Introduzione
Ogni migrazione comincia prima della partenza, quando un luogo ancora sconosciuto viene immaginato come promessa di possibilità. Il Paese verso il quale ci si dirige esiste inizialmente nei racconti, nelle aspettative e nelle speranze: è il luogo nel quale si proiettano desideri di sicurezza, lavoro, libertà e riconoscimento. L’arrivo, tuttavia, non conclude il viaggio. Apre una fase meno visibile, nella quale occorre imparare a leggere un nuovo universo sociale, riconoscerne i codici e costruire una quotidianità che possa essere chiamata propria.
Il film documentario “Nel Paese sognato”, diretto da M. Bivona (2026), offre uno sguardo su questa dimensione attraverso le voci di persone migranti, insegnanti, volontari e abitanti di San Giuliano Milanese. La scuola di italiano, le storie del quartiere Serenella e i racconti delle famiglie costituiscono un osservatorio delle trasformazioni che accompagnano l’esperienza migratoria. Non emerge un’unica storia di integrazione, ma una pluralità di traiettorie nelle quali l’incontro con la lingua, con le istituzioni e con gli altri rende progressivamente abitabile uno spazio inizialmente estraneo.
La domanda che orienta questa analisi qualitativa sociologica è dunque: in che modo l’esperienza migratoria trasforma il Paese immaginato in uno spazio vissuto, e quale ruolo assumono la lingua, le relazioni sociali e il riconoscimento nella costruzione di un nuovo senso di appartenenza? Per rispondere, la riflessione assume la categoria del «non ancora»: la condizione di chi ha lasciato un mondo senza aver ancora acquisito tutte le risorse materiali e simboliche per sentirsi parte di quello nuovo. Non soltanto sospensione, dunque, ma anche apertura a forme inattese di presenza e di appartenenza.
Lo spostamento geografico non coincide con il passaggio sociale. Chi migra incontra una realtà nella quale le conoscenze acquisite altrove non sempre possono essere utilizzate immediatamente: il funzionamento dei servizi, le regole implicite della convivenza, i ritmi del lavoro, le forme del parlare e del chiedere aiuto devono essere compresi attraverso una nuova esperienza di socializzazione. La liminalità descritta da Van Gennep (2012) e Turner (1969) aiuta a interpretare questa soglia, pur senza assimilare meccanicamente la migrazione a un rito di passaggio. Il soggetto è arrivato, ma il riconoscimento della sua presenza non è ancora compiuto.
Sayad (1999) ha mostrato come la migrazione possa produrre una «doppia assenza»: la distanza dal luogo di origine si accompagna alla difficoltà di essere pienamente riconosciuti in quello di destinazione. Il documentario permette però di spostare lo sguardo dalla sola perdita alla capacità di costruire possibilità. Nel pensiero di Bloch (1959) il «non ancora» designa ciò che non è realizzato ma può prendere forma. Letta in questa prospettiva, la vita migrante non è un’attesa immobile: è un insieme di pratiche con cui le persone tentano di trasformare un altrove in un luogo di esistenza.
La paura dell’altro non nasce necessariamente dall’incontro con la differenza, ma può prendere forma proprio nella sua assenza, quando ciò che non conosciamo viene interpretato attraverso rappresentazioni, pregiudizi e categorie che precedono l’esperienza diretta. L’estraneità diventa allora una condizione attribuita all’altro prima ancora che una relazione effettivamente vissuta.
È in questa prospettiva che le esperienze raccontate in “Nel Paese sognato” assumono un significato che supera la dimensione educativa e territoriale. Le scuole di italiano, gli incontri tra insegnanti e studenti, le relazioni di vicinato e le iniziative culturali non rappresentano soltanto occasioni di apprendimento o socializzazione, ma spazi nei quali la distanza simbolica può essere progressivamente ridotta attraverso la familiarità delle relazioni quotidiane.
