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Le trame del margine: genealogie femminili, scritture di transito e il rovesciamento del Mediterraneo

whatsapp-image-2026-09-19-at-21-16-24di Assia Imperatore

L’archivio sommerso: rompere il silenzio della diaspora

Ogni narrazione egemonica delle migrazioni si è a lungo strutturata attorno a un’epica prevalentemente maschile: l’uomo che parte, affronta l’ignoto del mare o della frontiera, produce valore economico e solo in un secondo momento viene raggiunto dal resto del nucleo familiare. In questa grammatica patriarcale, l’esperienza delle donne è rimasta per decenni confinata in una zona d’ombra, quasi un rumore di fondo privo di statuto documentario.

Eppure, osservando i flussi della grande emigrazione italiana a cavallo tra Otto e Novecento, la mobilità femminile ha rappresentato un mutamento qualitativo radicale. Se l’uomo era spesso un migrante stagionale o circolare, la donna partiva con una prospettiva di stanzialità, assumendo su di sé il compito, insieme materiale e simbolico, di «trasferire la casa» e cucire la continuità tra la terra d’origine e il luogo d’approdo [1].

Riscattare questa tradizione sommersa ha significato compiere un vero e proprio atto di disvelamento epistemologico. È il gesto pionieristico che Helen Barolini [2], all’interno della monumentale traiettoria di riscoperta delle radici inaugurata negli studi italoamericani da Francesco Durante [3], definì come un imperativo: breaking the silence [4]. Rompere il silenzio voleva dire non solo fare i nomi di autrici dimenticate e censurate dall’accademia e dal canone dominante, ma strappare la vita delle donne migranti alla doppia condanna dell’invisibilità: svalutate nel contesto di provenienza perché subalterne e relegate al ruolo di custodi del focolare, rimosse o stigmatizzate nel contesto d’arrivo sotto il peso del pregiudizio etnico e dell’imperativo dell’assimilazione.

Helene Bartolini

Helen Barolini

Attraverso pietre miliari come The Dream Book An Anthology of Writings by Italian American Women [5] , la scrittura femminile della diaspora si è affermata non come una piega vernacolare o marginale, ma come un archivio vivo e politico della memoria. Ispirandosi a quel manoscritto ingiallito [6] e consumato che le immigrate italiane si tramandavano nei campi minerari del Colorado per interpretare i sogni e trovare consolazione nello spaesamento quotidiano, l’antologia curata da Barolini ha mostrato come la parola scritta possa farsi rifugio, divinazione ed emancipazione. Si è trattato di un atto di riconoscimento necessario a istituire una genealogia letteraria fino ad allora negata.

81ojthp06tl-_uf10001000_ql80_La genealogia della ferita: da Umbertina all’identità ibrida

La complessità di questo percorso si incarna esemplarmente nella parabola generazionale del romanzo Umbertina [7]. Attraverso le vicende della capostipite calabrese e delle sue discendenti, Barolini non racconta una semplice parabola di ascesa sociale nel Nuovo Mondo, ma indaga i costi interiori, la scissione e la violenza sorda insita nei processi di sradicamento.

Umbertina incarna l’archetipo della pioniera: è lei il fulcro pratico e decisionale che guida la famiglia fuori dalla miseria arcaica di Castagna, fino alla fondazione di un’impresa prospera nello Stato di New York. Tuttavia, il trionfo materiale coincide con una ferita linguistica e affettiva non sanata. Umbertina non riuscirà mai a comunicare fino in fondo nella lingua dei nipoti; resta legata a un modello patriarcale interiorizzato per cui l’attività economica deve comunque portare il nome del marito «S. Longobardi & Sons» e né lei né le figlie vengono ufficialmente incluse [8] e la sua esistenza si spegne mormorando l’unica parola-radice che non ha mai tradito: Castagna.

La tragedia della frattura culturale esplode nella terza generazione con Marguerite. Mentre la generazione intermedia aveva perseguito una rigida mimesi assimilazionista per compiacere il sogno americano, Marguerite precipita nel baratro dell’indefinitezza: né americana integrata come i genitori, né italiana come la nonna con cui non ha mai potuto dialogare, finisce schiacciata dall’impossibilità di abitare stabilmente una lingua e un luogo. Solo con Tina, esponente della quarta generazione, la diaspora trova un momento di pacificazione. Il riscatto non avviene attraverso un ritorno mitico e nostalgico al borgo d’origine, ma mediante il recupero della cultura materiale: la riscoperta, tra le teche di Ellis Island, della coperta nuziale tessuta a mano da Umbertina e venduta per pagare il viaggio verso il nord. Quell’oggetto umile e quotidiano testimonia come l’identità non sia una purezza da preservare, ma un intreccio di perdite e resistenze.

