di Andreina Parise
Esistono opere d’arte che colpiscono per la complessità della loro costruzione e altre che, al contrario, sorprendono per la semplicità degli elementi attraverso i quali prendono forma. Visitando la mostra Maria Lai. Essere è tessere, ospitata dal Museo Madre di Napoli dal 25 giugno al 12 ottobre 2026, ciò che più mi ha colpito è stata proprio questa seconda possibilità: la capacità di trasformare materiali ordinari, apparentemente privi di una particolare qualità artistica, in strumenti di espressione e di racconto. Fili, tessuti, pezzi di legno e oggetti di uso comune vengono sottratti alla loro funzione abituale e ricomposti in forme capaci di evocare memorie, esperienze e relazioni. A sorprendere non è soltanto l’inventiva delle composizioni, ma soprattutto il modo in cui questi materiali sembrano conservare qualcosa del mondo da cui provengono, pur assumendo significati nuovi.
Questa impressione ha accompagnato la mia visita, rafforzandosi nell’osservazione dei disegni a matita raffiguranti buoi, pastori e scene della quotidianità rurale. Soggetti semplici, legati a un universo di attività e gesti ordinari, nei quali ho riconosciuto una particolare attenzione per quella dimensione dell’esistenza che raramente occupa il centro delle grandi narrazioni. La scelta di rappresentare persone, animali e momenti della vita quotidiana mi è apparsa animata da una duplice tensione: da un lato, il desiderio di custodire la memoria di un mondo rurale attraversato da profonde trasformazioni; dall’altro, la volontà di riconoscere dignità e valore a una quotidianità spesso considerata marginale, quasi che proprio nella ripetizione dei gesti più comuni fosse possibile individuare una forma di bellezza.
Non si tratta, naturalmente, di attribuire con certezza all’artista intenzioni che non possono essere ricavate dalla sola osservazione delle opere. È piuttosto una chiave di lettura maturata durante la visita, nel confronto tra le prime esperienze figurative e le successive sperimentazioni con il tessuto e la materia. Pur nella diversità dei linguaggi, mi è sembrato di riconoscere una continuità nel rapporto che Maria Lai intrattiene con la propria terra: un legame che non si esaurisce nella rappresentazione del paesaggio sardo, ma attraversa la scelta dei materiali, il recupero di gesti familiari e la rielaborazione di saperi appartenenti a una memoria culturale condivisa.
È forse a partire da questa continuità che si può comprendere uno degli aspetti più interessanti della sua produzione: la capacità di trasformare la memoria di un luogo in un linguaggio artistico che, pur conservando una relazione con le proprie origini, non rimane confinato entro una dimensione esclusivamente territoriale.
La quotidianità come memoria
Maria Lai nasce nel 1919 a Ulassai, un piccolo centro dell’Ogliastra, in Sardegna. La sua formazione artistica la conduce lontano dall’isola, prima a Roma e successivamente a Venezia, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e studia con Arturo Martini. Il confronto con ambienti e linguaggi differenti contribuisce alla maturazione di una ricerca che attraverserà oltre sessant’anni di attività, senza interrompere il rapporto con il territorio d’origine.
La mostra del Madre, curata da Mónica Amor e Carlos Basualdo in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai, restituisce questa complessità attraverso un percorso cronologico e tematico, mettendo in dialogo disegni, assemblaggi, opere tessili, libri cuciti e materiali documentari.
La possibilità di osservare lavori appartenenti a differenti momenti della sua produzione consente di cogliere come il rapporto con la Sardegna assuma forme diverse nel corso del tempo. Nei disegni figurativi, questo legame emerge attraverso la rappresentazione di un universo riconoscibile, fatto di paesaggi, animali, figure umane e attività quotidiane. Sono immagini che richiamano un mondo rurale nel quale il lavoro e la vita sembrano profondamente intrecciati, e nel quale i gesti ripetuti costituiscono parte integrante dell’esperienza collettiva.
