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I viaggiatori inglesi a Napoli nel Settecento e la “scoperta del Sud” di Henry Swinburne

Porto di Napoli, metà 700

Porto di Napoli, metà 700

di Mario Rastrelli [*] 

1. Il Grand Tour

Il Grand Tour fu una straordinaria pratica di viaggio introdotta dagli inglesi a partire dal Cinquecento volta alla formazione culturale, intellettuale e sociale dei giovani aristocratici. Il viaggio era considerato un prolungamento, probabilmente la parte più bella, dell’educazione del giovane: ma col tempo divenne un vero e proprio “rito di passaggio” dall’adolescenza all’età adulta. Il giovane aristocratico era spesso accompagnato da un precettore, un “travelling tutor”, che aveva il compito di condurre il fanciullo in alcune città “d’arte”, Parigi, Vienna, Venezia, Firenze, Roma, fargli visitare le più importanti accademie italiane dell’epoca, presenti a Torino e Padova, e i resti archeologici più notevoli. L’itinerario prevedeva anche alcuni percorsi di montagna, soprattutto le Alpi svizzere, e sulle coste come Nizza e i litorali italiani.

Il Grand Tour aveva una durata differente: si viaggiava per alcuni mesi o per alcuni anni, di solito due/tre, come nel caso di Swinburne. Un momento fondamentale del viaggio era la commissione di un ritratto personale o del paesaggio che doveva testimoniare la visita del giovane in alcune città o luoghi d’arte. Venne così a crearsi una nuova “moda”. All’estero i giovani amavano acquistare diversi souvenir, solitamente ritratti, piccoli dipinti, o sculture, usati poi come stimoli per i futuri viaggiatori (De Seta, 2014). Il padre di Goethe, Johann Caspar, che aveva scritto un Diario di viaggio a cui si ispirò il figlio Wolfgang, consigliava di fare attenzione a Napoli nell’acquistare i souvenir, poiché vi era la tendenza a “sopraffare” i viaggiatori con merce falsificata (Goethe, 1993).

Fino alla fine del Seicento Napoli non era inserita nel circuito del Grand Tour. Qualche colto erudito veniva solo per visitare i Campi Flegrei sulle orme del poema virgiliano (Horn-Onken, 1978), come il francese Jean Jaques Bouchard, ritenuto una spia, che dimorò a Napoli nel 1632 per otto mesi. In quel periodo ebbe modo di studiare anche la lingua napoletana, con i suoi richiami al greco e al latino, dimostrando un vivo interesse filologico. Visitò Salerno, la costa amalfitana, di cui magnificava i «maccaroni», e l’isola di Capri, luoghi sconosciuti, lasciando un diario prezioso, ricco delle sue attente osservazioni (Bouchard, 1977). I diari dei viaggiatori sono una fonte preziosa per ricostruire gli aspetti più salienti della città partenopea, popolosa e rumorosa, ma ricca di spunti culturali e paesaggistici (Placanica, 1978).

2 Viaggiatori inglesi a Napoli nei viceregni spagnolo e austriaco: la “scoperta del Sud”. 

Fig. 9 Sir Thomas Hoby

Sir Thomas Hoby

I gentleman travellers che percorrevano l’Italia di solito non si spingevano a Napoli, poiché la città fino alla fine del Seicento non era ancora inclusa nel circuito del Grand Tour intrapreso dai nobili inglesi per visitare le città d’arte italiane (De Seta, 2014).  Alcuni viaggiatori “avventurosi” si erano spinti fino alla Capitale Partenopea nel corso del Cinquecento, come William Barker, segretario del duca di Norfolk, un erudito che nel suo viaggio in Italia aveva raccolto numerose iscrizioni antiche (Baker, 1554; Bartlett, 1991). Anche Francis Russel, II conte di Bedford, un politico ed esperto d’arte, nel 1555 ha visitato la capitale partenopea, per lui “one of the fairest, cities in Italy” (Russel, 2007). Uno dei più noti travellers è sir Thomas Hoby, diplomatico e traduttore di testi di letteratura italiana come il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, che compì un lungo e articolato viaggio in Italia, da pioniere del Grand Tour. Soggiornò qualche tempo nella capitale partenopea, “a very beautiful city … with sumptuose palaces”, governata dal viceré Toledo. Visitò i Campi Flegrei e fu ospitato ad Amalfi dai duchi Piccolomini, di cui descrisse i pranzi sfarzosi, serviti in stoviglie d’argento (Hoby, 1902); visitò anche la Calabria, scendendo fino in Sicilia, da vero “esploratore” (Hoby, 1902). Per Thomas Hoby il viaggio è diventato un motivo di conoscenza, un’occasione preziosa per avere contatti con civiltà diverse (De Seta, 2014).