In questa medesima linea genealogica si colloca anche la riflessione di Passaggio in Italia [9], in cui il viaggio di Frances Molletone traccia una migrazione “al rovescio”, dove l’attraversamento delle Alpi e l’approdo a Roma svelano l’inconsistenza di ogni identità monolitica. L’autodefinizione di Frances – «una roba che non è più latte puro, ma non è ancora caffè. Un ibrido delle due cose»[10] – smonta l’illusione essenzialista della cittadinanza e dell’etnia, restituendoci l’immagine del migrante come creatura liminale, situata costantemente sulla soglia tra due mondi.

whatsapp-image-2026-09-19-at-21-16-51Scritture contemporanee del sé: la lingua altra come rifugio e cura

Questa dinamica di spaesamento e ricomposizione non appartiene a un passato concluso. Al contrario, essa getta una luce feconda sul nostro presente globale. Oggi che l’Italia ha smesso i panni della terra di partenza per farsi frontiera e approdo, le scritture delle donne migranti tornano a interrogare la nostra società, confermando l’intuizione di studiose come Annalisa Di Nuzzo [11] circa il valore della narrazione come «etnografia letteraria» e pratica di cura [12].

Per chi sperimenta la dislocazione dello sradicamento, scrivere nella lingua del Paese d’arrivo – una «lingua altra» – assume una valenza terapeutica e liberatoria. Come ha evidenziato Christiana de Caldas Brito [13], la lingua è l’abito che diamo ai nostri pensieri: adottare l’italiano significa abitare una nuova vita e strappare la propria biografia all’invisibilità a cui la burocrazia dei confini o la clandestinità vorrebbero confinarla [14]. Al tempo stesso, la scrittura migrante al femminile introduce una postura differente rispetto alla memoria: se le pioniere di fine Ottocento rimanevano sovente imprigionate nella nostalgia isolata del focolare d’origine, le autrici contemporanee – e le generazioni nate e cresciute in Italia – trasformano la contaminazione in una risorsa politica. Rifiutando l’aut aut della purezza identitaria, esse rivendicano il diritto alla pluralità del sé, smontando dall’interno la rigidità dei canoni letterari e culturali istituzionali.

Che si tratti di scritture individuali o di pratiche relazionali a quattro mani – come l’incontro narrativo tra Marta Franceschini [15] e Agafia [16], che interroga la responsabilità etica dell’ascolto dell’altro –, la parola scritta si fa antidoto contro l’amnesia, trasformando il dolore privato dell’esilio in una testimonianza condivisa.

whatsapp-image-2026-09-19-at-21-14-53Conclusione. Il rovesciamento del Mediterraneo e il dovere della memoria

Rileggere l’emigrazione storica italiana attraverso le lenti delle scritture femminili ci impone, in ultima analisi, un rovesciamento prospettico dell’immaginario del Mediterraneo.

Per generazioni, questo mare è stato la via della diaspora: le banchine dei porti meridionali – come l’antico molo dell’Immacolatella a Napoli – hanno visto scivolare via centinaia di migliaia di persone impoverite, spinte dalla fame verso le Americhe, scisse tra il dovere di integrarsi e il rimpianto delle radici perdute. Oggi, quello stesso mare è diventato un confine liquido acuminato, una barriera militarizzata dove il diritto d’asilo vacilla e dove troppi figli del Sud globale naufragano prima ancora di poter posare il piede sulla terraferma.

L’eredità intellettuale di Helen Barolini e il lascito di progetti come quello di Francesco Durante ci ricordano che non può esserci futuro senza la riattivazione di questa memoria circolare. Dimenticare che siamo stati noi stessi quel «carico umano» denigrato e guardato con sospetto oltreoceano non è soltanto una colpa morale; è una miopia politica. Trasformare il Mediterraneo da barriera che separa a spazio fluido di contatto, riconoscimento e reciproca traduzione significa accogliere le voci delle nuove migranti, riconoscendo nei loro racconti le stesse lacrime, la stessa ostinata speranza e lo stesso diritto alla parola che le nostre antenate dovettero conquistare a fatica dal buio della diaspora.

