di Valeria Laudani
Mi sono sempre chiesta come potesse essere rappresentata una presenza umana nella sua totale o parziale assenza, qualcosa di apparentemente invisibile agli occhi ma visibile in modo concreto al mondo dell’immaginario.
Assenza e presenza, quel gioco tra le parti fra pieno e vuoto. Opposti che si sostengono a vicenda, che si attraggono e si respingono nel contrasto netto della luce e dell’ombra, del bianco e del nero.
Nelle immagini in cui il viandante non appare in modo diretto, ma è soltanto evocato, la fotografia si sposta da una dimensione descrittiva a una più mentale.
La figura umana, assente dal campo visivo, continua a lasciare una traccia sensibile come possibilità o attesa e non come presenza fisica.
In questo senso, l’assenza non impoverisce l’immagine, bensì la apre all’immaginazione di chi guarda.
Osservare una sedia vuota, un sentiero, una stanza spoglia, un angolo di luce che cade su un luogo silenzioso diventano elementi simbolici che possono essere segni di un viandante invisibile. Non mostrano il corpo, ma ne suggeriscono il possibile riposo, la sosta, la stanchezza e il pensiero.
La sedia vuota, in particolare, possiede una forza simbolica molto intensa. È un oggetto quotidiano profondamente umano perché quando è vuota, custodisce una mancanza, attende una presenza. È in questa mancanza che la forma diventa visibile. Qualcuno che non c’è o che potrebbe esserci stato o che potrebbe arrivare.
La vasta cattedrale deserta, con i suoi pavimenti geometrici di marmo che riflettono la luce delle finestre, evoca passi silenziosi.
Un’acquasantiera scolpita a forma di conchiglia, con su la scritta: silenzio, riassume la poetica dell’intera ricerca.
Una stanza sventrata in cui una vecchia credenza e un tavolo sono interamente avvolti nel cellophane trasparente, appaiono come reperti di una vita, sopravvissuti al trascorrere del tempo.
Su una parete di intonaco scrostato, una grande pentola scura appoggiata su un focolare spento e un setaccio appeso ricordano una sosta quotidiana.
Persino l’arte parla di assenza e all’inizio di una scalinata, una statua marmorea di un giovane uomo siede con lo sguardo rivolto verso l’alto, come un viandante di pietra condannato nell’oscurità.
Infine, in un’immagine quasi surreale una giacca, un paio di occhiali da sole e un cappello fluttuano nel vuoto davanti a una finestra, come se il corpo del passante, diventato invisibile, lasciasse dietro di sé solo l’involucro della propria identità.
Lo sguardo si sposta all’interno di una mostra fotografica con un corridoio buio dove i visitatori camminano tra teche illuminate e immagini retroilluminate, tra cui spicca il grande ritratto di un uomo con i baffi e gli occhiali scuri che fuma un sigaro. In quel momento, il viandante, diventa anche l’osservatore che cammina nella galleria.
Poi, il viandante in carne e ossa torna a manifestarsi fisicamente, misurandosi con la monumentalità dello spazio e con la fragilità del tempo. Lo vediamo infatti, come una silhouette minuscola e scura che cammina sul selciato all’ombra di un’immensa facciata gotica in mattoni, schiacciato dalla grandezza dell’architettura. Lo ritroviamo, infine, nel passo affaticato di un uomo anziano che avanza lungo un marciapiede, sorreggendosi con un bastone.
In queste immagini, il viandante non è più solo un individuo o un volto ma è condizione esistenziale, identità. È l’uomo come essere in cammino, esposto al tempo e alla fatica, desideroso di una pausa.
Il luogo solitario non è un semplice scenario è un campo emotivo in cui si depositano tracce di vita. L’assenza umana intensifica il silenzio e trasforma gli oggetti in presenze secondarie. È quel silenzio che diventa il protagonista dello scatto fotografico.
Fotografare questi spazi significa, personalmente, lavorare sul limite tra ciò che si vede e ciò che si intuisce, ciò che appare e ciò che sottende. La scena non racconta tutto, ma lascia intuire una narrazione.
Quel viandante, non rappresentato o in parte presente, diventa allora una figura interiore? Forse qualcuno passato di lì? Forse qualcuno atteso? Lo stesso osservatore, chiamato a riconoscersi in quel vuoto?
È probabile che in questa sospensione e in questi interrogativi, tra memoria e attesa, tra pieno e vuoto, tra luce e ombra, tra bianco e nero, che l’immagine trova la sua più profonda risonanza poetica.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
_____________________________________________________________
Valeria Laudani, si diploma nel 1993 a Catania in Arti Grafiche, della Pubblicità e della Fotografia e inizia a lavorare privatamente come grafico-creativo e da freelance con alcune tipografie e agenzie pubblicitarie del territorio siciliano. Presso l’università intraprende gli studi in Scienze e Tecniche Psicologiche, per dedicarsi dal 1996 alla propria attività commerciale. Durante questo percorso, partecipa a diverse mostre personali e collettive a Catania e altrove. Nell’anno 2017 ha autoprodotto il suo primo libro fotografico: Attimi, Sicilia di poesia, un omaggio visivo alla “gentilezza”, omaggio alla sua terra e alla gente che incontra. È stata vincitrice Talent Scout Fiaf 2024. Fa parte della redazione di “Dialoghi Mediterranei”.
_____________________________________________________________



























