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L’architettura che non c’era. Alla ricerca di un passato immaginario

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La Cappella Palatina in una litografia pubblicata in Henry Gally Knight, Saracenic and Norman remains to illustrate The Norman  in Sicily, Londra, 1840

di Giulia Gallini

Diciotto anni fa l’architetto Eugenio Galdieri pubblicava il suo articolo «volutamente polemico e in qualche modo persino impertinente» sull’architettura islamica in Sicilia. Il suo Lamento di un architetto ignorante sopra una architettura inesistente, pubblicato nella Rivista di Studi Orientali, rimane ancora attuale per contenuti, problematiche e proposte di ricerca.

Eugenio Galdieri si autodefinisce “ignorante” sui fatti di Sicilia dal momento che i suoi studi si sono concentrati sui Paesi orientali del mondo islamico, in particolare sulla zona iraniana. Ciononostante è innegabile che l’architettura islamica in Sicilia sia realmente e materialmente “inesistente”: ad oggi, non un edificio può essere con certezza e integralmente datato al periodo della dominazione araba. Un periodo fra l’altro lungo, durato circa duecento anni dal IX all’XI secolo, in cui i musulmani nordafricani e poi siciliani che vivevano sul territorio hanno necessariamente dovuto costruire edifici: case, moschee, scuole, ospedali, ma anche mulini, frantoi, e depositi, di cui però non rimane traccia.

Il problema della mancanza di resti architettonici arabi su tutto il territorio siciliano, diviene ancora più evidente a Palermo: leggendo le descrizioni della città fatte da Ibn Hawqal e al-Muqaddasi, i geografi arabi che visitarono l’Isola nel X secolo, viene da chiedersi dove possano essere finiti tutti gli edifici che i due menzionano. Ad esempio, se da una parte si è concordi a definire un’esagerazione l’affermazione di Ibn Hawqal secondo cui «le moschee della città [e dei dintorni] passano il numero di trecento», d’altra parte è innegabile che moschee ci debbano pur essere state e che con ogni probabilità alcune debbano anche essere state costruite ex novo. Al-Muqaddasi racconta di mulini e di fabbriche fatte «parte di pietra e parte di mattoni». Di tutto questo, non è rimasta traccia.

Molti lettori storceranno il naso, richiamando alla mente gli edifici straordinari in stile arabo-normanno costruiti subito dopo la conquista normanna dell’Isola. Difatti, a partire dalla ventata orientalista del XIX secolo, gli studiosi del periodo arabo, primo fra tutti Michele Amari, hanno cominciato a ricercare proprio in quell’architettura arabo-normanna delle tracce dell’originale arabo siciliano. Può essere comprensibile cercare di ricostruire uno stile a partire da supposte influenze in un’architettura posteriore, ma anche questo approccio è limitante e non si pone un interrogativo importante: dove sono finiti gli edifici del periodo arabo? Non abbiamo motivo di dubitare della loro esistenza, ma non sappiamo spiegare come siano scomparsi.

Al giorno d’oggi, anche se in ambito accademico le cose stanno cambiando, quella di ricercare le tracce arabe, sia architettoniche che culturali, in edifici posteriori al periodo arabo propriamente detto è una tendenza diffusa. Una tendenza che fra l’altro Palermo conosce dall’Ottocento e che narra un passato spesso idealizzato, per non dire immaginario. Proprio questo approccio ha guidato i progetti di restauro monumentale che hanno interessato Palermo alla fine del XIX secolo ed eseguiti sotto la guida di Giovanni Patricolo. È emblematico il caso del restauro della chiesa di San Giovanni degli Eremiti. Il restauratore ottocentesco Patricolo «adottava nel restauro dei monumenti tutta l’antiscientificità del ripristino», scrive Rosario La Duca: un approccio comune in quel periodo storico e che viene adottato ad esempio anche a Cordoba da Valazques Bosco durante i lavori di restauro-rifacimento della Mezquita di Cordoba.