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Francesca Borruso In viaggio. Donne italiane migranti fra Otto e Novecento 57 Pedagogia Oggi / Rivista SIPED / anno XV / n. 1 / 2017 ISSN 1827-0824 © Pensa MultiMedia Editore, Lecce-Brescia. 
[2] Nata Helen Frances Mollica# il 18 novembre 1925 a Syracuse#, New York, da genitori italoamericani — madre calabrese e padre siciliano — portò fin dall’infanzia la duplice appartenenza americana e italiana che avrebbe segnato in modo decisivo la sua formazione e la produzione letteraria#. Pur provenendo da famiglie italiane, Barolini non parlava italiano da bambina#, poiché i genitori scoraggiavano l’uso della lingua in casa; la studiò successivamente durante gli anni universitari, anche con l’aiuto di un tutor privato. Si laureò magna cum laude in Letteratura inglese alla Syracuse University nel 1947, conseguì un Master in Library Science alla Columbia University e completò ulteriori studi presso la University of London. Dopo gli studi, si trasferì in Italia, dove collaborò come giornalista per il Syracuse Herald-Journal, e qui incontrò il poeta e giornalista vicentino Antonio Barolini, che sposò nel 1950. La coppia visse a lungo tra Italia e Stati Uniti, dove Antonio Barolini fu corrispondente per il quotidiano La Stampa. 
[3] Francesco Durante (1952-2019) è stato un giornalista, critico letterario, traduttore e docente universitario italiano. Ha insegnato Cultura e letteratura degli italiani d’America all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, affermandosi come uno dei massimi e più autorevoli studiosi dei flussi migratori e dell’esperienza italoamericana. Nel corso della sua carriera ha tradotto e fatto conoscere in Italia grandi autori d’oltreoceano (tra cui John Fante, Raymond Carver e Bret Easton Ellis) e ha dedicato anni di intensa ricerca alla riscoperta della produzione scritta degli emigrati italiani negli Stati Uniti. Tra i suoi contributi fondamentali spicca la monumentale opera Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti, affiancata da saggi e narrazioni dedicate anche alla sua terra d’origine e alla città di Napoli, come Scuorno (vergogna) e I napoletani. La sua indagine storica e letteraria non è mai rimasta confinata alla sola erudizione accademica, ma ha sempre dialogato con il presente: lo scopo dei suoi studi era infatti partire dal passato, attraverso la conoscenza delle storie di vita dei nostri connazionali emigrati in America in cerca di nuove e migliori prospettive, per comprendere come chi oggi arriva nel nostro Paese porti con sé una valigia altrettanto carica di sogni, speranze e aspettative di miglioramento, alla ricerca di condizioni che nel luogo d’origine non consentono a lui e alla sua famiglia di vivere dignitosamente. Grazie alla sua sensibilità civile e al suo rigore intellettuale, Francesco Durante ha restituito voce a generazioni di migranti, consegnandoci una chiave di lettura universale sulla dignità del viaggio e sull’accoglienza dell’altro.
[4] Rompere il silenzio: questo è l’obiettivo che Helen Barolini si pone. È da questo desiderio che nasce la sua volontà di intraprendere un’indagine nuova, alla ricerca delle opere di donne italoamericane di prima o seconda generazione che avevano raccontato la loro esperienza migratoria. 
[5] L’antologia The Dream Book An Anthology of Writings by Italian American Women# venne pubblicata nel 1985, anno che, secondo Durante, «si può considerare come un momento seminale nella storia della letteratura italoamericana». L’antologia di Helen Barolini aveva alle spalle un ampio lavoro documentario, legato a una tradizione fino ad allora poco conosciuta, scarsamente studiata e considerata una piega vernacolare all’interno del più vasto e importante corpus letterario americano, fino ad allora tutto al “maschile”. 
[6] Fu l’incontro con Alma Rattini Vanek ad ispirare il titolo dell’antologia. La donna aveva settantotto anni all’epoca dell’incontro, era un’ex studentessa creativa di Bryant nata in un campo minerario di Telluride, in Colorado da genitori che erano emigrati dal Trentino Alto Adige. Il racconto di Alma si fece storia tra le mani di Helen quando le mostrò un manoscritto ingiallito a cui le donne italiane immigrate di Telluride accingevano per chiedere risposte al destino: ogni sogno poteva essere interpretato consultando nelle voci alfabetiche degli argomenti, e cercare la risposta dava loro una consolazione nei momenti di stranezza che si trovavano a vivere in una terra che non era la loro. Lo