La conoscenza dell’altro, tuttavia, non deve essere interpretata come un processo automaticamente capace di eliminare ogni forma di diffidenza o conflitto. Le disuguaglianze sociali, le condizioni materiali e i rapporti di potere continuano a influenzare le possibilità di incontro e riconoscimento. Non è sufficiente condividere uno stesso territorio per costruire un senso di appartenenza comune. Occorre che quella prossimità si traduca in occasioni effettive di relazione, ascolto e partecipazione.
Il documentario restituisce questa trasformazione attraverso le parole e le esperienze dei suoi protagonisti. La persona che inizialmente non riesce a comunicare, e descrive la propria condizione come quella di chi si trova «dentro a una gabbia con le ali tarpate», può progressivamente acquisire la possibilità di raccontarsi e di essere ascoltata. Chi si definisce culturalmente ibrido mostra come l’appartenenza possa svilupparsi attraverso una pluralità di riferimenti. Chi ricorda che l’Italia è storicamente attraversata da incontri e contaminazioni culturali mette in discussione l’idea che la differenza rappresenti necessariamente un elemento estraneo all’identità nazionale.
Queste testimonianze convergono verso una considerazione fondamentale: l’incontro con l’altro non modifica soltanto la condizione di chi arriva, ma può trasformare anche lo sguardo di chi accoglie. La relazione interculturale non è un processo unidirezionale, nel quale una persona deve semplicemente adattarsi a un contesto preesistente, ma un’esperienza nella quale possono essere ridefiniti significati, appartenenze e rappresentazioni collettive.
La categoria del “non ancora”, che attraversa questa riflessione, acquista così una dimensione ulteriore. Non riguarda esclusivamente la condizione del migrante, sospeso tra il mondo che ha lasciato e quello nel quale cerca di costruire la propria esistenza. Riguarda anche la società che lo incontra, una società che non ha ancora esaurito le proprie possibilità di trasformazione e che può continuare a ridefinire il significato del proprio noi.
Abitare il “non ancora” significa allora riconoscere che l’appartenenza non è una condizione definitivamente acquisita, ma un processo continuamente negoziato attraverso le relazioni. Significa comprendere che il confine tra familiarità ed estraneità non coincide necessariamente con quello geografico o nazionale, ma viene prodotto e riprodotto nelle pratiche sociali, nelle rappresentazioni e nelle possibilità concrete di riconoscimento.
La lingua: una gabbia invisibile e una possibilità di libertà
«È come ritrovarsi dentro a una gabbia con le ali tarpate perché non sai comunicare con nessuno».
La metafora della gabbia è una delle immagini più potenti delle testimonianze. Non si riferisce a una costrizione materiale, ma all’impossibilità di esprimere ciò che si pensa e ciò che si è. Le «ali tarpate» evocano capacità e aspirazioni che esistono, ma non riescono a trovare spazio in un ambiente regolato da codici linguistici sconosciuti. La presenza nel territorio non coincide, dunque, con la libertà di prendervi parte. Si può essere fisicamente arrivati e restare, sul piano delle relazioni, sulla soglia.
La lingua, come ricorda Bourdieu (1982), è anche una risorsa sociale il cui valore dipende dai rapporti di potere e dai contesti in cui viene riconosciuta. Chi non padroneggia l’italiano può incontrare ostacoli nel cercare lavoro, stipulare un contratto, accedere ai servizi, spiegare un bisogno o difendere un diritto. La difficoltà linguistica non misura il valore di una persona: segnala piuttosto la distanza tra le sue competenze e gli strumenti richiesti per renderle riconoscibili nella società di arrivo.
«Un italiano del quotidiano, del vivere, del comprare, dell’essere abbastanza autonomi, ma non del partecipare alla vita altrui oppure raccontare la propria vita».
La distinzione proposta da un’insegnante è decisiva. Un conto è imparare a comprare, chiedere indicazioni o svolgere una pratica; altro è poter raccontare la propria biografia, discutere, prendere parola e partecipare alle relazioni altrui. La lingua non è soltanto un dispositivo di sopravvivenza, ma una condizione della presenza pubblica. Per questo una scuola che insegna l’italiano non trasmette soltanto grammatica: contribuisce a rendere possibile una voce.