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Progetto di restauro della facciata della Mezquita di Cordoba: in nero le parti originarie, in rosso le integrazioni proposte da R. Valazquez Bosco, 1908

Le cupole rosse di San Giovanni, simbolo per eccellenza della Sicilia araba, sono in realtà figlie del restauro ottocentesco e di una lettura personale ed estetica degli strati di intonaco rinvenuti. La chiesa stessa è stata depurata delle aggiunte postume considerate fuorvianti, al fine di riconsegnarla al popolo scevra da influenze che Patricolo considerava non originali. Era un periodo in cui il restauratore considerava più importante restituire lo stile originario, fosse esso immaginato o basato su tracce architettoniche, piuttosto che sottolineare le vicende e le stratificazioni storiche presenti nel monumento. L’intento era nobile e certamente necessario dal punto di vista della preservazione del monumento, ma i risultati devono essere guardati con la dovuta cautela.

Una cautela che è difficile trasmettere ai non addetti ai lavori: curiosi, turisti e guide continuano a guardare e descrivere i monumenti della Palermo arabo-normanna come l’anello di congiunzione tra il passato arabo dell’Isola e i periodi successivi. Basta guardare alcune voci di Wikipedia. scritte da non professionisti per non professionisti. Nella voce dell’Enciclopedia libera su San Giovanni degli Eremiti, ad esempio, gli interventi di Patricolo sono visti con la stessa lente che veniva usata nell’Ottocento: le cupole rosse sono un «richiamo all’Oriente» e sono «forse simili all’originale». Patricolo, inoltre, secondo gli autori della voce, avrebbe eliminato quelle sovrapposizioni che non facevano parte e disturbavano l’architettura originaria. Nelle voci riguardanti la Chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi, il Palazzo della Cuba e la Cubula, l’elemento arabo viene sottolineato spesso e volentieri, acriticamente. Il Castello di Maredolce è addirittura descritto come «un edificio palermitano in stile islamico, la cui architettura non sembra mostrare influenze normanne», nonostante la costruzione sia del tutto normanna.

Allo stesso modo, i siti di promozione artistica e turistica di Palermo tendono a dar luce alle caratteristiche arabe della città, con una certa leggerezza. Su Arte.it si afferma che «molti edifici di culto nati come moschee furono in seguito trasformati in chiese», lasciando forse intendere che quando si visita una chiesa palermitana si possa notare il sostrato arabo. Il sito turistico HitSicily va molto oltre, definendo Palermo «la città più araba d’Europa».

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Il padiglione della Cubula in una litografia pubblicata in Henry Gally Knight, Saracenic and Norman remains to illustrate the Normans in Sicily, Londra, 1840

C’è anche chi esagera in senso opposto: Donato Didonna (che si autodefinisce “imprenditore 2.0” e che di storia dell’arte non ne sa molto) nel suo blog nel sito de Il Fatto Quotidiano esclude del tutto (citando Wikipedia) una capacità architettonica arabo-musulmana. Negherebbe quindi l’esistenza stessa di una architettura araba in Sicilia: in duecento anni di dominazione, niente sarebbe stato costruito, e nessuno stile si sarebbe sviluppato. Il che ha dell’incredibile: due secoli senza costruire niente?

Il peso culturale della Palermo araba viene spesso magnificato e la stessa architettura arabo-normanna diventa il pretesto per parlare di un melting pot culturale e di un’anacronistica tolleranza religiosa propria della Sicilia. Questa lettura del passato vuole scrivere la storia da cui ci piace provenire. I Normanni adottarono certamente nella loro amministrazione e nella loro rappresentazione del potere dei simboli musulmani, ma anche bizantini: in una parola mediterranei. I conquistatori Normanni, originari del Nord, si immersero nella realtà culturale mediterranea che avevano appena conquistato probabilmente più per calcolo politico che per spirito di tolleranza. Alessandro Vanoli, ad esempio, nel suo libro La Sicilia Musulmana, argomenta come la realtà siciliana più che un caso unico, fosse uno specchio di una mescolanza comune a tutta l’area mediterranea. E anche la tanto lodata tolleranza di Federico II e il suo amore per la cultura arabo-musulmana si dovrebbe ridimensionare e legare più alla necessità politica. Dopotutto, fu proprio lui a decidere di deportare i musulmani nella colonia penale di Lucera a partire dal 1239.