stesso meccanismo venne usato da Barolini per capire se questa sua idea pionieristica fosse da farsi oppure no. Sua figlia Linda le raccontò di un suo sogno: nel sogno aveva visto la madre che teneva un bambino tra le braccia. Helen stessa aveva sognato pile e pile di fogli bianchi. Così cercando sotto la voce “carte” e “bambino” aveva compreso che quei due sogni erano segni positivi: corrispondevano ad un buon auspicio per l’inizio di un’impresa creativa. Come quel vecchio libro dei sogni, logoro e consumato dalle numerose consultazioni delle donne di Telluride, aveva offerto loro conforto e speranza, accogliendo paure e desideri come un confessore silenzioso – la loro “Bibbia” in terra straniera – così The Dream Book di Helen Barolini si sarebbe fatto erede di quella voce collettiva, restituendo visibilità, valore e dignità alla storia delle migrazioni italoamericane “al femminile”.
[7] Il romanzo Umbertina, pubblicato per la prima volta nel 1979 e riproposto nel 2001 da Avagliano Editore per la collana Transatlantica curata da Francesco Durante, tradotto da Susan Barolini e Giovanni Maccari, rappresenta una delle opere più significative della letteratura italoamericana contemporanea. Esso si colloca a metà tra saga familiare al femminile e romanzo storico, offrendo una lettura della migrazione italiana negli Stati Uniti attraverso l’esperienza concreta delle donne. Nel proporre al pubblico questa storia di sradicamento e di assimilazione, Barolini sceglie di seguire il destino delle tre figure femminili che danno significato al racconto: Umbertina, la nonna e capostipite della nuova discendenza in terra d’America, Marguerite, sua nipote, figlia della figlia Carla, e Tina, figlia di Marguerite. Precede un prologo in cui Marguerite viene presentata nello studio di uno psicanalista, cui si rivolge per essere aiutata ad affrontare la crisi matrimoniale e che la invita a ripercorrere il passato iniziando proprio dalla nonna. Barolini non dedica una sezione a Carla perché, come l’autrice afferma in un’intervista, ella appartiene alla seconda generazione, e dunque la sua vita si limita ad un puro processo di americanizzazione, risultando, perciò, meno problematica ed interessante per il contesto. La povertà funge da motore del racconto: la vita contadina di Castagna, piccolo centro calabrese, si presenta come uno spazio di ristrettezze estreme e di sacrifici, dove la fame diventa la spinta principale alla migrazione. 
[8] Il peso delle tradizioni patriarcali, interiorizzate fin dall’infanzia, continua a condizionarla
[9] Passaggio in Italia pubblicato nel 2004 da Avagliano Editore con il titolo italiano e tradotto da Giovanni Maccari, propone una forma di emigrazione “al rovescio”: è la storia di una partenza dall’America verso l’Italia, compiuta per amore e insieme per ricerca di sé. Frances Molletone, italoamericana di terza generazione, sceglie di seguire Walter Bongalli e intraprende così un viaggio inverso rispetto a quello dei suoi nonni, che avevano lasciato la patria per costruire un futuro oltreoceano. Quella che nasce come “un’emigrazione del cuore” si trasforma ben presto in un’emigrazione del ritorno#: in Italia Frances trova l’occasione per “riannodare i fili” della sua duplice appartenenza. La struttura del romanzo è tripartita: La partenza, Roma, Il ritorno e corrisponde alla scansione di un percorso sentimentale e identitario segnato da un triangolo amoroso. Le assenze e l’inafferrabilità di Walter, uomo sposato, vengono compensate dall’avvicinamento del professor Gregorio Marini, docente di italiano che si offre come guida culturale e, in seguito, come amante. Attraverso questi due poli, affettivi e culturali, la narrazione conduce il lettore dall’America a Roma, dall’Urbe all’Abruzzo, poi da Roma a Gattaia e quindi in Umbria, fino a contemplare un possibile ritorno negli Stati Uniti: una geografia che diventa anche mappa interiore, viaggio di ricomposizione e, insieme, di disincanto. Sotto la superficie della vicenda sentimentale, Barolini racconta un’Italia del dopoguerra povera, laboriosa, in piena ricostruzione  e al tempo stesso indaga le condizioni psicologiche e culturali degli italoamericani che vivono la loro eredità con vergogna, desiderio o ambivalenza. Il romanzo gioca sul doppio registro della memoria e dell’esperienza: non è solo un racconto di paesaggi e incontri, ma una riflessione sulla possibilità o impossibilità di approdare a una meta definitiva. Come osserva la protagonista in un momento cruciale: «Gli inizi ingannano, pensò; sembra tutto così facile, come se fosse sufficiente attraversare le Alpi per approdare nella terra promessa. Ma può essere invece che un approdo non esista, solo un continuo andare finché non scompariamo alla vista, come un treno che lascia la stazione».
