Alle radici di una voce poliedrica: il percorso artistico di Savina Dolores Massa
La scrittrice Savina Dolores Massa, nata a Oristano nel 1957, è riconosciuta dalla critica e dal pubblico come una delle voci più interessanti della cosiddetta “nuova letteratura sarda”, definita da una rivista tedesca come afferente «alla cerchia più significativa di giovani autrici sarde, i cui testi sono fortemente radicati nella cultura dell’isola e nella sua storia, riuscendo comunque a sviluppare forme di racconto letterarie innovative e tonalità stilistiche individuali» (Schwarz, 2013) [1]. Il suo esordio letterario avviene con Undici, romanzo pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Il Maestrale di Nuoro e finalista al Premio Italo Calvino nel 2007. Al successo del romanzo d’esordio seguono Mia figlia follia (2010), tradotto in Francia, la raccolta di racconti Ogni madre (2012), Cenere calda a mezzanotte (2014) e Il carro di Tespi (2016).
Alla produzione narrativa si affianca quella poetica, che trova espressione nella silloge Per assassinarvi – Piacere siamo spettri (2017). La sua attività in questo ambito si estende anche alla partecipazione a numerose antologie e raccolte poetiche. Alcuni suoi componimenti sono stati tradotti in spagnolo da Rafael Hernández Aguilar, presentati nell’ambito di un convegno internazionale di poesia a Città del Messico e successivamente pubblicati sulla rivista Periódico de poesía dell’Universidad Nacional Autónoma de México, con il testo originale a fronte.
Il percorso narrativo prosegue nel 2019 A un garofano fuggito fu dato il mio nome e nell’anno successivo con Lampadari a gocce; a seguire viene pubblicato Voltami (2022) e Perché il vento era nero (2024), tutti pubblicati dalla casa editrice Il Maestrale di Nuoro, con la quale l’autrice rinnova il proprio sodalizio editoriale nel 2026 con Negli occhi grigi del mio paese, sua ultima fatica letteraria e oggetto della recensione proposta nel presente articolo.
Accanto alla scrittura, la scrittrice conduce un’intensa attività culturale e performativa, collaborando anche con la rivista culturale L’EstroVerso e curando la direzione di laboratori di scrittura creativa e di propedeutica alla lettura orale, dedicando negli ultimi anni particolare attenzione al lavoro con i Centri di Salute Mentale. È, inoltre, attrice e coautrice degli spettacoli della compagnia Hanife Ana Teatro Jazz di cui è cofondatrice [2].
Come detto, dunque, la scrittura di Savina Dolores Massa attraversa diversi generi – romanzo, racconto, poesia e teatro – mantenendo sempre una forte attenzione alla parola, alla memoria e alla dimensione umana. Per tale ragione le sue opere sono state oggetto di studio e analisi critica, in particolare per le originali soluzioni narrative e per la capacità di esplorare con intensità la dimensione interiore dei personaggi. La sua opera nasce infatti da un rapporto diretto e consapevole con la vita e con la materia umana: una scrittura che indaga l’intimità e le contraddizioni dell’esistenza, trasformando l’esperienza individuale in materia letteraria.
Un percorso artistico poliedrico, che trova una nuova espressione nel suo ultimo romanzo, Negli occhi grigi del mio paese, che si configura come una riflessione sul presente e sul futuro dell’umanità, interrogando le contraddizioni del nostro tempo e le prospettive dell’esistenza umana, in una narrazione che invita a confrontarsi con le inquietudini e le incognite del mondo contemporaneo.
Ai margini della geografia immaginata: la distopia in Negli occhi grigi del mio paese
Ci sono romanzi che immaginano le conseguenze estreme di un futuro ormai prossimo, trasformando la finzione letteraria in un monito per il presente. Poi ci sono opere che, per semplificare, chiamiamo distopiche, le quali, attraverso ambientazioni e figure narrative singolari, interrogano profondamente le contraddizioni e le tensioni più fragili della condizione umana.
