Il viaggio come meta, il teatro come incontro

In scena, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

In scena, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

di  Silvia Pierantoni Giua 

2 settembre 2017 ore 8.20, Milano. Esco di casa per iniziare un viaggio verso l’Abruzzo e dentro di me. Avrei svolto un laboratorio di teatro internazionale ed interculturale a Guardiagrele, in provincia di Chieti.

Già il viaggio in sè mi porta lontano dai confini del mio corpo, dai limiti del mio pensiero: sono predisposta ad andare oltre ciò che sono. Questo mi aspetto di sperimentare aderendo al progetto di un “In Cerca dell’Attore Antico per un Teatro Moderno” del Teatro Simurgh.

Mi ha inviato l’annuncio Alessandra, la regista del gruppo di teatro di cui faccio parte a Milano; un teatro che si definisce “interattivo/emozionale”, che provoca e stimola l’attore nella sua persona, tesse connessioni tra chi, con lui, ha deciso di intraprendere questo percorso e chi, da spettatore, si lascia coinvolgere [1].

Leggo la pubblicazione e ritrovo le tracce su cui mi sto muovendo, percepisco un senso di profonda gratitudine per il solo fatto che ciò esiste al di fuori di me, perchè, dopo molti anni di studio e di lavoro, la mia ricerca ha la possibilità di assumere sembianze concrete.

La direzione del mio progetto personale e professionale coincide, infatti, con i presupposti del bando: una ricerca creativa trasversale in cui viene messo in gioco, attraverso il teatro, il percorso intra-soggettivo; in altre parole, l’identità. La mia formazione artistica come attrice e cantante e quella in psicoanalisi si sarebbe unita in una danza armoniosa.

Elemento determinante nella corrispondenza tra il laboratorio abruzzese e il mio interesse, l’aspetto inter-culturale. Sono i miei studi in lingue e culture straniere, infatti, la premessa della mia ricerca, la quale è andata pian piano delineando un’iniziale intuizione: l’universalità dell’essere umano. Dopo più di dieci anni da quell’intuizione, sarei andata a sperimentarla concretamente con altre persone.

«Il punto è mettere gli attori in pericolo», mi racconta Fiore nell’intervista che gli faccio una volta rientrata dall’esperienza del laboratorio. Fiore, lo si potrebbe chiamare in molti modi: l’ideatore del progetto, il visionario che porta avanti un’idea rivoluzionaria, il regista avanguardista, e via dicendo. Se dovessi definirlo io lo descriverei come un ricercatore. Ispirato agli esordi dal libro The Shifting Point di Peter Brook, sono le domande ad averlo mosso prima verso l’India poi in Centro America, in Nord Africa ed in Estremo Oriente, poi ancora in Sud America, dove è rimasto per quasi vent’anni.

Armonie, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

Armonie, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

Ore 9,00. Oltre a me, sul Blablacar entra un ragazzo appena maggiorenne che torna a casa − in Abruzzo − dopo un’esperienza in Inghilterra. Rapidamente si instaurano scambi di idee a random sul lavoro, sul teatro, sull’amore. Poi, a Rimini, sale Vera, cantante lirica e cameriera nel ristorante di famiglia. «Non c’è nessuna differenza tra la professione dell’attore e quella del cameriere o dell’artigiano», dirà qualche giorno dopo Fiore ricordando un incontro personale con Peter Brook. Ciò che conta è la cura con cui si svolge il mestiere, il modo in cui, attraverso di esso, si sta di fronte a se stessi e agli altri. Non si tratta di una forma di conoscenza nè di nobiltà d’animo, bensì di apertura, d’insaziabile sete di sapere.

Alle 16.45 arrivo davanti all’ostello che sponsorizza il progetto ospitando gli artisti. Mi catapulto nella stanza che condivido con altre due attrici. Dieci minuti dopo avremmo iniziato il laboratorio. Nessuna presentazione, nessuna introduzione. Nel fare, ci siamo incontrati; abbiamo iniziato a percepire i nostri corpi, lo spazio che cambiava di spessore e di senso riempito dalle nostre presenze: tredici artisti professionisti (cantanti lirici, musicisti, cantanti, attori e ballerini) provenienti da diverse regioni d’Italia e da altri Paesi del mondo Bolivia, Brasile, Giappone) e otto migranti africani (da Nigeria, Ghana, Guinea Conakry, Guinea-Bissau, Senegal e Mali) provenienti la settimana prima dai centri di accoglienza abruzzesi da Fiore e Carla, sua socia e compagna di vita.