[10] Helen Barolini, Passaggio in Italia, Avigliano Editore, 2004: 61. 
[11] Annalisa Di Nuzzo è antropologa culturale e insegna Geografia delle lingue e delle migrazioni presso l’università Suor Orsola Benincasa. Esperta di antropologia delle società complesse e diritti umani, fa parte del gruppo di esperti del Laboratorio antropologico per la comunicazione interculturale e il turismo dell’università di Salerno. È autrice di numerosi saggi e monografie, tra cui: La morte, la cura, l’amore. Donne ucraine e rumene in area campana (Roma 2009), Il Mediterraneo bifronte: tra flussi turistici e percorsi di migrazione, in “Storia, antropologia e scienze del linguaggio” (Roma 2019), Fuori da casa. Migrazioni di minori non accompagnati (2013) e Minori Migranti Nuove identità transculturali. Nuova edizione (2020). 
[12] Annalisa di Nuzzo Etnografie letterarie e migrazioni: Scritture di donne migranti, 2021, EtnoAntropologia, volume 8, numero 2: 103-120. 
[13] Christiana de Caldas Brito, nata a Rio de Janeiro, viene in Italia con una borsa di studi post universitari e con un diploma della Scuola d’arte drammatica ottenuto a San Paolo del Brasile. Dopo soggiorni in vari Paesi, si stabilisce a Roma nel 1990 dedicandosi alla narrativa e alla psicologia. 
[14] Annalisa di Nuzzo Etnografie letterarie, cit.:112. 
[15] Marta Franceschini (Bologna, 1959) è una scrittrice e giornalista italiana. Ha vissuto in Gran Bretagna, Stati Uniti e India, dove ha lavorato come corrispondente free-lance per diverse riviste. Con il suo primo romanzo, La discesa della paura (Sellerio, 2000), vincitore del Festival del Primo Romanzo di Cuneo 2001 e tradotto in tedesco, ha inaugurato una produzione narrativa che comprende, tra gli altri, Sangue del mio sangue (2006) e La valigia di Agafia (2008). Ha inoltre collaborato alla realizzazione di testi teatrali e documentari, e pubblicato opere illustrate e racconti per ragazzi. 
[16] Agafia Onuța, donna moldava emigrata in Italia, avverte l’esigenza urgente di dare forma e voce ai propri pensieri e alla propria storia. Per questo chiede a Marta Franceschini di aiutarla a trasformare i suoi racconti in un libro: nasce così un testo scritto a quattro mani, in cui la narrazione individuale diventa racconto collettivo.  In un’intervista di Mauro Conti, Magda Indiveri, Marta Franceschini, La valigia di Agafia, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 15, no. 14, ottobre/dicembre 2008, l’autrice affermerà: «Universale è la povertà da cui Agafia proviene così come universale è la sofferenza che attraversa la sua vicenda. Ma ciò che rende davvero esemplare la sua storia è la tenace volontà di non arrendersi: una ricerca ostinata di senso, una bontà di fondo che resiste alle offese e si rialza dopo ogni caduta. In questo, la figura di Agafia richiama quella biblica di Giobbe: anche lei non accetta il silenzio, anche lei lancia il proprio grido al cielo nella fiducia, contro ogni evidenza, che una risposta prima o poi giungerà». 
Riferimenti bibliografici
Barolini H., The Dream Book: An Anthology of Writings by Italian American Women, Schocken Books, New York, 1985.
Barolini H., Umbertina, trad. it. di S. Barolini e G. Maccari, Avagliano, Cava de’ Tirreni, 2001.
Barolini H., Passaggio in Italia, trad. it. di G. Maccari, Avagliano, Cava de’ Tirreni, 2004.
De Caldas Brito C., 500 temporais, Iacobelli, Roma, 2002.
Di Nuzzo A., Etnografie letterarie e migrazioni: scritture di donne migranti, in EtnoAntropologia, volume 8, numero 2, 2021: 103-120. 
Durante F., Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti, Mondadori, Milano, voll. I-II, 2001-2005.
Franceschini M., La valigia di Agafia, Baldini & Castoldi, Milano, 2014.
Mazzucco M., Vita, Rizzoli, Milano, 2003.

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Assia Imperatore, studiosa di letteratura della diaspora e culture transatlantiche. Ha approfondito i percorsi dell’emigrazione italoamericana e le scritture femminili attraverso lo spoglio e la valorizzazione dei documenti dell’Archivio Francesco Durante, dedicando le sue ricerche ai temi dell’identità di genere, della memoria transnazionale e delle letterature migranti nel bacino del Mediterraneo.

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