Nelle lezioni filmate, gli esercizi sui suoni della lingua, le formule di saluto formali e informali e persino il lessico del cibo convivono con domande ben più ampie: come si cerca una casa? A chi ci si rivolge in caso di malattia? Che cosa significa pronto soccorso o guardia medica? Il racconto di persone che non conoscono queste espressioni rende visibile la natura appresa di ciò che i residenti considerano ovvio. Anche distinguere l’abbigliamento invernale da quello estivo, in un nuovo clima, può diventare una competenza da acquisire. L’insegnamento linguistico è così anche orientamento sociale.
«Noi ci definiamo un laboratorio didattico e sociale».
Questa definizione sintetizza la specificità delle scuole raccontate. Le testimonianze descrivono classi che accolgono persone con percorsi scolastici molto diversi, da chi non ha avuto accesso all’alfabetizzazione a chi possiede un titolo universitario; corsi organizzati in orari differenti per rispondere alle esigenze di lavoratori e madri; insegnanti volontari che incontrano studenti affaticati da turni, spostamenti e responsabilità familiari. In una lezione serale, arrivare senza aver cenato non è un dettaglio marginale: ricorda che il diritto di apprendere si misura anche sulle condizioni concrete della vita.
La Rete delle Scuole Senza Permesso emerge dalle voci del film come un’esperienza che pone al centro il diritto alla lingua, indipendentemente dalla condizione amministrativa. L’accoglienza non viene subordinata a un’etichetta, ma al riconoscimento della persona. Honneth (1992) aiuta a cogliere la dimensione morale di questa relazione: essere riconosciuti non significa soltanto essere tollerati, ma poter partecipare a un contesto nel quale la propria dignità e la propria capacità di agire non sono continuamente messe in discussione.
«Penso anche con qualcuno di essere diventato [...] più amico che insegnante. Ci vogliamo bene».
La testimonianza di un volontario mostra come la relazione educativa possa trasformarsi in fiducia. La reciprocità non annulla le asimmetrie tra chi conosce il contesto e chi deve ancora orientarsi, ma può renderle meno rigide. Anche gli insegnanti apprendono: scoprono abitudini differenti, mettono in discussione ciò che consideravano naturale, comprendono quanto l’incontro modifichi entrambe le parti. Il documentario restituisce così un’idea di integrazione non come adattamento unilaterale, ma come relazione che trasforma chi arriva e chi accoglie.
L’apprendimento attraversa anche la famiglia. Alcune donne studiano per trovare un lavoro, altre per «capire i figli», che spesso imparano l’italiano più rapidamente grazie alla scuola. Quando i bambini traducono parole, spiegano situazioni e aiutano i genitori, i ruoli intergenerazionali si ridefiniscono. L’italiano appreso dalle madri non è allora soltanto una competenza utile nello spazio pubblico: è una possibilità di continuare a condividere il mondo dei figli e di non lasciare che la distanza linguistica diventi distanza affettiva.
«E in questo modo capisci quanta fortuna hai ad essere nato in Italia».
Queste parole introducono una riflessione sulle opportunità che dipendono dal luogo di nascita. Conoscere da sempre la lingua, comprendere le istituzioni e possedere familiarità con i servizi sono risorse spesso invisibili a chi le ha acquisite senza doverle cercare. L’esperienza di chi arriva dall’esterno rende percepibile il carattere socialmente costruito di tali vantaggi. Non si tratta di idealizzare l’Italia o di contrapporre schematicamente Paesi fortunati e sfortunati, ma di riconoscere che cittadinanza, condizioni economiche e contesto di socializzazione incidono sulle possibilità di scegliere e di agire.
L’espressione richiama anche una responsabilità dello sguardo. Le fatiche di chi studia dopo una giornata di lavoro, di chi non comprende una comunicazione sanitaria o di chi dipende da altri per una pratica amministrativa non sono semplici difficoltà individuali. Rendono visibili disuguaglianze che l’abitudine tende a nascondere. La conoscenza reciproca può contribuire a ridurre la distanza, ma non sostituisce la necessità di istituzioni accessibili e di opportunità materiali effettive.