Danza, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

Danza, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

Era il ’97 quando Carla si presenta al provino in cui Fiore cercava un’attrice indigena per un suo spettacolo in Bolivia, a Santa Cruz de la Sierra. Faceva lavori saltuari e dedicava qualche ora la sera al teatro nei centri culturali popolari ai confini dell’Amazzonia. Da quell’incontro ha scelto la strada del teatro, di quel teatro in cui aveva intravisto “un altro mondo”. Mi racconta che, i primi tempi, aveva sposato l’idea in modo incon- sapevole. Sono passati vent’anni e il loro incontro non ha fatto altro che alimentare e far crescere il progetto del Teatro Simurgh [2]. L’attore “antico” che esso cerca è un attore desideroso di conoscere i diversi campi del sapere: dall’antropologia alla filosofia, dalla musica alla lingua, dalle tradizioni alle sapienze artigiane; è un individuo che ha sete di una maggior coscienza e che dunque si «apre con ogni parte di sè a un ascolto incessante»; è colui che è disposto a schiudersi ad una realtà diversa dalla propria, lasciando spazio all’ignoto e respiro ad un presente che si lascia far accadere.

Il laboratorio di Guardiagrele ha permesso la concreta sperimentazione di questa predisposizione, della «necessità comune di cercare la radice della propria presenza» attraverso un lavoro intenso e quotidiano che ci ha accompagnati durante otto giorni. Fiore e Carla ci hanno guidato verso la creazione di uno “spazio umano” in cui, attraverso il teatro, ognuno faceva esercizio della vita. Ciascuno di noi è stato chiamato a portare se stesso e, allo stesso tempo, a dimenticarsi della propria identità in favore della possibilità di andare oltre ciò che già era conosciuto, al di là del proprio mondo interiore, di quella personalità di cui ordinariamente si fa uso per scoprire altri mondi ed altre possibilità.

 In viaggio, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

In viaggio, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

Quest’esperienza della vita è passata attraverso una disciplina, attraverso esercizi fisici e mentali: il canto, la voce, il corpo, l’azione, l’ascolto, la parola, la danza, la narrazione, l’improvvisazione, il montaggio. Le emozioni e le vibrazioni che permeavano la Sala Consiliare del Municipio che ci ospitava per le prove, nascevano dal lavoro concreto dei nostri corpi che si muovevano nello spazio, delle nostre voci che si univano in coro senza alcun attrito, della nostra attenzione che si faceva presenza. I confini della propria pelle e di quella di un altro diventavano più labili; talvolta le vibrazioni nate dalla pratica attenta di ciascuno di noi erano così intense e palpabili che la percezione di sè sfumava in quella di una corale umana. La disciplina e la serietà del lavoro davano qualità e valore al tempo di condivisione, importanza e spessore ai gesti e alle parole; accentravano la nostra concentrazione. Stavamo vivendo una forma di meditazione.

Oltre alle nostre competenze artistiche e personali, il materiale su cui abbiamo lavorato sono state alcune maschere tradizionali di Asia, Africa e Sudamerica, le canzoni popolari che ognuno aveva portato dalle proprie radici e alcuni testi selezionati da Fiore che andavano da Shakespeare a Tagore, dai saggi sufi alle poesie di Leopold Senghor.

Maschere, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli).

Maschere, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli).

Da tutto questo patrimonio è nata una serie di scene che, poco a poco, abbiamo montato in sequenza e abbiamo infine condiviso con gli abitanti di Guardiagrele, l’ultima sera, il 9 di settembre, sul palco nella piazza del Comune. È stato un vero e proprio lavoro di creazione di gruppo. Non c’era niente di pre-costituito nè pre- meditato. Ogni frammento è stato frutto delle idee e del confronto reciproco, lavoro sapientemente coordinato da Fiore e Carla che canalizzavano l’energia, rendevano fluidi eventuali nodi, stemperavano possibili tensioni.

L’esperienza del laboratorio, infatti, non ha magicamente annullato i nostri limiti e le nostre paure; esso implicava fatica ed un costante esercizio che, oltre a far sgorgare l’appagamento dato dalle proprie risorse messe a frutto, metteva a nudo la nostra imperfezione, la difficoltà del confronto, del rispetto, dell’ascolto, della confusione tra carattere pluri- linguistico e multiculturale con i difetti del proprio sentire.

