Soumaya Bourougaaoui
La Tunisia custodisce numerose testimonianze delle diverse civiltà e dei popoli che, nel corso dei secoli, hanno attraversato e abitato le sue terre, col favore della posizione strategica del Paese al centro del Mediterraneo. La sua storia è infatti il risultato di incontri, scambi e contaminazioni tra culture africane, europee e mediterranee, che hanno contribuito a plasmare un patrimonio culturale di straordinaria ricchezza.
I siti archeologici legati alle civiltà cartaginese, romana e bizantina sono ancora oggi in gran parte conservati e rappresentano una testimonianza preziosa della lunga storia del Paese. Accanto ai siti più conosciuti, ve ne sono altri che meriterebbero una maggiore valorizzazione e una più ampia conoscenza.
Neapolis, il cui nome in greco significa «città nuova», oggi Nabeul, è menzionata dallo storico greco Tucidide nel 413 a.C. come emporion, ovvero un emporio commerciale cartaginese. Nel 310 a.C., la città fu invasa da Agatocle, tiranno di Siracusa (361-289 a.C.). La sua distruzione avvenne, tuttavia, durante la terza guerra punica, tra il 148 e il 146 a.C., per opera di Calpurnio Pisone, comandante dell’esercito romano.
Agli inizi dell’età imperiale, Neapolis conobbe una nuova fase di sviluppo: fu elevata al rango di colonia giuliana e visse un periodo di notevole prosperità economica. Tale crescita fu favorita sia dall’abilità dei suoi artigiani sia dalla posizione strategica della città, collegata, attraverso una rete di vie terrestri e marittime, ai principali centri commerciali dell’Africa e dell’Italia.

Mosaico raffigurante l’ambasceria di Crise presso Agamennone, Neapolis sec. IV d. C (Nabeul, il Museo e la corte all’interno (ph. Soumaya Bourougaaoui)
Visitare il Museo di Nabeul significa immergersi in un viaggio attraverso le civiltà che hanno segnato la storia della Tunisia e del Mediterraneo. Le collezioni del museo raccontano un passato caratterizzato dai molteplici contatti e influenze culturali che continuano ancora oggi a riflettersi nell’identità tunisina contemporanea.
Tra le sue sale si possono ammirare testimonianze delle civiltà punica, greca e romana. Secondo numerose ricerche e interpretazioni di storici e archeologi, le culture sviluppatesi nel territorio tunisino furono inoltre influenzate da quella dell’antico Egitto, come sembrano attestare alcuni dei reperti archeologici conservati nel museo.
La maggior parte delle opere proviene da Korba e Kelibia, nel Capo Bon, una regione che ha restituito importanti documenti materiali del passato. Particolarmente suggestiva è la collezione di mosaici, che raffigurano scene mitologiche, episodi della vita quotidiana e racconti tramandati attraverso i secoli. Tra i reperti più significativi spicca il mosaico di Marsia e Apollo, proveniente da Kelibia e datato al III secolo d.C. La scena rappresenta l’invenzione del flauto da parte di Atena, alla presenza del dio fluviale e di Marsia, raffigurato avvolto in una pelle di pantera. Un altro mosaico, risalente al IV secolo d.C., raffigura probabilmente la bottega di un calzolaio e offre una rara testimonianza delle attività artigianali dell’epoca, permettendo di gettare uno sguardo sulla vita quotidiana dell’Africa romana.
Di grande interesse è anche il mosaico che rappresenta l’ambasceria di Crise presso Agamennone per ottenere il riscatto della figlia Criseide. Proveniente dall’antica Néapolis, esso ribadisce la diffusione della cultura e della mitologia classica nel Nord Africa romano e il profondo legame tra il mondo mediterraneo e le società dell’Africa settentrionale.
Altrettanto affascinante è il mosaico proveniente dalla Casa delle Ninfe di Néapolis, datato al IV secolo d.C., che illustra due galli affrontati ai lati di un’hydria colma d’oro, mentre dai loro becchi fuoriescono alcune monete. La composizione, ricca di simbolismi, continua ancora oggi a suscitare l’interesse degli studiosi.
Il museo conserva inoltre importanti testimonianze della vita religiosa dell’antichità. Tra queste figurano Atargatis, dea orientale della fertilità, rappresentata seduta su un leone, e Atena, la dea guerriera con elmo e scudo decorato con la testa della Gorgone, simbolo della sua invincibilità. Sono esposte anche una Dea Nutrice e una divinità leontocefala in terracotta identificata con Tanit. Questi reperti provengono dal santuario di Thinissut e attestano la pluralità delle pratiche e delle tradizioni religiose che caratterizzavano la regione.
Di particolare valore sono anche le iscrizioni in caratteri punici dedicate a Baal Hammon e a Tanit, divinità alle quali gli abitanti di Thinissut fecero erigere santuari nel II secolo a.C. Questi documenti costituiscono una preziosa traccia documentale della spiritualità, delle credenze e della cultura della civiltà punica.