«Culturalmente sono un ibrido [...] ho visto molto di più in Italia, però non ho perso le mie radici che avevo in Senegal».
La parola «ibrido» non designa necessariamente una condizione incompleta. Descrive la possibilità che più storie convivano nella stessa biografia. Il protagonista riconosce la forza della propria origine senegalese e, contemporaneamente, il peso formativo degli anni vissuti in Italia. La prospettiva di Hall (1990) permette di comprendere l’identità come un processo, non come un’essenza immobile: apparteniamo anche ai luoghi, alle relazioni e alle esperienze che ci hanno trasformato.
Questa pluralità non è priva di tensioni. Essere percepiti come «troppo italiani» da chi richiama l’origine e continuare a essere considerati stranieri nella società di arrivo può produrre una sensazione di collocazione incerta. Ma la necessità di scegliere una sola appartenenza deriva spesso dalle categorie attraverso cui gli altri classificano il soggetto, più che dall’esperienza effettiva di quest’ultimo. Il «non ancora» può dunque essere letto non soltanto come attesa di un’identità definitiva, ma come possibilità di abitare una posizione plurale.
«Non è che noi abbiamo fatto diventare l’Italia multiculturale».
In una delle testimonianze più articolate, un intervistato mette in discussione l’idea che la multiculturalità sia stata introdotta soltanto dalle migrazioni contemporanee. Richiama l’Africa romana e Sant’Agostino, le presenze arabe e normanne, le parole di origine straniera entrate nell’italiano e la lunga sedimentazione di incontri che ha contribuito a formare la cultura della penisola. Il suo discorso è importante non perché offra una ricostruzione storiografica sistematica, ma perché mostra come un protagonista della migrazione utilizzi la memoria storica per intervenire nel dibattito pubblico sull’identità nazionale.
«Quando si parla italiano mettiamo tantissime parole arabe».
La lingua torna qui con un significato diverso. Se nelle prime testimonianze essa è un ostacolo da superare, ora diventa la prova quotidiana di una storia di scambi. Le parole circolano, si trasformano, si incorporano negli usi comuni; ciò che viene percepito come «nostro» porta spesso tracce di incontri precedenti. L’argomento invita a considerare le culture non come blocchi chiusi, ma come formazioni storiche che mutano attraverso contatti, conflitti e rielaborazioni.
«La storia è ancora molto più lunga, lasceremo anche noi delle tracce».
È forse questa la frase che restituisce meglio la dimensione temporale della testimonianza. Chi arriva oggi non si colloca fuori dalla storia del Paese: entra in una storia che continua. Attraverso il lavoro, le famiglie, il commercio, le parole e le pratiche sociali, le persone migranti partecipano alle trasformazioni del territorio. L’intervistato parla della capacità della penisola di «metabolizzare» e «rimescolare» influenze differenti: una metafora che descrive l’identità nazionale come esito di processi, non come patrimonio intatto da custodire fuori dal tempo.
La conclusione dell’intervistato, secondo cui le rappresentazioni che negano questa storia sarebbero «propaganda», va letta come una posizione espressa, non come un giudizio storico automaticamente dimostrato e mette anzi in evidenza come la memoria storica diventi una risorsa nella negoziazione del riconoscimento.
Il documentario ricostruisce un territorio trasformato da più stagioni migratorie. Prima gli spostamenti interni dal Mezzogiorno, poi gli arrivi da Paesi diversi, hanno modificato le strade, le attività commerciali, le reti di vicinato e le forme di socialità. Il quartiere Serenella emerge come un luogo nel quale le memorie delle famiglie meridionali e quelle delle migrazioni internazionali possono essere raccontate all’interno di una storia comune. Il progetto di raccolta delle memorie degli abitanti, evocato nelle interviste, rende visibile questa stratificazione: il quartiere non ha una sola origine, ma molte storie che lo hanno reso riconoscibile.
