«Perché se siamo donne pensiamo a ritroso attraverso le nostre madri», scriveva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. È a questa consapevolezza che si aggancia il saggio di Elvira Roncalli Il futuro è aperto. Il titolo riprende la traduzione inglese di un celebre passo di Sputiamo su Hegel (1970), in cui Carla Lonzi affermava che «il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come soggetto». L’imprevisto e l’aperto diventano così nodi cruciali di un pensiero femminista che fa della trasformazione e della rivoluzione la propria matrice. In un mondo che appare già dato, chiuso e rigido nelle sue strutture, l’imprevisto scompagina l’esistente, aprendo nuovi scorci e inedite possibilità.
Per restituire la portata di questa stagione del pensiero e del movimento femminista italiano, Roncalli dialoga con Lea Melandri, Luisa Muraro e Adriana Cavarero. Ne emerge una tessitura eterogenea di voci e testimonianze su un momento di svolta per la cultura e la politica del nostro Paese, a partire dalla fine degli anni Sessanta. Una svolta vissuta innanzitutto in prima persona, che attraverso le pratiche della relazione ha generato un pensiero in cammino – “in mezzo al guado” – aperto alle inclinazioni e alle mancanze che ne compongono il percorso. Con queste voci si intrecciano infine i saggi di Rossana Rossanda, un’altra testimone fondamentale di quegli anni. L’esperienza più comune è forse quella di un mondo che ci appare già definito e prestabilito, in cui la realtà può mutare solo in superficie. È proprio contro questa coazione a ripetere lo status quo che si ribella il pensiero femminista, rivendicando con pervicacia la necessità di immaginare e costruire un futuro aperto. È a partire da questa scintilla che ho dialogato con Elvira Roncalli.
Vorrei partire dal titolo che ha scelto per il suo lavoro: Il futuro è aperto. Un titolo che mi appare piuttosto significativo, anche tenendo conto del fatto che il pensiero femminista italiano è stato anche una pratica di trasformazione del mondo. Può raccontarmi la storia editoriale del libro in America e in Italia?
«Il libro è nato dal desiderio di mettere in luce il pensiero e la pratica femminista in Italia nelle parole di donne che sono state protagoniste o quantomeno che sono state voci importanti nel dibattito filosofico e politico. Questo perché nel contesto nord-americano, per quanto si conosca il pensiero femminista italiano, almeno negli ambienti accademici, lo si conosce in riferimento ad altre storie di femminismo, quello francese per esempio, a partire da Luce Irigaray, e quindi non lo si conosce proprio nella sua complessità e nella sua originalità. I testi di Cavarero, tradotti in inglese, sono stati un importante veicolo di diffusione del pensiero della differenza sessuale. Alcuni dei testi di Muraro e Melandri sono stati tradotti in inglese, ma solo recentemente; da lì l’idea di dare voce ad alcune tra le donne che sono state al centro del femminismo italiano e sentire la storia raccontata direttamente da loro, anche perché è una storia ricca e va raccontata.
Mi interessava anche vedere come, la storia personale di ciascuna si intreccia con il femminismo e con la storia delle altre. Sapevo che Muraro e Melandri, per esempio, avevano condiviso molte delle lotte femministe, ma anche che dal punto di vista teorico, c’erano profonde differenze ed era importante per me capire da dove originavano e come le raccontavano. Del resto, il femminismo è un continuo battersi e riflettere, un confronto continuo ed è inevitabile che differenze emergano. Sostanzialmente, però, mi interessava la loro storia raccontata da loro, vedere come si intrecciava l’una con l’altra e come si differenziava. In breve, presentare la storia almeno di una parte del femminismo italiano, attraverso la storia di queste donne che è essenziale per fornire un ritratto fatto dal di dentro, e dare dunque più corpo e sostanza, sapendo che c’era, e c’è, molto di più nel femminismo italiano di quello che si conosce nel mondo nord-americano.
