di Anna Fici
Sotto la pelle delle narrazioni dominanti, vive, ignorato dai più, il Paese sognato che Marcello Bivona, bibliotecario e film-maker di San Giuliano Milanese, ha portato alla luce. Sotto la narrazione dell’invasione dei migranti irregolari, pronti a tutto, crimine compreso, c’è una realtà di quotidiana, faticosa ricerca di inserimento sociale da una parte e di serena, attiva accoglienza dall’altra [1]. C’è un sogno fattosi realtà.
Nel Paese sognato ce lo mostra. Si tratta di un docufilm che raccoglie le storie di vita delle tante persone che lavorano nelle scuole di lingua italiana per stranieri che, pur senza permesso, operano nel contesto del milanese e dei migranti che ne fruiscono.
L’approccio del regista – cittadino di San Giuliano Milanese ma nato a Tunisi dove la sua famiglia ha vissuto, emigrante, per quattro generazioni fino alla dichiarazione di indipendenza della Tunisia – sembra entrare nelle loro vite in punta di piedi, dando spazio alle parole e facendo svanire ogni traccia del linguaggio cinematografico. Bivona usa infatti la videocamera e tutto il corredo tecnico che caratterizza ogni lavoro di ripresa, con estrema semplicità e discrezione, rendendocelo invisibile. Riesce così a portare lo spettatore dentro l’esperienza di un dialogo diretto con coloro che raccontano, come fosse seduto lì davanti a loro e fosse stato lui stesso a porre le domande, giocando con le matite sul banco mentre i protagonisti gli aprono il cuore.
Questo lavoro ha la straordinaria capacità di farci sentire non spettatori, pubblico, ma vicini di casa, colleghi, amici dei timidi, titubanti, volenterosi, spaesati “scolari” delle trentotto scuole che l’Associazione di Promozione Sociale Orizzonte gestisce con grande impegno.
I bisogni, i problemi, le aspettative, le paure, le speranze e le disillusioni vengono non rappresentate ma dette, semplicemente, come si dicono le cose agli altri, a coloro che la vita ci fa incontrare.
Bivona non cede mai, non viene meno al suo semplice rigore, non viene tentato da alcuna spettacolarizzazione, non entra mai in campo e, sparendo, mette il lungometraggio in un naturale “andante”, rendendo la sua regia perfetta per questo genere di film.
Nulla è drammatizzato anche se tutti i migranti che hanno preso parte alle riprese hanno alle spalle esperienze terribili. Ciò che, anzi, i loro racconti mettono in risalto è il senso di comunanza, la solidarietà data e ricevuta, il desiderio di avere accesso a una vita normale, fatta di casa, lavoro, affetti, dignità, a partire dalle cose più semplici.
Un uomo di origine senegalese che ha vissuto in Italia per circa quarant’anni, quindi più qui che nel suo Paese natio, parla dei primi anni da migrante, di come l’incapacità di comunicare lo abbia fatto sentire in gabbia, e di come poi, col tempo, abbia deciso di mettersi al servizio di tutti coloro che non sanno le cose più semplici, come: che cosa è un medico curante, dove andare per i documenti, come valutare i prezzi dei cibi espressi in euro.
La lingua non è solo struttura grammaticale e sintattica: struttura il pensiero e, ogni volta che ne apprendiamo una, rimodelliamo la nostra mente. La lingua italiana, in questo contesto, è vista come una mediazione necessaria alla piena integrazione.
Certo, il grande pubblico, è disabituato all’attenzione prolungata, si annoia facilmente di fronte ad un film che, come si direbbe per il teatro, abbatte la quarta parete (in questo caso straccia lo schermo), e ci fa entrare per davvero nelle vite degli altri, così come semplicemente sono.
Se in teatro già negli anni Sessanta in molti, da Brecht a Grotowsky ,da Ronconi al Living Theatre e a Boal, hanno fatto ricorso all’abbattimento della quarta parete come provocazione atta a favorire l’immersione nella scena, facendo di questo un tratto riconoscibile del teatro militante che poi ha fatto scuola, i cineasti che hanno scarnificato deliberatamente il proprio linguaggio si contano sulle dita di una mano: si pensi ai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne con il loro Rosetta (1999) o alla filmografia di Ken Loach, in particolare a Sorry We Missed You (2019) capace di farci entrare nella dura vita dei corrieri su cui si regge il commercio on line. Entrambi gli esempi citati tendono all’approccio documentaristico che però diventa linguaggio e, dunque, stile, tanto da renderli riconoscibili. Bivona, al contrario, sparisce davvero. Il vetro della sua videocamera è così pulito da farci cadere dentro la realtà delle scuole, delle strade di San Giuliano e San Donato. Ma sappiamo e vogliamo starci?