A questo riguardo, la distopia può essere definita come la rappresentazione, attraverso la parola o le immagini, di mondi fittizi che si identificano con sistemi politico-sociali e, talvolta, economico-ambientali profondamente compromessi, nei quali emergono le derive della società. La narrazione distopica si configura, quindi, come un esercizio critico volto a esplorare gli sviluppi potenziali di tendenze già presenti nella società contemporanea, interrogandosi sulla pluralità dei “mondi possibili”. Nel delineare società fittizie, queste opere mettono in luce la possibilità che ogni ordine sociale si trasformi, anche in forme oppressive e disumanizzanti, per effetto delle scelte degli individui che lo abitano. Questo approccio richiama la riflessione di Italo Calvino ne Le città invisibili (1972), dove l’«inferno dei viventi» non è una minaccia relegata a un futuro remoto, ma una realtà che si costruisce nel presente, attraverso le relazioni e le dinamiche della convivenza umana. Di fronte a tale condizione, il paroliere ligure individua la necessità di riconoscere ciò che, anche all’interno di una realtà degradata, resiste alla logica dell’inferno, preservandolo e facendogli spazio (cfr. Calvino, 1972).
Bisogna precisare, però, che lo stratagemma narrativo della distopia, da non confondere con l’anti-utopia, intende rappresentare uno specchio distorcente della “realtà” che, attraverso un processo di straniamento cognitivo, ci spinge a guardare cosa accadrebbe se si affermassero le conseguenze ultime di un insieme di fattori e di tendenze percepiti come minacciosi o ci mette in guardia contro la costruzione di società che si pretendono socio-politicamente irrealizzabili (cfr. Bazin, 2019).
In tal senso, Negli occhi grigi del mio paese, il nuovo romanzo di Savina Dolores Massa, si presenta a chi scrive come un’opera in cui la dimensione distopica si intreccia con quella poetica, dando forma a una narrazione che sollecita una riflessione quanto mai attuale sul rapporto tra essere umano e tecnologia. L’opera conduce il lettore in un’isola immaginaria del sud del mondo, dominata dal Governo Reale Unico, un regime che esercita il proprio controllo su una comunità segnata da un destino tanto oscuro quanto inspiegabile: tutti i suoi abitanti sono condannati a togliersi la vita prima dei settant’anni: «Soprattutto si sibilava […] sul destino, l’argomento primo, del morire suicidi superati cinquant’anni, senza esagerare troppo oltre. Diciamo i settanta, via!» (ivi: 20).
In questo scenario inquietante, mentre il paese si svuota progressivamente, il diciottenne Antonangelo sceglie la fuga e raggiunge Londra, dove incontra due uomini, Paul Paper e Mario, provenienti dalla sua stessa terra, accomunati da quegli occhi grigi che costituiscono il segno distintivo della loro origine: «Antonangelo gli riconobbe in volto occhi identici ai propri nel colore di un preciso torrente d’inverno:/quegli occhi grigi del mio paese» (ivi: 35). A irrompere in questa vicenda, già sospesa tra tragedia e grottesco, è infine una figura tanto insolita quanto evocativa: un corvo imperiale parlante, chiamato Romeo e Giulietta, custode di una profonda conoscenza della letteratura shakespeariana.
L’isola immaginata dall’autrice non esaurisce la sua funzione nell’ambientazione fantastica, ma configura uno spazio simbolico nel quale convergono questioni di stringente attualità: lo spopolamento dei paesi, l’indebolimento dei legami comunitari, gli equilibri di potere nel controllo del territorio e la progressiva erosione delle libertà individuali. La geografia del romanzo è dunque immaginaria, mentre la sua funzione letteraria (e storico-sociale) è fortemente simbolica: diversi elementi, infatti, inducono a ipotizzare che l’isola immaginata da Massa possa richiamare la Sardegna, un territorio segnato da criticità strutturali quali lo spopolamento, lo sfruttamento delle risorse da parte di grandi gruppi economici e istituzionali e una condizione di vulnerabilità che alimenta, soprattutto tra le generazioni più giovani, il desiderio di partire.
In questo quadro, certamente realistico, la fuga assume i contorni di una possibilità di riscatto, ma anche sintomo di un disagio più profondo, legato alla difficoltà di immaginare un futuro nella propria terra: «un fallito è più piacevole da pensare, quando ha l’ardire di lasciare un paese, le tradizioni, le tombe degli antenati» (ivi: 17).
Non sarebbe corretto identificare automaticamente il paese del romanzo con un centro reale della Sardegna, dal momento che proprio questa distanza dal realismo permette alla storia di parlare di territori diversi, di comunità dimenticate e di un Sud che può rappresentare molte periferie del mondo. Ma, nonostante ciò, un indizio particolarmente significativo emerge a pagina 57 del romanzo, quando Paul Paper – forse Paolo Carta, piuttosto diffuso in Sardegna? – riconosce una canzone nella lingua della propria terra, nel testo riportata inequivocabilmente in sardo nella sua variante campidanese, diffusa anche nell’area di Oristano. Questo riferimento sembra rafforzare l’ipotesi di un territorio reale, la Sardegna probabilmente, trasfigurato nell’ambientazione immaginaria del romanzo.
