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Il mio cinema

whatsapp-image-2026-10-23-at-08-24-28di Marcello Bivona

Finita la scuola di cinema della Regione Lombardia, mi capitò l’occasione di fare l’assistente alla regia su «Piso Pisello», un film di Peter Del Monte, grande autore scomparso di recente. Fu un’avventura entusiasmante che mi dette la possibilità di capire sul campo il funzionamento della macchina cinema.

Per almeno un decennio sognai il mio primo film che girai nel 1991 «Clandestini nella Città», uno dei primi film italiani che parlavano di emigrazione. Era la storia di Alì, un ragazzo tunisino che, vagando sperduto per Milano, incontra Lallo un giovane che lavora in uno sfasciacarrozze e assieme incontrano Rosa, una ragazza innamorata dei fiori che vende con scarso successo. Voleva essere un incontro di anime pure, incontaminate, fuori dal tempo, sospese tra realtà e utopia accomunate dal fatto di essere clandestini a prescindere dalle frontiere geografiche, religiose e culturali. Il film a Milano aveva aperto il secondo festival del Cinema Africano. Il giorno dopo in conferenza stampa, Lino Micciché, importante critico cinematografico, rilevando difetti e limiti dell’opera prima aggiunse che Clandestini nella Città era uno dei film più etici che avesse visto negli ultimi anni.

whatsapp-image-2026-10-23-at-08-24-27Finito il film mi accorsi che molte sequenze erano realizzate con tecniche tipiche del documentario: immagini «rubate», scene di vita reale, attori che interagivano con non attori e gente presa «dalla strada». Capivo che quella era la cifra del mio modo di raccontare. Quando nel 1995 intrapresi la realizzazione di «Ritorno a Tunisi», dove racconto in modo lirico il mio ritorno al paese delle origini, questa cosa mi fu chiara fin da subito. «Ritorno a Tunisi» non poteva essere fatto con attori. Mia madre non poteva essere che mia madre, così gli altri famigliari ed amici che compaiono nel film. La voce narrante non poteva essere che la mia voce per raccontare le emozioni del ritorno.

Cominciai ad appassionarmi al documentario, genere ritenuto minore col quale ci si fa le ossa prima di approdare al cinema di finzione, considerato il cinema per eccellenza. È tipica la domanda di chi dopo aver visto un tuo documentario ti chiede «quando pensi di fare un film?». Percorrevo la strada inversa: ero partito dal cinema di finzione per scivolare naturalmente nella mia collocazione naturale. Cos’è il documentario? Per me, principalmente, è attingere dalla realtà utilizzando attori inconsapevoli, che rappresentano se stessi per dare a me autore la possibilità di raccontare una storia.

246412301_1862831907222331_8675291867092440020_n-731x1024Questo metodo di lavoro richiede persone che abbiano cose da raccontare per carpire brani della loro umanità nel modo più indolore possibile. Si deve stabilire un rapporto di grande empatia con chi ci sta davanti. Non serve molto: uno sguardo, una frase, un atteggiamento, per stabilire subito un rapporto di fiducia. La persona che si racconta merita rispetto, deve sentirsi importante. Va guardata negli occhi, il nostro sguardo deve incrociarsi a «filo macchina» perché come nel film di finzione «guardare in macchina» svela l’artificio. La cinecamera fa violenza, ti consente di entrare e indagare e va usata con molta discrezione fino a farla sparire se possibile. Deve essere chiaro che la macchina da presa è un mezzo, il film è nella mente, negli occhi e nel cuore di chi lo fa.

il_posto_degli_ulivi_2026Anni fa un amico pittore mi parlava del piacere che provava la gente quando lo osservava dipingere una tela o un murale. Ecco, penso che il piacere sia dovuto al fatto che in quel caso sono le persone che entrano nel tuo lavoro mentre quando filmi sei tu che entri dentro alle persone violandone l’intimità. Le reazioni della gente alle immagini «rubate» possono essere anche violente e scatenano discussioni a non finire. A tale proposito un episodio significativo mi è capitato l’inverno scorso mentre realizzavo «Nel Paese Sognato»: lo scrittore Pap Khouma nel corso della sua intervista parla delle abitudini dei migranti che in pieno inverno escono in ciabatte senza calze. Quindi ero alla ricerca di immagini da «rubare» di qualcuno che rispondesse a tali requisiti. Ero con un amico e al bancone del bar dove ci trovavamo sopraggiunse un ragazzo egiziano con giubbotto pesante e piedi nudi. Fuori era parecchio freddo, lui perfetto per «coprire» le parole di Pap Khouma. Non avevo la camera con me e con discrezione commentavo con l’amico il mio interesse per i suoi piedi nudi. Il ragazzo se ne accorse e pensando che lo stessi criticando, per poco non finì in lite «hai qualcosa da dire su come sono vestito?!» mi disse. Nei suoi occhi c’era odio, risentimento, rabbia per una condizione difficile da sopportare. Come spiegargli il mio rispetto per la storia che stava dentro quella giubba male abbottonata e quei piedi ghiacciati nelle ciabatte consumate?