Lefebvre (1974) ha mostrato che lo spazio non è un semplice contenitore, ma viene prodotto dalle pratiche sociali. La libreria in cui una madre poteva lasciare per poco tempo il figlio, i negozi gestiti da persone di diverse provenienze, le attività del comitato di quartiere e la scuola di italiano non sono soltanto luoghi funzionali. Sono punti nei quali si depositano fiducia, abitudini e memoria. La possibilità di sentirsi parte di un territorio nasce anche da questa trama minuta di riconoscimenti.
«Io abito qua a San Giuliano, lavoro qua a San Giuliano, mia moglie lavora qua a San Giuliano, mia figlia studia qua. Tutto è San Giuliano».
Nelle parole di un protagonista nigeriano, la ripetizione del nome della città assume la forza di una dichiarazione di radicamento. Lavoro, famiglia e scuola della figlia si concentrano nello stesso spazio; il territorio non è più soltanto la destinazione del viaggio, ma il luogo nel quale si organizza il presente. Alla domanda su un possibile ritorno nel Paese d’origine, la risposta non è un rifiuto definitivo: «Sì, certo, però non adesso». Il futuro resta aperto, ma l’appartenenza presente è già concreta.
«E me qua, il mio paese».
Il Paese non coincide soltanto con quello della nascita: può diventare quello nel quale si lavora, si cresce una famiglia, si costruiscono relazioni e si immagina il domani. Non è necessario cancellare l’origine per riconoscere un nuovo luogo come proprio. È nel passaggio dall’altrove immaginato allo spazio praticato ogni giorno che l’appartenenza prende forma.
Ogni migrazione porta con sé una tensione tra ciò che si lascia, ciò che si immagina e ciò che si incontra. Il “Paese sognato” prende forma prima della partenza, attraverso aspettative, desideri e rappresentazioni di un altrove nel quale costruire nuove possibilità di vita. È tuttavia nell’esperienza quotidiana che quel Paese acquista consistenza, trasformandosi progressivamente da destinazione immaginata a spazio vissuto. Questo passaggio non coincide semplicemente con l’arrivo, ma si realizza attraverso la conoscenza della lingua, il lavoro, le relazioni, gli affetti e la possibilità di riconoscersi nella vita sociale di un territorio.
Le testimonianze raccolte in “Nel Paese sognato” restituiscono la complessità di questo processo, mostrando come l’esperienza migratoria coinvolga confini che non sono soltanto geografici, ma anche linguistici, culturali e simbolici. La metafora della «gabbia con le ali tarpate» esprime efficacemente la distanza tra la presenza fisica in un luogo e la possibilità di partecipare pienamente alla sua vita sociale. Non conoscere la lingua significa talvolta non poter comunicare bisogni, raccontare esperienze o esercitare la propria autonomia. Eppure, quella stessa immagine suggerisce che le capacità individuali non vengono cancellate dalla difficoltà di esprimerle: le ali esistono, anche quando le condizioni non permettono ancora di dispiegarle.
L’apprendimento linguistico assume, pertanto, un significato che supera la semplice acquisizione di competenze comunicative. Imparare una lingua significa poter prendere parola, diventare interlocutori e sottrarsi alla condizione di essere raccontati esclusivamente attraverso lo sguardo degli altri. La possibilità di esprimersi, tuttavia, non garantisce da sola il riconoscimento. Occorrono condizioni materiali, luoghi accessibili e relazioni capaci di trasformare la vicinanza in partecipazione.
Le scuole, le associazioni e le reti di solidarietà raccontate nel documentario mostrano come l’inclusione si costruisca anche attraverso pratiche apparentemente ordinarie. Una lezione, una conversazione, un gesto di disponibilità possono diventare occasioni di conoscenza reciproca, nelle quali non cambia soltanto chi apprende, ma anche chi insegna, ascolta e condivide l’esperienza dell’incontro. Allo stesso tempo, le difficoltà affrontate da chi frequenta la scuola dopo lunghe giornate lavorative ricordano che l’iniziativa individuale non può sostituire la responsabilità collettiva di garantire opportunità effettive di partecipazione.