Del resto, come ha osservato Margherita Massa, la scrittura di Savina Dolores Massa è capace di oltrepassare i confini geografici e culturali della Sardegna, restituendo una condizione che accomuna luoghi diversi. L’isola narrata diviene così il paradigma di una realtà più ampia, nella quale le vicende di una comunità specifica si aprono a una riflessione universale sulle ferite della storia e sulle persistenti disuguaglianze dei luoghi al margine del mondo (Massa M., 2017: 39).
Considerata la particolare eloquenza del brano e la componente poetica che attraversa la scrittura dell’autrice, vale la pena riportarne il testo:
Sa timoria no ti aguantit
castiendi is ogus cosa mia
pintaus e’ ludu.
Su ludu est sceti prantu intristiu
de malasorti nàscia candu
ses sparèssia cuada aintru a su riu
e deu
frimu
seu abarrau a ti cantai
fueddus de genti niedda
in terra allena
Man djoina, gnom djoi nan
io ho pianto, loro hanno pianto:
questo hanno fatto i miei occhi
assieme ai tuoi di fango
uguali ai miei
(Massa S. D., 2026: 57) [3].
In quei versi sembra infatti condensarsi qualcosa di più di un semplice richiamo identitario dovuto all’uso della lingua sarda; si tratta di una sorta di matrice culturale, capace di restituire i tratti distintivi di una terra che, pur celata dietro le coordinate di un luogo immaginario meridionale, può essere riconosciuta soprattutto da chi ne condivide, affettivamente ed emotivamente, la storia, la memoria e soprattutto le difficoltà della vita di tutti i giorni.
Distopia e “restanza” nelle geografie dello spopolamento
Nelle pagine del romanzo tra le questioni più urgenti per il futuro dell’isola compare lo spopolamento dei paesi, un fenomeno che, nel compromettere la tenuta demografica e socioeconomica dei territori, coinvolge i legami sociali e la trasmissione dei saperi tra le generazioni [4]. Come emerge dagli studi di Romina Deriu sullo spopolamento delle aree interne della Sardegna, il fenomeno va considerato nella complessità dei suoi fattori sociali e territoriali, poiché coinvolge non soltanto gli equilibri demografici, ma anche le risorse, i saperi e le possibilità di continuità delle comunità locali (cfr. Deriu, 2018). Del resto, «lo spopolamento delle campagne e dei piccoli insediamenti, situati prevalentemente nelle aree interne dell’Isola, che hanno via via perso abitanti, risorse, capacità di attrazione, ragioni stesse per sopravvivere, è apparso come un inevitabile costo sociale da pagare in nome della modernizzazione» (Mazzette, 2018: 12).
Le suggestioni del romanzo sembrano, inoltre, permetterci di rievocare alcune celebri riflessioni di Pavese, tratte dal romanzo La luna e i falò, dove si mette in risalto l’idea secondo cui il proprio paese d’origine sia molto più di un semplice luogo geografico: si tratta di uno spazio di appartenenza, in cui la relazione tra le persone, la natura e la memoria condivisa contribuisce a definire l’identità individuale (cfr. Pavese, 1950) [5]. Pertanto, quando una comunità si svuota, non diminuisce soltanto il numero dei suoi abitanti, ma rischia di disperdersi anche quel patrimonio di relazioni, consuetudini e memorie che conferisce al luogo una propria identità.
Nel romanzo, l’isola assume una dimensione universale, conservando una forza evocativa che può parlare anche a chi non riconosce direttamente la Sardegna e le trasformazioni dei suoi luoghi. È proprio alla luce di queste dinamiche che la geografia immaginata nel romanzo acquista una risonanza ulteriore: il progressivo svuotamento della comunità narrata, infatti, sembra esasperare fino a esiti estremi, una fragilità che appartiene anche al presente, vale a dire quella di territori in cui la perdita di abitanti rischia di tradursi nella dispersione del patrimonio culturale: «mai mi colse l’idea di un tuo ritorno al paese» (Massa S. D., 2026: 69).