Dopo la firma del trattato anglo – spagnolo, nel 1667, Napoli aprì le porte non solo al commercio ma anche al “turismo” inglese, attratto dalla attiva vita di società che si svolgeva in città. I viaggiatori, di solito degli eruditi, continuavano però ad essere interessati soprattutto alle “antichità” (Monga, 1994). Una preziosa testimonianza della città partenopea e dei Campi Flegrei è quella di Richard Lassels, che ha riportato le sue impressioni nel Diario di viaggio del 1670: egli ricordava la “città gentile”, secondo la denominazione cinquecentesca (Rak, 1994), per i suoi bei palazzi, le sue strade, tra cui via Toledo, il molo grande e spazioso con la sua lanterna (antico faro), dando poi un preciso elenco delle chiese e monasteri (Lassels, 1670: 269-288).

Anche John Milton visitò Napoli e i Campi Flegrei tra novembre e dicembre 1638 (Allodoli, 1907; Hanford, 1927), accompagnato da Giovan Battista Manso, marchese di Villa, ormai settantenne, di cui divenne amico grazie ai comuni interessi filellenici e classici (Evans, 2023). Il Manso era il tipico patrizio napoletano, raffinato letterato, personaggio poliedrico, fondatore dell’omonimo Monte Manso di Scala e cofondatore di quello della Misericordia, amico di Torquato Tasso, con cui aveva condiviso le stesse passioni per le “antichità”, passeggiando a lungo per i Campi Flegrei (Stranieri, 2022; La Porta, 2015). Le visite ai Campi Flegrei gli fornirono la materia per il poema Paradise Lost pubblicato nel 1667, rifacendosi anche al poema dantesco. Il suo viaggio in Italia gli permise di stringere importanti amicizie, come quella con Galileo Galilei.

Nei primi anni del Settecento Joseph Addison, un altro “avventuroso viaggiatore”, padre del giornalismo inglese, ricordato per aver fondato il giornale The Spectator, compì un viaggio sulle orme di Milton, che ammirava molto (Carosi, 2010). Il suo “diario di viaggio”, pubblicato per la prima volta nel 1705 è un primo modello di racconto di viaggio di un giovane inglese empirista, partito dall’Inghilterra per compiere il Grand Tour, che si è fermato a Napoli ma ha avuto anche la curiosità di visitare l’isola di Capri, quasi sconosciuta, per esplorarne i resti citati dagli scrittori classici, in primis Virgilio, Tacito, Stazio (Addison, 1705).

Fig. 10 John Milton, Mary Beale o Peter Lely, XVII secolo, Cambridge, Christ’s College.

John Milton, Mary Beale o Peter Lely, XVII secolo, Cambridge, Christ’s College

Il viaggio più interessante è quello di George Berkley che decise di partire alla “scoperta del Sud”, per ritrovare le tracce del mondo antico, un viaggio considerato pericoloso perché tutto il meridione era una terra desolata e infestata dai briganti (Califano, 2015). Il filosofo, teologo e vescovo anglicano irlandese, membro del Trinity College, aveva compiuto il primo viaggio in Italia tra il 1713 e 1714 come cappellano al seguito di Charles Mordaunt, conte di Peterborough, ambasciatore inglese inviato a Torino per presenziare all’incoronazione a re di Sicilia di Vittorio Amedeo II, duca di Savoia (1714). Due anni dopo ripartì per l’Italia al seguito di George Ashe, figlio del vescovo di Derry George, di cui era precettore, con cui arrivò a Roma all’inizio di gennaio del 1717 per visitare musei, chiese, resti archeologici. Qui si rese conto della bellezza dell’Italia, attratto dal clima, dalla musica, dalla pittura, dall’architettura. Perciò il 5 maggio decise di proseguire per Napoli, dove assistette all’eruzione del Vesuvio, lamentandosi per i pessimi alberghi (Mozzillo, 1993: 37). Poi, seguendo le sue solide conoscenze della cultura classica, decise di visitare il Sud, seguendo la strada di Benevento verso la Puglia. Qui poté ammirare il porto di Bari, con “moli vecchi e nuovi”, la bella città di Lecce, “la città più fastosa” che avesse mai visto, Brindisi col suo porto e la città di Taranto (Girelli Renzulli, 2000) con i loro resti archeologici, di cui apprezzò la “squisita cortesia di tipo inglese”, interessandosi anche al fenomeno del “tarantolismo”.

Egli sottolineava che si avvertiva dappertutto «un certo rispetto per gli Inglesi, … abbastanza conosciuti per il commercio, la marina, l’esercito». Infine, riprese la via del ritorno attraverso Massafra, Matera, Venosa (città di Orazio, in cui vi era una statua), Avellino (città aperta ed elegante, con una ottima locanda), giungendo a Napoli ai primi di giugno. Nelle sue lettere non ha descritto in modo dettagliato la città partenopea ma ha scritto alcune osservazioni sul governo e sulla popolazione del regno, basandosi sulle note di Giulio Cesare Capaccio. In settembre decise di visitare le isole di Ischia, famosa per le sue terme, e Procida, in cui vi era una ricca marineria, ove si trattenne qualche tempo, descrivendole in modo dettagliato. Infine, l’11 aprile 1718 ripartì per Roma. Egli conservò un ricordo indelebile del suo viaggio, concludendo: «Non visitare questi paesi interessanti per paura dei banditi è solo una cosa da vigliacchi» (Berkley, 1979).

