di Roberto Manfredi
I Tuareg sono un antico gruppo etnico nomade, che abita il deserto del Sahara, diviso tra i confini artificiali di Mali, Niger e Algeria, Libia, Burkina Faso e Ciad. Tradizionalmente dediti alla pastorizia e al commercio transahariano, hanno visto i propri territori divisi dai confini degli Stati moderni.
La città di Djanet, al centro della verde oasi omonima, situata nel Sahara algerino sud orientale, è il capoluogo del Tassili n’Ajjer, regione nota per gli spettacolari paesaggi desertici.
Qui, nel cuore delle terre Tuareg, si tiene ogni anno una festa singolare: il festival di Sebiba.
Si tratta di una celebrazione che affonda le radici nell’antica storia dei popoli Tuareg. Secondo la tradizione orale, peraltro non verificata, si tiene ogni anno da 3000 anni, nel giorno di Achoura, decimo del primo mese del calendario lunare: da lì il nome di Sebiba che, nella lingua dei Tuareg, significa “decimo giorno”.
Si dice che le due tribù degli Oraren e dei Tra’orfitt, divise da antica inimicizia, conducessero da tempo una sanguinosa guerra fratricida.
Ma, venuti a conoscenza della vittoria di Mosè sul Faraone, i contendenti decisero di fermare le ostilità e siglare un patto di pace duraturo e si riconciliarono.
La festa della Sebiba celebra la pace tra queste due tribù. I membri delle due comunità, oggi rappresentate dai due quartieri di Djanet, El Mihân e Zelouaz, addobbati nei loro tradizionali costumi da guerrieri, sfilano danzando e simulando combattimenti. Le donne, che danno il ritmo battendo le mani, suonando i tamburi e cantando, accompagnano la sfilata.
La vestizione dei guerrieri che parteciperanno alla Sebiba è un vero e proprio lavoro corale, una cerimonia nella cerimonia.
Per preparare ogni uomo occorrono due o tre persone e un tempo non indifferente, tra nodi stretti, intrecci di nastri, strati di stoffe e numerosi dettagli.
Costretti a tenere le braccia allargate per tutto il tempo necessario alla vestizione, i guerrieri si aggrappano a dei bastoni per sostenere il peso delle braccia e non stancarsi durante la complessa operazione.
Ma la Sebiba non è soltanto un evento locale: richiama visitatori provenienti da altre zone, e anche da altre nazioni dove sono insediate altre tribù Tuareg, e non solo visitatori.
Abbiamo assistito all’esibizione di un gruppo tuareg proveniente dalla Libia, in una piazza di Djanet. I guerrieri hanno danzato accompagnati dal canto e dai tamburi delle donne. La sera della vigilia della Sebiba, la festa è proseguita in piazza, con danze, musica e una partecipazione molto intensa del pubblico.
Abbiamo seguito la giornata della Sebiba in due momenti, al mattino e nel tardo pomeriggio. Prima della seconda parte abbiamo fotografato la vestizione dei guerrieri.
Poi, nella cerimonia, le due comunità hanno rinnovato attraverso la danza, il canto e la rappresentazione del combattimento il rituale che costituisce uno dei principali momenti di identità collettiva della comunità tuareg di Djanet.
Il Festival della Sebiba nel 2014 è stato proclamato, dall’UNESCO, patrimonio immateriale dell’umanità.
Riconoscimento che va, oltre che al festival, anche alla antica cultura del popolo Tuareg, con le sue lingue di ceppo berbero, che si scrivono con un arcaico alfabeto originale, risalente al primo millennio avanti Cristo.
Dialoghi Mediterranei, n 82, novembre 2026
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Roberto Manfredi, già insegnante di matematica al liceo, fotografa da circa 30 anni anche se solo nell’ultimo lustro ha potuto dedicare più tempo alle sue passioni: i viaggi e la fotografia. Si considera un fotografo dilettante in senso letterale: fotografa esclusivamente per diletto, con grande passione. Il suo sito: www.robertomanfredi.it
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