Una delle prime iscrizioni latine dell’Africa romana. dedica al dio Augusto realizzata da mercanti insediati a Thinissut. I sec. d. C (ph. Soumaya Bourougaaoui)
Il percorso museale permette inoltre di approfondire un aspetto meno conosciuto della storia economica dell’Africa Proconsolare. Le prospezioni archeologiche condotte lungo le coste tunisine a partire dal 1987 hanno infatti portato alla luce numerosi siti legati all’industria della pesca e alla produzione dei salsamenta, termine utilizzato per indicare le conserve di pesce e le celebri salse come il garum e il liquamen, ampiamente consumate nel mondo romano. Sono stati censiti ben 38 centri di produzione, alcuni dei quali di primaria importanza, distribuiti soprattutto lungo le coste del Golfo di Gabès, del Sahel e del Capo Bon.
Queste documentazioni permettono di conoscere il ruolo che le coste tunisine rivestivano nell’economia del Mediterraneo antico e l’importanza delle attività legate alla pesca e alla trasformazione dei prodotti ittici.

Lucerne decorate con motivi figurativi e geometrici e maschere in terracotta e fondo di anfora decorato con un Chrimon monogramma di Cristo, regione del Capo Bon, II sec. d. C. (ph. Soumaya Bourougaaoui)
L’insieme di questi reperti racconta una Tunisia che, fin dall’antichità, è stata uno spazio di incontro tra popoli, culture, religioni e tradizioni diverse. Un territorio aperto agli scambi, nel quale le influenze provenienti da differenti aree del Mediterraneo si sono diffuse, trasformate e stratificate nel corso dei secoli.
Questo patrimonio straordinario continua a vivere non soltanto nei monumenti, nei reperti archeologici e negli oggetti conservati nei musei, ma anche nelle pratiche, nelle tradizioni e nella memoria collettiva del Paese.

Un’opera artistica che riproduce un grande impianto per la lavorazione e la conservazione del pesce rinvenuto nel sito archeologico di Neapolis (ph. Soumaya Bourougaaoui)
È proprio questa continuità tra passato e presente a rendere la Tunisia un luogo privilegiato per contribuire a comprendere la storia del Mediterraneo e la pluralità delle sue interconnessioni culturali.
Per questo motivo, il Museo di Nabeul rappresenta una tappa fondamentale per chi desidera conoscere più a fondo la storia della Tunisia e scoprire la ricchezza delle sue radici mediterranee. Attraverso i suoi reperti, il museo non illustra soltanto civiltà lontane nel tempo, ma restituisce l’immagine di una Tunisia da sempre crocevia di popoli, culture e tradizioni.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Soumaya Bourougaaoui, è docente universitaria di lingua e civiltà italiana presso l’Università di Cartagine – Istituto Superiore di Lingue di Nabeul. Ha conseguito il dottorato nel 2018 in lingua e letteratura italiana, con specializzazione in civiltà italiana, presso la Facoltà di Lettere e di Scienze Umane dell’Università della Manouba, discutendo una tesi intitolata “La comunità ebraica nell’Italia meridionale ai tempi di Federico II di Svevia”. È membro aderente del CERM (Centro di Ricerca sulle Minoranze) dell’Università degli Studi dell’Insubria. I suoi ambiti di ricerca comprendono la storia medievale e lo studio delle minoranze culturali, religiose e linguistiche in Italia e in Tunisia. Ha pubblicato di recente il volume, La Tunisia crocevia di popoli, di culture, di religione, tra passato e presente (Éditions Arabesques, 2026).
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