In tal senso, l’enfasi narrativa sullo spopolamento e sulla progressiva diminuzione degli abitanti, al momento del ritorno di Antonangelo, assume un significato che va oltre il semplice dato demografico, come un confronto con ciò che è stato abbandonato, con la memoria e con le origini di una sofferenza collettiva:
«Non esistono bei finali nella vita di chi ha gli occhi grigi del nostro paese, istruito a interrompersi e a non utilizzare un linguaggio che potesse distinguerlo e sviarlo dalla meta ultima […]» (ivi: 65).
La fuga degli abitanti rappresenta, infatti, lo svuotamento progressivo della comunità e, insieme, la perdita di un’identità comune: che la ragione «fu trovata, si iniziò a cancellare il nome del paese dei suicidi dalle mappe geografiche» (ivi:19). Gli occhi grigi diventano così il segno visibile di una sofferenza più profonda, che attraversa numerosi paesi segnati dallo spopolamento, dalla perdita dei legami fino alla progressiva crisi dell’identità personale e territoriale.
Nel paese, quindi, non sembra esserci spazio per la stabilità: chi può, fugge, mentre chi rimane è condannato a un’esistenza segnata dalla rinuncia, dalla solitudine e dalla perdita della propria umanità. Lo spopolamento diventa così il segno concreto di una realtà che non riesce più a offrire futuro ai suoi abitanti, restituendo pienamente alla vicenda i contorni di una distopia: andarsene significa cercare di salvarsi, mentre restare implica accettare un destino di progressiva alienazione e disumanizzazione.
Le poche persone rimaste rappresentano dunque l’ultima speranza di una comunità ormai prossima alla dissoluzione, nella quale la progressiva perdita degli abitanti coincide simbolicamente lo smarrimento delle prospettive future per l’intero paese. Una condizione che richiama l’analisi del sociologo Gianfranco Bottazzi, secondo cui lo spopolamento non comporta soltanto un disagio economico, ma incide profondamente sul tessuto delle relazioni sociali e sulla fiducia nel futuro:
«Chi resta, o chi resterà, nei paesi dell’interno, avrà bisogno di sentirsi a parte intera “cittadino” e di avere condizioni che lo spingano a restare. […] Ci vogliono politiche coraggiose e innovative. Il ripopolamento richiede potenti fattori attrattivi, programmi a medio termine, investimenti» (Bottazzi, 2025).
Alla luce di ciò il fatto che, al ritorno di Antonangelo, il paese dagli occhi grigi conti appena quaranta abitanti, assume un significato che trascende il dato demografico, diventando il simbolo di una comunità che sembra aver smarrito la capacità di immaginare il proprio futuro e di riconoscersi in un destino condiviso.
Tra le righe, dunque, il romanzo racchiude una profonda riflessione sulle condizioni dell’isola che oggi si ritrova – come gran parte del Sud del mondo – a vivere una situazione di precarietà e di crisi. Se i dati demografici e sociologici documentano questa realtà attraverso strumenti di analisi e testimonianze concrete, la letteratura la rielabora attraverso la finzione distopica, trasformando lo spopolamento in una questione esistenziale collettiva. Due prospettive differenti, dunque, che convergono nel richiamare l’attenzione sul destino delle comunità marginalizzate e sulla possibilità di preservarne l’identità (cfr. Cossu, 2024) Si tratta di una denuncia che la scrittrice ha già affrontato in altre sue opere e che, in quest’ultima, viene amplificata dalla dimensione fantastica e, a tratti artificiale, attraverso un effetto di straniamento:
«I miei luoghi raccontati o i personaggi possono appartenere tranquillamente al mondo. Non pongo frontiere all’immaginazione. Credo di essere il risultato di ogni mio pensiero chiassoso, capace agevolmente di saltare il mare di un’isola» (Ponte, 2014).
Il paese diventa così una metafora di un mondo nel quale la sopravvivenza fisica non basta più a garantire un’esistenza autentica, in cui il vero pericolo è la perdita della capacità di sentire e opporsi a un ordine imposto dall’alto, segno di una comunità che sembra aver smarrito la capacità di immaginare il proprio futuro [6]. Tutto ciò si rivela particolarmente significativo anche nel romanzo, dove la progressiva rarefazione della comunità assume i contorni di una crisi che investe non soltanto il futuro dei territori, ma anche la possibilità di preservarne la memoria e l’identità:
«Non vince sulla memoria rinnegata del tuo paese […]. La memoria è indistruttibile, ma spesso possederla è un danno infausto quando solo di essa si vive» (Massa S. D., 2026: 90).
