Territori migranti: l’abitare come viatico dell’integrazione

Milano

Milano (ph. S. Azzari)

di Sara Raimondi 

«Ero uno straniero in seno alla società […]: non è stato un salto brutale ma un passaggio impercettibile dalla posizione dell’outsider a quella dell’insider» (Todorov, 1996: 5). Con queste parole Tzvetan Todorov, bulgaro, descrive lo spaesamento del suo trasferimento a Parigi negli anni Sessanta. L‘autore vuole sottolineare come l’inserimento all’interno della società nativa sia un percorso a più fasi, un viaggio da percorrere passo dopo passo alla scoperta di una cultura altra. È un percorso difficile e lui stesso afferma che può essere fatto non più di due o tre volte nella vita, poiché richiede l’abbandono di una parte di sé e la creazione di un nuovo io all’interno di un’altra cultura, di un’altra lingua e di relazioni umane differenti.

In questo saggio, invece, mi propongo di sottolineare come per il migrante l’arrivo in un nuovo paese coincida con la cruda consapevolezza di trovarsi preda dell’alterità, non solo per ciò che riguarda la lingua, le tradizioni e le consuetudini; va considerata anche una forte componente spaziale, il sentimento di aver perso la propria terra natìa, di essere senza radici, dislocato fisicamente e dimidiato a livello identitario. Questo senso di vuoto nell’essere circondati da un ambiente privo di significato, almeno nella fase iniziale, è un altro motivo di sofferenza sia per chi è stato costretto a separarsi dal proprio paese, sia per chi lo ha deciso volontariamente.

Questa tematica è sostanziale alla società contemporanea giacché intreccia due problematiche cruciali: da un lato, il continuo sviluppo di periferie degradate, non solo nelle grandi metropoli ma anche nelle città più piccole, dove è impossibile non trovare il quartiere fatiscente e malfamato che le autorità cittadine cercano di nascondere “sotto al tappeto”; dall’altro lato vi è il tema delle migrazioni, degli spostamenti massicci di individui che lasciano la propria casa, nazione e famiglia per i più svariati motivi (politici, economici, bellici).

Iniziamo quindi parlando del paesaggio e delle problematiche legate all’abitabilità, connessa alla cementificazione sconsiderata. Purtroppo, molto spesso, discutendo di patrimo- nializzazione del paesaggio si tende a prestare attenzione unicamente alle ambientazioni naturali che rimandano all’idilliaco, alla natura pacifica e incontrastata che si sviluppa armoniosamente. Se il paesaggio è un bene da tutelare soprattutto se è fonte di bellezza (Quaini, 2008: 29), si finisce per dimenticare che esso è anche il luogo dove si vive, si abita e dove si costruisce la propria quotidianità. È consuetudine circondarsi di un bel paesaggio quando si viaggia e si cerca il panorama mozzafiato, la spiaggia incontaminata e la montagna più alta, ma non si pensa mai al valore dell’ambiente che ci circonda quando andiamo a fare la spesa, quando andiamo al lavoro o a scuola. Non ci stupiamo più di vedere le campagne della provincia destinate ai prefabbricati, di vedere le spiagge sempre più assottigliate, affiancate da strade, grandi alberghi e stabilimenti balneari.

Eppure l’esperienza del paesaggio è importante sia per la genesi del singolo individuo sia per l’intera comunità, proprio perché ogni persona, tramite il territorio circostante, entra in contatto con la memoria delle esperienze anteriori (Berque, 2009:173). Il territorio circostante è lo stesso che hanno percorso i nostri padri, i nostri nonni e diventa significativo alla luce di ciò che ci è stato raccontato in merito ad esso. Ecco perché la diffusione delle città metropolitane assieme alle sue periferie cadenti porta con sé il serio problema dell’abitare contemporaneo. Quale qualità abitativa stiamo sviluppando se ci lasciamo dietro zone urbane da cui chiunque vorrebbe scappare? Come è possibile che a pochi chilometri da moderni quartieri di lusso vi siano angoli di mondo simili a zone di guerra?

