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Il Paese che la politica non sa leggere

imagesdi Nuccio Zicari 

Ci sono opere cinematografiche che nascono con un intento meramente documentario e finiscono per trasformarsi in lucidi manifesti di filosofia civile e politica sociale. È il caso di “Nel paese sognato”, il docufilm diretto da Marcello Bivona (con la preziosa collaborazione di Davide Polimeni, Ornella Bongioni e Paolo Rausa). Mentre nel dibattito politico italiano l’immigrazione continua a essere ridotta a mera contesa elettorale – polarizzata tra lo scontro ideologico sui decreti sicurezza, la gestione dei flussi e la perenne trattativa parlamentare sullo Ius Scholae e la riforma della cittadinanza – il lavoro di Bivona compie una scelta radicale: abbandona le aule della politica urlata e si cala nella realtà dei territori e della vita quotidiana.

Una riflessione sull’italianità: un Paese da sempre multiculturale

Il valore aggiunto del docufilm risiede nella capacità di insinuare una domanda di fondo che scuote le fondamenta stesse del dibattito sull’identità nazionale: cosa può davvero definirsi “italiano” e cosa no?

L’Italia, per la sua conformazione geografica al centro del Mediterraneo e per la sua complessa storia millenaria, è già nei fatti un Paese multiculturale. Dalle dominazioni arabe e normanne in Sicilia alle influenze greche, spagnole, francesi e austro-ungariche lungo tutta la Penisola, l’identità italiana non è mai stata un blocco monolitico o statico, bensì il risultato di secoli di stratificazioni, scambi e contaminazioni. Le stesse parlate locali, la gastronomia, l’arte e il patrimonio architettonico testimoniano come le culture “altre” abbiano costantemente arricchito e plasmato ciò che oggi chiamiamo cultura e identità italiana.

In questo senso, il film suggerisce che definire l’italianità attraverso criteri escludenti o puramente etnici significa rinnegare la storia stessa del Paese. L’italianità non è un’eredità chiusa da difendere, ma un processo dinamico in continua evoluzione, dove le nuove culture che arrivano oggi non minacciano l’identità nazionale, ma si innestano su di essa proseguendo quella storica tradizione di arricchimento reciproco.

Gli studenti della Scuola d'italiano per stranieri di San Milanese

Gli studenti della Scuola d’italiano per stranieri di San Giuliano Milanese

Dalla periferia al mondo: la geografia dell’accoglienza

La narrazione trova le sue radici territoriali a San Giuliano Milanese, muovendosi tra le strade del quartiere Serenella e l’iconica Piazza Italia. Non si tratta di quinte scenografiche casuali, ma dei luoghi simbolo di una periferia metropolitana in cui le storie di chi arriva da lontano si incrociano quotidianamente con le dinamiche di quartiere della comunità locale. È qui che la piazza e le vie periferiche diventano teatro di incontro, confronto e talvolta di spaesamento, incarnando le sfide e le contraddizioni dell’Italia contemporanea.

In questo contesto si inserisce l’esperienza della Scuola di italiano per stranieri, promossa dall’Associazione Orizzonte e facente parte della rete delle “Scuole senza permesso”. Un’esperienza civile che da oltre quindici anni agisce proprio dove le istituzioni spesso faticano ad arrivare con risposte concrete.

Un laboratorio didattico e sociale

Il docufilm mostra come la scuola non sia mai stata concepita come un semplice luogo di alfabetizzazione formale o d’insegnamento nozionistico della grammatica. Al contrario, l’aula si rivela un vero e proprio Laboratorio didattico e sociale.  In questa definizione risiede la chiave di lettura dell’intero film. Tra quei banchi non si apprende solo una lingua, ma si impara ad abitare uno spazio pubblico, a rivendicare i propri diritti e a comprendere i doveri della convivenza civica. È un luogo dove l’apprendimento linguistico diventa strumento primario di emancipazione e inclusione, dimostrando nei fatti ciò che la politica astratta stenta a teorizzare: la scuola è il primo e più potente dispositivo di cittadinanza attiva.