Il rapporto tra appartenenza e allontanamento, tra radici e sradicamento, richiama infatti una questione che attraversa molte comunità contemporanee, chiamate a confrontarsi con il rischio del proprio svuotamento: che cosa rimane di un luogo quando le persone se ne vanno e i legami si spezzano?
La domanda si intreccia con la riflessione sul concetto di «restanza», elaborata dall’antropologo Vito Teti, il quale ne evidenzia il valore non come nostalgico ripiegamento sul passato, ma come possibilità di elaborare nuove prospettive di vita a partire dal legame con i luoghi. La riflessione antropologica ha costituito uno dei punti di partenza per una rielaborazione interpretativa che consente di leggere il rapporto tra persone, luoghi e comunità in una prospettiva trasformativa. A partire dalle considerazioni dell’antropologo, si sviluppa una riflessione che appare particolarmente pertinente al contesto analizzato, poiché permette di riconoscere alcuni processi di standardizzazione culturale (esperienze turistiche) che caratterizzano i nostri territori:
«Tutto ciò è in stato di avanzamento, per decisione del Governo Reale Unico, in tutte le location, o borghi o splendide cornici come già da alcuni anni si è deciso di chiamare – uniformando e facilitando il linguaggio comune – i paesi spopolati e del sud in generale. Sempre alta dovrà risultare l’attenzione di promozione turistica esibendo la generosità, autentica o meno, dei nativi, l’orgoglio d’appartenenza, l’ospitalità a tutto tondo, l’utilizzo, in segno di accoglienza degli attualmente dismessi abiti tradizionali, l’assaggio dei cibi tipici, le visite alle cantine di vini delle antiche origini» (Massa S. D., 2026: 97) [7].
In questa prospettiva, la “restanza” non coincide con una semplice permanenza fisica, ma si configura come un dispositivo politico-concettuale, nel quale il restare può assumere il significato di una pratica di cura e di partecipazione alla vita dei luoghi, capace di rendere visibili esperienze, pratiche e forme di presenza che rischiano di rimanere ai limiti delle narrazioni dominanti sullo spopolamento e sulla marginalità territoriale (cfr. Macaluso, 2025).
La riflessione permette così di superare la contrapposizione tra partire e restare, aprendo a una lettura delle molteplici modalità attraverso cui si costruiscono appartenenze, si mantengono vive le relazioni e si immaginano nuove possibilità. Restare – dice Teti – in questa prospettiva, non significa sottrarsi al cambiamento né accettare passivamente il declino, bensì riconoscere nella memoria e nell’appartenenza risorse attraverso cui immaginare forme rinnovate di abitare e di costruire il futuro:
«Il mio non è un elogio del restare come forma inerziale di nostalgia regressiva, non è un invito all’immobilismo, ma è solo il tentativo di problematizzare e storicizzare le immagini-pensiero del rimanere come nucleo fondativo di nuovi progetti, di nuove aspirazioni, di nuove rivendicazioni. (…) Perché per restare, davvero, bisogna camminare, viaggiare negli spazi invisibili del margine» (Teti, 2022:7).
È proprio in questa tensione tra perdita e possibilità di rinascita che il paese dagli occhi grigi di Massa acquista una risonanza più ampia: la sua progressiva scomparsa non rappresenta soltanto la dissoluzione di una comunità, ma solleva la questione di ciò che può ancora essere salvaguardato e ricostruito quando un luogo rischia di perdere le storie e le voci che ne costituiscono il tessuto identitario, un aspetto che sarà approfondito nel paragrafo successivo.
Narrare l’umano nell’era dell’intelligenza artificiale
Uno degli aspetti più originali del romanzo è il suo sviluppo metanarrativo: la narrazione è infatti intervallata dagli interventi dell’intelligenza artificiale SPOSA, acronimo di «Sia Potere Onnipotente Soluzione Artificiale», alla quale l’autore-narratore affida il compito di intervenire nella storia. La sua presenza si manifesta come una sorta di voce fuori campo che accompagna e commenta gli avvenimenti, introducendo una dimensione di controllo e sorveglianza che richiama il modello del Grande Fratello di 1984 di George Orwell, emblema di un potere capace di osservare e controllare costantemente gli individui. Al tempo stesso, la presenza di SPOSA richiama anche, per alcuni aspetti, The Truman Show, dove l’esistenza del protagonista è sottoposta a uno sguardo continuo e trasformata in spettacolo, mentre egli stesso ignora la natura artificiale della realtà che lo circonda (cfr. Lavoie, 2011).