Torino-ph.-E.-Muntoni

Torino (ph.  E. Muntoni)

Queste parole possono apparire riferite agli slums e alle baraccopoli delle grandi metropoli del sud del mondo come Kinshasa, San Paolo, Bombay o il Cairo: si pensa immediatamente a case costruite con lamiere, fogne a cielo aperto, bambini che non hanno alcun posto dove andare e sniffano colla ai bordi delle strade. Certamente questi sono i casi più complessi, che necessitano di attenzione internazionale e di un’immediata serie di azioni che diano almeno il via a un processo di miglioramento. Se però lasciamo da parte, almeno in questa sede, i contesti appena citati e ci concentriamo sulle capitali e le città europee non troveremo così inefficace questa descrizione di Mike Davis:

«Anziché punto focale di crescita e benessere le città sono diventate una discarica per una popolazione in surplus che lavora nei settori del servizio e del commercio informali, non specializzati, non protetti e a basse paghe» (Davis, 2006:157).

Infatti, osservando i quartieri delle nostre periferie le troveremo abitate da vagabondi, immigrati senza una sede fissa, persone costrette a causa della crisi economica a spostarsi nelle zone più fatiscenti della città. Anche molte città italiane sono entrate nella dinamica oppositiva metropoli-periferia, dove la prima è destinata ai più benestanti, mentre la seconda agli emarginati. Così gli abitanti si trovano costretti a lottare per riprendere possesso dei quartieri che, ignorati dalle istituzioni, finiscono con preda dello sviluppo criminale. Recentemente, a Modena città di meno di 200 mila abitanti, una serie di “camminate serali” sono state praticate dai residenti di un quartiere vicino al centro città dopo anni d’incuria e abbandono, anche da parte del comune [1]. Le città sembrano sfuggire sempre di più ad ogni definizione e fanno sempre più fatica a costruire un legame con il loro passato (Ilardi, 1990: 45). Le comunità non sono più chiamate e coinvolte nel mantenimento di quelli che possono essere definiti i requisiti minimi perché un quartiere sia accogliente, adatto ai suoi abitanti, meaningful, con spazi adatti alla relazionalità e alla convivialità.

Al contrario nascono sempre più spazi anonimi, che gli abitanti non possono modellare al punto che  −  afferma La Cecla (2011: 4) −  «la mente locale viene lobotomizzata», cioè per chi abita quei luoghi non c’è più possibilità di ricreare una superficie significativa. Ma questo genera una notevole crisi per chi vive quello spazio poiché l’individuo senza di esso è privo di una sua parte costitutiva e viceversa: già la sola esperienza, nella sua fase più primordiale, avviene solo alla luce dello spazio esterno (Merlau-Ponty, 1942). Non è un caso che, data la scarsa qualità di determinati quartieri, sempre più persone si lascino andare ad una realtà alternativa, al cyber-spazio:

«L’ex-abitante della città fabbrica nel suo cottage telematico, in uno squallido condominio di periferia o in una villetta della città diffusa, apre la sua navigazione in un mondo di libertà, di relazioni, emozioni che fanno da contrappeso alla povertà e alla miseria estetica» (Magnaghi, 2000:31).

Ecco perché è essenziale per ogni individuo l’interazione con il proprio ambiente, la possibilità di farlo proprio costruendolo: incorporare lo spazio è un atto fondativo (La Cecla 2011: 18), di affermazione del proprio io precisamente in quel luogo. Vivere un luogo, un ambiente, una casa è un desiderio comune a ogni individuo e − come sottolinea Manuela Olagnero − non è una questione sbrigativa. Al contrario, fa convergere tre elementi analitici: la casa materialmente intesa, i suoi abitanti e il territorio. La presenza o assenza di armonia tra questi elementi determina la qualità dell’abitare (Olagnero, 2008: 22). Evidentemente il legame tra abitanti e territorio ha perso ormai il suo equilibrio e molti si trovano a vivere in periferie asettiche, tutte simili tra loro; a rimetterci sono tutti i cittadini, ma per alcuni la difficoltà è ancora maggiore: sono i gruppi ai margini a patire maggiormente, trovandosi a vivere in zone lasciate all’incuria e in stato di quasi abbandono da parte dell’amministrazione.