L’esperienza migratoria invita inoltre a interrogare ciò che viene abitualmente considerato naturale. La familiarità con una lingua, con le istituzioni e con le regole della vita quotidiana rappresenta un insieme di risorse spesso acquisite attraverso la nascita e la socializzazione. Il confronto con chi deve apprendere tali conoscenze in età adulta rende visibili disuguaglianze che precedono le scelte individuali e che continuano a influenzare le possibilità di costruire una vita autonoma.
Accanto a queste difficoltà, il documentario restituisce la ricchezza di identità che non possono essere ricondotte a un’unica appartenenza. Le esperienze di chi mantiene un legame con il Paese d’origine e, contemporaneamente, riconosce nel territorio di destinazione una parte fondamentale della propria esistenza testimoniano come l’identità possa trasformarsi senza necessariamente cancellare le proprie radici. La pluralità culturale non rappresenta, di per sé, una condizione incompleta, ma può esprimere la capacità di costruire continuità tra esperienze differenti.
Anche i territori custodiscono questa pluralità. La memoria delle migrazioni interne e internazionali mostra come l’identità di una comunità sia il risultato di successive trasformazioni, nelle quali ogni generazione contribuisce a ridefinire il significato dei luoghi. Il quartiere, la scuola, le attività commerciali e gli spazi di incontro diventano parte di una geografia sociale e affettiva nella quale le biografie individuali si intrecciano con la memoria collettiva. Il territorio non è soltanto ciò che accoglie le persone, ma anche ciò che viene continuamente trasformato dalla loro presenza.
È in questa prospettiva che la categoria del «non ancora» acquista un significato particolare. Essa non deve essere interpretata esclusivamente come una condizione di attesa o di incompiutezza, quasi che la vita di chi migra rimanesse sospesa fino al raggiungimento di una piena integrazione. Il «non ancora» può essere l’adesso, l’oggi e il futuro, perché l’appartenenza non si costruisce soltanto nella prospettiva di ciò che verrà, ma prende forma nelle esperienze già vissute, nelle relazioni che si consolidano e nelle possibilità che il presente rende concrete.
Il «non ancora» diventa così un tempo abitato, nel quale la vita non attende di cominciare, ma si sviluppa attraverso pratiche e significati che trasformano progressivamente il rapporto con il territorio. Chi arriva non è soltanto qualcuno che aspira a diventare parte di una società: attraverso il lavoro, le relazioni e la partecipazione quotidiana contribuisce già alla sua costruzione. Allo stesso modo, nessuna comunità può considerarsi definitivamente compiuta, perché la propria identità continua a essere rielaborata attraverso le esperienze delle persone che la abitano.
Una delle testimonianze del documentario offre, a questo proposito, una riflessione particolarmente significativa: «Quando non conosci una persona o qualunque altra cosa, è molto più facile che tu ne abbia paura». La frase richiama il rapporto tra conoscenza e alterità, ribadendo come la paura possa svilupparsi proprio laddove manca l’esperienza dell’incontro. Ciò che rimane sconosciuto viene più facilmente interpretato attraverso stereotipi e rappresentazioni che precedono la relazione. La distanza, tuttavia, non è necessariamente geografica: si possono condividere gli stessi luoghi senza conoscersi, così come si può vivere accanto all’altro continuando a percepirlo come estraneo.
La conoscenza reciproca non elimina automaticamente diffidenze, conflitti o disuguaglianze, ma può modificare le rappresentazioni attraverso le quali interpretiamo le differenze. Conoscere significa riconoscere nell’altro una persona con una storia, una voce e una propria esperienza del mondo. Significa anche accettare che l’incontro possa interrogare le nostre certezze, rendendo visibili i limiti delle categorie attraverso le quali definiamo ciò che consideriamo familiare.