Durante la visita, mi sono soffermata soprattutto su alcune rappresentazioni a matita di buoi e pastori. L’essenzialità del tratto, la scelta dei soggetti e la sobrietà delle composizioni restituiscono una quotidianità che non necessita di essere idealizzata per acquisire significato. È proprio questa apparente semplicità a rendere le immagini particolarmente evocative. Esse sembrano sottrarre alla dimenticanza figure e attività che, pur appartenendo alla vita ordinaria, costituiscono elementi fondamentali della storia culturale di un territorio.
La rappresentazione del mondo pastorale e contadino può essere letta, in questa prospettiva, non soltanto come interesse figurativo, ma anche come attenzione nei confronti di pratiche e forme di vita che contribuiscono a definire l’identità di una comunità. Il lavoro, gli animali, i rapporti con l’ambiente e la ripetizione dei gesti quotidiani non sono semplici elementi descrittivi, ma componenti di un sistema di conoscenze che si costruisce e si trasmette attraverso l’esperienza.
Questa dimensione assume particolare rilievo se considerata alla luce delle trasformazioni economiche e sociali che hanno interessato la Sardegna nel corso del Novecento. I processi di modernizzazione, i mutamenti delle attività produttive e le dinamiche migratorie hanno contribuito a modificare profondamente il rapporto tra le comunità e i territori. Senza interpretare i disegni di Lai come una documentazione etnografica in senso stretto, è possibile riconoscervi una sensibilità antropologica verso un patrimonio di esperienze che rischia di essere progressivamente allontanato dalla memoria collettiva.
Ciò che rende interessante questa produzione è tuttavia la sua distanza da una rappresentazione puramente nostalgica. L’attenzione rivolta alla quotidianità non sembra tradursi nella volontà di fissare un’immagine immutabile della Sardegna, ma nella possibilità di attribuire significato a ciò che, proprio per la sua familiarità, rischia di non essere più osservato.
Rappresentare un pastore, un bue o un’attività rurale significa allora anche riconoscere il valore di un’esperienza umana che difficilmente trova spazio nelle rappresentazioni ufficiali della storia. La memoria non riguarda soltanto gli avvenimenti eccezionali, ma anche la dimensione ordinaria dell’esistenza, i gesti attraverso cui le persone abitano un territorio e costruiscono la propria relazione con esso.
È in questa attenzione verso ciò che appare marginale che ho individuato una delle suggestioni più significative della mostra.
Il filo e la materia: una diversa possibilità di racconto
Procedendo attraverso il percorso espositivo, il passaggio dalle rappresentazioni figurative alle opere realizzate con materiali tessili introduce un cambiamento profondo nel linguaggio di Maria Lai. La riconoscibilità dei soggetti lascia progressivamente spazio a composizioni nelle quali il significato non dipende più dalla raffigurazione diretta di persone, oggetti o paesaggi, ma dalle relazioni che si stabiliscono tra materiali, forme e gesti.
I fili, i tessuti e gli elementi lignei vengono assemblati in costruzioni che conservano tracce della loro funzione originaria, pur essendone ormai svincolate. Nei Telai, sviluppati soprattutto a partire dagli anni Sessanta e presentati in una significativa mostra romana nel 1971, lo strumento tradizionalmente impiegato per la tessitura diventa un oggetto artistico autonomo. Il telaio, anziché produrre un tessuto, diventa esso stesso il luogo della composizione. I fili si tendono, si sovrappongono, attraversano gli spazi vuoti e stabiliscono rapporti con gli elementi strutturali. Ciò che appartiene all’ambito del lavoro manuale viene trasformato in un linguaggio visivo capace di mettere in discussione le distinzioni tradizionali tra arte e artigianato.
Osservando queste opere, mi è sembrato che la semplicità dei materiali costituisse proprio uno degli elementi più significativi della ricerca dell’artista. Non si tratta di nascondere la loro origine o di nobilitarli attraverso una trasformazione che li renda irriconoscibili. Al contrario, la loro presenza materiale rimane evidente: il filo continua a essere filo, il legno conserva la propria consistenza e la cucitura mantiene la memoria del gesto da cui nasce.