Il riferimento al film permette di cogliere un ulteriore aspetto della funzione di SPOSA: come nel mondo di Truman la vita dell’individuo diventa oggetto di osservazione e di manipolazione, così nel romanzo di Massa la tecnologia non si limita a registrare gli eventi, ma entra progressivamente nel processo stesso della loro trasposizione letteraria. Nel testo, tutto ciò appare ulteriormente amplificato dall’impersonalità della narrazione, stratagemma che richiama da vicino una delle caratteristiche più significative della tradizione verista e riconducibile anche alla tecnica del discorso indiretto libero. Il lettore ha infatti l’impressione che il romanzo si sia quasi «fatto da solo», per usare una fortunata espressione della critica, e che la voce narrante non intervenga apertamente a orientarne la lettura, ma si limiti a osservare e riferire gli avvenimenti.
L’entità SPOSA diventa quindi una presenza che osserva e, al tempo stesso, contribuisce a costruire ciò che viene raccontato, rendendo sempre più sfumato il confine tra realtà e rappresentazione, tra chi vive gli eventi, chi li osserva e chi ne determina il racconto in una sorta di meta-distopia. È come se la narrazione fosse affidata a un osservatore esterno o a un pubblico distante o a una presenza solo parzialmente identificabile, il cui compito sembra limitarsi a registrare gli eventi con apparente distacco e senza lasciar trasparire un coinvolgimento emotivo. L’impersonalità viene interrotta soltanto dagli interventi di SPOSA, i cui commenti introducono una voce distinta, capace di incrinare la neutralità del racconto e di richiamare l’attenzione sul rapporto tra narrazione, osservazione e controllo.
Questo espediente introduce una riflessione sul rapporto sempre più stretto tra tecnologia e vita quotidiana e su una realtà nella quale l’intelligenza artificiale sembra ormai penetrare ogni ambito dell’esistenza: osserva, registra, archivia e rielabora le nostre azioni, trasformando le informazioni destinate a essere condivise e conservate nella rete. Ragionando in questa prospettiva, si può tuttavia osservare come, nella distopia di Massa, la voce narrante finisca per spingersi ancora oltre, assumendo un carattere quasi completamente disumanizzato. La voce che nel nostro tempo racconta le notizie e registra gli eventi del mondo, persino quelli più drammatici e sconvolgenti, tende infatti a presentarli senza un autentico coinvolgimento emotivo, come se fossero semplicemente dati da catalogare, trasmettere e archiviare per passare poco dopo all’informazione successiva.
Siamo immersi in un flusso ininterrotto di informazioni, immagini e contenuti che ci espone quotidianamente a una quantità di tragedie un tempo difficilmente immaginabile: guerre, catastrofi, violenze e morti entrano nello stesso spazio comunicativo alla stregua di contenuti di intrattenimento e pubblicità, privati della distanza che un tempo poteva renderli eccezionali, diventando così una presenza ordinaria e quotidiana.
È proprio questa sovraesposizione a rischiare di produrre una forma di anestesia emotiva; vediamo continuamente il dolore e, proprio perché lo incontriamo senza filtri, rischiamo di percepirlo sempre meno e perciò di “consumarlo” con la stessa rapidità delle altre immagini che scorrono sui nostri schermi: le crisi del nostro mondo, trasmesse dalla macchina narrativa tecnologica, perdono progressivamente la loro dimensione umana e si trasformano in contenuto.
In questo senso, nell’opera la voce narrante fredda e artificiosa non rappresenta soltanto una scelta stilistica, ma sembra riflettere una trasformazione più profonda del nostro modo di percepire la realtà; la tecnologia non si limita più a raccontare il mondo, ma contribuisce a determinare il modo in cui lo vediamo e, soprattutto, il modo in cui reagiamo a ciò che accade. La disumanizzazione di chi racconta assume un valore ancora più inquietante: non è più soltanto un narratore a raccontare la realtà senza partecipazione, ma è la realtà stessa a sembrare raccontata secondo una logica impersonale, simile a quella di una macchina.
È a questo punto che Negli occhi grigi del nostro paese si apre a un secondo livello di lettura: una mente artificiale è chiamata a proseguire l’opera confrontandosi con una scrittura irriducibile a regole prevedibili, con una creatività che nasce dalla memoria e dalle stesse contraddizioni dell’esperienza umana. La domanda che attraversa questa parte del romanzo diventa allora cruciale, interrogandosi sulla possibilità di un sistema artificiale capace di riprodurre le parole di uno scrittore senza riuscire davvero a comprenderne la sensibilità (cfr. Massa S. D., 2026:125).