Roma

Roma, preghiera collettiva in occasione della fine del Ramadan

L’esigenza dell’abitare diventa ancora più pressante quando si tratta di migranti e rifugiati i quali vivono una sorta di angoscia territoriale causata dalla perdita di appartenenza ad un luogo, oltre che ad un gruppo umano (La Cecla, 2008: 35). Il disagio vissuto è provocato dai notevoli cambiamenti vissuti ogni giorno: la lingua sconosciuta, la famiglia assente, la crisi delle consuetudini, la differenza del cibo, così come dello spazio. Sono passati dalla fuga dalla propria casa, dagli ambienti in cui hanno vissuto per tutta la vita alla necessità di adattarsi a vivere all’interno dei quartieri meno accoglienti, privi di servizi, in situazioni abitative e lavorative precarie (Ilardi, 1990: 39). Un vero e proprio paradosso dal momento che essi sono proprio coloro che più hanno bisogno di «fare luogo» (Augé, 2016), ossia costruire relazioni e legami non solo con persone, ma proprio con le strade, i quartieri e i diversi spazi. Per loro è fisicamente vitale creare un nuovo senso di belonging: cioè il possesso di un luogo da parte dei suoi abitanti e viceversa (La Cecla, 2008: 81).

Come ci ricorda Salvatore Palidda il caso italiano è ancora lontano dall’essere analogo alle banlieue parigine, dove si scatenarono le rivolte nei primi anni Duemila, poiché ancora oggi il clima non è così teso e le problematiche non sono così accentuate, né circoscritte a territori periferici ben precisi (Palidda, 2008, 152-153). Ciò non toglie che sia assolutamente necessario riflettere sul rapporto che rifugiati e immigrati detengono con il nostro territorio, poiché è un aspetto essenziale al processo di integrazione. Infatti, nella società liquida in cui viviamo, dove appunto i gruppi si muovono con la stessa velocità delle molecole d’acqua, lo spazio ha un ruolo essenziale nei movimenti rivendicativi (Touraine, 1976: 159); esso rischia di diventare luogo di scontro e rivendicazioni poiché è qui che si affermano contemporaneamente senso di appartenenza ed estraneità.

Osservando con maggiore attenzione la situazione italiana si nota come nei confronti dei migranti, in particolare rispetto a quelli di seconda generazione, si tende ad attivare una falsa retorica multiculturale che nasconde la precisa volontà di attribuire loro tutto fuorché un sentimento di appartenenza italiana. Ma i figli di coloro che sono arrivati in Italia negli anni Ottanta e Novanta, che sono cresciuti qui, per non parlare di tutti quei giovani che sono nati in Italia e si trovano a lottare per l’attuale legge sullo ius soli, hanno anche un’altra battaglia da combattere: quella per far sentire la loro voce in ambito urbano.

Il territorio della metropoli contemporanea, ormai privo di frontiere e confini, strappato e lacerato da decenni, sta reagendo alla propria perdita di identità con la valorizzazione della cultura locale, attraverso la creazione di musei etnoantropologici e svariati tentativi di consapevolizzazione della popolazione locale. Da un punto di vista legislativo sono decenni che si riflette sul valore della località nella gestione del patrimonio paesaggistico: già dal 1977 le questioni riguardanti la tutela del paesaggio, del territorio e poi dell’ambiente sono state gestite − purtroppo malamente − in un continuo braccio di ferro tra Stato (Ministero per i Beni Culturali e Ambientali) e amministrazioni locali (Regioni, Provincie, Comuni) (Settis, 2010: 209).  E proprio tramite le deleghe date agli enti territoriali la comunità avrebbe potuto intervenire, dando valore alle proprie maestranze e consuetudini nella gestione degli spazi pubblici. Nel corso dei dibattiti riguardanti la tutela del paesaggio, ancora oggi in corso, nonostante l’insistenza sul ruolo da protagonista che deve avere la società locale, non si pone mai la questione: chi è che fa parte di questa comunità? Quali sono le persone che la compongono e che hanno il diritto affermare la propria opinione?