È proprio attraverso questa riconoscibilità che le opere sembrano stabilire una relazione con un patrimonio di pratiche e conoscenze legate alla vita quotidiana. Il riferimento alla tessitura richiama inevitabilmente un insieme di saperi artigianali che, in molti contesti mediterranei, hanno rappresentato importanti forme di trasmissione culturale. In particolare, il lavoro tessile è stato storicamente associato alla dimensione domestica e femminile, spesso collocato all’interno di una gerarchia che distingueva le attività considerate artistiche da quelle riconducibili all’artigianato e alla produzione di oggetti d’uso.
La ricerca di Maria Lai permette di interrogare criticamente questa distinzione. Trasformando materiali e tecniche tradizionali in strumenti di sperimentazione, l’artista rende evidente come la capacità di produrre forme e significati non appartenga esclusivamente ai linguaggi storicamente riconosciuti dalle istituzioni artistiche.
Tuttavia, ridurre il suo lavoro a una semplice rivendicazione del valore delle pratiche femminili sarebbe altrettanto limitante. Nei Telai, così come nelle successive sperimentazioni, la dimensione materiale si intreccia con interrogativi più ampi, relativi al linguaggio, alla rappresentazione e alla possibilità di comunicare attraverso segni non convenzionali.
Il filo non è soltanto un riferimento alla tradizione tessile, ma diventa uno strumento attraverso cui costruire relazioni tra elementi distinti. La sua capacità di unire, attraversare e collegare suggerisce una riflessione che riguarda tanto la struttura dell’opera quanto le forme dell’esperienza umana. In questo senso, il passaggio dalla rappresentazione figurativa alla sperimentazione tessile non deve essere interpretato come un abbandono della memoria territoriale. Mi sembra piuttosto che il rapporto con la propria terra trovi nuove possibilità espressive, meno immediate ma non necessariamente meno profonde.
Se nei disegni il mondo rurale è evocato attraverso figure e attività riconoscibili, nelle opere tessili il legame con quel patrimonio culturale può essere cercato nella materia stessa, nella memoria dei gesti e nella reinterpretazione delle conoscenze artigianali.
La Sardegna, dunque, non scompare con il progressivo affermarsi dell’astrazione. Continua a rappresentare uno degli orizzonti culturali attraverso cui leggere una ricerca che, proprio nel confronto con le proprie origini, sviluppa un alfabeto capace di oltrepassarle.
Tra scrittura e silenzio: i libri cuciti
La riflessione sul rapporto tra materiale e linguaggio trova un ulteriore sviluppo nei Libri Cuciti, avviati alla fine degli anni Settanta e divenuti uno degli aspetti più riconoscibili della produzione di Maria Lai. In queste opere, la pagina non rappresenta più necessariamente uno spazio destinato ad accogliere parole leggibili. Il filo attraversa la superficie, disegnando segni, linee e intrecci che ricordano una scrittura, pur sottraendosi spesso alla possibilità di essere decifrati.
Il libro conserva la propria identità materiale, ma la funzione che abitualmente gli attribuiamo viene trasformata. Non è più soltanto uno strumento attraverso il quale trasmettere un contenuto verbalmente definito, ma un oggetto che rende visibile il gesto stesso dello scrivere.
La cucitura assume così una funzione ambivalente: da un lato, richiama un’attività manuale associata alla produzione tessile; dall’altro, si configura come una forma di grafia, capace di generare significato senza ricorrere necessariamente a un sistema linguistico convenzionale.
Di fronte a queste opere, la lettura diventa un’esperienza diversa da quella abituale. Lo sguardo segue l’andamento dei fili, riconosce interruzioni e ripetizioni, cerca una sequenza che non sempre conduce a un contenuto definito. Il significato non risiede esclusivamente in ciò che può essere compreso o tradotto, ma anche nella possibilità di osservare la traccia di un gesto e di immaginare ciò che essa potrebbe custodire.