Massa porta così la narrazione verso un dibattito etico sulle possibilità culturali dell’intelligenza artificiale: chi sarà in un futuro ormai prossimo a raccontare davvero la nostra realtà? In questo senso, il richiamo alla distopia di Orwell appare pertinente per quanto riguarda il tema del potere totalitario e dei meccanismi di controllo, mentre il confronto con la fantascienza e con la narrativa contemporanea sull’intelligenza artificiale consente di collocare il romanzo entro una questione culturale più ampia (cfr. Lyon, 2023).
Eppure, proprio qui emerge il paradosso più inquietante: ciò che Orwell aveva immaginato nelle sue distopie – una società dominata dal controllo, dalla privazione, dalla manipolazione e dalla progressiva disumanizzazione dell’individuo – sembra oggi trovare riscontro nella realtà più cruda e concreta. La dimensione distopica, dunque, non appare più soltanto come una deformazione fantastica del presente, ma uno specchio capace di restituirne le contraddizioni, le disuguaglianze e le forme di marginalizzazione.
La specificità della scrittura di Savina Dolores Massa risiede tuttavia nel modo in cui la riflessione sulla tecnologia viene intrecciata a una ricerca letteraria fortemente simbolica, nella quale gli elementi fantastici non costituiscono un semplice ornamento, ma diventano strumenti per interrogare la realtà. Il risultato è una lettura che richiede attenzione e disponibilità a lasciarsi sorprendere, muovendosi tra immagini surreali e interrogativi profondamente concreti, senza offrire risposte semplici a problemi quanto più urgenti.
Come Jean-Gabriel Ganascia, informatico e filosofo francese, osserva nel suo libro Le mythe de la Singularité (2018), la trasformazione digitale è oggi accompagnata da una diffusa narrazione distopica, che riflette le inquietudini e i timori suscitati dal crescente sviluppo dell’intelligenza artificiale. Pertanto, è necessario distinguere le tecnologie effettivamente sviluppate dall’essere umano dalle rappresentazioni immaginarie di una macchina dotata di un’intelligenza autonoma (cfr. Ganascia, 2019).
È proprio in questo spazio di tensione tra realtà tecnologica e immaginazione letteraria che il romanzo di Savina Dolores Massa prospetta una delle sue questioni più complesse: affidare a un’intelligenza artificiale il compito di intervenire nel racconto significa interrogarsi non soltanto sulle capacità della macchina, ma anche sul valore insostituibile dell’esperienza e della creatività umane: «La conoscenza, la poesia a nulla servivano nel paese dei suicidi. E, pensiamoci, da nessun’altra parte del globo, più» (Massa S. D., 2026:89-90).
Potere, identità-memoria e possibilità di ricominciare diventano così le coordinate di una narrazione che, attraverso il ricorso al fantastico e alla distopia, invita a interrogarsi criticamente sul presente e sugli scenari che potrebbero delinearsi nel futuro. Fino a che punto la tecnologia può spingersi nel condizionare la vita degli individui, orientarne le scelte e ridefinirne l’identità?
La dimensione distopica sembra così suggerire che il pericolo non risieda necessariamente nella tecnologia in sé, quanto nella possibilità che essa diventi uno strumento attraverso cui esercitare il potere, uniformare le esistenze e ridurre la complessità dell’individuo a una realtà prevedibile e manipolabile:
«Le vecchie tradizioni dovranno essere esposte al pubblico, superando la ritrosia cinica a tale modalità della narrazione identitaria di sé, tipica delle popolazioni del sud, così come ogni forma culturale appartenente nella propria unicità al paese specifico» (ivi: 96).
Attraverso la finzione distopica, il romanzo apre pertanto uno spazio di riflessione concreto sul rischio reale di una progressiva erosione nei singoli e nei luoghi della propria specificità ma anche sulla possibilità di sottrarsi a tale processo, recuperando il valore della memoria, delle relazioni e della capacità di scegliere. Perché, anche quando il potere “tecnocratico” sembra controllare ogni orizzonte possibile, resta da chiedersi se non sia proprio nella possibilità di ricominciare e di riconoscersi nell’altro che risieda l’ultima forma di resistenza dell’umano.