Fig. 11 George Berkley, John Smibert, Londra, National Gallery Portrait

George Berkley, John Smibert, Londra, National Gallery Portrait

3 Napoli e il Mezzogiorno in età borbonica: l’ampliamento del Grand Tour

Durante il XVIII secolo il viaggio nell’Italia del Grand Tour si limitava alle città di Venezia, Firenze, Roma. Dopo l’arrivo di Carlo di Borbone, il regno ritrovò la sua indipendenza, per cui Napoli beneficiò di una serie di iniziative riformistiche di stampo mercantilistico. Il Grand Tour cominciò ad aprirsi così alla capitale partenopea, soprattutto dopo la scoperta delle “antichità” di Pompei ed Ercolano, cui seguirono quelle di Paestum e Capri. Di solito si sceglieva un periodo compreso tra la fine delle feste pasquali e gli inizi di giugno, quando la temperatura era più gradevole (De Seta, 1992).

Nel 1739 Charles de Brosses conte di Tournay, magistrato, filosofo e linguista francese, sottolineava nella sua lettera del 14 novembre: «Napoli merita di essere preferita…a mio parere, …è la città d’Italia che dia veramente la sensazione di essere una capitale…il solo palcoscenico del teatro di Napoli è più grande che tutta la platea dell’Opera di Parigi…Napoli è la capitale del mondo musicale…» (De Brosses, 1992). Anche il conte Della Torre di Rezzonico, Carlo Castone, ricordava la splendida città partenopea, che egli guardava dalla terrazza di Mergellina, un «nobilissimo teatro, distesa lungo la spiaggia del mare» (Castone, 1991).

Dagli anni Sessanta la rappresentazione del Grand Tour in Campania si sviluppò grazie alla personalità e alle scelte di Sir William Hamilton, che accoglieva nei suoi salotti i numerosi Grand Touristi sia britannici che esteri, come Goethe. Si sedimentò così, soprattutto per gli inglesi, un “sistema” di viaggio piuttosto convenzionale, volto alla conoscenza di alcune immagini stereotipate, la “visita alle antichità” e al Vesuvio, l’osservazione di alcune feste, specie le festività natalizie e quelle del Carnevale, i cibi e la musica, i “lazzari”, ecc. (Blach, 2010, Calaresu, 2013).

Un illustre ospite di Hamilton fu Giacomo Casanova, venuto a Napoli nel 1770, che alloggiò al Chiatamone nella locanda “alle Crocelle”, una delle più frequentate. Un suo vivido ricordo era quello della festa organizzata dal principe di Francavilla Michele Imperiali nel suo “casino” sito di fronte al Castel dell’Ovo). Gli illustri ospiti dalla terrazza sul mare potevano ammirare le evoluzioni natatorie di giovani e giovinette, uno spettacolo che affascinò il “libertino “veneziano” (Croce, 1914: 220ss.; Prisco, 2022). Anche il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade era interessato a questi aspetti “ludici”, come si evince dai suoi “Appunti” di viaggio: nel suo soggiorno napoletano del 1776 descrisse con dovizia di particolari i divertimenti della corte, soprattutto i balli e il gioco, attività molto praticate dai sovrani, la moda, gli spettacoli del teatro San Carlo; ma non si soffermò su altri aspetti “culturali” né nominò Hamilton, che accompagnava gli stranieri nelle visite “alle antichità” e in altri luoghi, secondo un preciso itinerario (de Sade, 2022).

In quel periodo si stavano sedimentando le idee illuministiche, esaminate da scrittori e grandtouristi britannici e francesi, che avevano potuto conoscere gli esponenti di quella cerchia: Antonio Genovesi, primo professore della cattedra di economia e riformatore in primis nel settore educativo, Ferdinando Galiani, insigne economista, Gaetano Filangieri, membro del Consiglio delle Finanze e autore dei libri sulla legislazione, Gennaro Maria Galanti, che negli anni Novanta aveva percorso il regno meridionale per studiarne le condizioni, rilevando una estrema povertà della popolazione soggetta a feudatari esigenti.