Questa dimensione permette di ampliare ulteriormente la riflessione sulla memoria. La trasmissione delle esperienze, infatti, non avviene soltanto attraverso la parola scritta, ma anche mediante oggetti, pratiche, movimenti e conoscenze incorporate nei gesti quotidiani.
In molte culture, la produzione tessile costituisce una forma di sapere che si apprende attraverso l’osservazione, la ripetizione e il rapporto diretto tra generazioni. Il gesto del cucire può dunque essere considerato non soltanto un’attività produttiva, ma anche una modalità attraverso cui si conservano e si trasmettono conoscenze.
Nei libri di Lai, questa dimensione sembra acquistare un valore ulteriore. Il filo diventa scrittura e la scrittura si trasforma in materia, suggerendo che il ricordo non debba necessariamente assumere la forma di un racconto lineare per continuare a esistere.
Anche le Geografie, nelle quali percorsi e intrecci di fili evocano mappe e territori immaginari, sembrano sviluppare una riflessione analoga. Lo spazio non viene rappresentato attraverso coordinate precise o riferimenti geografici immediatamente riconoscibili, ma mediante connessioni e attraversamenti. Ne emerge un’idea di territorio che non coincide esclusivamente con la sua dimensione fisica, ma comprende l’insieme delle esperienze, delle narrazioni e delle relazioni che contribuiscono a definirlo. La geografia diventa così una costruzione immaginativa, nella quale lo spazio può essere ripensato attraverso la memoria e la relazione.
Una Sardegna da abitare, non soltanto da rappresentare
Il rapporto tra Maria Lai e la Sardegna rappresenta in tutta evidenza una delle chiavi interpretative più importanti della sua ricerca, ma richiede di essere affrontato evitando letture esclusivamente identitarie.
L’artista nasce e cresce in un territorio caratterizzato da un patrimonio culturale ricco di tradizioni, racconti, pratiche artigianali e rapporti profondi con il paesaggio. Questi elementi attraversano la sua produzione, ma non vengono semplicemente riprodotti come testimonianze di un mondo originario da preservare immutato. Al contrario, Lai sembra instaurare con la tradizione un rapporto dinamico, nel quale l’eredità culturale diventa materia di trasformazione, traduzione e invenzione.
È proprio questo aspetto a rendere particolarmente interessante la sua opera in una prospettiva mediterranea. I territori del Mediterraneo sono attraversati da una pluralità di culture materiali, pratiche artigianali e forme di trasmissione del sapere che non possono essere ricondotte a un’identità omogenea. La tessitura, il ricamo e la lavorazione dei materiali costituiscono, in differenti contesti, attività attraverso cui le comunità hanno espresso conoscenze tecniche, valori simbolici e forme di appartenenza. Tuttavia, il significato di queste pratiche varia profondamente in relazione alle condizioni storiche, sociali e culturali nelle quali si sviluppano.
Nel caso di Maria Lai, il riferimento alla cultura sarda non determina una chiusura entro una dimensione regionale, ma costituisce una delle risorse attraverso cui elaborare un linguaggio artistico personale. Il territorio non appare soltanto come uno spazio da raffigurare, ma come un insieme di relazioni e conoscenze che possono essere connesse, tessute e continuamente reinterpretate. Il rapporto tra tradizione e contemporaneità non assume necessariamente la forma di un’opposizione. La sperimentazione artistica può nascere proprio dalla rielaborazione di materiali, tecniche e gesti ereditati, senza che ciò comporti un ritorno nostalgico al passato.
Questa possibilità emerge in maniera particolarmente significativa in Legarsi alla montagna, l’intervento realizzato da Maria Lai a Ulassai nel 1981. L’opera nasce dal coinvolgimento degli abitanti del paese, chiamati a partecipare a un’azione collettiva nella quale un lungo nastro azzurro viene utilizzato per collegare le abitazioni tra loro e con la montagna sovrastante.