L’aspetto “interculturale” del laboratorio, infatti, non è un tratto eccezionale. L’inter-cultura − si sa − fa parte della stessa natura umana, è la normalità di qualsiasi società e persona. La realtà è occasione di confronto con persone di diversa provenienza culturale ma anche di esperienza della propria identità  − anch’essa multiforme. Ciò che fa la differenza non è dunque l’appartenenza ad una specifica civiltà, che è il modo in cui si declinano gli stessi ed universali meccanismi psichici e sociali, bensì lo status sociale e politico in cui si trovano i soggetti fisicamente presenti in uno stesso territorio. Se in termini di diritti e doveri può sussistere un dibattito politico che contrappone cittadini e migranti, ciò in tutta evidenza non può accadere in termini elementarmente “umani”.

 Abbraccio, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

Abbraccio, laboratorio di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

Questo è l’atteggiamento alla base della proposta del Teatro Simurgh. Il labora- orio di Guardiagrele non ha parlato della toccante biografia di qualche rifugiato africano, il che sarebbe servito a conso- lidare l’atteggiamento assistenzialista e razzista-latente prevalente nella nostra società italiana; ha raccontato invece la storia di un gruppo di uomini e donne alla ricerca di se stessi come accade nel poema Il verbo degli uccelli di Farīd ad-dīn ʻAṭṭār da cui il teatro di Fiore e Carla prende ispirazione per definirsi. Nella poesia del mistico persiano, tutti gli uccelli del mondo intraprendono un viaggio alla scoperta del leggendario Simurgh (una figura simile alla Fenice), allegoria della ricerca di Dio; solo in trenta raggiungono il luogo sacro ma, invece del Simurgh, tutto ciò che essi vedono è uno specchio in cui scorgono la loro stessa immagine riflessa. Conoscere Dio significa dunque conoscere se stessi.

Ecco qual è l’essenza del laboratorio a cui ho partecipato lo scorso settembre: una continua domanda tesa al superamento dei propri limiti e delle proprie certezze, l’osservazione di sè e del mondo, delle relazioni con l’altro; “il viaggio come meta”, riassumerà Fiore nella intervista.

È necessario fare esperienza di questo viaggio perchè la nostra consapevolezza possa migliorare e perchè sia possibile seminare un germe di bellezza. Questo è il teatro per Carla, «un’esperienza reale di condivisione. Toccare con mano la possibilità di un miglioramento dell’essere umano». Una frase di Fiore completa il senso della necessità del percorso: «Possiamo riempirci la bocca di tanti aforismi, ma se non si incarnano in te non servono a nulla».

Saluto-laboratorio-di-Guardiagrele-ph.-Nico-Zulli.

Saluto, laboratori di Guardiagrele (ph. Nico Zulli)

Il compito del teatro, allora, è avvicinarsi alla gente, alla vita reale; è parlare di incontri, di possibilità, di aperture alla vita e alle sue infinite sfumature. Lo spetta- colo è la condivisione di tale esperienza. Questo è accaduto il 9 settembre a Guardiagrele. Un incontro di «esseri pieni di positività verso la vita, verso il futuro, vivendo sinceramente il proprio presente ed essendo disposti a donarsi», dirà uno degli abitanti.

Non si tratta di vivere nell’illusione di un mondo perfetto ma di svolgere un lavoro costante in cui si tende al divino, al desiderio d’esser un soggetto in cammin  .La ricerca della propria identità passa proprio attraverso questo viaggio, fatto anche di sofferenze e difficoltà. È il viaggio di sè, delle proprie radici. Lascio a Senghor esprimerne il senso e la sfida:

«La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natìa. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere».

Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017
 Note
[1] Cfr http://intotheaquarius.tumblr.com/
[2]https://www.facebook.com/Simurgh.TEATRO/https://plus.google.com/u/0/+TeatroSIMURGH_googleplus
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Silvia Pierantoni Giua, si specializza in arabo e cultura islamica durante il corso di Laurea Magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale all’Università degli studi di Milano. Approfondisce poi la tematica della radicalizzazione islamista in occasione della stesura della sua tesi di laurea di Ricerca in Psicoanalisi diretta dallo psicoanalista F. Benslama, che ha discusso nel giugno 2016 all’Università Paris VII di Parigi. Attualmente si occupa della stesura di un progetto per la prevenzione del fenomeno del fanatismo.

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