A fine Settecento tutto fu vanificato: la situazione politica della Capitale partenopea, descritta in modo idilliaco dai viaggiatori, mutò radicalmente. Le ripercussioni della Rivoluzione Francese si erano riverberate rapidamente a Napoli e nel Regno, per cui si generò una crisi politica, causata anche dai primi processi e arresti di giacobini. Una descrizione interessante della Capitale partenopea è quella del famoso commediografo spagnolo Leandro Fernández de Moratin: arrivato a Napoli il 7 ottobre 1793, anno in cui il re aveva stipulato il trattato di alleanza con la Gran Bretagna, vi rimase fino al 5 marzo del 1794. Durante il suo soggiorno osservò la città caotica e rumorosa, popolata da circa 400.000 abitanti, preda di 40.000 lazzari affamati, che inseguivano gli stranieri per ottenere qualche moneta (1998: 10-12).

I travellers si servivano dei “diari di viaggio”; ma a Napoli a partire dal Seicento si era sviluppata anche una fiorente produzione di “Guide” per i forestieri. La più famosa e puntuale era quella di Giuseppe Maria Galanti, pubblicata nel 1792, che descriveva in modo dettagliato tutta la città. Uno dei luoghi degni di nota era quello di Chiaia, “la spiaggia posta tra la Pizzofalcone e la collina di Posillipo”, un luogo delizioso (Galanti, 2000).

Lungo la spiaggia di Chiaia, fino ad allora abitata dai pescatori, re Ferdinando fece costruire dall’architetto Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, la Villa Reale, una passeggiata elegante su modello delle Tuilleries di Parigi, molto ammirata dai viaggiatori stranieri come Goethe, che poteva osservarla dalle terrazze del palazzo Sessa, a Pizzofalcone, dove viveva Sir Hamilton, di cui fu ospite numerose volte. Il Real Passeggio, iniziato nel 1778, fu inaugurato nel 1781. Nelle memorie dei viaggiatori, il Real Passeggio appare una felice sintesi tra letteratura e arte, una cornice settecentesca alla “geografia letteraria” del Golfo di Napoli (Visone, 2003 e 2013).

Fig. 12 Chiaia, Real Passeggio, anonimo, gouache, inizi Ottocento

Chiaia, Real Passeggio, anonimo, gouache, inizi Ottocento

Dalla fine del Settecento cominciò a diffondersi anche la pratica della balneazione marina, praticata da Sir Hamilton e dal suo amico Patrick Brydone, che diffusero questa “moda”, apprezzata anche da re Ferdinando, molti “casini” (cabine balneari) furono costruite presso la Villa Reale (Sirago, 2013).

Dopo alcuni anni, il Grand Tour si estese al Mezzogiorno, dove alcuni viaggiatori avventurosi decisero di cimentarsi alla scoperta delle rovine archeologiche dell’antica Magna Grecia, basandosi sui testi degli autori antichi. Un intrepido viaggiatore fu Johann Hermann von Riedesel, barone di Eisenbach, ambasciatore plenipotenziario di Federico II, appassionato di studi classici: egli, su suggerimento del suo amico, l’archeologo Johann Joachim Winchelmann, che aveva conosciuto a Roma nel 1762, nel 1767 compì un tour in Calabria e in Puglia alla ricerca di reperti archeologici, proseguendo il viaggio anche in Sicilia, seguendo gli appunti fornitigli dall’amico. I suoi appunti di viaggio, inviati all’amico, furono pubblicati nel 1771 col titolo Reise durch Sizilien und Großgriecheland, (Viaggio attraverso la Sicilia e la Magna Grecia) senza la prefazione del suo amico, morto tre anni prima. Il libro ebbe un successo straordinario, per cui due anni dopo fu tradotto in francese e in inglese. Goethe quando visitò la Sicilia, un viaggio complesso per la mancanza di strade, come nel Mezzogiorno, ma affascinante per gli studiosi di cultura classica, si basò sul testo del barone tedesco, citandolo ripetutamente. Quando arrivò a Girgenti (Agrigento), il 26 aprile 1787, scrisse di tenere sempre con sé il libriccino che «custodiva in seno come un breviario o talismano» (Goethe, 2018: 307).

