsiglia, dal Pireo all’Anatolia, dalla Corsica a Tunisi circolano senza sosta.
La temperie culturale dell’Illuminismo ha spalancato orizzonti, ha aperto le menti, quella del romanticismo commuove gli spiriti, li spinge al cammino, li esorta al movimento, a inseguire attraverso il viaggio il proprio sogno, a realizzare in terra l’altrove immaginato, anche a costo della propria vita. La storia politica del Mediterraneo, al netto dell’anacronistico concetto di Stato-Nazione, si lega in un intreccio indissolubile alla storia culturale, sociale ed economica dell’Europa ottocentesca e i suoi protagonisti provengono dagli angoli più disparati dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa, passando per il Mare di Mezzo. Come ha messo in evidenza Ian Coller, la svolta della Rivoluzione francese ha prodotto i suoi esiti sotto molteplici aspetti (anche scientifici e religiosi) e ben al di là dei territori occupati direttamente dalle armate napoleoniche. Insieme alle altre grandi fratture rivoluzionarie, dalla Guerra d’Indipendenza americana a quella greca, ha amplificato i suoi effetti in tutto il mondo. È la Rivoluzione che innesca la crisi dei sistemi imperiali ottomano e borbonico, coinvolgendo nei propri flussi di circolazione intellettuali, politici e militari provenienti dalle province del Medio Oriente e del Nord Africa, dalla penisola iberica, dalle colonie spagnole e portoghesi, dalla Grecia, dall’Italia, dalle Isole Ionie.
È per questo che l’atmosfera culturale dell’Europa ottocentesca appare densa di contraddizioni e contaminazioni: cultura e tradizioni islamiche si incontrano e scontrano con quelle illuministe e con quelle cristiane, utopia e realtà si fondono, così come slancio vitalistico e vocazione al martirio, cosmopolitismo e primi vagiti di nazionalismo. È questa complessità la cifra per comprendere il senso di quella che la storiografia più recente definisce un’“Internazionale liberale”, la “diaspora mediterranea” (Isabella, Zanou, 2016) che in quegli anni anima i dibattiti sulla politica, sull’economia, sul diritto, sulla scienza non solo in Occidente. L’approccio transnazionale e l’utilizzo di fonti biografiche sono le scelte metodologiche di storici dell’Ottocento come Maurizio Isabella, Konstantina Zanou, Julia Clancy Smith e Michael Broers, capaci di costruire una «nuova talassologia» del Mediterraneo, che sfida sia l’idea della sua unità che quella della sua frammentazione e racconta l’impatto delle migrazioni mediterranee sulla costruzione dell’identità europea.
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Quello specchio di mare a dividere tre continenti, già nell’Ottocento veniva considerato uno straordinario laboratorio di sperimentazione di pratiche politiche. È la storia che ricostruiscono Isabella e Zanou, ma anche Agostino Bistarelli, Gilles Pécout, Sylvie Aprile, Catherine Brice e tutti quegli storici che in questi anni hanno studiato e raccontato l’esilio nell’Ottocento e le sue implicazioni politiche, economiche, militari e culturali. È la storia dell’idea di fratellanza universale che convince ad esempio gli esuli italiani ad andare a combattere ovunque il liberalismo stesse conducendo una lotta contro i principi della reazione, ma persuade anche i contro-rivoluzionari ad impegnarsi a difesa del legittimismo in qualsiasi Stato europeo. Sono migranti i foreign fighters siciliani, napoletani, piemontesi che combattono in Grecia, in Belgio, in Portogallo, in Spagna, così come gli ungheresi, gli spagnoli, i portoghesi, gli inglesi accorsi in Italia a combattere contro o a sostegno del Risorgimento. Le motivazioni li distinguono, quelle che Julia Clancy-Smith chiama i push-factors nel suo sorprendente e puntiglioso libro sulle migrazioni dall’Europa all’Africa nel corso del XIX secolo. Nella sua analisi i Mediterranei sono le società di confine forgiate dalla mobilità, le identità dei suoi protagonisti, frutto della combinazione tra le ragioni della partenza e il nuovo legame con l’ambiente d’arrivo. Gli interrogativi che la studiosa californiana pone ai documenti storici sui flussi di migranti in Africa settentrionale in età precoloniale riguardano i modi e i tempi dell’integrazione, le reazioni, l’accoglienza, le contaminazioni culturali e politiche tra i confini di «qualcosa chiamata Europa e l’Impero Ottomano».

5La marginalizzazione del tema delle migrazioni come problema storiografico, denunciata dalla stessa Clancy-Smith, è una lacuna che compromette la stessa lucidità delle analisi sui flussi migratori attuali. La mobilità è la cifra della modernità e studiarla ci permette non solo di sollevare lo sguardo da letture localiste, inclini alla ricostruzione di barriere e confini e incoerenti con i processi di globalizzazione in atto, ma anche a comprendere la complessità dell’intreccio tra i grandi eventi e le scelte individuali prese alle “periferie” della storia. La respon- sabilità degli storici oggi è pertanto quella di rispondere all’appello lanciato ormai diversi anni fa da uno dei promotori della cosiddetta World History, Christopher Baily, a respingere «l’idea che esista una qualche contraddizione fra lo studio del frammento sociale o dei senza potere e lo studio dei grandi processi che hanno costruito la modernità» (Bayly 2007: XXIX), allo scopo di recuperare il valore della contaminazione tra culture, di riscoprire le radici dell’identità europea e di lavorare ad efficaci politiche di integrazione su scala internazionale.