Per quanto riguarda pubblicazione del libro in Italia, la Casa Editrice Prospero mi presentò una proposta di pubblicazione che accettai. Devo dire che non avevo pensato ad una pubblicazione in Italia; il libro era nato avendo in mente il contesto nord-americano e comunque un pubblico di lingua inglese. Poi ho pensato che nel contesto italiano, il libro può essere uno strumento per risvegliare la memoria di un passato vicino, ma forse non così presente o vivo, almeno in chi non è familiare con il femminismo, e dare modo d’incontrare le storie e il pensiero di queste donne, vederne gli intrecci e le divergenze, riproponendo così questioni centrali del femminismo italiano.
Il titolo, come scrivo nell’introduzione, è ripreso da una citazione di Carla Lonzi, che parla di un “destino imprevisto del mondo”, un mondo che non è già dato e interamente prestabilito, perché la donna, in quanto soggetto libero, ne scardina le presupposizioni. Il futuro del mondo è aperto, non possiamo dire in anticipo che forma assumerà ed è bene che sia così, perché vuol dire che gli diamo forma attraverso le nostre azioni e parole. Dire che il mondo è aperto è anche un richiamo a farne parte, e a farlo nostro, significa pensarsi pur essendo già pensata da altri, agire quando le proprie azioni sono già dettate, quindi è un iniziare da capo, che sorprende e che non ricade in forme di esclusioni. E in questo sta la sfida».
Melandri, Muraro e Cavarero rappresentano, nella loro diversità, la varietà degli orizzonti del pensiero femminista italiano. Quali sono, a suo parere, i maggiori elementi di convergenza tra loro?
La storia personale prima di tutto. Luisa Muraro e Lea Melandri hanno vissuto gli anni del femminismo intensamente, sono state entrambe al centro della lotta, l’hanno plasmata e a sua volta sono state plasmate da quella esperienza. Quindi il femminismo come politica e pratica, che crea spazi per dire la propria esperienza di donna, con le proprie parole, quella che fu poi la pratica dell’autocoscienza, è senz’altro un punto di convergenza. Il radicarsi nell’esperienza è sempre accompagnato da una ricerca di parole aldilà del linguaggio filosofico e politico, il quale viene percepito come estraneo e astratto.
C’è un recupero della dimensione corporea; soprattutto il lavoro di Lea Melandri porta alla luce la memoria del corpo, nel quale si sedimentano esperienze che ci portiamo dentro, e bisogna scavare nel più profondo per poter arrivare ad una dimensione al confine tra biologia e psicologia. Cavarero parla di un umanesimo materialista fatto di fisicità e relazioni e sottolinea il bisogno di una soggettività incarnata, vulnerabile ed esposta in alternativa a una soggettività autonoma, autosufficiente e sovrana. Muraro non parla tanto di soggettività, quanto di indipendenza simbolica dai meccanismi di potere e della capacità di «dell’prendersi la libertà senza fare violenza. Melandri parla di donne che sono state espropriate della propria esistenza e che hanno fatto proprio il linguaggio dell’uomo. Che cosa sia la soggettività femminile liberata da questo dominio maschile, lei dice di non saperlo, perché questo dominio agisce ancora e nel più profondo, nell’intimo e nel sogno d’amore.
Per quanto riguarda la relazione tra teoria e politica, un altro punto di convergenza, Muraro dice che la teoria è mettere a parole la pratica, un combinare, un mettere insieme; ma dice che forse assomiglia più a un raccontare cosa che richiama il sé narrante di Cavarero, e lo stile narrativo che lei adotta; Cavarero parla anche di decodificazione di stereotipi maschili per risignificarli. Melandri parla di nessi tra sfere che sono state separate artificialmente, tra cultura e natura, vita e sapere, pubblico e privato; dice anche che arriviamo a capire noi stesse attraverso l’ascolto dell’altra, o che l’altra ci rende il senso che noi da sole non riusciamo a trovare e parla di “scrittura dell’esperienza”.