whatsapp-image-2026-10-06-at-20-10-45Nel paese sognato

«Nel Paese Sognato» nasce dal bisogno di dare voce e parola a chi non ce l’ha. Non per recriminare per l’ennesima volta su un diritto calpestato o una promessa disattesa. Volevo che i ragazzi e le ragazze incontrati, a scuola e fuori, raccontassero qualcosa di loro come quando non c’è nessuna telecamera che interferisce sulla sincerità dell’esposizione. Per ottenere ciò il «documentario» richiede tempi di realizzazione molto più lunghi rispetto ad un’opera di finzione.

Su questo progetto, con Davide Polimeni, abbiamo lavorato, tra riprese e montaggio, due anni e mezzo. Ne è uscito un racconto corale costruito su una tecnica che ho collaudato con l’esperienza. Individuo un’idea che per svariati motivi mi possiede, indago le possibilità di realizzazione, sviluppo il tema acquisendo informazioni con sopralluoghi, letture, visioni di cose già realizzate.  A quel punto inizio a girare e raccogliere materiale filmato, tanto materiale. Quando penso di aver raccolto buona parte di quello che serve per montare un film, mi coglie un senso di angoscia: che faccio con tutte queste ore di girato? In genere l’ansia e la paura di aver fallito durano poco, ogni volta si ripete il miracolo: un filo rosso che collega testa e cuore mi indica la strada per costruire un racconto, dove per incanto ogni immagine trova il suo posto. Si procede allora ad un montaggio largo dove viene individuata la cronologia delle sequenze per capire se la trama del racconto regge. L’ultima fase del montaggio è quella più entusiasmante perché vedi nascere il film. È la fase dove si lavora a «togliere», a scarnificare cercando l’essenzialità di una scena. È doloroso rinunciare a montare storie e personaggi belli e significativi che per motivi di lunghezza vengono scartati.

L’idea di «Nel Paese Sognato» era mostrare la realtà della scuola di italiano per stranieri di San Giuliano Milanese, un Comune di 40.000 abitanti, nella cintura sud milanese.   Non era la didattica dell’insegnamento ad interessarmi ma l’idea che attorno a noi vivono, lavorano, studiano un numero considerevole di persone invisibili di cui non conosciamo nulla. Lo straniero è un’ombra che incontriamo per strada, al lavoro, al bar. Di lui sappiamo poco. La cronaca, l’informazione, il più delle volte se ne occupa per raccontare i suoi delitti. I luoghi comuni lo vogliono colpevole e causa di tutti i nostri mali. Ma queste ombre non sono che proiezioni di corpi umani. Il pregiudizio impedisce di vedere il grande bagaglio di storie personali di cui sono portatori. Non scegliamo dove nascere e la decisione di partire, anche a rischio della vita, è sempre una motivazione forte che coinvolge affetti, speranze, delusioni, sconforti, sconfitte e a volte vittorie. Volevo mostrare la normalità del loro quotidiano, i loro desideri, i loro sogni.

Rausa con due migranti della scuola

Rausa con due migranti della scuola

Ho ricordi struggenti delle sere fredde e nebbiose trascorse a filmare le lezioni di italiano nella piccola sede di piazza Alfieri nello storico quartiere Serenella, nato nei primi anni ‘60 del ‘900 con l’immigrazione del sud d’Italia e ora roccaforte di tante lingue e culture. Al mattino i corsi per le donne e i disoccupati. Per chi lavora l’appuntamento è alle diciotto per il primo corso seguito alle venti dal secondo che termina alle ventidue. Paolo Rausa, Presidente dell’Associazione Orizzonte, direttore e anima della scuola da oltre quindici anni, mi dice che da settembre ad ora gli iscritti sono già 458. Fabio Mantegazza fondatore nel 2005 della Rete Delle Scuole Senza Permesso di Milano e Provincia informa che complessivamente nelle 38 scuole presenti, a tutt’oggi gli iscritti sono 7.500, con circa 800 volontari che forniscono annualmente quasi 19.000 ore di lezioni gratuite.