Ma se di architettura araba in Sicilia non ci sono tracce materiali, come si dovrebbe leggere l’architettura arabo-normanna? Non essendo disponibili resti architettonici del periodo arabo-musulmano è difficile se non impossibile provare una diretta influenza dello stile arabo autoctono su quello normanno. Da dove nasce dunque l’architettura arabo-normanno del XII e XIII secolo di Palermo?

Sempre di più si tende a sottolineare un’influenza fatimide, quindi egiziana, sull’architettura arabo-normanna. Piuttosto che leggere gli elementi arabeggianti degli edifici normanni come un lascito architettonico autoctono, gli studiosi concordano sempre di più nel postulare una più ampia influenza mediterranea. Questa influenza dei modelli fatimidi sui gusti architettonici normanni andrebbe fra l’altro di pari passo con gli indizi provenienti da altri ambiti, in particolare dalla numismatica e dalle titolature dei governanti normanni, come recentemente discusso da Jeremy Johns, uno dei massimi esperti del periodo, in un suo intervento all’Università di Catania.

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Il chiostro della Chiesa di San Giovanni degli Eremiti come appare oggi dopo le ristrutturazioni

È indicativo che nei primi decenni dopo la conquista della Sicilia, gli edifici costruiti dai Normanni, specialmente fortificazioni, castelli e alcune chiese, prendevano spunto dall’architettura della Normandia: si pensi ad esempio a Sant’Agata a Catania, iniziata nel 1091. È solo dopo gli anni ‘30 del XII secolo che Ruggero e la sua corte cominciano a sviluppare un’architettura monumentale volutamente multiculturale e mediterranea, in cui sono anche visibili, insieme a quelli bizantini, elementi arabi assimilabili alla tradizione dell’Egitto fatimide contemporaneo.

L’islamizzazione dello stile architettonico andò di pari passo con un avvicinamento generale del governo normanno allo stile arabo-musulmano dell’Egitto Fatimide: le monete siciliane dal 1130 in poi cominciarono ad avere caratteristiche simili a quelle coniate dai califfi del Cairo, dopo decenni in cui le monete normanne siciliane avevano preso come fonte quelle arabe coniate nell’Isola. Negli stessi anni la titolatura del sovrano normanno comincia ad assumere le caratteristiche tipiche della tradizione fatimide in cui il titolo del sovrano viene abbellito di lodi, benedizioni e auspici, allungandosi progressivamente. Questa sincronicità nell’influenza in vari ambiti esercitata dalla corte fatimide su quella normanna fa quindi propendere per una lettura diversa dell’architettura arabo-normanna e, di conseguenza, rivede la narrazione della Sicilia araba.

Tornando all’architettura musulmana, la logica impone di credere che in Sicilia un’architettura autoctona si fosse sviluppata durante i due secoli di dominazione musulmana prima aghlabide, poi kalbide. Secondo Jeremy Johns si dovrebbe postulare una distruzione quasi completa della città di Palermo e delle sue opere architettoniche: questo lo si dedurrebbe anche dalle parole del Conte Ruggero che subito dopo la conquista di Palermo ne lamenta la distruzione. «Chi, vedendo l’enorme e diffusa distruzione dei castelli e delle città dei musulmani e osservando la vasta distruzione dei loro palazzi costruiti con tali grandi abilità, non potrebbe considerare questo come un grande disastro e una perdita incalcolabile?» scrive il vincitore Ruggero [Agrigento, Archivio Storico del Capitolo della Cattedrale, pergamena n. 2]. Queste parole potrebbero indicare una delle ragioni per cui nulla rimane dei monumenti arabi di Palermo e della Sicilia: la conquista normanna fu sanguinosa e lunga, avvenendo fra l’altro dopo un altrettanto lungo periodo di guerra civile. Non dovrebbe quindi stupire che la città fosse quasi del tutto distrutta. Forse risulta troppo facile parlare di un totale annientamento architettonico di Palermo, forse è più probabile credere in una distruzione e degrado che ha colpito gli edifici arabi lentamente e nel corso dei secoli.