La sovrabbondanza di informazioni e di stimoli ha probabilmente ridotto a zero la nostra disponibilità a pensare in merito a una realtà piena di differenze; differenze che la rendono tanto ricca quanto complessa. Ci è faticoso oggi restare concentrati su una storia che ci è proposta senza lasciarci la possibilità dell’appiglio a stereotipi e senza spingere sul pedale del dramma, per darci quelle emozioni forti che oramai dopano sistematicamente le nostre menti. Qui non ci sono buoni e cattivi per cui parteggiare, non c’è istigazione alla tifoseria: ci viene solo mostrata una possibilità di vita di cui nessuno parla.
Affinché si possa immaginare la solidarietà occorre che qualcosa o qualcuno ce ne mostri la concreta possibilità. Ma di questo oggi i media non parlano o, se lo fanno, lo fanno attraverso pietismo e sensazionalismo.
Il grande pubblico è stato infettato dal dubbio cronico, specie su argomenti politicamente caldi come “migrazioni e migranti”, è stato infettato e indebolito dalla parola “narrazioni” che ha oramai sostituito “realtà”. Alcuni potrebbero essere tentati di semplificare e, data la coincidenza temporale, pensare che questo film avalli la retorica meloniana che tanto ha insistito, di recente, sul bisogno che l’integrazione passi per l’apprendimento della lingua, fino a prevedere sanzioni di varia entità per gli extracomunitari che vi si sottraggono. Altri potrebbero leggere questo film in termini specularmente opposti. Ma quello che la regia tenta di fare è sintonizzarsi con una visione pura, non inquinata dai pregiudizi instillati dai talk show. E ci richiede la stessa purezza di sguardo.
Bivona ci sussurra all’orecchio, con la delicatezza di un fantasma amico: “Guarda. Questo esiste. Le scuole e le persone coinvolte hanno un indirizzo vero, sono veramente qui, con queste facce e questi pensieri. Si può vivere così!”
Bivona incarna il fantasma di quel modo di pensare la modernità in termini coevolutivi, che vede i “fatti” come il punto di partenza per ogni analisi ed ogni azione.
Da quando J. F. Lyotard ci ha messo sotto il naso la necessaria fine delle Grandi Narrazioni, qualcuno ha equivocato. La postmodernità è stata strumentalizzata, è stata usata come un cavallo di Troia per scardinare le nostre menti e il loro senso della realtà.
Dalla nascita fino alla morte, i contemporanei costruiscono il loro senso della realtà vivendo percentualmente più esperienza mediata che immediata. I bilanci si sono invertiti, rispetto ai secoli passati. E quanto alla qualità delle mediazioni correnti… Questo ha prodotto una specie antropologicamente, cognitivamente e socialmente differente, una specie in cui il bias è strutturale, incarnato, non più eccezionale, non più errore sporadico.
Bivona rappresenta la strada da imboccare per tornare non alla “verità” che è un concetto ambiguo e gigantesco per un articolo come questo ma a guardare direttamente, ad annusare il sudore dell’altro, che è disagio e fatica, a toccare la pelle secca di sole e di sale e a credere nel valore delle proprie sensazioni empiriche. Non sarà la verità ma una realtà che esiste, che ha diritto di esistere e di esistere a condizioni migliori.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Secondo il trentunesimo Rapporto sulla migrazione dell’ISMU del 2025, la presenza di stranieri irregolari nel nostro Paese è in costante calo mentre crescono i regolari.
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Anna Fici, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi per i Corsi di Laurea di Scienze della Comunicazione presso l’Università di Palermo, ha coltivato parallelamente alla carriera accademica la pratica fotografica, che l’ha portata a vincere nel 2002 l’Internazionale di Fotografia di Solighetto (Tv), con il lavoro «Facce di Ballarò». A partire da quell’anno ha ricevuto numerosi riconoscimenti e ha svolto diverse mostre personali, prevalentemente nell’ambito dei Festival della Fotografia italiani. Oggi coordina dei laboratori di Fotogiornalismo per i corsi di Scienze della Comunicazione. È inoltre Direttore artistico di Collettivof – http://collettivof.com – un collettivo di fotografi di recente costituzione. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Nella giostra della Social Photography, Mondadori (2018); La linea spezzata. Una ricostruzione critica dell’attuale deficit di coerenza, Libreriauniversitaria.it Editrice (2021).
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