Il progetto si ispira a una leggenda locale e trasforma il paesaggio in uno spazio di relazione, attribuendo al gesto del legare una funzione simbolica e materiale. In questo caso, il filo non rappresenta soltanto la possibilità di stabilire connessioni, ma diventa concretamente lo strumento attraverso il quale queste vengono rese visibili.
La partecipazione degli abitanti introduce inoltre una dimensione che supera la tradizionale distinzione tra artista, opera e pubblico. La comunità non costituisce semplicemente il soggetto rappresentato, ma prende parte alla realizzazione dell’intervento. È importante osservare che questa partecipazione non implica necessariamente un’immagine armoniosa e priva di conflitti della vita collettiva. Le relazioni tra gli abitanti, comprese le distanze e le tensioni esistenti, contribuiscono a determinare le modalità con cui il nastro viene disposto tra le case.
L’opera rende così visibile la complessità del tessuto sociale, suggerendo che l’appartenenza a una comunità non coincida con l’assenza di differenze, ma con l’esistenza di relazioni che possono assumere forme molteplici.
Se nei disegni a matita Maria Lai rappresenta persone, animali e attività appartenenti al mondo rurale, in Legarsi alla montagna il rapporto con il territorio assume una dimensione direttamente partecipativa. Non si tratta più soltanto di osservare e rappresentare una comunità, ma di coinvolgerla in un’esperienza attraverso la quale essa possa riconoscere e reinterpretare i propri legami.
Pur nella diversità delle forme espressive, è possibile individuare una continuità nell’attenzione verso l’esperienza quotidiana e le relazioni che definiscono la vita di un luogo. Il mondo rappresentato nei primi disegni non viene semplicemente abbandonato. La riflessione sul territorio, sulla memoria e sulla dimensione collettiva trova progressivamente nuove modalità di espressione.
Il valore delle cose semplici
Ripensando alla visita al Museo Madre, ciò che continua a interessarmi maggiormente non è soltanto la varietà delle tecniche utilizzate da Maria Lai, ma la capacità di costruire un linguaggio artistico a partire da ciò che appartiene alla dimensione più ordinaria dell’esistenza. Il filo, il tessuto e gli oggetti di uso comune non vengono impiegati soltanto per le loro qualità formali, ma sembrano portare con sé la memoria delle attività alle quali sono tradizionalmente associati. La loro trasformazione artistica non cancella questa provenienza, ma la rende parte integrante dell’opera.
Allo stesso modo, i disegni di buoi e pastori non mi sono apparsi semplici testimonianze di un paesaggio rurale. In quelle rappresentazioni ho riconosciuto una forma di attenzione verso una quotidianità che rischia spesso di rimanere invisibile, proprio perché considerata comune e priva di eccezionalità.
È questa, forse, la riflessione più importante che la mostra mi ha lasciato: la possibilità che l’arte riconosca valore a ciò che generalmente non viene considerato degno di particolare attenzione. La memoria di un territorio, del resto, non si conserva esclusivamente attraverso i monumenti, i documenti e le grandi narrazioni storiche. Essa continua a vivere anche nei gesti ripetuti, nelle conoscenze tramandate, negli oggetti e nelle attività che accompagnano la vita delle persone.
In questo orizzonte di senso, la ricerca di Lai invita a considerare la cultura materiale non come un repertorio secondario rispetto alle forme più riconosciute della produzione artistica, ma come uno spazio nel quale si intrecciano storia, esperienza e immaginazione.
Il recupero dei materiali ordinari non corrisponde a una semplice celebrazione della tradizione. Attraverso la loro trasformazione, l’artista ne modifica il significato, sottraendoli alla funzione consueta e mostrando le possibilità espressive che essi contengono.
Anche per questo, mi sembra importante non ricondurre il lavoro di Maria Lai esclusivamente alla sua appartenenza territoriale. Il legame con la Sardegna rappresenta indubbiamente una componente fondamentale della sua ricerca, ma la sua forza risiede anche nella capacità di trasformare elementi profondamente radicati in un contesto specifico in occasioni di riflessione più ampia.