Sassuolo-ph.-G.-Gasparini

Sassuolo (ph. G. Gasparini)

 Già nel periodo del secondo dopoguerra grazie alla diffusione della riflessione gramsciana, ogni studio sul folklore era diventato un modo per salvaguardare la prospettiva delle classi proletarie, contro la concezione “ufficiale” del mondo (Gramsci, 1975: 173). Da ciò si svilupparo- no una serie di forme di tutela come musei all’aperto, musei di cultura materiale e della civiltà contadina, attraverso i quali quella fetta di popolazione che era sempre rimasta ai margini poteva mostrare il proprio valore culturale. La tendenza alla patrimonializzazione degli aspetti della vita popolare non si è ancora fermata e tuttora sorgono musei che celebrano i tradizionali tratti etnoantropologici delle diverse regioni italiane. Nonostante i numerosi meriti di questa volontà di conservare il passato locale e di difesa rispetto ad un pericolo di omogeneizzazione, vi è il forte rischio che, contemporaneamente a ciò, nascano desideri eccessivamente nativisti e nazionalistici e che si costruiscano barriere tra un “noi”, idealizzato attraverso la tradizione, e un “loro”, i migranti che non sono del posto. Come nota Agostino Petrillo, siamo di fronte ad una serie di tendenze etnocentriche e xenofobe (Petrillo, 2000: 144), legittimate da un forte bisogno di radici in un presente che appare sfuggevole e al contempo omologante e il pericolo che anche i musei locali diventino pura e sola celebrazione retorica di una identità “vera” e “originaria” non è così lontano.

Quali soluzioni possono esserci quindi per questi nuovi gruppi ai margini come gli immigrati? La creazione di musei dei rifugiati? Di musei del migrante? Sarebbe una doppia violenza, poiché non servirebbe ad altro se non a sottolineare una distanza, una non appartenenza. La situazione di chi ha percorso chilometri e chilometri, in alcuni casi dovendo tornare indietro, ricominciando e spesso patendo ogni genere di violenza, è il viaggio di chi ha rischiato la morte. Un’esperienza simile ha certamente segnato la loro vita e la loro identità e merita di essere compresa e diffusa attraverso comunicazioni e rappresentazioni che vadano oltre i format televisivi. Il nuovo percorso che li aspetta qui in Italia non può che essere all’interno delle città in cui migranti e rifugiati sono accolti e ospitati. La realtà attuale attesta la presenza di molte famiglie immigrate in Italia, anche quelle residenti da anni, confinate nei ghetti di quartieri degradati, che impedisce loro di costruire davvero radici all’interno del nuovo spazio urbano. Non fanno parte del territorio, non possono costruirlo e modellarlo ma sono costretti dentro moderne enclave che non hanno mura o cancelli, ma semplicemente prezzi d’affitto abbordabili e precarie condizioni di insediamento.

Eppure loro ci sono, vivono le medesime strade e la medesima città di chi è italiano da generazioni, evidentemente con una prospettiva profondamente diversa. Ma ciò non significa che non lascino un segno sul territorio. Pensiamo ad esempio agli ethnoscapes definiti da Appadurai: non si è più una singola comunità, sempre racchiusa all’interno del medesimo confine, ma si sono sviluppate rotte migratorie e quindi nuovi flussi che intervengono sull’ambiente. E benché questo nuovo scape non sia direttamente un landscape, esso ha comunque un’influenza su di esso. Va tenuta in considerazione la presenza di nuovi abitanti e residenti, i quali seppur provenienti da diversi altrove, cambiano inaspettatamente le nostre città con le loro azioni, le loro scelte e anche le modalità di espressione e le forme di possesso del territorio.

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Torino (@La Stampa)

Non solo è necessario che l’ammini- strazione prenda consapevolezza di questi nuovi residenti a pieno titolo, ai quali quindi non vanno riservati unicamente i quartieri di ultima scelta; credo che da parte degli stessi enti a cui compete la patrimonializzazione sia necessario e utile coinvolgere e comprendere anche le prospettive di chi non appartiene alla storia e alla cultura urbana da generazioni, ma è stato comunque in grado di crearsi una nicchia, uno spazio di riconoscibilità, un ruolo attivo, divenendo mediatore di saperi, di risorse, di capitale umano. Le famose parish-map, che mostrano una mappatura dalla prospettiva degli abitanti, una visione dal basso, significativa localmente, devono necessariamente comprendere anche il punto di vista di chi,  pur vivendo questi ambienti da meno tempo degli autoctoni, ha tuttavia sviluppato in quella regione un preciso senso dell’abitare, un sentimento civico di appartenenza. Il coinvolgimento deve provenire anche dai musei della tradizione locale, i musei della cultura popolare, affinché possano porsi di fronte all’evidenza delle dinamiche di cambiamento dei ceti sociali.