È proprio qui che il significato del «noi» può essere ripensato. Una comunità non si costruisce necessariamente attraverso l’omogeneità delle origini, ma può riconoscersi nella condivisione di luoghi, responsabilità e prospettive. La reciprocità diventa allora essenziale: non basta chiedere a chi arriva di conoscere la società nella quale vive, occorre anche interrogarsi sulla disponibilità di quella società a conoscere chi la abita e a riconoscerne il contributo.
Il passaggio dal Paese sognato al Paese vissuto assume, pertanto, una dimensione profondamente relazionale. Il Paese non è più soltanto quello dal quale si proviene o quello verso il quale si è partiti, ma anche quello nel quale si costruiscono legami, si condividono esperienze e si immagina il futuro. L’appartenenza non coincide necessariamente con la cancellazione delle differenze, ma con la possibilità di riconoscersi all’interno di una storia comune.
Il cambiamento, inoltre, non riguarda esclusivamente chi migra. Anche il territorio si trasforma attraverso le nuove presenze, incorporando esperienze e significati che contribuiscono alla sua identità. Tramandare la storia di una comunità non significa soltanto conservarne il passato, ma riconoscere le trasformazioni attraverso le quali essa continua a esistere.
Abitare il «non ancora» significa allora riconoscere che l’appartenenza non è una destinazione definitiva, ma un’esperienza che si costruisce nel presente e rimane aperta al futuro. È l’adesso nel quale una persona trova la propria voce, l’oggi nel quale la differenza diventa occasione di conoscenza e il domani che prende forma attraverso le relazioni già esistenti.
Forse il confine più difficile da attraversare non è quello che separa un Paese dall’altro, ma quello simbolico che distingue ciò che consideriamo nostro da ciò che continuiamo a percepire come estraneo. Attraversarlo non significa rinunciare alla propria identità, ma comprendere che essa può arricchirsi attraverso l’incontro e il riconoscimento reciproco.
Il “Paese sognato” diventa realmente “Paese vissuto” quando chi arriva può riconoscersi nei luoghi che abita e chi già li abita riconosce quella presenza come parte della propria storia. In questo passaggio, la migrazione smette di essere soltanto un’esperienza individuale di spostamento e rivela la propria dimensione collettiva: la capacità di trasformare le relazioni, la memoria e il significato stesso dell’appartenenza.
Il «non ancora» non è, dunque, soltanto ciò che attendiamo. È ciò che stiamo già vivendo e costruendo insieme: un presente nel quale l’incontro può diventare conoscenza, la conoscenza può generare riconoscimento e il riconoscimento può trasformare uno spazio condiviso in un luogo al quale appartenere.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Nota sulle fonti dell’autrice: le testimonianze sono riportate sulla base delle trascrizioni con l’audio originale Il testo è un’analisi sociologica qualitativa delle voci del documentario, non un’indagine campionaria rappresentativa.
Riferimenti bibliografici
Bloch, E. (1959). Das Prinzip Hoffnung. Suhrkamp.
Bourdieu, P. (1982). Ce que parler veut dire: L’économie des échanges linguistiques. Fayard.
Hall, S. (1990). Cultural identity and diaspora. In J. Rutherford (a cura di), Identity: Community, Culture, Difference: 222–237. Lawrence & Wishart.
Honneth, A. (1992). Kampf um Anerkennung: Zur moralischen Grammatik sozialer Konflikte. Suhrkamp.
Lefebvre, H. (1974). La production de l’espace. Anthropos.
Sayad, A. (1999). La double absence: Des illusions de l’émigré aux souffrances de l’immigré. Seuil.
Simmel, G. (1998). Excursus sullo straniero. In G. Simmel, Sociologia (a cura di A. Cavalli; trad. it. dell’ed. orig. 1908). Edizioni di Comunità, Torino: 580–585.
Turner, V. (1969). The Ritual Process: Structure and Anti-Structure. Aldine.
Van Gennep, A. (2012). I riti di passaggio (M. L. Remotti, Trad.). Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1909).
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Rossana M. Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.
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