Brydone

Brydone

4 Il Grand Tour di Samuel Sharp e Patrick Brydone

Il medico Samuel Sharp, pioniere della chirurgia oftalmica, compì un viaggio in Italia tra il 1765 e 1766 per curare la sua asma col clima temperato del Mediterraneo: soggiornò qualche tempo nella Capitale partenopea nel dicembre 1765, dove trovò beneficio per la sua malattia. Durante il suo soggiorno, accolto in modo ospitale da Sir Hamilton, scrisse una serie di lettere ispirate da una buona dose di pregiudizio nei confronti dei “bigotti” italiani, soprattutto i napoletani, devoti a San Gennaro, festeggiato durante la “liquefazione del sangue” e alla Vergine Maria, meravigliandosi per la loro tradizione del presepe e le numerose processioni. Ricordava però le sontuose cene offerte dal principe di Francavilla, Michele Imperiali, amico di Sir Hamilton, soprattutto durante il Carnevale. Poiché abitava vicino al porto, guardava le galere, sulle quali lavoravano gli schiavi che cantavano melodiosamente. Era però impressionato dalla folla, specie quella dei “lazzaroni”, un popolo brulicante che invadeva anche la bella via Toledo e che durante il Carnevale partecipava ad impressionanti cuccagne. Come unica nota “culturale” citava la città di Pozzuoli col suo tempio di Serapide ed i suoi resti lungo la costa di Baia (ivi:147), la Solfatara, Miseno (riportando alcuni versi virgiliani), le antiche città di Pompei ed Ercolano, i cui resti poté vedere nella reggia di Portici, e il Vesuvio, seguendo uno schema ormai fisso per i travellers. Infine, dava nozioni in merito ai benefici dell’aria marina, sottolineando però le varie patologie che affliggevano la popolazione. Unica nota interessante era la descrizione del molo e del porto con il numero di galere, galeotte, sciabecchi, vascelli ancorati in rada (Sharp, 1767: 99-184, dicembre 1765- marzo 1766). Il “chirurgo prestato alla letteratura” aveva interessi alquanto diversi rispetto agli altri travellers, per lo più di tipo antropologico e scientifico nei confronti di una popolazione per lo più “selvaggia”, con una particolare religiosità, che lui studiava con l’attenzione di un entomologo (Pingaro, 2015).

Uno dei viaggiatori inglesi più interessanti è lo scozzese Patrick Brydone, soldato nella guerra dei sette anni, scienziato e “travelling tutor” (accompagnatore di giovani aristocratici inglesi nel Grand Tour) (Leslie, 1885), una esperienza che lo portò a pubblicare un “Diario di viaggio”, un romanzo epistolare con lettere fittizie (Brydone, 1773). Nel 1769 era stato assunto come precettore di William Fullarton, unico figlio di un ricco gentiluomo dell’Ayrshire, William Fullarton, che aveva studiato all’università di Edimburgo, con cui tornò in Italia. Giunto a Napoli nel dicembre del 1770 fu accolto da sir Hamilton che, appassionato come lui dello studio della vulcanologia, lo condusse sul Vesuvio, facendogli visitare anche le rovine di Pompei ed Ercolano e dei Campi Flegrei. Poi lo introdusse nella cerchia della nobiltà partenopea. Il piacevole clima di maggio lo indusse a praticare la balneazione, imitando sir Hamilton.

Fig. 13 Élisabeth Vigée Le Brun, autoritratto, 1790, Firenze, Galleria degli Uffizi

Élisabeth Vigée Le Brun, autoritratto, 1790, Firenze, Galleria degli Uffizi

5 Il Grand Tour “al femminile”

Nella seconda metà del Settecento la pratica del Grand Tour si diffuse anche tra le nobildonne. Il viaggio non era solo occasione di formazione culturale e di svago ma anche un momento cruciale dell’esistenza, incarnando anche un drammatico gesto di liberazione rispetto alla famiglia e alla società (Brilli, 2020).  Un esempio calzante è quello di Élisabeth Vigée Le Brun, pittrice famosa alla corte di Maria Antonietta. Allo scoppio della Rivoluzione Francese ella fuggì da Parigi con la figlia e la governante e fu accolta in varie corti europee. Si fermò a Napoli dove Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta, la accolse con molto affetto, utilizzandola come pittrice di corte. Nei suoi Souvenirs raccontava i viaggi, soprattutto il lungo soggiorno a Roma, dove rimase per otto mesi. Da qui partì per Napoli, dove prese alloggio nell’albergo Morocco, a Chiaia, “che dava sul mare aperto”, da cui si scorgeva l’isola di Capri. Lì vicino poteva ammirare la Villa Reale, che la sera si trasformava “in una deliziosa passeggiata”. Ma qualche tempo dopo si trasferì più lontano, in un “casino” vicino al mare, poiché il chiasso notturno le impediva di dormire. Venne subito invitata dai personaggi più illustri come l’ambasciatore russo conte Skavronskij, Pavel Martynovič, che abitava in un palazzo vicino. Poi sir Hamilton le chiese di fare un ritratto di Emma, la futura lady Hamilton, che lei dipinse a mo’ di baccante, secondo il gusto neoclassico.

In quel periodo il barone di Talleyrand organizzò una gita notturna in barca per visitare Capri. Ma i due musici (un cantante e un suonatore di chitarra) non poterono esibirsi per il mare agitato, che provocò molta paura nella pittrice. Arrivati sull’isola poterono visitare i resti archeologici accompagnati da due pescatori e il palazzo di Thorold. Visitò anche le isole di Ischia e Procida. Poi fece la classica escursione al Vesuvio e visitò la reggia di Portici. Ella continuava a dipingere, soprattutto per la regina, che le aveva chiesto alcuni ritratti. I suoi Souvenirs, pubblicati tra il 1835 ed il 1837, quando aveva ottant’anni, sono una preziosa fonte per riscoprire la Napoli di fine secolo da una prospettiva femminile, più attenta ad alcuni aspetti della vita e più sensibile, anche per il suo esprimersi in modo artistico (Vigée Le Brun, 2004).