Come bisogna rispondere dunque alla domanda se un’architettura islamica siciliana sia mai esistita? Nonostante la mancanza totale di prove materiali, non ci sono motivi per escludere uno sviluppo architettonico nell’Isola durante i duecento anni di dominazione musulmana. Presumere che in due secoli nessun tipo di edificio sia stato costruito o che non si possa essere sviluppato uno stile autoctono è una semplificazione poco credibile e che manca di basi concrete. I viaggiatori coevi parlano di una Sicilia islamica caratterizzata da edifici tipici di quel tipo di società: moschee, bagni, laboratori, costruzioni agricole. Dobbiamo per questi motivi credere nell’esistenza di un’architettura araba siciliana.

Che questa architettura abbia direttamente influenzato l’architettura normanna successiva, invece, è del tutto discutibile. Ben poco di quel sostrato culturale arabo ha determinato lo sviluppo dell’architettura arabo-normanna, che guardava oltre il confine territoriale dell’Isola, oltre il Mediterraneo per trovare i suoi modelli, presi sia dall’Egitto fatimide che dall’Oriente bizantino. Questa apertura mediterranea è in linea con le necessità politiche dei nuovi governanti, che si trovavano a dialogare con un mondo ben più ampio di quello delineato dai confini siciliani.

Alla luce di questo, va riconsiderata la narrazione del passato della Sicilia, una narrazione che troppo spesso nella cultura popolare viene piegata e distorta sotto la lente di idee a priori. Il vero limite alla divulgazione della storia della Sicilia araba è proprio questo: ci si scontra inevitabilmente con delle idee e dei modelli che sono preconfezionati e che sembrano spesso inattaccabili. Una comprensione vera del lascito arabo in Sicilia non può che cominciare con l’ammissione di un pregiudizio che accompagna e distorce la narrazione da fin troppo tempo.

Dialoghi Mediterranei, n. 35, gennaio 2019
Riferimenti bibliografici
N. Daniel, Gli Arabi e l’Europa del Medioevo, Il Mulino, Bologna 1981.
E. Galdieri, “Sull’architettura islamica in Sicilia. Lamento di un architetto ignorante sopra una architettura inesistente”, in Rivista degli Studi Orientali, 74 , 1/4 (2000): 41-73.
R. La Duca, “Non erano rosse le cupole di S. Giovanni degli Eremiti. Una utile divagazione sui monumenti normanni di Palermo”, in Kalós, arte in Sicilia, 3/4 (1991): 46-48.
G. Patricolo, “Il monumento arabo scoverto in febbraro 1882 e la contigua Chiesa di S. Giovanni degli Eremiti in Palermo”, in Archivio Storico Siciliano, VII, 25 (1882): 170-183.
A. Vanoli, La Sicilia musulmana, Il Mulino, Bologna 2012.
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Giulia Gallini, laureata all’Università Ca’ Foscari in Arabo e Archeologia islamica, con una tesi sull’uso del Corano nelle iscrizioni monumentali, ha orientato i suoi interessi di ricerca sull’uso e l’interpretazione delle iscrizioni coraniche e sulle rappresentazioni dell’arte islamica in Occidente, dal Medioevo all’epoca dei social network. È co-fondatrice e direttrice editoriale della rivista indipendente IWA Islamic World of Art. Ha attivo e gestisce un suo blog: squarekufic.com.
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