Dialoghi Mediterranei, n.82, novembre 2026
Note
[1] Per la versione tradotta in italiano si veda: http://www.edizionimaestrale.com/news/254/116/La-Germania-scopre-Savina-Dolores-Massa/.
[2] Per le informazioni biografiche si rimanda a: https://edizionimaestrale.it/autori/savina-dolores-massa/.
[3] Traduzione a cura della scrivente: La tua paura non ti trattiene/guardando i miei occhi/ dipinti di fango. /Il fango è soltanto pianto rattristato/di cattiva sorte nato quando/sei scomparsa nascosta dentro il fiume/e io/fermo/sono rimasto a cantarti/parole di gente scura/in terra straniera. Man djoina, gnom djoi nan/ Io ho pianto, loro hanno pianto/questo hanno fatto i miei occhi/insieme ai tuoi di fango/uguali ai miei.
[4] A restituire la complessità di questo fenomeno contribuisce il volume Istantanea sullo spopolamento (2016), curato da Cocco, Lecis Cocco-Orti e Fenu, che documenta le trasformazioni della Sardegna contemporanea, soffermandosi tanto sulle criticità quanto sulle possibili risposte elaborate dalle comunità.
[5] Tra le altre citazioni si segnala la più nota: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» (Pavese, 1950: 6).
[6] Questa chiave di lettura emerge anche nella lettura proposta da Anna Maria Capraro nella sua recensione al romanzo, pubblicata il 6 agosto 2026, in cui interpreta il romanzo come uno specchio della fragilità umana e di una società che rischia di preferire il controllo alla libertà, la prevedibilità alla complessità dell’esperienza: «Frutto dell’audace immaginazione di una scrittrice vessillo di libertà e resistenza creativa. Che sembra fluttuare ipnoticamente verso il nocciolo duro della realtà per dire l’indicibile e incontrare l’impossibile. Allucinazione, perfezione di ologrammi, sogno febbrile e realtà purissima. Per piegare il reale alla verità del fantastico e il distopico alla sconfitta di sistemi addomesticati e previsioni algoritmiche. E scendere negli abissi dell’interiorità come negli strati più profondi del tempo, dove la storia non offre stereotipi, ma uno sguardo limpido che affronta fino in fondo gli errori commessi» (Capraro 2026).
[7] Per una riflessione critica sulla rappresentazione dei territori marginali e sulla costruzione dell’immaginario del borgo, si rimanda a Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi di Antonio de Rossi, che mette in luce i limiti di una narrazione omologante, elaborata prevalentemente a partire da uno sguardo urbano, e la conseguente negazione dell’autonomia, della specificità identitaria e delle esigenze quotidiane delle comunità locali.
[8] Nel suo studio, Dusty Lavoie interpreta The Truman Show come una rappresentazione di una società apparentemente utopica, ma fondata su forme pervasive di controllo e sorveglianza. Attraverso i concetti di panopticon, egemonia e performance, l’autore mostra come la libertà di Truman sia condizionata da uno spazio sociale costruito per controllarne comportamenti, relazioni e identità. Cfr. Lavoie, 2011. Mentre per un’analisi approfondita del rapporto tra distopia e cinema si rimanda a Pillera, 2010.
Riferimenti bibliografici
Bazin L., La dystopie, Presses universitaires Blaise Pascal, Clermont-Ferrand, 2019.
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Calvino I., Le città invisibili, Einaudi, Torino, 1972.
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Veronica Medda, laureata magistrale in Filologie e Letterature moderne, presso l’Università degli studi di Cagliari, con una tesi sull’intertesto mitologico delle Operette morali (un estratto dal titolo «L’ombra di Edipo: interferenze mitiche nel “Dialogo della Natura e di un Islandese” di G. Leopardi» è stato pubblicato nella rivista Medea, ha recentemente terminato un percorso biennale come assegnista presso l’Università della Valle D’Aosta con un progetto dal titolo Natura e paesaggio nello Zibaldone di Leopardi. Materiali documentari della Fondazione Natalino Sapegno. Al momento, in parallelo all’impegno come docente di materie letterarie nella scuola secondaria di secondo grado, sta lavorando alla stesura di una monografia, esito finale degli ultimi due anni di ricerca scientifica. Nel 2022 ha pubblicato per RISL un contributo da titolo «L’impianto mito-logico dei dialoghi “alla maniera di Luciano”: sistematicità, scomposizione e nuovi significati».
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