Anche Mariana Starke, venuta a Napoli nel settembre del 1797, riportava le stesse impressioni della pittrice francese: era entusiasta della Villa Reale e del suo “passeggio”, ma infastidita dal popolo dei “lazzaroni” e dal brulichio della folla che si riversava in strada notte e giorno. Nelle Lettres (1800), una “guida” molto usata dai travellers nell’Ottocento, dava anche un elenco di buoni alberghi, Albergo Reale, Lion d’Oro, L’albergo dell’Imperatore, L’Aquila Nera, a Villa Imperiale, Gran Bretagna. Era una viaggiatrice curiosa: si avventurò fino a Capri, lasciando una preziosa testimonianza per i suoi connazionali, che nel corso dell’Ottocento usarono il suo libro, ripubblicato in più edizioni. come “guida turistica”, una guida pratica per i viaggiatori diretti in Italia per motivi di salute o per diletto.

Fig. 14 Mariana Starke

Mariana Starke

6 Henry Swimburne e la nascita del viaggio moderno attraverso la riscoperta delle antichità

Henry Swimburne, originario di Bristol, con la cospicua rendita ereditata dal padre poté dedicarsi alle sue principali passioni: lo studio, compiuto in diversi luoghi come Parigi e Torino.  e i viaggi. Realizzò numerosi tour in giro per l’Europa. Con l’amico e compagno di studi Thomas Gascoigne fece un viaggio in Spagna. Poi decise di andare a Napoli. Il 28 dicembre 1776 arrivò da Marsiglia con la moglie, Martha Baker, i figli e l’amico nella capitale partenopea, dove fu accolto da Sir Hamilton, di cui divenne amico. Qui, conversando col ministro prese la decisione di “esplorare” il Sud alla ricerca delle “antichità” della Magna Grecia, che visitò in maniera approfondita. Dagli appunti raccolti durante il lungo viaggio ricavò la materia per l’opera che lo rese famoso ed apprezzato tra i viaggiatori del tempo, Travels in the Two Sicilies. Il testo fu subito tradotto in diverse lingue.

L’opera letteraria di Swinburne si caratterizza per una straordinaria precisione di dettagli e di riferimenti spaziali e folklorici: egli fu infatti tra i primi a realizzare accurate ricognizioni storiche e naturalistiche del territorio, sulle coste pugliesi, calabre e campane. Il viaggio dello scrittore scozzese è stato un percorso “di conoscenza” attraverso luoghi sconosciuti ma ricchi di fascino e di storia del mondo classico, che suscitavano in lui molta meraviglia. Questo particolare entusiasmo probabilmente derivava dalla lettura degli autori classici e italiani, studiati nella Reale Accademia di Torino, dove aveva acquisito una buona conoscenza della lingua italiana. Il trentaquattrenne Swinburne viaggiava non solo per passione ma anche per aumentare e migliorare la sua conoscenza diretta del territorio, anche perché una trentina di anni prima erano stati scoperti i resti archeologici di Ercolano e di Pompei, che avevano suscitato vivo interesse in tutta l’Europa.

Lo scrittore partì da Napoli nel gennaio del 1777 accompagnato dal suo amico Gascoigne seguendo lo stesso itinerario di Berkley e del barone von Riedsel.  Arrivato in Capitanata, dette molte notizie sul territorio di Canne, disabitato, ricordando l’antica battaglia. Fornì anche alcune notizie sulla città di Foggia, sulla popolazione e sui commerci, soprattutto grano, lana e formaggio, molto apprezzati dai francesi, esportati dal porto di Manfredonia: qui ammirò il castello federiciano, dando informazioni accurate in ambito numismatico. A piedi percorse la penisola del Gargano, dove vi erano splendidi aranceti e immensi boschi. Poi si inoltrò verso la città di Lucera, dove vide altre monete antiche, un vivo interesse dello scrittore, patrimonio ancora esistente, conservato nel Museo.  In Terra di Bari ammirò il castello federiciano di Barletta e il porto, da cui si esportava molto grano e sale delle vicine saline. A Trani, sede di un consolato inglese, notò una particolare architettura delle case, costruite con le tipiche “pietra bianca” e “pietra grezza”. Inoltre, ammirò la cattedrale e il castello federiciano. Quanto alle produzioni locali apprezzò il vino prodotto in tutto il territorio, “dolce, forte e bruno” (aglianico), e le olive di Bisceglie e Molfetta.