Per tutte, le relazioni tra donne sono fonte di sapere e di nuovi saperi; Muraro dice che il movimento femminista inizia quando le donne si parlano, si dicono cose che non si sono mai dette, cose che non sono degne di essere dette. Il fare tra donne è rivoluzionario perché scardina i meccanismi di potere esistenti e su questo bisogna pensare e agire ancora e continuamente, visto che queste forme di potere persistono.
Proprio per questo, in tutte si ritrova un rifiuto dell’emancipazione, inteso come femminismo dell’uguaglianza, dell’omologazione, il diventare uguale all’uomo, cosa che riduce l’essere donna a quanto prescritto dal sistema patriarcale».
Mi interesserebbe mettere l’accento sui concetti di desiderio e di felicità, che ritornano più volte nelle riflessioni delle femministe italiane. Penso a Carla Lonzi, a Lia Cigarini e alle stesse Melandri e Muraro. Anche dal suo punto di vista si tratta di temi ricorrenti e fondamentali per comprendere meglio il contributo di questa stagione di pensiero?
«Sì, desiderio e felicità ritornano continuamente nelle parole di queste femministe, specialmente Melandri e Muraro e non a caso. A me vengono in mente le parole di Muraro quando dice che la felicità consiste in sprazzi e che è questa “coincidenza di trovarsi” proprio nel momento in cui è stata strappata fuori da dove si era messa. È come se la felicità scaturisca da un inatteso che però ci fa sentire più vive. È un po’ un paradosso; eppure, mi ritrovo in queste parole. La felicità non è un programma, la si sente in momenti inaspettati, ma quei momenti sono come eterni. Anche Lea si è trovata catapultata nel femminismo dopo aver fatto parte del movimento antiautoritario della scuola e non si è più schiodata, si è trovata. Le donne delle 150 ore a cui ha insegnato, hanno espresso quella stessa felicità, la felicità di ritrovarsi. La felicità qui, è una felicità nuova, che le donne non sembra abbiano mai provato, qualcosa che non si sapeva che esistesse, ma una volta trovata, qualcosa cambia per sempre per ognuna di loro».
Mi è molto piaciuto il riferimento che lei fa nell’introduzione alle relazioni di amicizia tra donne come relazioni generative di pensiero e di trasformazioni creative. Mi piacerebbe che ne parlasse. È una generatività che lei ritrova anche nel suo lavoro di insegnamento? Qual è il contributo che ritiene più significativo da parte delle sue studentesse e dei suoi studenti?
«L’amicizia tra le donne è la forza del femminismo. Quando le donne si mettono insieme e parlano tra loro modificano il mondo. Questo è essenzialmente il femminismo. Per me ha significato amicizie importanti che continuano ancora oggi anche a distanza e che sono generative di pensiero. Per quanto riguarda l’insegnamento, la cosa è un po’ diversa, prima di tutto perché avviene entro certi schemi prestabiliti e abbastanza rigidi, per esempio il luogo, l’orario, le aspettative, e tutto ciò rende lo scambio piuttosto artificioso. Detto questo, però, cerco di creare un’atmosfera in cui gli studenti e le studentesse si sentano a loro agio e non abbiano timore di esprimere i loro pensieri, di fare domande, e anche di mostrare la propria vulnerabilità. Non è una cosa automatica, ma quando si crea quell’atmosfera, allora accadono cose che non ci si aspettava, e che non si potevano prevedere. Questi sono momenti di condivisione e di riflessione, in cui si dice di una propria esperienza come non si era ancora raccontata e ciò si percepisce e tocca tutti, o si fa una domanda che non si può ignorare, o qualcuno parla apertamente di sé al punto di esporsi in maniera in cui non era ancora accaduto; si tratta di momenti che ci svelano agli altri e alle altre in maniera del tutto nuova, e a seguito di ciò cambia anche come ci rapportiamo tra noi. Momenti come questi in cui gli studenti e le studentesse parlano di sé rivelando aspetti che forse non sapevano neanche di conoscere, non capitano tutti i giorni, ma quando ciò accade, è come se si aprisse una porta su altri orizzonti. Questi sono momenti generativi e quando si esperiscono una volta, allora si sa che si possono esperire ancora e comunque ce li si porta dentro in forma di un’attenzione più acuta su tutto».