Qui non si chiede di cancellare la cultura locale, le tradizioni che per decenni si è cercato di patrimonializzare affinché non andassero perdute. Credo però che la capacità dell’antropologia di portare alla luce nuovi punti di vista possa, in questo caso, fare una differenza cruciale. La visione del luogo di coloro che in quello spazio hanno trovato accoglienza, nuove prospettive future, un ambiente da chiamare casa, è quanto mai prezioso e va conservato e valorizzato proprio al fine di produrre nuove consapevolezze e orizzonti di senso più larghi. Spesso si ignora come gli stranieri abbiano plasmato il territorio, sviluppando in esso un potenziale che non sarebbe mai espresso senza la loro presenza. Da qui la necessità che le attività culturali condotte per sottolineare il percorso della comunità locale nel corso dei decenni devono iniziare a comprendere anche quella fascia di popolazione che per lungo tempo si è considerata “altra”, estranea, straniera.

Così facendo non si arricchisce solo il territorio, ma si crea un circolo virtuoso di vera integrazione, dal momento che non solo il migrante trova uno spazio dove vivere, ma lo stesso spazio abitato e rimodellato si arricchisce di apporti inediti, di linfa e stimoli rigeneratori. Ed è esattamente da questo punto di snodo spaziale e temporale che le periferie delle nostre città possono trovare nuovi strumenti di risanamento e di sviluppo, nuovi equilibri sociali e civili, una nuova storia che garantisca una più alta qualità del vivere e dell’abitare.

Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017
Note
[1]  Cfr.http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2017/07/11/news/viale-gramsci-la-gente-scende-in-strada-siamo-esasperati-1.15600940
Riferimenti bibliografici
Appadurai A., Modernità in polvere: dimensioni culturali della globalizzazione, Roma, Meltemi, 2001
Augé M., Periferie al centro, intervista di M. Dotti, in Vita, settembre 2016
Berque A., Come parlare di paesaggio?, in Estetica e Paesaggio, a cura di P. D’Angelo, Bologna, Il Mulino, 2009
Davis M., Il pianeta degli slums, Milano, Feltrinelli, 2006
Gramsci A., Marxismo e letteratura, Roma, Editori, Riuniti, 1975
Ilardi M., a cura di,  La città senza luoghi, Genova, Costa & Nolan, 1990
La Cecla F., Perdersi, Bari-Roma, Laterza, 2011
Merleau-Ponty M., La structure du comportement, Paris, Presses Universitaire de France, 1942
Olagnero M., 2008, La questione abitativa e i suoi dilemmi, in «Meridiana», n. 62, Abitare: 21-35
Palidda S., Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Milano, Raffaele Cortina, 2008
Petrillo A., La città perduta. L’eclissi della dimensione urbana nel mondo contemporaneo, Bari, Dedalo, 2000
Quaini M., Il paesaggio: un percorso tra mercificazione e convivialità, in Paesaggio: l’anima dei luoghi, a cura di L. Bonesio e L. Micotti, Reggio Emilia, Diabasis, 2008
Touraine A., I nuovi conflitti sociali, in Movimenti di rivolta. Teorie e forme dell’azione collettiva, a cura di A. Melucci, Milano, ETAS Libri, 1976
Settis S., Paesaggio Costituzione cemento, Torino, Einaudi, 2010
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Sara Raimondi, giovane laureata con lode in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Bologna, prosegue i suoi studi concentrandosi sui riti funebri nel mondo contemporaneo e su aspetti e temi dell’antropologia urbana. Ha partecipato all’annuale conferenza SANT (Swedish Anthropological Association) con il paper A new way of dying: hard science and soft science applied in the study of funeral rites e all’International conference WWIII? Menagement of death between new social emergencies and their solution con il paper Dall’esperienza del trauma all’esperienza del rito.

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