Gli studenti della Scuola d'italiano per stranieri di San Milanese

Gli studenti della Scuola d’italiano per stranieri di San Milanese

Poetica della relazione: essere porosi ai soffi dell’universo

Ciò che eleva il lavoro di Bivona al di sopra del classico documentario di denuncia è la sua profondità lirica ed etica. Con uno sguardo mai paternalistico né pietistico, il film invita a un atteggiamento di apertura culturale e umana verso l’altro, sintetizzato in una delle riflessioni più intense ed evocative della pellicola: Essere porosi ai soffi dell’universo. Questa immagine della “porosità” rappresenta il manifesto concettuale dell’opera. In un’epoca segnata dalla tentazione di erigere muri, confini e barriere identitarie, l’invito del film è quello di lasciarsi attraversare dalle storie, dalle ferite e dalle speranze di chi arriva da altri continenti. La porosità è la disposizione d’animo necessaria per accogliere l’imprevedibile ricchezza delle culture umane senza paura di smarrire la propria identità, ma anzi arricchendola nel contatto.

È una prospettiva che si contrappone sia alla retorica emergenziale sia al mero assimilazionismo, proponendo una visione in cui la comunità non è un blocco rigido ed escludente, ma una realtà dinamicamente aperta e in continua evoluzione.

821486862_28619876087648154_3469590310681218450_nLa parola come antidoto al pregiudizio

Un ulteriore merito dell’opera è la capacità di restituire la parola e la dignità della narrazione diretta ai protagonisti dei cosiddetti “viaggi della speranza”. Come sottolineato dagli autori durante le presentazioni del progetto: «Un film per sfatare i luoghi comuni e mostrare cosa c’è davvero dietro i cosiddetti viaggi della speranza». A questa volontà di decostruzione dei cliché si affianca la convinzione profonda, condivisa da docenti e studenti, che racchiude l’etica della scuola: «Diversi ma uguali».

Nel film, la parola dei migranti rompe l’invisibilità. Dalla ricerca faticosa dei vocaboli italiani fino ai racconti di vita vissuta, i protagonisti dimostrano che il “paese sognato” non è soltanto una meta geografica o economica, ma l’aspirazione a un luogo dove poter essere finalmente ascoltati, compresi e riconosciuti come persone.

Attraverso una regia attenta, fatta di ascolto, primi piani ed esitazioni autentiche, “Nel paese sognato” offre un contributo prezioso e urgente al dibattito pubblico italiano. Mentre il Parlamento discute su percentuali, requisiti anagrafici e cavilli burocratici per concedere o negare la cittadinanza, il film di Marcello Bivona ci mostra che l’Italia del futuro – e per certi versi del suo stesso passato – esiste già. È una comunità concreta che ogni giorno si ritrova nelle aule di San Giuliano Milanese, passeggia per il quartiere Serenella e si incrocia in Piazza Italia, ricordandoci che l’integrazione è una pratica quotidiana fondata sul rispetto, sulla cultura e su un’idea condivisa di umanità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026

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Nuccio Zicari, fin da principio manifesta la sua poliedricità di interessi associando gli studi medici a quelli artistici. Agli esordi si dedica alle arti figurative, dal disegno alla pittura, ma in seguito il suo incontro con la fotografia fa sì che questa diventi il suo strumento di comunicazione più congeniale. Da autodidatta studia meticolosamente la storia dell’arte e della fotografia, frequenta a Milano corsi presso la Fondazione Internazionale per la Fotografia FORMA, la Nuova Accademia di Belle Arti NABA, l’Accademia di Fotografia JOHN KAVERDASH e la LEICA Akademie. Il suo principale interesse è l’aspetto documentario, antropologico, sociale e umanitario della fotografia, sia nel racconto di storie che nei progetti a lungo termine di interesse collettivo. Nel 2017 e 2018 i suoi lavori HUMANITY WITHOUT BORDERS ed SS-115, frutto di anni di reportage sull’immigrazione nel Mediterraneo, sono inseriti all’interno della “Italian Collection”, piattaforma che celebra ogni anno le più importanti storie fotografiche degli autori italiani. I suoi lavori sono stati esposti in Italia e all’estero e pubblicati su riviste nazionali, internazionali e su testi universitari. Dal 2019 scrive articoli per riviste di approfondimento culturale.

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