La memoria locale non si oppone necessariamente a una dimensione universale. Può diventare, al contrario, il punto di partenza per interrogativi che riguardano l’esperienza umana nel suo complesso: il rapporto con il passato, la costruzione dell’identità, la trasmissione dei saperi e la necessità di stabilire relazioni.
La mostra Essere è tessere restituisce così una produzione nella quale l’attenzione rivolta alle cose semplici non coincide mai con una semplificazione del linguaggio artistico. Dietro materiali apparentemente modesti si sviluppa una ricerca complessa, capace di mettere in discussione le gerarchie tra pratiche artistiche e artigianali, tra forme della memoria e modalità della rappresentazione.
Tessere come forma di appartenenza
Il titolo della mostra, Essere è tessere, offre una possibile chiave per rileggere l’intero percorso di Maria Lai. La tessitura non costituisce soltanto una tecnica, ma può essere intesa come metafora di un’esistenza costruita attraverso connessioni, attraversamenti e relazioni. Ogni trama prende forma dall’incontro di fili differenti, così come l’esperienza individuale si costruisce attraverso il rapporto con luoghi, persone, conoscenze e memorie.
In questo senso, il legame di Lai con la propria terra non sembra esprimersi nella volontà di conservarne un’immagine immutabile. La Sardegna attraversa la sua produzione come una presenza continuamente rielaborata, che assume forme differenti nel corso del tempo. Dai disegni del mondo rurale alle composizioni tessili, dai libri cuciti alle esperienze partecipative, l’artista sviluppa linguaggi che consentono di ripensare il rapporto tra memoria e invenzione.
Ciò che mi ha colpito, soprattutto, è stata la possibilità di riconoscere un filo comune tra opere tanto diverse: l’attenzione verso ciò che appartiene alla vita quotidiana e la capacità di trasformarlo in uno spazio di riflessione. I buoi e i pastori osservati nei disegni, così come i materiali ordinari utilizzati nelle composizioni, sembrano suggerire che il valore di un’esperienza non dipenda necessariamente dalla sua eccezionalità. Anche ciò che appare semplice, ripetitivo o marginale può custodire una storia e contribuire alla costruzione di una memoria collettiva.
L’arte di Maria Lai restituisce dignità a questa dimensione, senza rinunciare alla sperimentazione e senza trasformare la tradizione in un’immagine nostalgica del passato. La sua ricerca invita piuttosto a riconoscere che l’appartenenza a un territorio non si esaurisce nella conservazione delle forme ereditate, ma si costruisce anche attraverso la loro trasformazione.
A distanza di qualche tempo dalla visita, mi sembra che sia proprio questa la suggestione più persistente lasciata dalla mostra: la consapevolezza che un filo, un pezzo di tessuto o un semplice tratto di matita possano diventare strumenti attraverso cui raccontare un luogo, custodirne la memoria e, al tempo stesso, immaginare nuove possibilità di relazione.
In fondo, tessere significa anche questo: tenere insieme ciò che rischia di disperdersi, senza impedirgli di trasformarsi.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Riferimento alla mostra
Maria Lai. Essere è tessere, a cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai. Museo Madre – Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Napoli, 25 giugno – 12 ottobre 2026.
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Andreina Parise, ha conseguito una laurea triennale in Lingue e Culture per il Turismo e la Mediazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e una laurea magistrale in Lingue e Culture dell’Asia e dell’Africa presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, per poi concludere, nella medesima sede, il proprio percorso di studi con un Master di I livello in Mediazione Interculturale. Durante il percorso accademico ha perfezionato lo studio della lingua araba, culminato con un soggiorno di studio presso l’istituto Al-Minbar di Rabat, Marocco, dove ha avuto modo anche di imparare il darija. Inoltre, ha studiato il tamazight libico e del sud del Marocco. Il suo interesse e campo di ricerca è il Nord Africa dal punto di vista storico, linguistico e culturale e, nello specifico, si occupa di arte amazigh in Marocco, a cui ha dedicato la sua tesi magistrale, con un focus speciale sulla pratica dei tatuaggi tradizionali.
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