Inizia il corso delle venti: quaderni aperti su verbi, nomi, soggetti. Insegnanti che scandiscono frasi a voce alta, voci incerte che ripetono, mani stanche che scrivono, occhi che vogliono capire. Filmo cercando di cogliere uno sguardo, un momento interessante. Anche loro mi guardano, cosa penseranno di me? Chi sono, cosa faccio, quale interesse mi spinge a trascorrere le serate a filmare gente stanca che non vede l’ora di tornare a casa a riposarsi o forse no, perché il più delle volte dispongono solo di un posto letto in una stanza in condivisione con altri quattro. Cosa pensano del film che voglio fare? Probabilmente niente, ben altre sono le cose a cui devono pensare.

843299948_1663901715403582_2244985451742909054_nA volte mi sento demotivato quando non sono contento di ciò che filmo, e mi piglia uno sconforto e mi chiedo «cosa sto facendo? perché?» fino a che punto posso arrivare con queste persone? Mi diranno mai quello che pensano veramente? Mi dico che forse è meglio lasciar perdere. Il maestro Gianni Amelio un giorno che lo accompagnavo a Bollate per sopralluoghi per «Il Ladro di Bambini», parlando di cinema mi disse «Il cinema è una cosa seria, un progetto, quando si inizia, va portato sempre a termine, va interrotto solo se ti trovi in pericolo di vita». Rigore, disciplina, serietà, che c’entrano  con le vite che mi stanno davanti? Non sarei più utile ad impegnarmi nell’insegnamento o in altre forme di volontariato?

Una sera Chouaib, uno dei ragazzi della scuola che compare nel film mi aveva detto «quando ci siamo visti sullo schermo ci è venuto da piangere». Allora è utile qualcuno che dia visibilità per far sapere al mondo che pure tu esisti e ti capita di essere stanco, hai freddo, hai fame, pensi alla famiglia, a una casa tua e hai bisogno di pace, soprattutto di pace. Riprendo a filmare cercando dettagli di umanità silenziose. Il progetto va portato a termine.

Marcello Bivona

Marcello Bivona

La piazza, le strade attorno sono deserte, sulla via Emilia poco distante il traffico è molto diradato, dalle miriadi di finestre dei palazzoni attorno fasci di luce bluastra mi dicono che il mondo è sdraiato ad ubriacarsi di false notizie e fictions inguardabili. Il giorno dopo i rintanati diranno che la sera non si può uscire per colpa degli immigrati che sono dappertutto. Sono le ventidue, studenti e insegnanti lasciano la scuola e scompaiono in tante direzioni. Alcuni si attardano per una pizza dal kebabbaro affianco. Io al Serenella ci abito, rincasando trovo conforto nelle luci del barbiere marocchino in piena attività, nel gruppetto di latini appena uscito dal ristorante peruviano, nel minimarket egiziano ancora aperto sotto casa. Saluto Mohamed nella rivendita a fianco di frutta e verdura e mi infilo al Bar Roma gestito dagli amici cinesi. Se non ci fossero loro mi sentirei straniero.

Ringrazio di cuore Nuccio Zicari, Ada Bellanova, Anna Fici, Fabio Fancello, Daniela Belliti, Sabina Leoncini, Mariza D’Anna e Rossana Salerno per le cose lusinghiere che hanno scritto sul mio film. Ognuno di loro ha avuto un punto di vista diverso nell’analisi del contenuto. Mi auguro che queste note contribuiscano alla diffusione del film e dell’interesse per il tema affrontato. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026

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Marcello Bivona, è nato a Tunisi. All’età di cinque anni lascia la Tunisia a causa delle vicende che costringono la comunità italiana al rimpatrio. Da allora vive nella provincia di Milano. Il tema dell’Identità e della memoria sono presenti in tutta la sua opera. Lo strappo lacerante della partenza, l’esperienza disorientante della nuova vita in Italia, sono la base dei suoi racconti che siano scritti o filmati. Ha lavorato per molti anni come bibliotecario e organizzatore di eventi culturali realizzando diverse opere tra cui: Clandestini nella città, lungometraggio, prod. C.O.E., 1992; Ritorno a Tunisi, docufilm lungometraggio, prod. C.O.E, 1998; L’Ultima Generazione, romanzo, edizioni BESA, 2019; Siciliani d’Africa – Tunisia Terra Promessa, docufilm lungometraggio, 2022; Il Posto degli Ulivi, docufilm lungometraggio, 2025: Nel paese sognato, docufilm lungometraggio, 2026.

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