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Le Mille e una notte: un libro che comincia e non finisce mai

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Le Mille e una notte, di Antoine Galland, edizione originale, 1726

di Meriem Dhouib

Sindbad il marinaio, Ali Baba e i 40 ladroni, Aladino e la sua lampada magica, così tanti racconti meravigliosi che hanno alimentato la nostra fantasia, la nostra infanzia da una sponda o dall’altra del Mediterraneo. Il cinema, il teatro, i cartoni animati, i fumetti il mondo editoriale e artistico si è sbizzarito a raccontare questo mondo dell’unico prisma: raccontare per vivere. Sherazade costretta ogni notte a  intrattenere il suo Shahrayar narrando quella storia che non finisce. Le mille e una notte o meglio il libro della commedia umana in lingua araba, il libro molteplice e molteplicatore, il libro che comincia e che non finisce o che finisce con tutti i finali possibili. Questo Oriente delle Mille e una notte, reinventato, dorato pieno di magia che nasce a Bagdad o meglio a Baldac, mille anni fa, ispirato a sua volta da leggende dell’India e della Persia. Che cosa è rimasto oggigiorno di queste storie favolose ?

Questa raccolta di racconti strani e compositi, crudeli a volte, incastrati a mo’ di work in progress sono arrivati in Occidente grazie ad Antoine Galland a fine Seicento. Questo mito planetario è stato il trattino di unione tra Oriente e Occidente. Il mondo intero di artisti, pittori e coreografi furono, e lo sono tuttora, incantati da questo scrigno di magia orientale intramontabile e ab infinitum.

Perché in fondo in questo mondo di scontri ci si lascia andare, aprendo la porta della notte per invitarsi e invitare gli altri al viaggio fantastico e alla lettura, abbandonarsi in quel mondo ormai parte integrante dell’immaginario collettivo tra gioielli, tappeti, cammelli turbanti e veli.

Accanto all’Illiade e all’Odissea di Omero, le Mille e una notte legano prìncipi a mendicanti, prodigi, nobili gesta, incantesimi, tradimenti e miraggi. Un patrimonio di immagini che mischiano la finzione e una parte della realtà. Il libro delle metamorfosi, dalla storia critica e filologica infinita, che risale a certi manoscritti contenenti decine di racconti, altri centinaia. Nessun’opera profana ha sollecitato tanto interesse nel mondo letterario come Le mille e una notte.

Animali che parlano, califfi, ombre, narghilé, pozioni magiche, un capolavoro della letteratura araba che non fu riconosciuto in quanto tale fino ai primi decenni del Novecento. Quale la vera storia di quest’opera millenaria ?

Si è parlato spesso del contrasto tra il successo di questa raccolta di novelle in Occidente rispetto alla poca notorietà che ebbe nel mondo arabo. In effetti, non se ne trova traccia nelle anthologie, non  ebbe grande prestigio e rimase ancorata alla letteratura intermediaria tra quella dotta e quella orale che si trasmette a sua volta nello scritto e nell’orale come tante epopee arabe come Sirat Bani Hilal. Era considerata lontana dall’Adab, «la grande prosa», e linguisticamente criticabile perché densa di dialetti o meglio di parlate distanti dall’arabo letterario fusha, né abbastanza equilibrata tra la serietà e la comicità al jiid wa-l-hazl molto cari alla letteratura di prestigio al Adab.

1Dal punto di vista filologico l’opera per intero conta tra 100 e 250 racconti, di cui un nodo stabile di trenta hikaya che ritroviamo in tanti codici. Sono generalmente cicli di racconti, dal momento che sono incatenati per cui il terzo comincia grazie al secondo che a sua volta è incorporato nel primo. Un complesso labirinto testuale che ha fatto scalpore nel mondo della filologia araba. In questo magma si parla spesso di racconti più noti, più tradotti e più rilevanti di altri, come ad esempio quelli che cominciano con un ciclo di storie oppure quelle degli animali meravigliosi, di certe città o come quella di Sindbad il marinaio.

Tutti sono d’accordo sulla trasmissione orale di questi racconti, responsabile di tutti i canali di diffusione della cultura arabo-musulmana. Per più di quattro o cinque secoli Le mille e una notte fu un’opera libera con aggiunte e tagli possibili. Si potrebbe forse immaginare o ipotizzare l’esistenza di una matrice originaria da identificare in un manoscritto unico di tutte queste storie.