Le chiedo infine di parlarmi di Rossana Rossanda, che è l’unica delle quattro pensatrici presente non in dialogo con lei ma con alcuni scritti. Perché ha voluto inserirla come quinta voce del testo?
«Perché Rossanda è stata una voce importante del dibattito sul femminismo, si confronta senza riserve con le femministe, le interroga e si interroga, come donna di una generazione anteriore, che ha preso la strada dell’emancipazione, che però percepisce la forza del femminismo, ne è attratta e con esso si misura continuamente. Nel suo costante interrogarsi, mette in evidenza questioni fondamentali, lanciando spesso una sfida al femminismo che però è anche occasione di riflessione e approfondimento. Rossanda, è una donna che ha fatto politica, appartiene a un’altra formazione, e sa che la politica, così come si fa, non lascia spazio al soggetto femminile. Quindi intuisce l’importanza del femminismo, sa che può rivoluzionare la politica tradizionale, ma intuisce anche il rischio che il femminismo di un certo tipo corre, cioè il rischio di rinchiudersi in sé, ricreare un mondo a parte dove l’interagire con il mondo passa in secondo piano. La politica per lei riguarda soprattutto il mondo e il ritrarsi dal mondo è per lei problematico e lo chiama in causa. Allo stesso tempo, il femminismo la scuote al punto che non può pretendere che non ci sia. Insomma, trovo questo continuo misurarsi con il femminismo e interrogarsi di Rossanda particolarmente fecondo e significativo».
Alla fine, la conversazione con Elvira Roncalli lascia in eredità il desiderio di continuare altre conversazioni e confronti attorno ai nodi fondamentali che il femminismo continua a porre al nostro presente. Tra tutti, mi piace sottolineare la funzione del desiderio: inteso non come brama di andare sempre avanti assimilando ogni realtà nel proprio superamento, ma come apertura all’ascolto delle differenze e rispetto per ogni singolarità. Compresa la nostra, chiamata a resistere agli urti di questi tempi bui che vorrebbero farci chinare la testa o voltare lo sguardo, paurosi o scoraggiati. Sarebbe belle invece, come suggerito da Carla Lonzi, che restassimo all’altezza di un universo senza risposte.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
_____________________________________________________________
Ivana Margarese, fondatrice e direttrice editoriale della rivista Morel, voci dall’isola. Ha conseguito un dottorato in Studi culturali e un postdoc in Cinema documentario presso l’Università Elte di Budapest. È stata docente a contratto di Teoria della letteratura all’Università degli Studi di Palermo. Ha curato Ti racconto una cosa di me (Edizioni di passaggio 2012), I miti allo specchio (Mimesis 2022) e Tra amiche (Les Flâneurs, 2023) e ha pubblicato racconti in diverse antologie. Su Anna Maria Ortese ha scritto Il tempo è un altro. Colloqui con Anna Maria Ortese (Iacobelli 2025) e Contar le stelle. Anna Maria Ortese e la scuola (Animamundi, 2026). Fa parte della Società italiana delle letterate e collabora con le riviste Leggendaria e Letterate Magazine.
Elvira Roncalli, insegna filosofia al Carroll College, Helena, Montana, negli Stati Uniti. Si occupa di filosofia contemporanea, in particolare a partire dalla lettura critica della politica proposta da pensatrici come Hannah Arendt, Simone Weil, María Zambrano e alla luce di esperienze quali il femminismo. Ha pubblicato diversi articoli su Arendt, Weil, Cavarero e Muraro; insieme a Silvia Benso ha curato il volume Contemporary Italian Women Philosophers: Stretching the Art of Thinking (SUNY Press, 2021).
_____________________________________________________________