La storia alla prova del tempo presente

«L’Europa attualmente è racchiusa tra il populismo del Nord, i rifugiati che annegano nel mare a Sud, i carri armati di Putin a Est e il muro di Trump a Occidente. Nel nostro passato c’è la guerra, nel futuro Brexit. Oggi l’Europa è più sola che mai, ma i suoi cittadini non lo sanno. Per la stessa ragione l’Europa resta tuttavia la miglior strada percorribile e non sappiamo come spiegarlo agli europei. La globalizzazione ci insegna che allo stato attuale non si può prescindere dall’Europa, che non ci sono alternative ad essa. Ma Brexit ci insegna che l’Europa è qualcosa di reversibile, che si possono compiere passi indietro nella Storia e camminare verso il passato, anche se si tratta di un percorso gelido».

Le parole del vicepresidente del gruppo del Partito Popolare Europeo, Esteban González Pons, pronunciate durante la riunione del Consiglio Europeo in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, ricordano alla comunità europea, l’ampiezza e la volatilità dei suoi confini, ma anche la sua importanza a garanzia della pace e della sicurezza mondiale. «Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori» ha scritto Italo Calvino e, in un’epoca in cui i termini scudo, frontiera e contenimento sono tornati con prepotenza nel linguaggio politico quotidiano, le parole dello scrittore italiano rappresentano un importante monito.
Il Continente fissile (Judt, 2005: 785) sembra oggi ignorare la pericolosità delle sue molteplici fratture interne e assiste inerme, e a volte complice, alla progressiva chiusura delle sue porte (dal rafforzamento dei controlli da parte del governo austriaco al confine del Brennero con l’Italia al divieto di accesso ai porti di alcuni Paesi alle navi delle ONG impegnate in operazioni SAR). Eppure la «fortezza Europa» dovrebbe riflettere su quello che lascia oltre il muro: il Mediterraneo e il suo patrimonio di relazioni virtuose, frutto di secoli di storia. Oggi l’Europa dovrebbe fare appello agli storici per riscoprire il senso della sua identità. La demonizzazione dei flussi migratori e i discorsi pubblici fondati su un uso strumentale e scriteriato del passato, privi di alcun fondamento storiografico, andrebbero infatti considerati una sfida da cogliere e a cui rispondere riprendendo in mano le fonti, interrogando gli archivi sul tema della circolazione di uomini e idee, sulle loro motivazioni, sulle loro conseguenze. Ai nostri giorni il 3% della popolazione mondiale vive fuori dal proprio Paese di origine. Le motivazioni che spingono a tagliare le proprie radici non sono molto diverse da quelle dei nostri antenati ottocenteschi: ricerca di un lavoro, fuga dalle persecuzioni, voglia d’ascesa sociale, curiosità, spirito d’avventura, bisogno di pace. Anche nel XIX secolo i migranti, gli esuli, i profughi vennero guardati con sospetto nelle comunità d’arrivo, ma in molti casi contribuirono sostanzialmente alla nascita di una società democratica, liberale, laica, solidale. Nessun piano di «sostituzione», oggi come allora, alle radici delle partenze, ma solo quella irresistibile natura sociale che già un milione di anni fa convinse l’homo erectus a non fermarsi a sud del Mediterraneo.

Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017
Riferimenti bibliografici
D. Abulafia, The Great Sea. A Human History of the Mediterranean, University Press Oxford 2011.
C. Bayly, La nascita del mondo moderno. 1780-1914, Einaudi Torino 2007.
A. Bistarelli, Gli esuli del Risorgimento, Il Mulino Bologna 2001.
C. Brice, S. Aprile, Exil et fraternitéen Europe au XIXe siècle, Bière ed. Pompignac 2013.
M. Broers, The Napoleonic Mediterranean. Enlightment, Revolution and Empire, I. B. Tauris, London-New York 2017.
I. Coller, Thinking the French Revolution as a Mediterranean Revolution, in P. Mc Phee (a cura di), A Companion to the French Revolution, University Press Oxford 2013: 419-434.
L. Gambi, I valori storici dei quadri ambientali, in Storia d’Italia, vol. I, I caratteri originali, Einaudi Torino 1972.
M. Isabella, Risorgimento in esilio: l’internazionale liberale e l’età delle rivoluzioni, Laterza, Roma-Bari 2011.
M. Isabella, K. Zanou, Mediterannean Diasporas. Politics and Ideas in the Long 19th Century, Bloomsbury Publishing New York 2016.
T. Judt, Postwar. La nostra storia. 1945-2005, Laterza Roma-Bari 2017.
M. O’Connell, E. R. Dursteler, The Mediterranean World. From the fall of Rome to the rise of Napoleon, Johns Hopkins University Press Baltimore 2016.
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Chiara Maria Pulvirenti, assegnista di ricerca e docente a contratto di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Catania, si occupa dei temi della storia delle diplomazie, dell’esilio, della rivoluzione e della controrivoluzione in Europa tra XIX e XX secolo. Ha pubblicato diversi articoli e monografie tra cui si segnalano L’Europa e l’isola. Genesi del manifesto di Ventotene (Bonanno 2009) e Biografia di una rivoluzione. Nicola Fabrizi, l’esilio e la costruzione dello Stato italiano (Bonanno 2013).

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