Per quanto concerne la parte scritta  si sa che l’esistenza di codici in lingua araba risalgono per lo più al IX e X secolo e poi per qualche decennio spariscono per rivedere riemergere quest’opera nel XVIII secolo con la traduzione francese di Galland. In linea di massima viene scoperta in Occidente inizialmente a Parigi e dopo nelle principali città europee. Un personaggio poliglotta, questo Antoine Galland che conosceva l’arabo, il turco e il persiano e che aprì le porte di questo mondo fantastico tramite la traduzione diretta dal testo arabo. Censura, aggiunge e adatta à sa guise, ma ha avuto il merito di radunare le storie e concluderle come le fiabe con quella morale educativa  grazie anche al registro comico o drammatico. Accanto a Galland c’era un altro traduttore storico, Charles Mardrus, che fece delle novelle più audaci un vero e proprio oggetto di esaltazione letteraria.

Molti storici hanno sostenuto le radici indiane e persiane delle Mille e una notte, mentre Malek Chebel l’antropologo e studioso più recente di questo tesoro letterario sostiene l’origine prettamente araba di questo retaggio. Secondo la sua teoria, mentre certe opere come Kalila wa Dimna oppure Ramayana sono state rivendicate dai popoli indiano e persiano, per la nostra opera in questione Malek Chebel conferma la genesi araba, visto il contesto prettamente abasside, tanto da ipotizzare con un certo grado di sicurezza la nascita a Bagdad. Le tematiche potrebbero invece aver preso spunto da altre culture.

Accanto a Chebel, il ricercatore Jamel Eddine Bencheikh capovolge tutta la storia filologica dell’opera, sostenendo l’inesistenza di gran parte dei testi e rifiutando l’immagine di un Oriente fittizio, animato da tappeti volanti e lampade meravigliose. Egli focalizza i suoi studi e anche la traduzione dell’opera sull’essenza dell’amore e la volontà di romanzare nonché il gusto di raccontare l’amore lontano dai tappeti volanti, presente solo nella storia del principe Ahmad e la fata Pari-Banou.

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Sherazade di R. F. Wilhelm, 1913

Tornando invece ora al ruolo e alla figura femminile nelle Mille e una notte, si può affermare che questa narratrice, affabulatrice affascinante, donna o madre, colta o cortigiana ci ha messo qualcosa in quella Bagdad abbaside. Troppi dettagli sull’Harem dell’epoca, numerose indicazioni sulla psicologia della donna. Basterà cominciare da Sherazade stessa o Dounayazade. Tutte quelle vergini decapitate all’aurora che si offrivano al sultano ogni notte verranno salvate dalla donna che metterà fine a questo sterminio, grazie alla strategia più incantata e incantevole della storia dell’umanità. L’unica donna che ci salverà e ci racconterà che per vivere bisogna raccontare.

Tutto comincia con la storia di un giovane sultano che regnava a Samarcanda, il quale parte per ritrovare suo fratello, un altro sultano delle Indie. Ma preso da tanta nostalgia per sua moglie ritorna indietro per darle l’ennesimo bacio e la scopre  sul letto nuziale sciolta tra le carrezze  del capo-campo del sultano stesso, il suo uomo di fiducia. L’unica soluzione nell’immediatezza era quella di decapitare i due innamorati infedeli. La stessa sorte aspetterà suo fratello che scoprirà la regina delle Indie in posture lascive con un uomo di colore. Questa delusione dei due fratelli tiranni li porterà a discriminare la figura femminile e a infliggerle la decapitazione. Così si spiega che il sultano destinasse la vergine che a lui si offriva ogni notte alla decapitazione ai primi albori mattutini fino all’arrivo di Sherazade. Ovvero la donna geniale che, per differire il suo destino, escogitò un’astuzia senza pari, raccontargli storie accattivanti che si interrompono e riprendono a suo piacere. Creando così uno dei libri più sovversivi e affascinanti della storia letteraria universale.

Meravigliosa Sherazade che riuscì a conciliare i due sessi in questa guerra di generi, ospitando sotto la sua veste di donna di palazzo una vera e propria psicologa capace di scrutare in profondità l’animo maschile, promuovendo come una sorta di messaggio in una bottiglia di vetro lanciata nel mare nella speranza che dall’altra sponda qualcuno riesca a continuare il racconto di altre storie affascinanti. Seguiranno infatti questo retaggio numerosi autori come Rabelais, Boccaccio, Straparola Bandello, Shakespeare…Meraviglioso invito al viaggio dell’amore e al disarmo delle genti maschili dai cuori infranti.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019

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Meriem Dhouib, nata a Tunisi, è professore associato di lingua, letteratura e civiltà italiana presso il dipartimento di lingue della Facoltà di Lettere e di Scienze Umanistiche della Manouba. Si occupa essenzialmente del periodo Quattro-Cinquecentesco, ha pubblicato nel 2009 I volgarizzamenti di Liber peregrinationis di Riccoldo da Montecroce (éditions Orient-Occident, Université de Strasbourg).

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