Swinburne

Swinburne

Lungo il cammino apprezzò il paesaggio intorno a Bari: la città era protetta da una muraglia e da un castello federiciano. Nel porto sostavano numerosi pescherecci, “una piccola flotta pittoresca” insieme a navi commerciali che trasportavano olio e mandorle fino a Venezia a Trieste. Percorse poi i numerosi villaggi di Terra d’Otranto visitando le rovine di Egnazia. Si soffermò a Francavilla, il feudo del principe Michele Imperiali, amico di Hamilton, che aveva conosciuto a Napoli, descrivendo la sua splendida dimora.  Descrisse anche le antiche monete di Oria e di Manduria. Il tre maggio ripartì per Taranto dove trovò le antiche rovine dei templi e dell’anfiteatro e di un bellissimo castello. Alcuni eruditi del luogo avevano studiato un particolare tipo di cozza, la “cozza pelosa”, detta da lui “cozza di velluto” da cui si ricavava un filato, ed altre conchiglie da cui si ricavava la porpora. Egli dava anche notizie sulla fiorente attività peschereccia. Nella città e in alcuni paesi della Terra d’Otranto aveva potuto assistere anche a fenomeni di “tarantolismo” (tarantismo), un ballo in cui si espellevano i veleni della tarantola con scene parossistiche, detto “taranta” o “tarantella”. A Brindisi, col suo bel porto, aveva potuto ammirare anche la coltivazione delle uova di ostriche che venivano poi portare nei bacini reali del lago di Lucrino (e del Fusaro dove re Ferdinando aveva ripristinato la coltura) e la pesca del corallo, il cui colore lo stupì. Tornato a Taranto si avviò verso Metaponto, dove visitò le antiche rovine.

Di ritorno dalla Sicilia pensò di visitare l’ultima parte della Puglia: si soffermò a Gallipoli, col suo bel castello e il porto pieno di navi, una città ricca per il commercio dell’olio, acquistato dai mercanti inglesi con l’aiuto del loro console e dai francesi oltre che dai napoletani. Visitò anche Nardò e Otranto, dirigendosi poi a Lecce dove rimase affascinato non solo dagli antichi resti ma anche dai begli edifici che avevano tanto stupito Berkley. Una nota caratteristica di Swinburne fu la sua attenzione alla numismatica: nei vari territori da lui visitati si è sempre interessato alle monete antiche, molte delle quali sono andate perdute, ma la sua testimonianza è preziosa.

La “scoperta del Sud” di Berkley si era limitata alla Puglia, uno dei luoghi più attivi e più abitati di tutto il Regno. La Calabria invece era stata visitata nel 1767 dal barone tedesco Hermann Von Ridsel, che aveva viaggiato sulle orme di Winckelmann, alla sola ricerca delle “antichità”, pubblicando le sue Lettres nel 1773 sia in inglese che in francese. Uno dei luoghi più interessanti da lui visitati era la città di Crotone, ricca di testimonianze archeologiche, soprattutto quelle di Capo Colonna, col piccolo porto di Le Castella, dove vi erano i resti del tempio di Héra Lacina. L’opera di Swinburne rispetto a quella degli altri viaggiatori e studiosi che parteciparono al Grand Tour presenta un’importante novità. Egli ha osato avventurarsi nel “profondo e selvaggio sud” per una vera “sete di conoscenza”, forse scaturita dai colloqui con Sir Hamilton. In questo singolare itinerario un ruolo importante è assunto dal resoconto del viaggio in terra calabrese, una terra aspra e difficile da visitare.  Poi “ha scoperto” la Sicilia, con lo stesso spirito di avventura, aprendo la via al futuro viaggio di Goethe del 1787.

La Calabria era un territorio quasi per nulla esplorato poiché era piena di briganti che facevano arrendere perfino i più coraggiosi viaggiatori, spaventati anche per le poche e inadeguate strutture ricettive e per le strade che non erano delle migliori. Ma Swinburne, imbevuto di letture relative alla Magna Grecia, voleva avventurarsi nel luogo che aveva rappresentato il cuore di una affascinante civiltà. A cavallo, con il suo amico e con l’aiuto di varie guide del posto, oltre che di quella del barone Von Riedesel, partì da Taranto per la terra misteriosa, a tratti esoterica, giungendo nel maggio 1777 a Metaponto, ai confini con la Calabria. Probabilmente la caratteristica che più sorprende leggendo le pagine del resoconto di viaggio è l’atteggiamento da archeologo con il quale Swinburne affrontò tale impresa: dotato di una vasta e ricca cultura classica, egli riuscì a notare le enormi differenze tra i reperti della Grecia classica, di età ellenistica e romana e perfino i manufatti più recenti spacciati come “tesori classici”. Pur dotato del suo spirito illuminista, talvolta non riusciva a trattenersi dall’esprimere nelle sue pagine l’incanto e la bellezza dei luoghi visitati. Partendo dalla natura del terreno, riscopriva il passato di un territorio che gli abitanti non riuscivano a cogliere, data la loro arretratezza, abbandonandolo alla più totale incuria.

Ma la modalità con la quale egli seppe accostarsi al territorio e ai suoi abitanti è anche quella del moderno antropologo: egli, infatti, amava soffermarsi sulle abitudini e sui costumi della popolazione, descrivendo in modo accurato le numerose superstizioni delle persone conosciute lungo il corso del suo itinerario. Inoltre, quasi come un moderno vulcanologo, seguendo le orme di Sir Hamilton, si dedicò anche alla geologia dei luoghi visitati e si mostrò molto attento ai fenomeni legati alla conformazione fisica di rocce e colline: ad esempio nella zona di Castrovillari, durante il suo viaggio di ritorno da Reggio verso Napoli, si interessò ad alcuni vulcani spenti.     

Il 6 maggio 1777, partito da Taranto, entrato nell’antica Lucania (Basilicata) raggiunge il territorio di Metaponto, dove vi erano antiche colonne di ordine dorico. Si interessava anche ad altri aspetti del territorio: a Corigliano descriveva le piantagioni di aranci i cui frutti erano trasportati a Taranto e Gallipoli. Dopo aver visitato Crotone era sceso lungo la costa, piuttosto deserta, a causa delle incursioni barbaresche cinquecentesche, visitando le antiche rovine di Locri. Infine, il 23 maggio arrivò a Reggio, dove rimase stupito dalla ricca vegetazione dei dintorni, aranci e bergamotti da cui i cittadini ricavavano essenze vendute a francesi e genovesi. Poi visitò la Sicilia. Il 7 febbraio 1778 ripartì da Messina alla volta di Napoli: risalendo lungo il Tirreno visitò Scilla e Bagnara, sottolineando che gli abitanti erano marinai e pescatori anche di pesce spada, molto laboriosi, come quelli di Parghelia, un piccolo villaggio vicino alla città di Tropea, e di Pizzo, dove si calavano tonnare, attività poco praticata in Calabria, anche per la mancanza di porti. Salì poi nella città di Cosenza, da dove ridiscese nel porto di Paola per cercare un veliero. Ma, non trovandolo, decise di tornare via terra per la strada di Lagonegro, attraversando i lussureggianti boschi calabresi da cui il ministro della marina John Acton faceva venire il legname per i nuovi vascelli in costruzione.

11Conclusioni

A fine Settecento la situazione politica in Regno stava degenerando: nel 1798 il re dovette fuggire a Palermo, prima dell’arrivo dei francesi e della proclamazione della Repubblica Partenopea, l’11 gennaio 1799. Poi in giugno, con l’aiuto degli inglesi, la Repubblica fu repressa nel sangue. Ma nel 1806, con l’arrivo dei Francesi, il re fuggì nuovamente a Palermo.

Durante il Decennio francese (1806-1815) gli inglesi trasferirono i loro commerci in Sicilia, soprattutto a Messina, sede del consolato britannico. Poi, con la Restaurazione tornarono a Napoli, ponendo la loro residenza nel “nuovo” quartiere di Chiaia, che si stava trasformando in un luogo elegante, in cui si stavano costruendo lussuosi alberghi. Ma la pratica del Grand Tour nel corso del XIX secolo si trasformò nel nuovo “turismo borghese”. Il termine tourist, usato in Inghilterra dalla fine del Settecento, come sinonimo di viaggiatore, fu adottato sia nella lingua inglese che in quella italiana come sinonimo di colui che compiva un viaggio più breve, legato al sistema delle ferie, il leisure time, cioè giorni di riposo concessi dal datore di lavoro (Dawes, 2003). Comunque, nel Mezzogiorno in epoca borbonica i diplomatici e viaggiatori inglesi continuarono ad “esplorare” il territorio, un luogo affascinante non solo per i reperti archeologici ma soprattutto per l’elemento esotico e pittoresco (Delli Quadri, 2012). 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Il testo Mario Rastrelli è stato presentato nel convegno tenutosi a Bari il 23-25 maggio 2024 a cura della Società Italiana di Studi del secolo XVIII SISD Stranieri nel Settecento. Immagini, relazioni, conflitti.
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Mario Rastrelli, insegnante di letteratura italiana e latino nel Liceo J. Pontano di Napoli, svolge attività di ricerca nel campo della letteratura moderna e contemporanea. Ha pubblicato alcuni articoli su Leopardi, Montale, Calvino. Ha collaborato con Maria Sirago nella stesura di due testi, Carlo Filangieri e il Regio Opificio di Pietrarsa una industria per le macchine a vapore napoletane, La Valle del Tempo ed., Napoli, 2023 e Il Mediterraneo in fiamme. La cultura delle corti e le battaglie navali nella Napoli del Cinquecento, La Valle del Tempo ed., Napoli, 2024.

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